Illeciti fiscali: cancellata la prescrizione

La rettifica di costi, crediti e perdite pluriennali non soggiace più a decadenza: ora, il Fisco può chiedere documenti anche dopo decenni.

Se nei prossimi giorni il tuo commercialista ti chiederà le fatture del secolo scorso non meravigliarti: è la conseguenza di una nuova sentenza della Cassazione [1], secondo la quale il Fisco non decade dal potere di accertamento, neppure a distanza di decenni, quando esamina componenti di reddito «pluriennali», cioè quelli che si riverberano sulle annualità successive.

Questo significa che si resterà esposti ai controlli dell’Amministrazione finanziaria senza più alcun limite temporale: la decadenza di legge [2] dal potere di accertamento fiscale non opera più, in tutti i casi in cui si riportano in dichiarazione o in bilancio costi, spese pluriennali o perdite. L’Agenzia delle Entrate potrà esaminarli, e se del caso rettificarli, anche dopo molto tempo, partendo dall’ultimo momento in cui il contribuente li ha «utilizzati» nella propria dichiarazione.

Il principio di diritto espresso dalla Suprema Corte è che, quando il Fisco contesta un componente di reddito negativo e ad efficacia pluriennale per motivi concernenti il «fatto generatore», la decadenza non parte da quel momento, che può essere molto antico (ad esempio, un immobile strumentale acquistato negli anni Novanta), ma inizia a decorrere dalla dichiarazione nella quale viene indicato ogni singolo rateo.

L’impatto pratico è notevole: riguarda il riporto delle perdite alle annualità successive, che teoricamente potrebbe essere illimitato nel tempo o le svalutazioni di crediti iscritti in bilancio. Questo è stato proprio il caso ispiratore della nuova pronuncia dei giudici di piazza Cavour: si trattava della vendita anticipata di un cespite, prima della fine del periodo di ammortamento, con conseguente rettifica della plusvalenza in base al valore iniziale al quale esso era stato iscritto. Gli Ermellini hanno dato ragione all’Agenzia, che non era decaduta dal potere di accertamento.

Le conseguenze riguarderanno non solo gli imprenditori, ma tutti i contribuenti che usufruiscono di detrazioni fiscali pluriennali, perché il Fisco potrà contestarle fino alla scadenza del termine di accertamento della dichiarazione dei redditi in cui è riportata l’ultima rata. È il caso dei vari bonus casa come quelli di ristrutturazioni edilizie, per i quali la spesa sostenuta oggi viene recuperata, in forma di credito d’imposta, nei dieci anni successivi.

Con la nuova regola, il Fisco avrà tempo fino al 2036 per esaminare i documenti che giustificano quel costo, come le fatture dei lavori eseguiti, la pratica edilizia e i bonifici pagati: cinque anni a partire dal 2031, cioè l’ultima rata fruita dal contribuente. Fino ad oggi, invece, il termine era vincolato all’anno in cui la spesa agevolata era stata sostenuta: il quinquennio partiva da tale data e non si estendeva oltre.

La norma di legge [2] è rimasta inalterata (il termine di decadenza è il 31 dicembre del quinto anno successivo a quello di presentazione della dichiarazione dei redditi) ma è cambiata la sua interpretazione.

Giovanni ha fatto dei lavori di ristrutturazione nel 2021 e recupera la detrazione spettante in 10 anni a partire dal 2022, portandola in dichiarazione come credito d’imposta. L’Agenzia delle Entrate potrà accertare i documenti di spesa fino al 31 dicembre 2036, perché l’ultima rata sarà fruita nel 2031. Giovanni dovrà quindi conservare le fatture ricevute e pagate nel 2021 per oltre 15 anni.

L’impatto sui contribuenti è notevole perché tutti coloro che hanno sostenuto un costo pluriennale dal quale sorge un credito, oppure hanno riportato una perdita fiscalmente rilevante, saranno tenuti a conservare ben oltre i termini previsti i documenti giustificativi di spesa di ogni agevolazione, deduzione o posta di bilancio che li riporta. In tali casi, per capire quando scade il potere accertativo del Fisco bisognerà conteggiare cinque anni a partire dall’ultima dichiarazione dove è indicato l’ultimo rateo in cui quel componente reddituale è stato suddiviso.

Gli operatori sono molto allarmati per gli effetti devastanti che il nuovo orientamento potrà comportare: come riporta Il Sole 24 Ore di oggi, con questi nuovi accertamenti «senza limiti» anche per le operazioni passate i documenti fiscali dovranno essere conservati per un tempo praticamente indefinito. E se non si ritrova una vecchia fattura sono guai, anche se il costo era stato sempre riportato anno per anno nel registro dei beni ammortizzabili e regolarmente riportato in bilancio. L’Agenzia potrà legittimamente chiedere l’esibizione dei documenti originali (anche se da un paio d’anni c’è la fattura elettronica e questo dovrebbe alleviare l’onere per i documenti di formazione più recente).

C’è da dire però che l’onere della prova degli illeciti fiscali grava sempre sull’Amministrazione finanziaria che vuole dimostrarli e non potrebbe essere traslato sul contribuente, oltretutto su fatti lontani nel tempo, e dunque più difficili da dimostrare, altrimenti verrebbe irrimediabilmente compromesso il diritto di difesa.

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Genitori responsabili per i reati dei figli

Obbligo di vigilanza dei genitori: fino a che età i genitori sono responsabili dei figli?

Quando un minorenne compie un atto illecito dal quale derivano danni a un’altra persona, il risarcimento dovuto a quest’ultima è a carico dei genitori che dovranno farsene carico personalmente. 

Se però la condotta del minore costituisce anche un reato, la sanzione penale non può mai ricadere sui genitori (la responsabilità penale, infatti, è solo personale). 

Il minore risponde dei propri reati se ha almeno 14 anni: da quest’età in poi, infatti, anche il minorenne è tenuto a sopportare il processo penale e le relative pene che da esso derivano. 

Viceversa, se il minore ha meno di 14 anni, la sua condotta – sotto un profilo esclusivamente penale – non viene punita né in capo a lui, né tantomeno in capo ai genitori.

Quando si dice che i genitori sono responsabili per i reati dei figli ci si riferisce unicamente alla responsabilità civile, ossia all’obbligo di risarcire i danni alla vittima. Giammai un padre o una madre potrà andare in galera per conto del figlio o comunque subire la sanzione di carattere penale. 

Vien da sé che se la vittima del reato non agisce per il risarcimento, ma si limita a sporgere solo una querela, alcuna conseguenza deriverà da ciò ai genitori del responsabile.

I genitori sono responsabili per i reati dei figli solo nella misura in cui avrebbero potuto evitare il fatto. Ma tale esenzione, sancita dall’ultimo comma dell’articolo 2048 del Codice civile, ha una portata estremamente ampia, tanto da restringere enormemente il campo delle ipotesi in cui i genitori possono andare esenti da responsabilità. In buona sostanza, padre e madre sono quasi sempre tenuti a risarcire i danni alla vittima, anche laddove siano separati e non conviventi con il minore. 

Di tanto parleremo meglio qui di seguito. 

Quando i genitori sono responsabili per i figli?

In generale, i genitori sono responsabili per tutti gli illeciti commessi dai figli, sia che si tratti di illeciti civili (ad esempio, una pallonata involontaria contro il cofano di una macchina) che penali (ad esempio, atti di bullismo o reati commessi tramite i social network).

