Infortunio in itinere: ultime sentenze

Rendita per l’inabilità permanente; risarcimento dovuto dal terzo responsabile del fatto illecito; illegittimità del licenziamento per superamento del periodo di comporto; infermità per causa di servizio ed equo indennizzo.

Infortunio in itinere: quando è escluso l’indennizzo?

In caso di infortunio in itinere, l’INAIL non indennizza l’evento accaduto al conducente munito di patente diversa da quella richiesta per il tipo di veicolo guidato, in quanto la ratio solidaristica che informa il sistema della sicurezza sociale impone una lettura delle disposizioni normative che valorizzi l’adempimento di quei doveri inderogabili (nel caso di specie, di prudenza) che sono richiesti ai singoli quale presupposto indefettibile per la tutela dei loro diritti (art. 2 Cost.).

Cassazione civile sez. lav., 08/04/2021, n.9375

Guida con patente diversa da quella prescritta

In tema di infortunio in itinere, l’assicurazione non opera nei confronti del conducente sprovvisto della prescritta abilitazione di guida e tale principio va interpretato nel senso che la garanzia assicurativa è esclusa non solo nel caso in cui il conducente, al momento dell’infortunio, non abbia conseguito il rilascio di patente, ma altresì nel caso in cui sia munito di patente diversa da quella richiesta per il tipo di veicolo guidato; la guida con una patente di tipo diverso da quella prescritta per la conduzione del veicolo è equiparabile alla guida senza patente o con patente scaduta.

Cassazione civile sez. lav., 08/04/2021, n.9375

Rapporto finalistico tra il percorso normale e l’attività lavorativa

La tutela assicurativa è estesa a qualsiasi infortunio verificatosi lungo il percorso da casa al luogo di lavoro, escludendo qualsiasi rilevanza all’entità del rischio o alla tipologia della specifica attività lavorativa cui l’infortunato sia addetto e tutelando piuttosto il rischio generico (connesso al compimento del c.d. percorso normale tra abitazione e luogo di lavoro) cui soggiace qualsiasi persona che lavori, restando per conseguenza confinato il c.d. rischio elettivo a tutto ciò che sia dovuto piuttosto ad una scelta arbitraria del lavoratore, il quale crei ed affronti volutamente, in base a ragioni o ad impulsi personali, una situazione diversa da quella legata al c.d. percorso normale, ponendo così in essere una condotta interruttiva di ogni nesso tra rischio ed evento.

Tribunale Frosinone sez. lav., 29/10/2020, n.817

Importo rendita Inail per inabilità permanente

L’importo della rendita per inabilità permanente corrisposta dall’INAIL per infortunio in itinere occorso al lavoratore va detratta dall’ammontare dovuto, allo stesso titolo, al danneggiato da parte del terzo responsabile del fatto illecito, in quanto essa soddisfa, neutralizzandola in parte, la medesima perdita al cui integrale ristoro mira la disciplina della responsabilità risarcitoria del terzo al quale sia addebitabile l’infortunio, salvo il diritto del lavoratore di agire nei confronti del danneggiante per ottenere l’eventuale differenza tra il danno subìto e quello indennizzato.

Conseguentemente, allorquando l’ente previdenziale riconosce al danneggiato un assegno di invalidità in conseguenza del fatto dannoso, acquisisce il diritto di agire in surroga nei confronti del terzo responsabile e del suo assicuratore. Tale situazione di fatto è sufficiente a riconoscere all’assicurazione del danneggiante il diritto di detrarre, dal totale del danno da liquidare, la somma capitalizzata erogata dall’INPS, il che conduce alla totale elisione del credito risarcitorio per danno biologico permanente.

Tribunale Pisa, 07/10/2020, n.876

La tutela assicurativa

In tema di infortunio “in itinere”, la tutela assicurativa copre i sinistri verificatisi nel normale percorso abitazione-luogo di lavoro anche in caso di fruizione da parte del lavoratore di un permesso per motivi personali che, quale fattispecie di sospensione dell’attività lavorativa ontologicamente non differente dalle pause o dai riposi, da cui si differenzia soltanto per il carattere occasionale ed eventuale, a fronte del connotato di periodicità e prevedibilità tipico degli altri, non recide il rapporto finalistico con l’attività lavorativa, né concretizza una ipotesi di rischio cd. elettivo.

