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Il convivente può vivere nella casa del compagno dopo la sua morte?

La compagna di mio padre, anche dopo la morte di papà, continua ad abitare nell’appartamento di proprietà di mio padre (che ora è mio). Può farlo?

Alla sua domanda ha risposto la Corte di Cassazione che, nella sentenza n. 10.377 del 27 aprile 2017, trattò un caso simile a quello da lei esposto.

In sostanza, la sentenza citata stabilì che:

  • il rapporto di convivenza non attribuisce al convivente superstite (cioè al convivente che resta in vita dopo il decesso del compagno) il diritto di possedere o detenere l’appartamento utilizzato come residenza familiare;
  • il rapporto di convivenza non attribuisce nemmeno al convivente superstite il diritto di abitare nella casa familiare (di proprietà comune o di proprietà del coniuge defunto) che l’articolo 540, comma 2° del Codice civile, attribuisce solo al coniuge;
  • pertanto, quando la convivenza cessa a causa della morte del convivente proprietario dell’immobile, si estingue (cioè cessa) il diritto del convivente superstite di detenere l’immobile in cui aveva vissuto con il compagno deceduto e, perciò, il convivente rimasto in vita non ha alcun diritto, nei confronti degli eredi del proprietario, di continuare ad occupare l’immobile.

Quindi, è chiaro che la convivente di suo padre non ha alcun diritto di continuare ad abitare nell’immobile che era di proprietà del suo genitore e che adesso è suo (anche perché questa signora, in base agli elementi forniti nel suo quesito, non ha altri titoli per restarvi, come potrebbe essere un contratto di locazione o di comodato che suo padre o lei avessero sottoscritto e nemmeno risulta istituita come erede da suo padre).

Pertanto, considerato che alla signora è anche stato concesso un congruo termine (fino a luglio) per trovarsi un nuovo alloggio, se non dovesse spontaneamente lasciare l’appartamento nemmeno per quella scadenza, lei dovrà affidarsi ad un avvocato per avviare una causa finalizzata ad ottenere dal giudice la condanna della ex convivente di suo padre a rilasciare a Lei l’immobile in quanto ne è occupante senza titolo.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Angelo Forte

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Eredità: c’è concorso tra fratelli, cugini e zii?

Mio fratello è deceduto e non ha lasciato eredi prossimi, non essendo mai stato sposato. Il parente più stretto dovrei essere io che sono la sorella. Vorrei sapere se nell’asse ereditario debbono rientrare anche gli zii e i vari cugini o se sono l’unica erede?

Gentile cliente, non essendoci un testamento, l’attribuzione del patrimonio di suo fratello viene disciplinata in base alle regole della cosiddetta successione legittima.

In particolare, a proposito dei fratelli o delle sorelle, la legge dedica un apposito articolo del codice civile [1], in cui si precisa che i predetti collaterali subentrano a titolo ereditario nei beni del defunto solo se questi muore senza lasciare, figli, coniuge, genitori o nonni (cosiddetti ascendenti).

Se ciò dovesse accadere, il patrimonio sarebbe diviso, in parti uguali, tra i vari fratelli. Ovviamente, se ci fosse un unico fratello, questi subentrerebbe nell’intero asse.

La descritta disposizione si coordina, inevitabilmente, con tutte le altre, ivi compresa quella che, riguardo la successione a favore dei familiari più lontani [2] (per ipotesi una zia o un cugino, rispettivamente, parenti di terzo e quarto grado). In questo caso, essa può avvenire, ma solo a condizione che non vi siano consanguinei più stretti e, precisamente:

  • figli e loro discendenti [3];
  • coniuge;
  • genitori o altri ascendenti;
  • fratelli o sorelle e loro discendenti.

Pertanto, solo se non esiste nemmeno un soggetto rientrante tra quelli appena descritti, è ammessa la successione ereditaria a favore dei parenti più lontani dell’estinto.

Perciò, alla luce di quanto le ho descritto, rispondendo alla sua domanda, posso affermare che lei è l’unica erede di suo fratello e che sua zia e/o i suoi cugini non hanno alcun titolo per subentrare, nemmeno in parte, nel patrimonio del defunto.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Marco Borriello

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Quando un verbale di assemblea non è valido?

Una delibera assembleare è illegittima se contraria alla legge o al regolamento condominiale.

All’ultima riunione condominiale è stata approvata una delibera in contrasto con il regolamento oppure con un oggetto non previsto all’ordine del giorno? L’assemblea che ha preso la decisione, non era stata correttamente convocata? Queste sono solo alcune ipotesi in cui la delibera assembleare può essere impugnata.

Pertanto, se ti stai chiedendo quando un verbale di assemblea non è valido, la risposta è: quando una delibera dell’assemblea condominiale nello stesso riportata, è nulla o annullabile. La delibera, infatti, è un provvedimento deciso e votato in assemblea che per ritenersi tale, deve necessariamente presentare determinate caratteristiche. Più precisamente, deve essere sempre scritta nel verbale e deve essere veritiera ed esprimere le decisioni prese dai condòmini.

Se la delibera presenta dei vizi per cui è nulla o annullabile, il condòmino dissenziente o comunque astenutosi oppure assente alla riunione, può chiedere al giudice di stabilirne la validità. In altre parole, quando un verbale di assemblea non è valido, il condòmino che si ritiene leso da una delibera nello stesso contenuta, può impugnare quest’ultima dinanzi l’autorità giudiziaria, chiedendo che venga dichiarata nulla o che venga annullata.

Quando le delibere assembleari non sono valide

Le delibere assembleari non sono valide quando presentano dei vizi e si distinguono in:

  • delibere nulle, che sono quelle prive di elementi essenziali ovvero con oggetto impossibile o illecito, quelle con oggetto non rientrante nella competenza dell’assemblea, quelle delibere che vanno ad incidere su diritti individuali su cose o servizi comuni o sulla proprietà esclusiva di ogni condòmino e, infine, quelle invalide in relazione all’oggetto [1];
  • delibere annullabili, che sono quelle che presentano vizi relativi alla regolare costituzione dell’assemblea, quelle adottate con una maggioranza inferiore a quella prescritta da legge o dal regolamento condominiale, quelle che sono affette da vizi formali, in violazione di prescrizioni legali, convenzionali, regolamentari, attinenti al procedimento di convocazione o informazione dell’assemblea. Altresì, sono annullabili quelle delibere genericamente affette da irregolarità nel procedimento di convocazione e quelle che violano norme richiedenti qualificate maggioranze in relazione all’oggetto [2].