La responsabilità consegue dalla violazione: 

  • dell’obbligo di sorveglianza materiale e fisica che grava sui genitori in relazione ai propri figli;
  • del dovere di impartire loro un’educazione adeguata. L’inadeguatezza dell’educazione impartita dai genitori, quale fondamento della responsabilità dei medesimi per il fatto illecito commesso dal figlio minore, può essere desunta, in mancanza di prova contraria, dalle modalità dello stesso fatto illecito, che ben possono rivelare il grado di maturità e di educazione del minore.

Responsabili sono sia i genitori legittimi, che quelli adottivi e naturali che abbiano riconosciuto i figli. Dubbi permangono, invece, in relazione a quelli che non abbiano proceduto al riconoscimento della prole (sul punto, però, mancano pronunce giurisprudenziali).

Nel caso di genitori separati o divorziati, la responsabilità resta in capo ad entrambi, anche se il figlio minore è stata affidato ad uno solo di essi. Difatti, il genitore non affidatario mantiene una serie di poteri e doveri di vigilanza e controllo sia sull’attività del figlio che sull’operato del genitore affidatario. I genitori, anche separati e non conviventi con il minore, rispondono degli illeciti di quest’ultimo in virtù del loro status.

Un altro orientamento, invece, circoscrive la responsabilità del genitore non affidatario solo in quei periodi dell’anno in cui questi vive con il figlio ed esercita su di esso i poteri a lui riconosciuti dalla legge.

Quando i genitori non sono responsabili per i figli?

I genitori non sono responsabili dell’illecito commesso dal figlio solo in due casi:

  • se il figlio è emancipato ossia, seppur minore, ha avuto l’autorizzazione, da parte del tribunale, a contrarre matrimonio;
  • se provano di non aver potuto impedire il fatto.

Questo secondo requisito risulta difficilmente dimostrabile. Difatti, come anticipato, il genitore che voglia liberarsi dalla responsabilità deve dimostrare di aver impartito al figlio un’adeguata educazione, consona alle condizioni sociali e familiari e di aver vigilato sulla condotta in misura adeguata all’ambiente, alle abitudini ed al carattere [1]. Il semplice fatto quindi di non averlo potuto controllare nel momento dell’illecito – come nel caso del figlio in gita scolastica o al campo di calcio con gli amici – non esclude la responsabilità del padre e della madre. 

Quanto più è grave l’illecito commesso dal figlio, tanto più è possibile presumere che esso scaturisca da un’educazione inadeguata. 

Il contenuto della prova liberatoria dipende dalle modalità stesse con cui è avvenuto il fatto: nel caso di illecito particolarmente grave o increscioso, l’inadeguatezza dell’educazione impartita e della vigilanza esercitata è desunta proprio dalle circostanze con cui si è verificato l’evento [2].

La precoce emancipazione dei minori, frutto del costume sociale, non esclude né attenua la responsabilità dei genitori, i quali, proprio in ragione di tale precoce emancipazione, hanno l’onere di impartire ai figli l’educazione necessaria per non recare danni a terzi [3]. 

Quando il minore è responsabile 

La responsabilità dei genitori concorre con la responsabilità del minore: se il minore è capace di intendere e di volere, egli è direttamente responsabile del danno ingiusto posto in essere, secondo le norme generali della responsabilità civile [4]. La responsabilità dei genitori quindi si aggiunge a quella del minore capace di intendere e di volere, configurandosi così una responsabilità solidale. Con la conseguenza che la domanda di risarcimento può essere proposta sia contro i genitori sia contro il minore, autore dell’illecito. 

Come si calcola il risarcimento per i reati del minore?

Secondo la giurisprudenza, i parametri per valutare l’entità del risarcimento da accollare in capo ai genitori per l’omessa vigilanza e per la violazione dell’obbligo educativo sono i seguenti:

  • entità ed intensità della violazione della libertà morale e fisica e della dignità della persona offesa;
  • turbamento psichico cagionato, dedotto dalle forme con cui si è perpetrata l’aggressione;
  • effetti sul piano psicologico anche nel tempo che l’illecito commesso dal figlio ha determinato;
  • l’incidenza del fatto dannoso sulla personalità della vittima;
  • l’intensità del dolo, ossia della volontà e della consapevolezza a commettere l’illecito.

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Donazioni in famiglia: si rischia col fisco?

Imposta di donazione: non sono tassati i bonifici tra genitori, figli, nipoti, nonni. Escluso il prelievo anche per le liberalità di modico valore o d’uso, indipendentemente dalla parentela.

Un padre che emette alcuni assegni in favore del figlio per consentirgli di pagare la ditta di costruzioni e acquistare così la prima casa. Una madre che versa, sul conto di una concessionaria auto, il prezzo del veicolo da intestare al figlio. Un nonno che fa un bonifico a favore della nipote per pagarle l’università. Un genitore che dà a un figlio una somma in contanti affinché questi possa sostenere le spese di un viaggio di divertimento. Siamo in presenza di donazioni tra familiari.

Poiché tuttavia ogni spostamento di denaro da un soggetto ad un altro genera sempre l’attenzione dell’Agenzia delle Entrate, è bene chiedersi quale rilevanza fiscale possano avere tali atti: se cioè si debba corrispondere l’imposta sulle donazioni o se invece siamo in presenza di operazioni esenti. In caso di donazioni in famiglia si rischia col Fisco? Cerchiamo di fare il punto della situazione.

Quando si paga l’imposta sulle donazioni

L’imposta sulle donazioni si applica, in generale, su qualsiasi atto a titolo gratuito. Essa, tuttavia, varia a seconda del grado di parentela che lega le parti. Nel caso di donazioni tra familiari, sono previste aliquote e franchigie differenti. In particolare, non scatta alcuna tassazione quando il valore donato non supera il limite della franchigia esente da imposizione. Le franchigie sono:

  • di 1 milione di euro, se si tratta di donazione tra coniugi o parenti in linea retta. Al di sopra di tale importo, la tassazione è pari al 4%;
  • di 100 mila euro, se si tratta di donazione tra fratelli e sorelle. Al di sopra di tale importo, la tassazione è pari al 6%;
  • di 1,5 milioni di euro, se si tratta di donazione a favore di persona portatrice di handicap grave. L’aliquota è quella corrispondente al grado di parentela tra le parti.

Infine, per le donazioni tra altri parenti fino al 4° grado, affini in linea retta e affini in linea collaterale fino al 3° grado, non sono previste franchigie mentre l’aliquota è pari al 6%.

In tutti gli altri casi (ossia donazioni tra soggetti non legati da parentela), non sono previste franchigie e l’aliquota è pari all’8% del valore della donazione.