Cassazione civile sez. lav., 08/09/2020, n.18659

Infortunio in itinere: presupposti

Si può ravvisare la dipendenza da causa di servizio di una infermità derivante da un ‘infortunio in itinere’ quando non sia ravvisabile l’attribuibilità dell’incidente stradale al dipendente che ne faccia richiesta: la dipendenza da causa di servizio può essere ravvisata quando la causazione del sinistro sia la conseguenza di fattori esterni non prevedibili o non dominabili dall’infortunato.

Consiglio di Stato sez. IV, 13/07/2020, n.4508

Infortunio in itinere: l’inabilità permanente 

L’importo della rendita per l’inabilità permanente, corrisposta dall’INAIL per l’infortunio “in itinere” occorso al lavoratore, va detratto dall’ammontare del risarcimento dovuto, allo stesso titolo, al danneggiato da parte del terzo responsabile del fatto illecito, in quanto essa soddisfa, neutralizzandola in parte, la medesima perdita al cui integrale ristoro mira la disciplina della responsabilità risarcitoria del terzo al quale sia addebitabile l’infortunio, salvo il diritto del lavoratore di agire nei confronti del danneggiante per ottenere l’eventuale differenza tra il danno subìto e quello indennizzato.

Tribunale Roma sez. XIII, 06/03/2020, n.4925

Contratto di assicurazione: gli infortuni in itinere

Deve essere confermata la decisione dei giudici di appello che nell’ambito di una controversia per il risarcimento occorso ad un assicurato hanno statuito che se il contratto copre gli infortuni in itinere, ma non li definisce, si deve dunque ritenere che con tale espressione le parti abbiano inteso fare riferimento al concetto di “infortunio in itinere” come previsto e disciplinato dal testo unico sull’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro, e quindi all’art. 2 d.P.R. n. 1124/1965, come modificato dall’art. 12 d.lg. n. 38/2000. Alla stregua di tali norme non sussiste rischio in itinere quando il tragitto seguito dal lavoratore non sia necessitato, ma costituisca una “deviazione del tutto indipendente dal lavoro”.

Cassazione civile sez. VI, 25/02/2020, n.5119

Responsabilità del datore di lavoro 

Le assenze del lavoratore per malattia non giustificano il recesso del datore di lavoro – in ipotesi di superamento del periodo di comporto – ove l’infermità sia, comunque, imputabile a responsabilità dello stesso datore di lavoro – in dipendenza della nocività delle mansioni o dell’ambiente di lavoro, che abbia omesso di prevenire o eliminare, in violazione dell’obbligo di sicurezza (art. 2087 c.c.) o di specifiche norme – incombendo, peraltro, al lavoratore l’onere di provare il collegamento causale fra la malattia – che ha determinato l’assenza (e, segnatamente, il superamento del periodo di comporto) – ed il carattere morbigeno delle mansioni espletate. A tale onere di allegazione e prova non si sottrae la fattispecie dell’infortunio in itinere.

Tribunale Brescia sez. lav., 12/02/2020, n.75

Risarcimento dovuto dal terzo responsabile del fatto illecito

L’importo della rendita per l’inabilità permanente, corrisposta dall’Inail per l’infortunio “in itinere” occorso al lavoratore va detratto dall’ammontare del risarcimento dovuto, allo stesso titolo, al danneggiato da parte del terzo responsabile del fatto illecito, in quanto essa soddisfa, neutralizzandola in parte, la medesima perdita al cui integrale ristoro mira la disciplina della responsabilità risarcitoria del terzo al quale sia addebitabile l’infortunio, salvo il diritto del lavoratore di agire nei confronti del danneggiante per ottenere l’eventuale differenza tra il danno subìto e quello indennizzato.

Tribunale Milano sez. X, 31/01/2020, n.872

Infortunio in itinere: configurabilità

Ai sensi del D.Lgs. n. 38 del 2000, art. 12, la configurabilità di un infortunio in itinere comporta il suo verificarsi nella pubblica strada e, comunque, non in luoghi identificabili in quelli di esclusiva proprietà del lavoratore assicurato o in quelli di proprietà comune, quali le scale ed i cortili condominali, il portone di casa o i viali di complessi residenziali con le relative componenti strutturali.