Per le delibere nulle, il contrasto con la legge o il regolamento condominiale è così grave che non è possibile sanarlo neanche con l’adesione dei condòmini che non provvedono ad impugnarle.

Le delibere annullabili, invece, presentano dei vizi di forma ma sono sostanzialmente legittime. Quindi, il contrasto con la legge o con il regolamento condominiale, pur causando una lesione in capo a uno o più condòmini, è meno grave rispetto alle delibere nulle e può essere sanato con l’accettazione tacita da parte dei condòmini che non provvedono ad impugnarle.

Quali sono gli effetti delle delibere assembleari

Le delibere si considerano valide salvo che il giudice, su richiesta di uno dei condòmini, non accerti la loro illegittimità. Pertanto, si parla di presunzione di validità delle delibere assembleari.

Se le delibere non vengono impugnate, sono vincolanti per tutti i condòmini, anche se assenti all’assemblea o se nel corso della riunione avevano dichiarato di essere contrari.

In genere, nell’ipotesi di delibere annullabili se non vengono impugnate nei termini previsti dalla legge, la mancata opposizione ne sana definitivamente l’invalidità e, quindi, le stesse non possono essere più messe in discussione. Tuttavia, l’assemblea può modificare le proprie decisioni approvando nuove e differenti delibere sulle stesse questioni.

Le delibere nulle, invece, in mancanza di impugnazione, restano vincolanti per tutti i condòmini; rimane comunque aperta la possibilità di chiedere al giudice l’annullamento e l’impugnazione può essere presentata anche dai condòmini che hanno votato favorevolmente alle stesse.

Chi può impugnare le delibere assembleari invalide

Le delibere invalide, a seconda se nulle o annullabili, possono essere impugnate:

  1. nel primo caso, da qualsiasi condòmino che abbia interesse;
  2. nella seconda ipotesi, dai condòmini presenti in assemblea personalmente o per delega che hanno espresso voto contrario o si sono astenuti nonché dai condòmini che non erano presenti in assemblea e che non hanno nominato un delegato [3].

Se un condòmino incarica un delegato, si considera presente a tutti gli effetti. Pertanto, se il delegato esprime voto favorevole alla delibera, il condòmino che ha conferito la delega viene considerato automaticamente favorevole e non può impugnare la delibera.

Impugnazione delibere assembleari invalide: quali sono i tempi

Anche in relazione ai tempi previsti per proporre impugnazione bisogna distinguere a seconda se le delibere assembleari siano nulle o annullabili.

Per le delibere nulle non è previsto alcun termine per proporre opposizione, mentre quelle annullabili si possono impugnare entro 30 giorni che decorrono:

  • per il condòmino presente all’assemblea, personalmente o per delega, da quando la stessa assemblea si è tenuta;
  • per il condòmino assente all’assemblea, da quando riceve il verbale redatto in sede assembleare o comunque riceve comunicazione della decisione approvata in assemblea. Da qui l’obbligo per l’amministratore, di notificare il verbale agli assenti.

Come si possono impugnare le delibere assembleari non valide

Le delibere assembleari invalide si possono impugnare con atto di citazione dinanzi al giudice competente [4]. In ogni caso, prima di iniziare la causa civile il condòmino deve preventivamente tentare la conciliazione dinanzi a un ente accreditato presso il ministero della Giustizia. Se la conciliazione non riesce, può procedere dinanzi l’autorità giudiziaria.

Nell’atto di citazione devono essere espressamente indicate:

  1. le delibere assembleari oggetto di impugnazione;
  2. i motivi di illegittimità, ovvero le ragioni per le quali le delibere assembleari si assumono in contrasto con la legge o con il regolamento condominiale.

Delibere assembleari impugnate: si può sospenderne l’efficacia?

Le delibere assembleari si presumono legittime e sono vincolanti per i condòmini anche se sono state impugnate, fino a quando il giudice non ne accerta l’illegittimità.

Al fine di non recare pregiudizio ai condòmini, però, la legge consente al giudice di sospenderne l’efficacia nelle more della decisione.

La richiesta di sospensione può essere presentata:

  • dopo o contestualmente all’impugnazione delle delibere mediante una istanza allo stesso giudice che deve decidere sulla loro validità;
  • prima della proposizione dell’impugnazione attraverso un ricorso al tribunale per ottenere, in via cautelare, la sospensione delle delibere in attesa di presentare l’impugnazione. In questo caso, però, il termine di 30 giorni non viene comunque sospeso.

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Vizi del consenso: cosa sono?

Tra gli elementi essenziali di un contratto c’è la volontà. Quando essa viene inficiata da errore, violenza o dolo, il contratto è annullabile.

Nel diritto italiano, sono previste alcune circostanze che rendono invalido il consenso prestato al momento della stipula di un contratto. Si tratta dei cosiddetti vizi del consenso. Cosa sono più precisamente? Sono degli elementi perturbatori della volontà che agiscono come causa di annullabilità del contratto in quanto determinano una formazione anomala della stessa volontà durante il suo processo di creazione.

Pertanto, la volontà contrattuale esiste ma differisce da quella che si sarebbe prodotta in assenza del vizio. Ad esempio, Tizio acquista un candelabro di silver credendolo d’argento. La sua volontà di acquistare il candelabro è condizionata dall’errore circa il metallo di cui è formato l’oggetto. Se Tizio non fosse stato tratto in errore è probabile che non avrebbe acquistato il candelabro o lo avrebbe acquistato a un prezzo più basso. In ultima analisi, la volontà di acquistare il candelabro esiste ma è viziata dall’errore. Ciò spiega perché i vizi del consenso determinano l’annullabilità del contratto ma non la sua nullità che, invece, si verifica nell’ipotesi di mancanza della volontà.

Quali sono i vizi del consenso?

A norma del Codice civile, il contraente può chiedere all’annullamento del contratto quando la sua volontà è stata alterata dai vizi del consenso, ovvero il suo consenso è stato dato per errore, estorto con violenza o carpito con dolo [1].