Quando non si paga l’imposta sulle donazioni

Non sono soggette a tassazione le seguenti donazioni:

  • le donazioni di modico valore, che sono quelle di importo irrisorio (sia in relazione all’importo stesso che alle condizioni economiche delle parti). Ad esempio, non è tassabile un piccolo bonifico;
  • le spese per mantenimento, educazione, malattia, abbigliamento, matrimoni, ecc. da chiunque effettuate (a meno che non eccedano notevolmente la misura ordinaria, tenuto conto delle condizioni economiche del donante);
  • le liberalità che si è soliti fare in occasione di servizi resi o comunque in conformità agli usi;
  • le donazioni indirette, quelle cioè rivolte a consentire al donatario di acquistare uno specifico bene. È il classico caso del padre che acquista la casa per conto del figlio. La donazione indiretta può avvenire sia dando al donatario la somma che questi dovrà poi versare al venditore, sia pagando direttamente il prezzo nelle mani del venditore;
  • le donazioni che hanno ad oggetto aziende o rami di aziende o quote sociali e di azioni, ma solo se effettuate da discendenti o coniuge del donante (anche tramite patti di famiglia);
  • le donazioni di veicoli iscritti al Pra.

Donazioni tra familiari: quando si rischia con il Fisco?

Il rapporto di parentela dovrebbe, a monte, escludere la possibilità che l’Agenzia delle Entrate possa procedere a un accertamento fiscale nei confronti del donatario. Tuttavia, sarà sempre bene, nel caso di bonifico bancario, indicare la causale per cui lo stesso viene effettuato.

La giurisprudenza è, in realtà, altalenante sulla possibilità di sottoporre a tassazione le donazioni indirette. Ad oggi, si ritiene che le donazioni indirette non siano tassabili quando:

  • di modico valore;
  • donazioni verbali;
  • quando la donazione ha ad oggetto il prezzo relativo a un contratto soggetto a imposta di registro proporzionale o a Iva.

In forza di ciò, la Cassazione:

  • ha deciso l’applicabilità dell’imposta di donazione a un bonifico di 12 milioni di euro disposto da una signora a favore del proprio marito [1];
  • ha negato l’applicabilità dell’imposta di donazione a un bonifico di 75mila euro effettuato a favore di persona non legata da parentela al soggetto ordinante, ma solo perché il donante era residente in Svizzera e il denaro donato giaceva presso una banca svizzera.

Di qui il permanere di una serie di dubbi che non trovano una soluzione univoca soprattutto per le liberalità tra soggetti estranei.

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Cos’è la franchigia sulle donazioni

Come funziona la franchigia e quali sono le aliquote dell’imposta sulle donazioni e successioni. 

Le regole sull’applicazione dell’imposta sulle donazioni e successioni si accompagnano sempre al concetto di franchigia. L’imposta è infatti variabile a seconda del grado di parentela che sussiste tra le parti: più è stretto, meno pesante è la tassazione. Ma, più nel dettaglio, cos’è la franchigia sulle donazioni? Cercheremo di comprenderlo meglio qui di seguito. 

Imposta sulle donazioni e imposta sulle successioni: differenze

La prima cosa da tenere in debito conto quando si parla di imposta sulle donazioni è il rapporto che c’è con l’imposta sulle successioni. Il legislatore ha voluto evitare che, per eludere la tassazione al momento dell’apertura del testamento di una persona, questa potesse anticipare la divisione del proprio patrimonio con atti di donazione. E così, le due imposte sono pressoché identiche: identiche sono l’aliquota, le franchigie e le esenzioni. 

Pertanto, è assolutamente indifferente – almeno sotto un profilo fiscale – che un padre distribuisca i propri beni ai figli con atti di donazione o con un testamento.

Franchigia sulle donazioni: cos’è?

La franchigia è un importo minimo che non rileva ai fini della tassazione di un atto. Al di sotto di tale importo, infatti, non vi è alcun prelievo fiscale. Invece, al di sopra di esso, il prelievo si applica solo sulla parte eccedente la franchigia. Un esempio pratico chiarirà meglio la questione.

Nelle donazioni tra padre e figlio – così come nelle successioni tra questi stessi soggetti – è prevista un’aliquota del 4% e una franchigia di 1milione di euro (che sale a 1,5 milioni se il figlio è portatore di handicap). Ebbene, l’imposta sulla donazione si applica solo agli atti che superano tale franchigia e non a quelli inferiori. Quindi, una donazione di 500mila euro è esente: non sconta cioè alcun prelievo fiscale e non va dichiarata all’Agenzia delle Entrate. Viceversa, una donazione di 1.100.000 euro sconta una tassazione del 4% su 100.000 euro, ossia sul valore che eccede la franchigia.

Quali sono le franchigie dell’imposta sulle donazioni?

Come dicevamo in apertura, tanto l’imposta sulle donazioni quanto l’imposta sulle successioni scontano aliquote e franchigie diverse a seconda del grado di parentela che unisce il donate al donatario (ossia il beneficiario).

In particolare:

  • per le donazioni tra coniugi è prevista un’aliquota del 4% e una franchigia di 1 milione di euro;
  • per le donazioni tra ascendenti in linea retta (ossia nonno, padre, nipote) è prevista un’aliquota del 4% e una franchigia di 1 milione di euro (1,5 milioni di euro se il beneficiario è portare di handicap ai sensi della legge 104/1992);
  • per le donazioni tra fratelli e sorelle è prevista un’aliquota del 6% e una franchigia di 100 mila euro (1,5 milioni di euro se il beneficiario è portare di handicap ai sensi della legge 104/1992);
  • per le donazioni tra altri parenti fino al 4° grado, affini in linea retta e affini in linea collaterale fino al 3° grado  è prevista un’aliquota del 6% ma senza alcuna franchigia (la franchigia invece resta ferma a 1,5 milioni di euro se il beneficiario è portatore di handicap ai sensi della legge 104/1992);
  • per le donazioni tra altri soggetti è prevista un’aliquota dell’8% ma senza alcuna franchigia (resta la franchigia di 1,5 milioni di euro se il beneficiario è portatore di handicap ai sensi della legge 104/1992).

Lo schema riprodotto qui di seguito rappresenta le varie aliquote e franchigie dell’imposta sulle donazioni in misura variabile.

Soggetti beneficiari 

Franchigia 

Aliquota

coniuge, parte dell’unione civile e parenti in linea retta (genitori e figli, rispettivi ascendenti e discendenti in linea retta, adottanti e adottati)

€ 1.000.000

4%

fratelli e sorelle

€ 100.000

6%

altri parenti fino al 4 o grado, affini in linea retta e affini in linea collaterale fino al 3 o grado

6%

altri soggetti

8%

persona portatrice di handicap

€ 1.500.000

4%, 6% o 8% a seconda della parentela

L’unione civile fra persone dello stesso sesso è equiparata alla famiglia tradizionale e i riferimenti al coniuge si intendono anche alla parte dell’unione civile.

I discendenti dei figli adottivi del defunto sono equiparati ai discendenti dei figli. Pertanto, anche sui beni ereditati dai discendenti di figli adottivi si deve applicare l’aliquota prevista per i parenti in linea retta.

Come si calcola la franchigia per le donazioni?

La franchigia spetta una sola volta per ciascun beneficiario in relazione a donazioni o altre liberalità ricevute dal medesimo soggetto. In presenza di più donazioni o più liberalità, si applica il cosiddetto coacervo di cui parleremo a breve.

Nell’atto di donazione, le parti devono indicare gli estremi di tali donazioni anteriori e i relativi valori alla data dell’atto.

Le donazioni di valore inferiore alla franchigia per le quali non si applica l’imposta, sono registrate gratuitamente: non è cioè dovuta neanche l’imposta di registro in misura fissa.