L’infortunio in itinere o in occasione di lavoro comporta il suo verificarsi nella pubblica strada e, comunque, non in luoghi identificabili in quelli di esclusiva proprietà del lavoratore assicurato, o comunque anche nella sua disponibilità anche se non esclusiva, senza alcun collegamento con la prestazione lavorativa.

Corte appello Torino sez. lav., 03/06/2019, n.402

Lavoratore vittima di infortunio in itinere: rendita vitalizia in favore del coniuge

La rendita vitalizia in favore del coniuge superstite del lavoratore vittima di un infortunio “in itinere”, così come quella temporanea liquidata ai figli, assolve ad una funzione di “anticipo” del ristoro del danno da perdita degli apporti economici garantiti dal familiare deceduto e va, quindi, detratta dall’ammontare del risarcimento dovuto, allo stesso titolo, da parte del terzo responsabile del fatto illecito ai congiunti, i quali, di conseguenza, hanno diritto ad ottenere l’importo residuo, nel caso in cui il danno liquidato sia stato soltanto in parte coperto dalla predetta prestazione assicurativa, e non somme ulteriori.

Cassazione civile sez. III, 27/05/2019, n.14362

Rendita Inail per inabilità permanente 

L’importo della rendita per l’inabilità permanente corrisposta dall’INAIL per l’infortunio “in itinere” occorso al lavoratore va detratto dalle somme in concreto dovute a quest’ultimo, allo stesso titolo, dal terzo responsabile del fatto illecito. (In applicazione di tale principio, la S.C. ha confermato la decisione di merito che aveva operato la detrazione della rendita riconosciuta dall’INAIL sull’ammontare del risarcimento del danno già ridotto in ragione dell’accertato concorso di colpa del danneggiato).

Cassazione civile sez. III, 30/01/2019, n.2550

La prova della dipendenza causale tra la patologia e l’infortunio in itinere

Si verifica l’ipotesi dell’infortunio in itinere allorchè il fatto invalidante sia avvenuto fuori dai locali dell’ufficio durante un percorso esterno imposto da ragioni di servizio e purchè al verificarsi dell’incidente non abbia concorso il dipendente con iniziative colpose o ingiustificate o con imprudenza grave. La dipendenza causale tra la patologia e l’incidente deve essere provata da colui il quale ne richiede il riconoscimento e la grave responsabilità (seppur concorrente) del dipendente, acclarata nel determinismo causale dell’infortunio, pone l’evento al di fuori della tutela pubblicistica di cui si tratta e della quale l’equo indennizzo costituisce logica espressione consequenziale.

T.A.R. Trieste, (Friuli-Venezia Giulia) sez. I, 03/12/2018, n.360

Indennizzabilità dell’infortunio in itinere: condizioni 

È indennizzabile l’infortunio in itinere quando esiste un nesso eziologico tra il percorso seguito e l’evento (nel senso che tale percorso costituisca per l’assicurato l’iter normale per recarsi al lavoro e per tornare alla sua abitazione), un nesso causale sia pure occasionale tra l’itinerario seguito e l’attività lavorativa (nel senso che il primo non deve essere percorso dal lavoratore per ragioni personali o in orari non ricollegabili alla seconda), la necessità dell’uso del veicolo privato adoperato dal lavoratore per il collegamento tra abitazione e luogo di lavoro, considerati gli orari lavorativi e dei pubblici servizi di trasporto.

Tribunale Pescara sez. lav., 05/07/2018, n.505

Collegamento tra la ricaduta e l’infortunio avuto anni prima

In tema di infortunio in itinere, va riconosciuto (con pagamento delle relative indennità previste per legge) dall’Inail al dipendente infortunato anche il collegamento tra la malattia temporanea (ricaduta) denunciata, una volta verificata l’esistenza del collegamento stesso, con l’infortunio in itinere anni prima avuto (nel caso di specie, a seguito del quale il dipendente era stato sottoposto a vari interventi chirurgici).

Tribunale Chieti sez. lav., 02/07/2018, n.216

L’inabilità permanente corrisposta dall’Inail

“L’importo della rendita per l’inabilità permanente corrisposta dall’Inail per l’infortunio in itinere occorso al lavoratore va detratto dall’ammontare del risarcimento dovuto, allo stesso titolo, al danneggiato da parte del terzo responsabile del fatto illecito”. Con questo principio di diritto le Sezioni unite hanno risolto il contrasto giurisprudenziale in merito alla questione della cumulabilità tra rendita e danno risarcibile a seguito del medesimo infortunio.