Più nel dettaglio:

  1. l’errore si determina quando il contraente ignora oppure conosce in maniera sbagliata o insufficiente, situazioni determinanti ai fini della decisione di stipulare o meno un contratto o comunque di stipularlo a certe condizioni;
  2. la violenza consiste nella minaccia di un male ingiusto e notevole per cui il contraente è indotto a stipulare un contratto che altrimenti non avrebbe stipulato o che avrebbe stipulato a condizioni diverse;
  3. il dolo consiste in un comportamento ingiusto che si sostanzia nel porre in essere una serie di artifizi e raggiri grazie ai quali un soggetto è indotto a concludere un contratto che altrimenti non avrebbe concluso o avrebbe stipulato a condizioni diverse.

Quali sono le caratteristiche dell’errore

Affinché l’errore possa valere come causa di annullabilità del contratto, deve presentare due caratteristiche precise, cioè deve essere essenziale e riconoscibile [2].

L’errore è essenziale quando è determinante del consenso e cade:

  • sulla natura del contratto (ad esempio, si stipula una compravendita credendo di stipulare una locazione);
  • o sull’identità o sulle qualità dell’oggetto della prestazione (ad esempio, Caio crede di comprare chiodi e, invece, acquista viti oppure crede di comprare un cavallo da corsa, invece, compra un cavallo da tiro);
  • sull’identità o sulle qualità personali dell’altro contraente (ad esempio, Sempronio stipula un contratto di società con Mevio, credendolo un facoltoso finanziere, mentre è un impiegato di banca);
  • sulle qualità giuridiche dell’oggetto della prestazione o della persona dell’altro contraente (ad esempio, Tizio acquista un terreno per costruirvi una casa nell’erronea convinzione che il piano regolatore comunale lo qualifichi come edificabile).

L’errore è riconoscibile quando, in relazione al contenuto, alle circostanze del contratto o alla qualità dei contraenti, una persona di normale diligenza avrebbe potuto rilevarlo [3].

Cosa sono l’errore ostativo e l’errore di calcolo

Dall’errore quale vizio della volontà, appena esaminato, vanno tenute distinte altre due tipologie di errore:

  • l’errore ostativo, che non si verifica nel processo di formazione della volontà contrattuale bensì nel momento della sua espressione all’esterno. Infatti, consiste in una dichiarazione non conforme alla volontà. Si pensi al caso del soggetto che intende acquistare 100 litri di vino ma nella lettera di ordinazione scrive per errore 100.000 litri. Anche l’errore ostativo comporta l’annullamento del contratto solo se è essenziale e riconoscibile;
  • l’errore di calcolo, che non porta all’annullamento del contratto ma ad una rettifica (ad esempio, i prezzi dei singoli beni oggetto di un contratto di compravendita sono esatti ma è la somma totale ad essere sbagliata).

Violenza: quando è causa di annullamento del contratto

La violenza come vizio del consenso è morale e non fisica e si sostanzia in una minaccia; agisce come causa di annullamento del contratto quando, tenuto conto delle caratteristiche soggettive della persona che la subisce e della specifica situazione nella quale si trova, è tale da fare impressione sopra una persona sensata e da farle temere di esporre sé o i suoi beni a un male ingiusto e notevole.

Ne consegue che il male minacciato è:

  1. ingiusto, quando è contrario a norme di legge (ad esempio, Mario vuole venire in possesso di un’automobile di proprietà di Luca e minaccia di fargliela rubare se non gliela venderà);
  2. notevole, quando è vero o comunque appare serio tanto da fare impressione su una persona normale.

Quando il dolo è causa di annullamento del contratto

Il Codice civile non dà una definizione precisa del dolo [4]; tuttavia, bisogna intendere un comportamento ingannatorio che si sostanzia in artifizi, cioè in subdoli avvolgimenti della psiche, compiuti sia con le parole sia con l’aiuto di raggiri, come ad esempio producendo documenti falsi. Si pensi all’ipotesi del soggetto che vuole comprare un’automobile di seconda mano da un meccanico. Questi, attraverso manomissioni del motore, inganna l’acquirente circa le condizioni del veicolo, riuscendo così a ottenere un prezzo più alto di quello corrispondente al valore effettivo del mezzo.

Per aversi dolo è necessario che tra il comportamento doloso e l’errore in cui cade il contraente ingannato vi sia un nesso di causalità. Per ottenere l’annullamento del negozio non è necessario dimostrare che l’errore in cui il soggetto è caduto è anche essenziale e riconoscibile; basta, infatti, dimostrare che il comportamento ingannatorio ha provocato un errore, anche sui semplici motivi.

Il Codice civile distingue due tipologie di dolo:

  • determinante, quando senza il comportamento doloso la parte ingannata non avrebbe compiuto il negozio;
  • incidente, quando la parte ingannata avrebbe comunque compiuto il negozio anche senza il comportamento doloso ma, in mancanza di questo, lo avrebbe concluso a condizioni più favorevoli.

Nel caso del dolo determinante la parte ingannata può chiedere l’annullamento del negozio ed il risarcimento del danno, mentre nel caso di dolo incidente il contratto è valido, ma la parte in mala fede risponde comunque dei danni.

Quali sono gli effetti del contratto annullabile

A differenza del contratto nullo, che è totalmente privo di effetti, il contratto annullabile, finché non viene annullato, produce i suoi effetti sin dal momento della stipulazione, come se fosse valido.

Tuttavia, il contraente la cui volontà è stata viziata, può ottenere una sentenza di annullamento con la quale l’autorità giudiziaria fa cessare la produzione degli effetti che si sono già prodotti (efficacia retroattiva dell’annullamento).

A differenza della nullità, l’annullamento del contratto può essere richiesto al giudice solo entro 5 anni, trascorsi i quali l’azione, cioè il diritto del soggetto di agire in giudizio, si prescrive.

L’annullamento può essere chiesto solo dal contraente la cui volontà è stata viziata.

L’annullabilità non può essere rilevata d’ufficio dal giudice, il quale può pronunciare l’annullamento solo se vi è stata richiesta della parte interessata.

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Lui vuole che abortisca: come tutelarsi?

A chi spetta, secondo la legge 194, la decisione di interrompere la gravidanza? E come reagire se il padre del bambino spinge per non arrivare al parto?

Una relazione che dura da tempo o un incontro occasionale che finisce sotto le lenzuola. L’amore e/o la passione che vengono condivisi senza limiti. Ed un risultato inaspettato: lei che, ad un certo punto, dice a lui: «Sono incinta». Non si scopre l’acqua calda nel dire che le reazioni possibili sono due: il cuore che scoppia di felicità per l’arrivo di un bambino cercato e voluto oppure il sangue che si gela nelle vene al pensiero di diventare genitori di un figlio non desiderato. Anzi, di un bimbo che può creare qualche problema nel caso in cui sia frutto di una relazione clandestina. Lei è decisa a tenerlo, lui vuole che abortisca: come tutelarsi?