In caso di omessa, incompleta o inesatta indicazione, si applica la sanzione dal 100% al 200% della maggiore imposta dovuta. La sanzione è a carico sia del donante che del donatario.

Franchigia in caso di precedenti donazioni (coacervo)

Per evitare che il contribuente, al fine di eludere l’imposta sulle donazioni, compia più atti di liberalità nei confronti dello stesso soggetto, ciascuna delle quali però di valore inferiore alla franchigia, è stato creato il cosiddetto coacervo. In forza di ciò, per determinare la franchigia, occorre sommare al valore della donazione effettuata anche il valore delle precedenti donazioni posti in essere dallo stesso soggetto al medesimo beneficiario in epoca anteriore.

A tal fine, si considerano:

  • le donazioni per le quali il beneficiario ha utilizzato la franchigia (anche se effettuate in periodi in cui l’imposta non era in vigore);
  • gli altri atti a titolo gratuito e le costituzioni di vincoli di destinazione (effettuati dal 29 novembre 2006) per i quali è stata utilizzata la franchigia;
  • le donazioni presunte, cioè i trasferimenti immobiliari posti in essere a titolo oneroso tra coniugi o parenti in linea retta, per i quali l’ammontare complessivo delle imposte dovute (registro, ipotecaria, catastale) è stata inferiore a quello delle imposte applicabili se i detti trasferimenti fossero avvenuti a titolo gratuito.

Il valore delle donazioni (e degli altri atti) anteriori deve essere attualizzato, avendo riguardo al valore normale dei beni donati alla data di apertura della successione del donante.

Secondo alcune sentenze [1], il coacervo è da considerarsi abrogato e non rilevante per il calcolo della franchigia.

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Guida all’imposta sulle donazioni: regole, aliquote e importi

Come funziona l’imposta sulle donazioni, atti esenti, franchigie e donazioni indirette. Chi deve versare l’imposta sulle donazioni. 

L’imposta sulle donazioni colpisce le donazioni e gli altri trasferimenti gratuiti. Le regole sono pressoché identiche all’imposta sulle successioni: questo al fine di evitare che, per eludere la tassazione sull’eredità, prima di morire, il contribuente possa distribuire il proprio patrimonio con atti di donazione, anticipando così la distribuzione dei beni tra i futuri eredi.

L’imposta sulle donazioni, così come quella sulle successioni, varia a seconda dei rapporti di parentela tra le parti: come vedremo a breve, infatti, sono previste aliquote e franchigie differenti.

Ma procediamo con orine e vediamo tutte le regole sull’imposta sulle donazioni: aliquote, importi, esenzioni, franchigie e ogni altro aspetto legato a tale tributo. 

Quali sono gli atti soggetti all’imposta sulle donazioni?

In generale, sono soggetti all’imposta sulle donazioni tutte le liberalità, la rinuncia all’usufrutto a favore dei nudi proprietari, le donazioni derivanti da atti formati all’estero, se riguardano beneficiari residenti in Italia.

È poi soggetta a imposta sulle donazioni la costituzione di vincoli di destinazione di beni come:

  • costituzione di un fondo patrimoniale;
  • costituzione di un trust;
  • stipula di un negozio fiduciario;
  • costituzione di vincoli diversi dai trust se comportano il trasferimento di beni a soggetti diversi dal disponente;
  • trasferimento a titolo gratuito di un bene soggetto ad uno dei vincoli di cui sopra.

Tutte le donazioni sono soggette a tassazione?

Non tutte le donazioni sono soggette a imposizione fiscale. Sono escluse:

  • le donazioni di modico valore
  • le donazioni indirette;
  • le spese per mantenimento, educazione, abbigliamento, matrimoni, ecc. da chiunque effettuate;
  • le donazioni che hanno ad oggetto aziende o rami di aziende o quote sociali e di azioni, ma solo se effettuate da discendenti o coniuge del donante (anche tramite patti di famiglia);
  • le donazioni di veicoli iscritti al Pra;
  • le donazioni a favore delle popolazioni colpite da eventi di calamità pubblica o da altri eventi straordinari anche se avvenuti in altri Stati;
  • le donazioni a favore dello Stato, regioni, province, comuni o altri enti pubblici; di fondazioni o associazioni legalmente riconosciute che hanno come scopo esclusivo l’assistenza, lo studio, la ricerca scientifica, l’educazione, l’istruzione o altre finalità di pubblica utilità, nonché quelle a favore delle Onlus e di fondazioni bancarie; di movimenti e partiti politici; di enti pubblici e fondazioni o associazioni legalmente riconosciute, diverse da quelle sopra indicate se la donazione è disposta per le medesime finalità;
  • le liberalità che si è soliti fare in occasione di servizi resi o comunque in conformità agli usi.

Donazioni di modico valore

Sono «donazioni di modico valore» quelle che, in relazione al proprio importo, non arricchiscono il donatario e non impoveriscono il donante. La legge non individua una soglia specifica, essendo questa variabile in relazione alle condizioni economiche delle parti.

Tali donazioni possono avvenire anche senza atto notarile, come invece obbligatorio per tutte le altre (la donazione di non modico importo è infatti nulla senza atto notarile). 

Anche secondo l’Agenzia delle Entrate (circolare n. 3/2018), non sono tassabili le donazioni di piccolo importo. In tali casi, quindi, l’eventuale bonifico fatto sul conto del beneficiario non potrà determinare un accertamento fiscale.

Donazioni indirette

Il bonifico di una somma di denaro sul conto di un’altra persona affinché questa possa acquistare un determinato bene (ad esempio, una casa o un’auto) oppure il pagamento del prezzo di tale bene direttamente in capo al venditore per conto di un’altra persona configurano donazioni indirette. Le donazioni indirette non sono tassate, a condizione che l’atto di acquisto specifichi la provenienza del denaro.

Chi deve versare l’imposta sulle donazioni

L’imposta sulla donazione ricade sul donatario, ossia sul beneficiario della donazione stessa. 

Calcolo dell’imposta sulle donazioni in misura proporzionale

In generale, l’imposta si applica in misura proporzionale sul valore dei beni e dei diritti trasferiti. Sono tuttavia previste delle ipotesi in cui l’imposta si calcola in misura fissa (v. successivo paragrafo).

Il calcolo dell’imposta sulle donazioni in misura variabile risente del grado di parentela tra le parti: più è prossimo, più è bassa l’aliquota e più è alta la franchigia.

Tanto per fare un esempio, nelle donazioni tra padre e figlio, l’aliquota è la più bassa (al 4%) e si applica solo al valore della donazione che eccede 1milione di euro. Quindi, su una donazione di 1.100.000 euro, l’imposta è del 4% su 100.000 euro. 

Lo schema riprodotto qui di seguito rappresenta le varie aliquote e franchigie dell’imposta sulle donazioni in misura variabile.

Soggetti beneficiari 

Franchigia 

Aliquota

coniuge, parte dell’unione civile e parenti in linea retta (genitori e figli, rispettivi ascendenti e discendenti in linea retta, adottanti e adottati)

€ 1.000.000

4%

fratelli e sorelle

€ 100.000

6%

altri parenti fino al 4 o grado, affini in linea retta e affini in linea collaterale fino al 3 o grado

6%

altri soggetti

8%

persona portatrice di handicap

€ 1.500.000

4%, 6% o 8% a seconda della parentela

L’unione civile fra persone dello stesso sesso è equiparata alla famiglia tradizionale e i riferimenti al coniuge si intendono anche alla parte dell’unione civile.