Sicuramente, la futura mamma si chiederà in quel momento, di fronte alla volontà e alla richiesta perentoria e determinata del futuro papà di abortire, se la legge è dalla sua parte o se lui ha il diritto di non diventare padre così come lei lo ha di diventare madre. Premesso, ovviamente, che potrebbe anche capitare il contrario, cioè che sia lui a volere il figlio, mentre lei non se la senta di portare a termine la gravidanza.

La domanda di fondo, dunque, è questa: chi decide sull’aborto? Devono essere d’accordo tutti e due per interrompere la gestazione o per far nascere il bambino? Oppure uno dei due può prendere la decisione per conto suo indipendentemente dalla volontà dell’altro? Vediamo.

Chi decide sull’aborto?

È probabile che l’uomo ci resti male ma la decisione di portare a termine una gravidanza o di interromperla anticipatamente – entro i termini temporali consentiti – spetta alla donna. Così ha stabilito la tanto discussa (ai tempi) legge 194 sull’aborto del 1978, ancora in vigore. La stessa normativa concede 90 giorni di tempo, cioè 3 mesi, per recarsi in un consultorio, dal suo medico di fiducia, in una clinica o in una struttura ospedaliera ed avviare la pratica per porre fine alla dolce attesa.

Su questo, dunque, l’ultima parola ce l’ha la futura mamma. Il padre può tentare di imporsi quanto vuole, può cercare di convincere lei in ogni modo, ma alla fine sarà la donna a dire «abortisco» oppure «mi tengo il bambino».

Quando è consentito l’aborto?

Perché deve decidere solo la donna e perché la legge le concede la possibilità di ignorare completamente il parere del padre del bambino? La «194» permette l’aborto se la donna ritiene che portare avanti la gravidanza, affrontare un parto o essere costretta ad occuparsi del figlio comporti un serio pericolo per la sua salute fisica e psichica, della sua situazione economica, sociale o familiare o dalle circostanze in cui è rimasta incinta (l’esempio che viene sempre citato, a questo proposito, è quello della gravidanza in seguito ad un episodio di violenza sessuale).

Inoltre, l’aborto è consentito quando sono previste delle anomalie nella gravidanza o delle malformazioni nel bambino.

Va detto, però, che la donna non è tenuta a spiegare al medico che deve praticare l’aborto il motivo della sua scelta: basta che l’intervento venga eseguito entro i primi e mesi dal concepimento. Tuttavia, prima di mettere tutte le firme per la pratica dell’aborto, il consultorio o il personale sanitario sono obbligati a proporre alla donna delle alternative. La legge lo spiega in questo modo: la struttura o il medico sono tenuti «ad aiutarla a rimuovere le cause che la porterebbero alla interruzione della gravidanza, di metterla in grado di far valere i suoi diritti di lavoratrice e di madre, di promuovere ogni opportuno intervento atto a sostenere la donna, offrendole tutti gli aiuti necessari sia durante la gravidanza sia dopo il parto». Significa che ci deve essere sempre un tentativo di garantire, per quanto possibile, il rispetto delle condizioni e della riservatezza della donna e, allo stesso tempo, di far tutelare il bambino.

Se lui vuole abortire e lei no, cosa succede?

Come detto, la legge mette nelle mani della donna incinta la decisione di abortire entro i primi 3 mesi dal concepimento oppure di portare avanti la gravidanza. Vuol dire che la sua decisione prevale su quella del padre del bambino, il quale avrà soltanto una scelta nel caso in cui volesse che lei abortisse: mettersi il cuore in pace, nel limite del possibile.

Per quanto sia antipatico dirlo in questo modo, la donna può ascoltare l’opinione di lui solo se lo ritiene opportuno ma, alla fine, la decisione dell’uomo conta quanto uno zero a sinistra. Sarà efficace soltanto quella di lei. Ovviamente, nel caso in cui lui pretendesse l’aborto con la forza o con la violenza, alla donna non resta che denunciarlo alle forze dell’ordine.

Ma non finisce qui. Il padre non solo dovrà accettare quello che la futura mamma deciderà ma, nel caso in cui lei volesse portare avanti la gravidanza, lui dovrà anche riconoscere il bambino e farsene carico per la sua parte anche dal punto di vista economico fino a quando il nascituro non sarà a tutti gli effetti autonomo. Anche se lui aveva chiesto l’aborto perché non desiderava quel figlio.

La donna può anche decidere di dire all’uomo con cui ha concepito il bambino: «Sparisci, a nostro figlio ci penso io». A quel punto, se lui ottiene il consenso di lei a disinteressarsi del piccolo, non sarà tenuto a fare nulla. A meno che, col passare del tempo, lei ci ripensi e chieda il mantenimento del figlio con tanto di arretrati (quindi, a lui conviene che lei ci ripensi in fretta). Non dovrebbe fare molta fatica ad ottenerlo: in questi casi, non contano gli accordi tra i genitori ma il bene del bambino.

Così come può capitare che la donna non muova un solo dito ma che col passare del tempo a bussare alla sua porta sia proprio il figlio: potrebbe chiedere e ottenere dal padre un risarcimento del danno morale e materiale derivante dalla perdita della figura paterna. Insomma: mai dare per stabilito che il proprio passato sia rimasto definitivamente alle spalle.

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Preavviso per dimissioni Ccnl commercio: quale disciplina?

Il lavoratore può dimettersi dal rapporto di lavoro a tempo indeterminato ma deve comunicare il recesso con un congruo preavviso.

Sei un lavoratore dipendente di una catena di negozi di abbigliamento. Al tuo rapporto di lavoro si applica il contratto collettivo del terziario. Vorresti dimetterti per accettare una nuova proposta di impiego e ti chiedi con quali termini di preavviso devi comunicare il tuo recesso.

Le parti del contratto di lavoro a tempo indeterminato possono recedere dal rapporto nel rispetto del periodo di preavviso previsto dal Ccnl applicato al rapporto di lavoro [1]. In alcuni contratti collettivi, la disciplina del preavviso è differente in caso di licenziamento ed in caso di dimissioni. Ha una regolamentazione ad hoc, ad esempio, il preavviso per dimissioni Ccnl commercio: quale disciplina?