I discendenti dei figli adottivi del defunto sono equiparati ai discendenti dei figli. Pertanto, anche sui beni ereditati dai discendenti di figli adottivi si deve applicare l’aliquota prevista per i parenti in linea retta.

La condizione di handicap deve essere riconosciuta dalla commissione medica ai sensi della legge 104/92.

Calcolo dell’imposta sulle donazioni in misura fissa

L’imposta fissa è pari a quella di registro e ad € 200 nelle seguenti ipotesi:

  • indennità per cessazione del rapporto di agenzia;
  • indennità di mancato preavviso e il trattamento di fine rapporto di lavoro;
  • crediti contestati giudizialmente sino a quando la loro sussistenza non sia riconosciuta con provvedimento giurisdizionale o con transazione;
  • crediti verso lo Stato, gli enti pubblici territoriali e gli enti pubblici che gestiscono forme obbligatorie di assistenza e previdenza o assistenza sociale, fino a quando non siano riconosciuti con un apposito provvedimento;
  • crediti ceduti allo Stato;
  • beni culturali vincolati, a condizione che sia presentata all’Ufficio delle entrate, all’atto della registrazione dell’atto di donazione, l’apposita attestazione rilasciata dall’Amministrazione per i beni culturali e ambientali a seguito della presentazione, da parte del beneficiario, dell’inventario dei beni vincolati.

Donazioni di immobili

Se la donazione ha ad oggetto immobili o diritti reali immobiliari, deve essere trascritta (e, pertanto, sconta l’imposta di registro) e volturata in catasto con applicazione anche delle imposte ipocatastali in misura proporzionale (del 2% e dell’1%) indipendentemente dall’eventuale franchigia.

L’importo non può essere inferiore alla misura minima di € 200 ciascuna.

Tuttavia, se si tratta di fabbricato abitativo e relative pertinenze per i quali ricorrono le condizioni per l’agevolazione prima casa  le imposte si applicano in misura fissa (€ 200 ciascuna). 

Se il donatario già possiede un immobile acquistato a titolo oneroso fruendo dell’agevolazione prima casa, può fruirne nuovamente se nell’atto di donazione si impegna a vendere, entro l’anno dal nuovo acquisto, l’immobile preposseduto.

L’utilizzo dell’agevolazione in sede di donazione non ne preclude l’utilizzo in caso del successivo acquisto di un altro immobile a titolo oneroso.

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Ora i lavoratori possono aumentare la busta paga quando vogliono

Secondo la Cassazione, non si può imporre a un dipendente di restare a casa un giorno festivo infrasettimanale: valido l’accordo individuale con il datore.

Anche il lavoratore ha la possibilità di decidere quando può avere qualche soldo in più in busta paga. La Cassazione ha introdotto un nuovo principio secondo cui deve essere riconosciuto al dipendente il diritto di lavorare nelle feste infrasettimanali. In questo modo, è possibile avere la maggiorazione che spetta secondo quanto stabilisce il contratto nazionale di categoria. In sostanza, non ci può essere alcun accordo che costringa il dipendente a restare a casa un giorno di festa infrasettimanale: il lavoratore può decidere autonomamente di siglare un’intesa con il proprio datore in base alla quale gli venga riconosciuto il diritto di svolgere la sua attività.

Facciamo un passo indietro. C’è una legge del 1949, ancora in vigore [1], che riconosce come giornate festive alcune ricorrenze civili o religiose che cadono in settimana. Si parla, ad esempio, del 25 aprile, del 1° maggio, di Capodanno, del giorno di Natale o di Santo Stefano che, ovviamente, non sempre coincidono con la domenica. Se il dipendente decide di restare a casa in giorni come questi, viene pagato normalmente, come se avesse svolto il suo normale orario di lavoro.

Ecco il punto: «Se il dipendente lo decide». Perché potrebbe anche decidere il contrario, cioè mettersi a disposizione dell’azienda per lavorare durante i festivi infrasettimanali. In questo modo, si raggiunge un doppio scopo: il datore si garantisce forza lavoro nel caso debba o voglia tenere aperta l’attività, ad esempio, il 25 aprile e il dipendente porta a casa la maggiorazione festiva riconosciuta dal Ccnl, aumentando così la busta paga.

Quello che la Cassazione ha recentemente ricordato è che l’assenza dal lavoro in una festività infrasettimanale è un diritto soggettivo del lavoratore non contemplato dalla contrattazione collettiva. Il che significa che non è possibile costringere il dipendente a restare a casa e che sarebbe nulla qualsiasi clausola che prevedesse tale imposizione. Viceversa, deve essere riconosciuto il diritto del lavoratore di firmare un accordo con il suo datore (ad esempio, al momento dell’assunzione) per rendersi disponibile a lavorare ogniqualvolta ci sia una festività infrasettimanale che prevede l’apertura dell’attività.

Certo, non si può pretendere che un’azienda che non ha bisogno di svolgere l’attività il 1° maggio o il giorno di Ferragosto, apra i cancelli apposta solo perché un dipendente ha chiesto di lavorare. Ma si pensi, ad esempio, al supermercato, al panettiere, al ristorante, al bar o agli altri esercizi che (Covid a parte) aprono 365 giorni all’anno o quasi, così come alle realtà industriali che non fermano mai l’attività o al piccolo studio professionale in cui l’impiegato può decidere di lavorare in un giorno di festa per portare avanti le sue cose (oltre che qualche soldo in più in busta).

Nella sentenza, inoltre, la Cassazione precisa la differenza tra le festività infrasettimanali e le ferie o il riposo settimanale. Mentre ferie e riposo hanno lo scopo di tutelare il diritto e il bisogno del lavoratore di recuperare le energie psicofisiche, le festività infrasettimanali non hanno questo scopo: l’assenza del lavoro in questi giorni garantisce, infatti, la possibilità di celebrare in comunità una determinata ricorrenza radicata nella tradizione, che sia di tipo religioso (Natale, Santo Stefano, l’Epifania, ecc.) o di tipo civile (la Festa della Liberazione, la Festa della Repubblica, il 1° maggio, ecc.).

In sostanza, il nuovo principio stabilito dalla Cassazione è il seguente: la rinuncia al diritto all’astensione dalla prestazione nelle giornate festive infrasettimanali, può essere anche validamente inserita come clausola del contratto di lavoro. Il giudice, esaminando gli accordi intervenuti tra le parti in materia di festività infrasettimanali, deve attenersi ai seguenti principi:

  • il diritto del lavoratore ad astenersi dalla prestazione durante le festività infrasettimanali è diritto disponibile e sono validi gli accordi individuali, intercorsi tra lavoratore e datore di lavoro;
  • l’oggetto di detti accordi è chiaramente determinabile mediante il ricorso al riferimento normativo esterno costituito dalla legge n. 260/1949;
  • il potere del datore di lavoro di richiedere la prestazione lavorativa nei giorni festivi va esercitato nel rispetto dei principi di buona fede e correttezza.

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Festività infrasettimanali: novità dalla Cassazione

Il dipendente ha diritto a rinunciare all’astensione dal lavoro con un accordo individuale con il datore: nulla la clausola che lo obbliga a stare a casa.