Il contratto collettivo del terziario prevede dei termini di preavviso diversi in caso di dimissioni e di licenziamento. Inoltre, come vedremo, il preavviso non decorre dalla data di ricezione della comunicazione di recesso ma da una data fissa indicata dal Ccnl stesso. Ma andiamo per ordine.

Cos’è il preavviso di dimissioni?

La possibilità del lavoratore di dimettersi dal rapporto di lavoro deve essere valutata sulla base della natura del contratto di lavoro. In particolare, se il contratto è a tempo determinato, le parti non possono recedere dal rapporto di lavoro prima che sia decorso il termine previsto dalla lettera di assunzione, salve alcune ipotesi particolari (recesso per giusta causa, impossibilità oggettiva della prestazione, cessazione dell’attività aziendale).

In un contratto di lavoro a tempo indeterminato, invece, le parti possono sempre recedere dal rapporto di lavoro nel rispetto del periodo di preavviso previsto dal Ccnl applicato al contratto.

In realtà, la facoltà del recesso non è disciplinata ugualmente per entrambe le parti del rapporto di lavoro. Il datore di lavoro, infatti, può licenziare il dipendente solo se sussiste una giusta causa o un giustificato motivo. Il recesso datoriale deve essere, dunque, motivato e la ragione addotta deve essere realmente sussistente.

Viceversa, il dipendente può dimettersi in ogni momento dal rapporto di lavoro senza dover specificare la ragione che lo ha spinto a dimettersi. Le dimissioni sono, dunque, un atto libero e volontario e l’unico limite previsto dalla legge è il rispetto del periodo di preavviso di dimissioni.

Il preavviso ha la funzione di tutelare il datore di lavoro e consentirgli di organizzare l’attività aziendale alla luce del futuro recesso del lavoratore.

Quanto dura il preavviso di dimissioni?

La durata del preavviso di dimissioni è prevista dal contratto collettivo applicato al rapporto di lavoro che, generalmente, distingue i termini di preavviso sulla base dell’anzianità di servizio del lavoratore e del livello di inquadramento del dipendente.

Inoltre, occorre verificare se il preavviso sia indicato in giorni di calendario oppure in giorni di effettivo lavoro. Nel primo caso, infatti, per calcolare il preavviso è sufficiente verificare l’intervallo di tempo tra due date, a prescindere dall’effettiva prestazione di lavoro. Nel secondo caso, invece, si computano nel preavviso solo le giornate effettivamente lavorate.

Preavviso di dimissioni Ccnl Commercio

Il Ccnl Commercio prevede una disciplina del preavviso differente in caso di licenziamento e in caso di dimissioni. In questa seconda ipotesi, in particolare, sono previsti i seguenti termini di preavviso sulla base del livello di inquadramento del lavoratore e dell’anzianità aziendale.

Fino a cinque anni di servizio compiuti
Quadri e I Livello 45 giorni di calendario
Il e III Livello 20 giorni di calendario
IV e V Livello 15 giorni di calendario
VI e VII Livello 10 giorni di calendario
Oltre i cinque e fino a dieci anni di servizio compiuti
Quadri e I Livello 60 giorni di calendario
Il e III Livello 30 giorni di calendario
IV e V Livello 20 giorni di calendario
VI e VII Livello 15 giorni di calendario
Oltre i dieci anni di servizio compiuti
Quadri e I Livello 90 giorni di calendario
Il e III Livello 45 giorni di calendario
IV e V Livello 30 giorni di calendario
VI e VII Livello 15 giorni di calendario

Il Ccnl Commercio, inoltre, prevede che i predetti termini di preavviso decorrono dal primo o dal sedicesimo giorno di ciascun mese e non dalla data in cui il datore di lavoro riceve la comunicazione di recesso da parte del dipendente.

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Blocco licenziamenti: è ancora in vigore?

Sono titolare di una ditta individuale con codice Ateco 63.11.11. A seguito della fine del blocco dei licenziamenti, ho provveduto a licenziare un dipendente per giustificato motivo oggettivo a causa della riduzione del lavoro e del calo degli utili. Ho agito correttamente?

Il divieto assoluto di licenziamento per giustificato motivo oggettivo, oggi, residua per i settori relativi a industrie tessili (codice ATECO 13), confezioni di articoli di abbigliamento e di articoli in pelle e pelliccia (codice ATECO 14), fabbricazione di articoli in pelle e simili (codice ATECO 15).

L’art.4 del D.L. 99 del 30.06.2021, statuisce che per le sopra citate categorie resta precluso, tra le altre cose, il diritto fino al 31 ottobre 2021, di recedere, indipendentemente dal numero dei dipendenti, dal contratto per giustificato motivo oggettivo.

Per tutti gli altri datori di lavoro, riguardanti gli altri codici ATECO, è stato eliminato il cosiddetto “blocco dei licenziamenti”, con una eccezione da tenere a mente. Infatti, è rimasta la possibilità per i datori di lavoro, come Lei, di fare domanda di integrazione salariale e, così, di usufruire degli aiuti statali sino ad oggi previsti per far fronte all’emergenza COVID, anche per il periodo post 30 giugno 2021.

Tuttavia, il datore di lavoro che usufruisce di tali agevolazioni avrà preclusi una serie di diritti, quali:

  • l’avvio delle procedure di cui agli articoli 4, 5 e 24 della legge 23 luglio 1991, n. 223 (mobilità) per la durata del trattamento di integrazione salariale fruito entro il 31 dicembre 2021;
  • la sospensione delle procedure pendenti avviate successivamente al 23 febbraio 2020, fatte salve le ipotesi in cui il personale interessato dal recesso, già impiegato nell’appalto, sia riassunto a seguito di subentro di nuovo appaltatore in forza di legge, di contratto collettivo nazionale di lavoro o di clausola del contratto di appalto;
  • il licenziamento del lavoratore per il quale si usufruisce del beneficio.

Proprio con riguardo all’ultimo punto, quindi, resta il blocco dei licenziamenti per giustificato motivo oggettivo, per il medesimo periodo del beneficio fruito, e indipendentemente dal numero dei dipendenti.

Pertanto, il blocco dei licenziamenti è stato sì prorogato dal 1° luglio 2021 al 31 ottobre 2021, ma solo per le aziende con codice ATECO 13-14-15, e per le altre aziende che hanno fatto ricorso a:

  • Cassa integrazione guadagni in deroga (CIGD);
  • Assegno ordinario erogato dal FIS;
  • Cassa integrazione salariale operai agricoli (CISOA).