Non è detto che un lavoratore debba stare a casa il giorno festivo che cade in settimana (il 25 aprile, il giorno dell’Immacolata, quello in cui si festeggia il santo patrono della città in cui si trova l’azienda, ecc.). È facoltà del dipendente siglare un accordo con il datore in virtù del quale rinuncia all’assenza per la festività infrasettimanale e svolge normalmente l’attività, mantenendo intatta la retribuzione e il diritto alla maggiorazione per l’eventuale lavoro prestato in una di quelle ricorrenze. Lo ha stabilito la Cassazione con una recente sentenza [1] che introduce un nuovo principio di diritto in questa materia. La stessa pronuncia lascia al datore di lavoro la possibilità di chiedere al dipendente di lavorare in un giorno di festività infrasettimanale purché la richiesta venga effettuata seguendo i princìpi di buona fede e di correttezza.

Secondo la legge [2], ci sono alcuni giorni che, per determinate ricorrenze civili o religiose, vengono considerati delle festività in cui il dipendente è legittimato ad astenersi dal lavoro. Si tratta, in pratica, di tutte le festività che non coincidono con la domenica, vale a dire tutte tranne il giorno di Pasqua: Capodanno, l’Epifania, il 25 aprile, il 1° maggio, il 2 giugno, Ferragosto, l’Immacolata, il santo patrono locale, Natale e via dicendo. In questi giorni festivi che possono cadere in settimana, dunque, il dipendente può stare a casa conservando la retribuzione piena: viene pagato come se avesse svolto il normale orario di lavoro.

Tuttavia, la stessa legge – secondo la giurisprudenza – vede questa assenza come un diritto soggettivo del lavoratore non contemplato nella contrattazione collettiva, il che rende nulla qualsiasi clausola di un accordo nazionale di categoria in cui si obblighi il dipendente a restare a casa nella festività infrasettimanale, a meno di intese sindacali a cui abbia acconsentito il lavoratore; il quale ha il diritto di stipulare un accordo con il proprio datore per esprimere il consenso e la volontà di svolgere la sua attività in quelle ricorrenze. Il dipendente otterrebbe, a quel punto, la maggiorazione prevista dal contratto nazionale ogniqualvolta svolgesse un lavoro festivo in settimana.

Nella sentenza, la Cassazione precisa la differenza tra le festività infrasettimanali e le ferie o il riposo settimanale. Questi ultimi, cioè il riposo e le ferie, hanno lo scopo di tutelare il diritto e la necessità del lavoratore di recuperare le energie psicofisiche, mentre le festività infrasettimanali non hanno questo scopo: l’assenza del lavoro in questi giorni garantisce, infatti, la possibilità di celebrare in comunità una determinata ricorrenza radicata nella tradizione, che sia di tipo religioso (Natale, Santo Stefano, l’Epifania, ecc.) o di tipo civile (la Festa della Liberazione, la Festa della Repubblica, il 1° maggio, ecc.).

In estrema sintesi, il nuovo principio stabilito dalla Cassazione è il seguente: la rinuncia al diritto all’astensione dalla prestazione nelle giornate festive infrasettimanali, può essere anche validamente inserita come clausola del contratto di lavoro. Il giudice, esaminando gli accordi intervenuti tra le parti in materia di festività infrasettimanali, deve attenersi ai seguenti principi:

  • il diritto del lavoratore ad astenersi dalla prestazione durante le festività infrasettimanali è diritto disponibile e sono validi gli accordi individuali, intercorsi tra lavoratore e datore di lavoro;
  • l’oggetto di detti accordi è chiaramente determinabile mediante il ricorso al riferimento normativo esterno costituito dalla legge n. 260/1949;
  • il potere del datore di lavoro di richiedere la prestazione lavorativa nei giorni festivi va esercitato nel rispetto dei principi di buona fede e correttezza.

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Affitto: tutto ciò che devi sapere

Contratto di locazione: diritti dell’inquilino e del padrone di casa, la disdetta anticipata, la penale, la registrazione e l’affitto in nero. 

In questo articolo abbiamo raccolto le risposte alle domande più frequenti che ci sono state poste dai lettori in materia di affitto: ecco tutto ciò che devi sapere sulla locazione a uso abitativo, sui contratti 4+4, sul potere di recesso anticipato e per giusta causa, dei diritti dell’inquilino e del locatore, della registrazione del contratto. Ma procediamo con ordine. 

Il contratto di affitto va registrato?

Sì, il locatore ha l’obbligo di registrare il contratto entro 30 giorni dalla firma e, nei successivi 60 giorni, deve informare di ciò l’amministratore e l’inquilino (inviando loro la relativa documentazione). 

Che succede se il contratto di affitto non viene registrato?

Il contratto di affitto non registrato è nullo. Si parla, in tal caso, di affitto in nero. La nullità implica l’impossibilità di rivolgersi al giudice per qualsiasi controversia inerente ad esso. Quindi, il locatore non può ottenere un decreto ingiuntivo se l’inquilino non paga, così come quest’ultimo non può rivendicare il rispetto della durata minima del contratto.

La registrazione può anche essere tardiva e sanare così, in modo retroattivo, la nullità del contratto.  

Chi deve pagare la registrazione dell’affitto?

La registrazione è a carico del locatore, ma il contratto può scaricare il 50% del relativo costo anche sul conduttore. Non è possibile accollare tutta la spesa sul conduttore.

Si può sfrattare un inquilino con un contratto in nero?

Il locatore può certamente risolvere il contratto di affitto, anche se in nero, ma non può accedere alla procedura di sfratto (che, certamente, è più economica e veloce). Dovrà piuttosto avviare un regolare giudizio civile di occupazione senza titolo, potendo vantare un indennizzo per il possesso del bene.

Che fare se il locatore non registra il contratto?

L’inquilino può registrare il contratto di propria iniziativa, rivalendosi poi sul locatore per le spese sostenute. In tal caso, il contratto si sana automaticamente e con effetto retroattivo.

Cosa rischia l’inquilino in caso di affitto in nero?

L’Agenzia delle Entrate può riscuotere l’imposta di registro non versata tanto dal locatore quanto dal conduttore, che sono obbligati in solido. Quanto invece all’evasione dell’imposta sui canoni di locazione non versati, è responsabile solo il locatore.

L’inquilino con un contratto in nero può essere sfrattato in qualsiasi momento, ma non con la procedura di sfratto bensì con una causa ordinaria.

Cosa rischia il locatore in caso di affitto in nero?

In caso di affitto in nero, il locatore rischia il recupero a tassazione dell’imposta di registro (in solido con l’inquilino), un accertamento sull’Irpef non versata sui canoni incassati e, non in ultimo, l’impossibilità di far valere dinanzi al giudice i suoi diritti derivanti dal contratto. Questo significa che non può pretendere un decreto ingiuntivo in caso di morosità.

Si può lasciare l’appartamento in affitto prima della scadenza? 

Il contratto di affitto ha una durata prestabilita dalla legge che le parti devono per forza rispettare. 

In particolare, esiste il contratto 4+4 (a canone libero) che ha una durata di 4 anni e che, ad ogni scadenza, in mancanza di disdetta, si rinnova per altri 4 anni. Dopo i primi 4 anni, però, è previsto un primo, automatico e obbligatorio rinnovo di altri 4 anni.