Nonostante le organizzazioni sindacali abbiano spinto per sensibilizzare l’utilizzo degli ammortizzatori sociali, onde evitare il licenziamento dei lavoratori interessati, questa volontà non ha avuto una cogenza normativa e, pertanto, non esiste un ostacolo al licenziamento per giustificato motivo oggettivo, o un divieto espresso dal legislatore, laddove non si usufruisca degli ammortizzatori sociali sopra indicati.

Per tali ragioni, da quanto appena letto, Le posso dire che, ad avviso di chi scrive, Lei ha correttamente intimato il licenziamento, non essendo andata incontro al divieto normativo dei blocchi di recesso lavorativo.

Questo non significa che Lei possa rischiare una controversia lavorativa, davanti al giudice del lavoro, in quanto il lavoratore potrebbe, seppur mal consigliato dal suo legale:

  • sostenere l’impossibilità a procedere al licenziamento perché avrebbe potuto usufruire degli ammortizzatori (ripetiamo, non è previsto un obbligo da parte della legge, ma il legale potrebbe mal consigliarlo);
  • Sostenere l’inesistenza del giustificato motivo oggettivo, così come avrebbe potuto farlo a prescindere dall’emergenza Covid.

È ovvio che, nella denegata ipotesi, occorrerà difendersi tramite legale e arrivare all’eventuale contenzioso scevri da qualsiasi potenziale attacco.

Come ha ben rappresentato nel quesito, la cosa importante da fare è regolarizzare il prima possibile le spettanze economiche spettanti ai dipendenti licenziati.

Se non dovesse riuscirci a stretto giro, sarebbe utile inviare una comunicazione al lavoratore con la quale rappresentare che tali spettanze saranno esitate al più presto, indicando – se possibile – una data specifica entro il quale.

In questo modo, nel caso in cui dovessero fare ricorso, Lei potrebbe provare di aver indicato al lavoratore dei tempi ben definiti per renderlo edotto circa le Sue volontà di pagare il lavoratore in questione.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Salvatore Cirilla

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Quando è possibile rettificare le tabelle millesimali?

La tabella millesimale in uso nel nostro condominio non tiene conto di terrazze e lastrici di uso esclusivo. Esiste anche un lastrico solare di proprietà condominiale. Non abbiamo tabelle per le spese relative a questi stessi lastrici e terrazze in uso esclusivo. Che fare? 

Il suo quesito pone diversi problemi che vanno affrontati e risolti separatamente.

Innanzitutto, se la tabella millesimale generale in vigore (quella che in genere viene chiamata tabella “A”), che deve esprimere in millesimi il rapporto tra l’intero edificio ed il valore dei singoli appartamenti, è stata redatta senza tenere conto, per alcuni appartamenti, anche delle terrazze a livello e dei lastrici solari ad uso esclusivo di cui detti appartamenti sono dotati, allora la tabella può essere considerata affetta da errore ai sensi dell’articolo 69, n. 1), delle disposizioni di attuazione del Codice civile.

Il primo elemento da prendere in considerazione per formare le tabelle è la superficie di ogni singola unità abitativa nel cui calcolo devono essere compresi anche i balconi o le terrazze a livello di uso esclusivo o i lastrici solari di uso esclusivo.

Se la tabella generale di proprietà è stata redatta senza includere terrazze di uso esclusivo o lastrici solari di uso esclusivo nel calcolo delle superfici di alcuni appartamenti, allora detta tabella è errata e può essere avviato l’iter della sua rettifica.

La rettifica della tabella che sia conseguenza di un errore, sempre ai sensi dell’articolo 69 delle disposizioni di attuazione del Codice civile, avviene con delibera dell’assemblea adottata con il voto favorevole della maggioranza degli intervenuti che rappresenti almeno la metà del valore dell’edificio (cioè almeno 500 millesimi).

Chiaramente, occorrerà preventivamente accertarsi che la tabella generale di proprietà (la “A”) sia stata effettivamente redatta con l’errore indicato e cioè che effettivamente non si sia tenuto conto, nel calcolo del valore millesimale di alcuni appartamenti, delle terrazze di uso esclusivo o dei lastrici solari di uso esclusivo che di questi appartamenti costituiscono parte integrante.

La tabella generale di proprietà (quella chiamata solitamente tabella “A”) viene utilizzata per:

  • stabilire i quorum (cioè i millesimi necessari) per la regolarità della costituzione dell’assemblea e per le maggioranze necessarie a deliberare;
  • ripartire le spese necessarie per la conservazione e per il godimento delle parti comuni dell’edificio, per la prestazione di servizi nell’interesse comune e per le innovazioni (articolo 1123 del Codice civile).

Da questo deriva che è la tabella generale di proprietà “A” (eventualmente rettificata dopo averne accertato l’errore di cui si è sin qui parlato) a dover essere utilizzata per la ripartizione delle spese per la manutenzione e conservazione del lastrico solare condominiale.

Il lastrico solare che sia di proprietà comune a tutti i condomini soggiace, per la ripartizione delle relative spese di manutenzione e conservazione, alla disciplina dettata dall’articolo 1123, 1° comma, del Codice civile e non alla disciplina stabilita dall’articolo 1126 del Codice civile (che si applica solo quando tutto il lastrico o una sua parte è in uso solo ad alcuni condomini).

L’ultimo (cioè il terzo) comma dell’articolo 1123 del Codice civile si potrebbe applicare al lastrico condominiale solo se esso coprisse una parte sola dell’edificio e non l’intero edificio.

Quindi:

  • se il lastrico condominiale copre tutto l’edificio, le spese per la sua manutenzione vanno ripartite in base al criterio fissato nell’articolo 1123, 1° comma, del Codice civile ed in base alla già esistente tabella generale “A” (eventualmente corretta una volta accertato l’errore di cui alla prima parte di questa consulenza);
  • se il lastrico condominiale copre solo parzialmente l’edificio, allora il criterio di ripartizione delle relative spese è quello dell’articolo 1123, 3° (ultimo) comma, del Codice civile (vedi in tal senso Corte di Cassazione, sentenza n. 791 del 16 gennaio 2020) e ciò impone l’adozione di una distinta tabella millesimale appositamente redatta per individuare i millesimi e quindi la proporzione con cui i condomini interessati sono chiamati a contribuire.

Per quanto riguarda, invece, la ripartizione delle spese relative alla terrazza a livello di uso esclusivo e ai lastrici solari di uso esclusivo (cioè terrazza e lastrici il cui uso è limitato ad alcuni condomini soltanto), il Codice civile stabilisce chiaramente (articolo 1126) che:

  • i condomini che ne hanno l’uso esclusivo sono tenuti a contribuire per un terzo nella spesa delle riparazioni e ricostruzioni del lastrico e della terrazza;
  • gli altri due terzi della spesa sono a carico dei proprietari di unità immobiliari sottostanti al lastrico o alla terrazza e ai quali il lastrico o la terrazza servano da copertura.

In questo senso, si è espressa anche la Corte di Cassazione con sentenza n. 11.029 del 15 luglio 2003.

Pertanto, anche per la ripartizione delle spese di manutenzione relative ai lastrici solari di uso esclusivo e alla terrazza a livello di uso esclusivo occorre redigere una distinta tabella millesimale diversa rispetto a quella generale di proprietà.

Occorre comunque tener conto del fatto che i criteri di ripartizione delle spese stabiliti dal Codice civile sono derogabili con l’accordo di tutti i condomini (nessuno escluso) raggiunto attraverso approvazione di regolamento condominiale contrattuale (che contenga criteri di ripartizione delle spese diversi da quelli legali) oppure attraverso approvazione di apposita delibera da parte dell’assemblea (sempre però con l’approvazione di tutti quanti i condomini e cioè di 1.000 millesimi su 1.000): in questo senso si è espressa pure la Corte di Cassazione con sentenza n. 641 del 17 gennaio 2003.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Angelo Forte

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Indennità di malattia: quanto dura?

Retribuzione dei giorni di assenza per malattia del dipendente: qual è il periodo massimo tutelato?

La legge [1] tutela il dipendente ammalato, prevedendo non solo la possibilità di assentarsi senza perdere il posto di lavoro, ma anche il diritto alla retribuzione per i giorni di assenza, sino a un determinato limite di tempo.

Ma l’indennità di malattia quanto dura? Il diritto alla retribuzione delle giornate di malattia non è uguale per tutti, ma varia in base alla categoria di appartenenza del lavoratore. Solitamente, la retribuzione delle assenze è a carico dell’Inps, che corrisponde un’indennità.

Normalmente, a carico del datore di lavoro sono le prime tre giornate di malattia, dette periodo di carenza, le festività, per gli operai, le festività che cadono di domenica, per gli impiegati, nonché l’eventuale integrazione dell’indennità Inps prevista dal contratto collettivo applicato.

In relazione a diverse categorie di lavoratori, ad ogni modo, l’indennità di malattia è interamente a carico del datore di lavoro. È il caso dei lavoratori domestici (ora, assistenti familiari), degli impiegati dell’industria, dell’agricoltura e del settore credito, assicurazioni e servizi tributari appaltati, dei quadri (appartenenti ai settori industria e artigianato), dei dirigenti, dei portieri, dei viaggiatori, dei piazzisti e dei rappresentanti.

In merito ai periodi di spettanza dell’indennità, se la normativa parla di “anno di calendario”, si intende il periodo compreso tra il 1° gennaio e il 31 dicembre. Se invece si utilizza il termine “anno solare”, si intende il periodo di 365 giorni decorrenti dal primo giorno di malattia.

Ai fini del superamento del comporto, sono contati anche i giorni festivi e non lavorati, se interni al periodo di assenza per malattia indicato nel certificato medico.

Indennità di malattia lavoratori del terziario e operai dell’industria

Agli operai appartenenti al settore industria, nonché agli operai ed impiegati appartenenti al settore terziario e servizi, con rapporto di lavoro in essere, l’indennità di malattia spetta:

  • per tutti i giorni coperti da idonea certificazione e per un massimo di 180 giorni nell’anno solare, se a tempo indeterminato;
  • per tutti i giorni coperti da idonea certificazione, per un numero massimo di giorni pari a quelli lavorati nei 12 mesi immediatamente precedenti l’inizio della malattia, da un minimo di 30 giorni ad un massimo di 180 giorni nell’anno solare, a termine;
  • per i lavoratori a tempo determinato, il diritto all’indennità termina con la cessazione del rapporto di lavoro, anche se avvenuta prima dello scadere del contratto. Il datore di lavoro, inoltre, non può corrispondere l’indennità per un numero di giornate superiore a quelle effettuate dal lavoratore alle proprie dipendenze; le restanti giornate sono indennizzate direttamente dall’Inps.

Indennità di malattia lavoratori dell’agricoltura

Ai lavoratori del settore agricolo, l’indennità di malattia spetta:

  • per tutti i giorni coperti da idonea certificazione e per un massimo di 180 giorni nell’anno solare, purché abbiano effettivamente iniziato l’attività lavorativa, se a tempo indeterminato;
  • in relazione ai lavoratori a termine (cosiddetti Otd, operai a tempo determinato) per tutti i giorni coperti da idonea certificazione, purché il lavoratore possa far valere almeno 51 giornate di lavoro in agricoltura svolto nell’anno precedente; in alternativa, si possono far valere 51 giornate di lavoro in agricoltura effettuate nell’anno in corso e prima dell’inizio della malattia; il periodo indennizzabile per malattia è pari al numero di giorni di iscrizione negli elenchi e fino ad un massimo di 180 giorni nell’anno solare.

Indennità di malattia apprendisti

Per quanto riguarda i lavoratori assunti con contratto di apprendistato, l’indennità di malattia spetta per tutti i giorni coperti da idonea certificazione e per un massimo di 180 giorni nell’anno solare.

Indennità di malattia disoccupati

Ai disoccupati, l’indennità di malattia spetta per tutti i giorni coperti da idonea certificazione e per un massimo di 180 giorni nell’anno solare, purché la patologia si verifichi entro 60 giorni o 2 mesi dalla cessazione del rapporto di lavoro a tempo indeterminato.

Indennità di malattia cassintegrati

Se il lavoratore si ammala durante un periodo di integrazione salariale, con sospensione a zero ore, è necessario distinguere l’ipotesi in cui la malattia sia insorta durante il periodo di sospensione dall’ipotesi in cui la malattia sia precedente l’inizio della sospensione:

  • nel primo caso (sospensione a zero ore), la malattia non è indennizzabile, pertanto il lavoratore continua a percepire il trattamento di cassaintegrazione e non deve comunicare lo stato di malattia, in quanto non vi è l’obbligo di prestare servizio, nemmeno ad orario ridotto;
  • in caso di malattia verificatasi prima dell’inizio della sospensione dell’attività lavorativa, si possono verificare due ipotesi differenti:
    • se la totalità del personale in forza all’ufficio, al reparto o alla squadra a cui appartiene il dipendente ha sospeso l’attività, anche il lavoratore in malattia beneficia delle prestazioni di integrazione salariale dalla data di inizio delle stesse;
    • se non viene sospesa dal lavoro la totalità del personale in forza all’ufficio, al reparto, o alla squadra di appartenenza del dipendente, il lavoratore continua a beneficiare dell’indennità di malattia, se spettante.