Poi, esiste il contratto 3+2 (a canone vincolato) che ha una prima durata di 3 anni con un rinnovo di 2 anni. Ad ogni successiva scadenza, in mancanza di disdetta, si rinnova per altri 2 anni. Anche in questo caso, dopo il primo periodo di 3 anni, il primo rinnovo di 2 anni è automatico e obbligatorio.

Si può recedere dall’affitto solo dando disdetta prima che il contratto si rinnovi. La lettera di disdetta deve essere inviata con un preavviso di 6 mesi. 

Solo l’inquilino può recedere in qualsiasi momento – anche prima della scadenza – se sussiste una «giusta causa» e comunque fatto salvo sempre l’obbligo di preavviso di 6 mesi prima durante i quali il canone deve essere regolarmente pagato.

La giusta causa che consente il recesso anticipato per il solo inquilino deve risiedere in un motivo sopravvenuto, non imputabile alla volontà del conduttore e di oggettiva insuperabilità (ad esempio, un trasferimento lavorativo con spostamento ad una sede lontana o una sopravvenuta invalidità che non consenta di fare le scale in un palazzo non dotato di ascensore).

Il contratto di affitto può prevedere anche ulteriori cause che consentano all’inquilino di dare disdetta anticipata, fatto salvo sempre il preavviso.

C’è una penale da pagare per chi va via prima della scadenza?

L’inquilino che va via prima della scadenza dell’affitto deve pagare tutti i canoni di affitto che matureranno fino alla scadenza, salvo diverso accordo con il locatore. Quindi, non è prevista alcuna penale. Solo le parti possono, con un accordo scritto, superare la rigidità della legge: in altre parole, è possibile la cosiddetta risoluzione consensuale che metta fine anticipata alla locazione, eventualmente dietro pagamento di un indennizzo.

Con la risoluzione anticipata le parti decidono di chiudere in anticipo il contratto di affitto benché la scadenza non sia ancora sopraggiunta. In mancanza di tale intesa, nessuna delle due parti può recedere unilateralmente, salvo il caso appena visto della giusta causa per il solo conduttore.

Che fare se si vuole un affitto senza troppi impegni?

Esistono altre tipologie di contratto di affitto per chi non ha la possibilità di impegnarsi per lungo tempo. Ad esempio, c’è il contratto ad uso transitorio, per studenti universitari o per ragioni turistiche.

Che succede se l’inquilino lascia mobili oppure oggetti nell’appartamento?

Se si tratta di oggetti facilmente asportabili, il locatore deve custodirli in un deposito accollando le spese sull’inquilino. In caso di mobili o arredo pesante, l’inquilino è tenuto a pagare tutti i canoni di locazione che matureranno fino all’effettivo sgombero dell’immobile.

Che succede se l’inquilino consegna le chiavi dell’appartamento prima della scadenza?

Anche se il locatore accetta le chiavi, l’inquilino resta sempre obbligato a pagare i canoni di affitto sino alla scadenza del contratto, a meno che non intervenga un accordo contrario.

Che succede se l’inquilino va via senza riconsegnare le chiavi?

Se, nonostante la disdetta del contratto, l’inquilino porta con sé le chiavi dell’appartamento, questi resta tenuto a pagare i canoni di locazione che nel frattempo matureranno.

Che succede alla cauzione?

La cauzione che l’inquilino deposita al momento della firma dell’affitto deve essergli restituita, con gli interessi (anche se il contratto prevede diversamente), alla scadenza dell’affitto. Il locatore la può compensare solo con eventuali mensilità non pagate.

Il locatore può trattenere la cauzione anche se l’appartamento presenta dei danni imputabili all’incuria dell’inquilino (purché non si tratti di danni derivanti dalla normale usura quotidiana, i quali ricadono sul locatore). Tuttavia, in tal caso, il locatore che non riesca a trovare un accordo con l’inquilino, deve avviare una causa contro di lui affinché sia il giudice a quantificare l’importo da corrispondere a titolo di risarcimento. Non può essere quindi il locatore a fissare, in modo unilaterale, l’importo necessario ai lavori.

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Quanto è tassata la liquidazione?

Il trattamento di fine rapporto è assoggettato ad una speciale forma di tassazione.

Stai per andare in pensione e, alla data di cessazione del rapporto di lavoro, riceverai il trattamento di fine rapporto. Ti chiedi come verrà tassata la liquidazione e quanto ti resterà in tasca dopo l’applicazione delle trattenute fiscali.

I lavoratori subordinati hanno diritto a ricevere, in ogni ipotesi di cessazione del rapporto di lavoro, una somma di denaro accantonata durante gli anni dal datore di lavoro detta liquidazione o trattamento di fine rapporto.

Ma quanto è tassata la liquidazione? Per evitare che i redditi percepiti dal lavoratore a titolo di Tfr facciano cumulo con gli altri redditi percepiti durante il periodo di imposta, determinando un netto innalzamento dell’aliquota fiscale, nel nostro ordinamento è stato previsto l’assoggettamento della liquidazione alla cosiddetta tassazione separata. Ma andiamo per ordine.

Che cos’è la liquidazione?

La legge [1] prevede che il datore di lavoro debba accantonare, per ogni anno di svolgimento del rapporto di lavoro subordinato, una somma di denaro detta trattamento di fine rapporto o liquidazione. Si tratta di una forma di retribuzione differita che non viene, cioè, erogata al lavoratore unitamente alla retribuzione mensile ma che viene corrisposta solo in caso di cessazione del rapporto di lavoro.

La liquidazione consente al lavoratore che perde il lavoro di avere a disposizione una somma di denaro per gestire la fase di transizione verso una nuova occupazione.

Liquidazione: come si calcola?

Le modalità di calcolo della liquidazione sono previste direttamente dalla legge. La disposizione codicistica prevede che, per calcolare la quota di accantonamento annuo della liquidazione, occorre prendere a riferimento tutti i redditi spettanti al lavoratore in base al rapporto di lavoro durante l’anno e dividerli per 13,5.

Nella base di calcolo del Tfr devono, dunque, essere ricomprese tutte le somme erogate al dipendente in occasione del rapporto di lavoro, a titolo non occasionale e con l’esclusione dei rimborsi spese. I contratti collettivi di lavoro, in ogni caso, possono derogare a tale previsione e disciplinare diversamente la base di calcolo del Tfr.

Liquidazione: quando spetta?

Il diritto ad ottenere il pagamento della liquidazione spetta solo in caso di cessazione del rapporto di lavoro, a prescindere dalla causale che determina lo scioglimento del rapporto contrattuale. Ne consegue che la liquidazione spetta in caso di:

  • licenziamento;
  • dimissioni;
  • risoluzione consensuale del rapporto di lavoro;
  • morte del lavoratore.

Il diritto al pagamento di tale importo matura alla data di cessazione del rapporto di lavoro. Tuttavia, al fine di consentire al datore di lavoro di calcolare l’importo spettante al dipendente e di applicare la relativa aliquota fiscale, molti Ccnl prevedono un periodo di tempo di 30 o 60 giorni per l’erogazione della liquidazione.

Liquidazione: quanto è tassata?

Nel nostro ordinamento, come noto, il reddito da lavoro viene tassato con l’imposta sul reddito delle persone fisiche (Irpef). Si tratta di un’imposta progressiva per scaglioni che prevede l’applicazione di aliquote fiscali via via crescenti all’aumentare del reddito annuo percepito dal dipendente.

Attualmente, gli scaglioni di reddito e le relative aliquote Irpef sono i seguenti:

  • fino a 15.000 euro: 23%;
  • oltre 15.000 e fino a 28.000 euro: 27%;
  • oltre 28.000 e fino a 55.000 euro: 38%;
  • oltre 55.000 e fino a 75.000 euro: 41%;
  • oltre 75.000 euro: 43%.

Ne consegue che, se per la tassazione del Tfr non fossero previste regole speciali, nell’anno di pagamento della liquidazione, la retribuzione del lavoratore aumenterebbe notevolmente e, con essa, l’aliquota fiscale applicabile.

Per evitare tali effetti, la legge prevede che il Tfr sia assoggettato alla tassazione separata [2].

Attraverso tale forma di tassazione si evita di caricare eccessivamente il reddito ai fini Irpef nell’anno in cui la liquidazione viene percepita. Occorre, tuttavia, ricordare che viene tassata separatamente solo la quota capitale del Tfr mentre le rivalutazioni vengono tassate con l’imposta sostitutiva erogata annualmente.

Per quanto concerne il calcolo della liquidazione netta, occorre prendere in considerazione il cosiddetto reddito di riferimento. Il reddito di riferimento si calcola moltiplicando il Tfr complessivamente maturato per 12 e dividendo il risultato ottenuto per gli anni in cui si è formato il Tfr.

Il reddito di riferimento così determinato deve essere trattato sulla base delle aliquote degli scaglioni di reddito vigenti nell’anno in cui è cessato il rapporto di lavoro. Moltiplicando per 100 il rapporto tra imposta sul reddito di riferimento e reddito di riferimento si otterrà l’aliquota media di tassazione che il datore di lavoro deve applicare alla liquidazione.

Sarà comunque sempre possibile da parte dell’Agenzia delle Entrate un ricalcolo dell’imposta sul Tfr sulla base dei redditi degli ultimi cinque anni.

Se risulta una differenza a debito, rispetto al computo effettuato dal datore di lavoro, l’Agenzia delle Entrate comunicherà al lavoratore il saldo, vale a dire, l’imposta residuale che deve essere pagata entro i termini decadenziali previsti dalla legge.

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Come si calcola l’anticipo della liquidazione?

Il trattamento di fine rapporto viene erogato alla fine del rapporto di lavoro ma, in alcuni casi, si può chiedere un anticipo.

Hai una lunga anzianità di servizio e hai, quindi, un accantonamento Tfr di notevole entità. Vorresti acquistare la casa di proprietà e ti chiedi come devi calcolare l’anticipo del Tfr.

Il trattamento di fine rapporto è una retribuzione differita che viene erogata al lavoratore solo in caso di cessazione del rapporto di lavoro.

Ci sono, tuttavia, delle ipotesi tassativamente indicate dalla legge al ricorrere delle quali il lavoratore può chiedere un anticipo del Tfr. Ma come si calcola l’anticipo della liquidazione? Come vedremo, non tutte le richieste di anticipo del Tfr devono essere accolte dai datori di lavoro. La legge, infatti, prevede che il lavoratore possa ottenere l’anticipazione solo se è in possesso di determinati requisiti di anzianità di servizio.

Cos’è la liquidazione?

Il contratto di lavoro [1] è un contratto di scambio, a prestazioni corrispettive. Il lavoratore eroga la prestazione di lavoro a favore del datore di lavoro e quest’ultimo, come corrispettivo, lo remunera attraverso la retribuzione mensile.

Lo stipendio che viene erogato mensilmente al dipendente, tuttavia, non è inclusivo dell’intero trattamento retributivo spettante al lavoratore, in quanto la legge [2] prevede che una quota di retribuzione debba essere accantonata annualmente dal datore di lavoro e versata solo in caso di cessazione del rapporto di lavoro. Tale forma di retribuzione differita viene detta trattamento di fine rapporto (Tfr) o liquidazione.

Lo scopo della liquidazione è di tutelare il lavoratore in caso di perdita del lavoro. Grazie al Tfr, infatti, il lavoratore, in caso di cessazione del rapporto di lavoro, può contare su una somma di denaro a disposizione.

Come calcolare la liquidazione?

Per calcolare la somma che annualmente il datore di lavoro deve accantonare a titolo di trattamento di fine rapporto è sufficiente applicare una semplice formula. Occorre, infatti, sommare tutti gli emolumenti erogati al lavoratore nell’ambito del rapporto di lavoro durante l’anno e dividere la somma ottenuta per 13,5. Tale importo è soggetto a dei meccanismi di rivalutazione annuale, al fine di preservarne il potere di acquisto, applicando dei tassi previsti direttamente dalla legge.

Per quanto concerne la base di calcolo della liquidazione, in teoria tutte le somme erogate al lavoratore in occasione del rapporto di lavoro, a titolo non occasionale, devono essere incluse nella base di computo del Tfr con l’eccezione dei rimborsi spese.

I contratti collettivi di lavoro, tuttavia, possono prevedere che alcune voci retributive siano escluse dalla base di calcolo della liquidazione.

Quando deve essere pagata la liquidazione?

Come abbiamo detto, la finalità della liquidazione è tutelare il lavoratore in caso di perdita del lavoro. Ne consegue che il diritto ad ottenere il pagamento della liquidazione matura solo in caso di cessazione del rapporto di lavoro, indipendentemente dalla motivazione che determina lo scioglimento del vincolo contrattuale. Il lavoratore può, quindi, chiedere la liquidazione sia in caso di licenziamento che in caso di dimissioni o di risoluzione consensuale del rapporto di lavoro.

È possibile chiedere un anticipo della liquidazione?

In linea generale, la liquidazione spetta solo quando il rapporto di lavoro cessa. Tuttavia, la legge prevede una serie di ipotesi tassative al ricorrere delle quali il lavoratore può chiedere, in costanza del rapporto di lavoro, un’anticipazione della liquidazione accantonata fino a quella data.

In particolare, le causali che possono legittimare la richiesta di anticipazione della liquidazione sono le seguenti:

  1. spese sanitarie per terapie o interventi straordinari riconosciuti dalle competenti strutture pubbliche;
  2. acquisto della prima casa di abitazione per sé o per i figli documentata da atto notarile.

Oltre al soddisfacimento di una delle causali previste dalla legge, la richiesta di anticipo della liquidazione è possibile solo da parte dei lavoratori che hanno almeno 8 anni di servizio presso lo stesso datore di lavoro.

Per quanto concerne il calcolo dell’anticipo della liquidazione, la legge prevede che la somma massima anticipabile è pari al 70% del Tfr cui il lavoratore avrebbe diritto qualora il rapporto di lavoro cessasse alla data della richiesta.

Sono previsti inoltre dei limiti di contingentamento delle richieste di anticipazione della liquidazione pervenute ad un medesimo datore di lavoro.

L’azienda, infatti, deve soddisfare le richieste di anticipazione del Tfr entro il limite del 10% degli aventi titolo, e cioè della popolazione aziendale con almeno 8 anni di anzianità, e comunque del 4% del numero totale dei dipendenti.

La somma erogata al lavoratore a titolo di anticipazione del Tfr verrà detratta tutti i fini dall’importo accantonato.

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