In caso di integrazione salariale per riduzione di orario, il trattamento di cassaintegrazione non è dovuto per le giornate di malattia, indipendentemente dalla loro indennizzabilità.

Per approfondire, leggi: Malattia e cassaintegrazione.

Indennità di malattia collaboratori e professionisti senza cassa

A favore dei lavoratori iscritti in via esclusiva alla gestione Separata può spettare sia l’indennità di malattia, che di degenza ospedaliera, in caso di ricovero.

Per approfondire, leggi: Malattia gestione Separata.

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Tasse di successione: come si riducono?

Come pagare meno a seguito dell’accettazione dell’eredità.

Quando muore un familiare, bisogna inevitabilmente cominciare a pensare all’eredità, valutando se sia il caso di accettarla o meno e, in caso affermativo, pagare le tasse sulla successione. Una persona chiamata all’eredità potrebbe chiedersi: «Come si riducono le tasse di successione?». In effetti, ci sono dei mezzi che, se adottati, diminuiscono l’ammontare del patrimonio su cui calcolare le tasse di successione. In questo articolo, scopriremo quali sono le operazioni più convenienti da porre in essere per pagare meno di tasse di successione.

Quante tasse di successione si pagano quando si diventa eredi?

Sul trasferimento dei beni dal defunto agli eredi, questi ultimi devono pagare le tasse di successione, che sono pari alla somma del valore dei beni ricevuti in eredità meno i debiti ereditati dal defunto. Sono previste aliquote e franchigie differenziate a seconda del grado di parentela tra la persona defunta e l’erede.

Si applica un’aliquota proporzionale del 4% sul valore dei beni ricevuti se l’erede è il coniuge o un parente in linea retta, ma solo oltre la franchigia individuale di 1 milione di euro.

Se il figlio del defunto eredita un bene immobile che abbia un valore di 500.000,00 euro, egli non pagherà l’imposta di successione in quanto il valore dell’immobile è inferiore alla franchigia di 1 milione di euro prevista per i parenti in linea retta. Il figlio, però, è comunque tenuto a presentare la dichiarazione di successione in quanto obbligatoria nel caso in cui si eredita un bene immobile.

Si applica l’aliquota del 6% quando il successore è parente in linea collaterale (fratello o sorella) oltre il limite di 100.000,00 euro.

Se il fratello della persona defunta ha ereditato un bene immobile dal valore di 200.000,00 euro, in questo caso dovrà pagare il 6% di 100.000,00 euro (ossia la differenza tra il valore dell’immobile ricevuto in eredità pari a 200.000,00 euro e la franchigia di € 100.000,00 prevista per i parenti in linea collaterale), quindi l’imposta di successione dovuta sarà pari a 6.000,00 euro (il 6% di 100.000,00 euro).

Per altri parenti e affini si applica il 6% senza franchigia, mentre negli altri casi si applica l’aliquota dell’8%, sempre senza franchigia. Per i soggetti portatori di handicap è prevista una franchigia di 1.500.000,00 euro qualsiasi sia il grado di parentela.

È possibile ridurre le tasse di successione?

Per ridurre le tasse di successione esiste un unico modo: ridurre il valore del patrimonio su cui si calcolano le tasse di successione. Per fare ciò, esistono degli strumenti finanziari che non si computano all’interno del patrimonio della persona defunta, dunque su tali strumenti finanziari le tasse di successione non si calcolano.

Innanzitutto, ci sono dei titoli finanziari che non sono soggetti alle tasse di successione e che non devono essere indicati nella dichiarazione di successione.

Tali titoli sono:

  • titoli di stato italiani;
  • titoli di stato emessi da stati appartenenti all’Unione Europea;
  • titoli del debito pubblico;
  • titoli emessi da enti sovranazionali e organismi internazionali (come ad esempio la Banca europea per gli investimenti).

Le polizze vita riducono le tasse di successione?

Anche le polizze vita sono esenti dalle tasse di successione e non devono neppure essere indicate all’interno della dichiarazione di successione. Si tratta di un contratto tra il titolare di polizza assicurativa e un assicuratore, in cui quest’ultimo si impegna a pagare a un beneficiario designato dal titolare della polizza una somma di denaro, in cambio del pagamento di un premio, alla morte di una persona assicurata.

La polizza vita rappresenta un’ottima alternativa nel caso in cui una persona sia intenzionata a non accettare un’eredità per eccessivi debiti del defunto. Con la stipula di una polizza vita può, infatti, percepire il beneficio assicurativo anche rinunciando all’eredità.

Peraltro, le polizze vita sono adatte per proteggere il proprio patrimonio in quanto non possono essere sequestrate né pignorate.

Si riducono le tasse di successione con l’intestazione della nuda proprietà a un futuro erede?

Per le proprietà immobiliari un modo di ridurre le tasse di successione è quello di intestare la nuda proprietà di un’abitazione a uno degli futuri eredi, mantenendo soltanto l’usufrutto.

In questo modo, il donatario riceve la nuda proprietà dell’abitazione donata, mentre al donante è riservato l’usufrutto, dunque il godimento, di tale abitazione. In caso di successione, le tasse, se dovute, si pagano non sull’intero valore dell’immobile, ma solo sul valore della nuda proprietà che viene calcolato in base a tabelle ministeriali con riferimento all’età dell’usufruttuario.

Cointestare il conto corrente ad un futuro erede riduce le tasse di successione?

Anche cointestare il proprio conto corrente al coniuge o ai figli permette di escludere dal valore patrimoniale una parte della propria ricchezza finanziaria.

Se Tizio muore e lascia in eredità al figlio Caio i soldi presenti sul proprio conto corrente che era cointestato fra i due, Caio, in caso di accettazione dell’eredità, paga le tasse di successione solo sul 50% dell’importo del conto corrente, ovviamente se superiore a 1 milione di euro in virtù della franchigia.

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