Per i giudici la risposta è negativa, in quanto la questione riguarda un duplice e separato rapporto bilaterale, garantito, sul fronte welfare, dall’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro e, su quello della responsabilità civile, dal fatto illecito del terzo.

A ciò si aggiunge l’articolo 1916 del codice civile, il quale dispone che l’assicuratore che ha pagato l’indennità è surrogato, fino alla concorrenza dell’ammontare di essa, nei diritti dell’assicurato verso il terzo danneggiante. In quest’ottica, secondo i giudici di legittimità, la surrogazione impedisce al soggetto infortunato di cumulare, per lo stesso danno, la somma già riscossa a titolo di rendita assicurativa con l’intero importo del risarcimento del danno dovutogli dal terzo, e di conseguire così due volte la riparazione del medesimo pregiudizio subito”.

Cassazione civile sez. un., 22/05/2018, n.12566

Limite alla copertura assicurativa nell’infortunio in itinere

In tema di infortunio in itinere, il requisito della “occasione di lavoro” implica la rilevanza di ogni esposizione a rischio, indipendentemente dal grado maggiore o minore di questo, assumendo il lavoro il ruolo di fattore occasionale del rischio stesso ed essendo il limite della copertura assicurativa costituito esclusivamente dal “rischio elettivo”, intendendosi per tale quello che, estraneo e non attinente alla attività lavorativa, sia dovuto ad una scelta arbitraria del lavoratore, il quale crei ed affronti volutamente, in base a ragioni o ad impulsi personali, una situazione diversa da quella inerente alla attività lavorativa, ponendo così in essere una causa interattiva di ogni nesso tra lavoro, rischio ed evento.

Tribunale Brescia sez. lav., 12/03/2018, n.13

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Instagram: ultime sentenze

Frase offensiva pubblicata su Instagram; quantificazione del danno; immagini pubblicate da una blogger sul proprio account raffiguranti cosmetici di una nota azienda; trasparenza della comunicazione commerciale.

Instagram: violenza sessuale

Nella violenza sessuale commessa mediante strumenti telematici di comunicazione a distanza, la mancanza di contatto fisico tra l’autore del reato e la vittima non è determinante ai fini del riconoscimento della circostanza attenuante del fatto di minore gravità (fattispecie relativa all’invio di messaggi di Whatsapp allusivi e sessualmente espliciti ad una ragazza, minore di età, costretta a scattarsi foto sotto la minaccia di pubblicare la chat su Instagram e su pagine hot).

Cassazione penale sez. III, 02/07/2020, n.25266

Affermazioni diffuse via Instagram 

Sussistono i presupposti per l’adozione di idonee misure cautelari volte a eliminare, nelle more del procedimento innanzi all’AGCM, le affermazioni diffuse attraverso Instagram e siti web sulle capacità “antivirali”, disinfettanti, di prevenzione di infezioni respiratorie e del contagio da coronavirus, possedute da prodotti cosmetici ed integratori, grazie a ”principi attivi che manifestano capacità antimicrobica, specie nei confronti di alcune patologie e microorganismi in grado di scatenare infiammazioni nelle vie respiratorie e nei polmoni”.

In particolare, quanto al fumus boni iuris, viene in rilievo il fatto che il professionista adotti modalità di vendita del prodotto che appaiono ingannevoli e aggressive, in spregio ai diritti dei consumatori, anche alla luce della particolare emergenza sanitaria dovuta alla diffusione del Covid-19.

L’ingannevolezza emerge altresì dal fatto che proprietà “disinfettanti” possono essere attribuite soltanto a prodotti che siano stati qualificati Presidi Medico-chirurgici dal Ministero della Salute o abbiano una analoga certificazione comunitaria. Sotto il profilo del periculum in mora, occorre tenere conto, invece, dell’elevato grado di offensività che i mezzi di comunicazione presentano, laddove diretti a convincere i consumatori italiani degli effetti preventivi dei prodotti pubblicizzati e commercializzati.

Garante concorr. e mercato, 22/03/2020, n.28178

Diffusione via Instagram del marchio notorio altrui

Costituisce uso illecito del marchio notorio altrui la diffusione non autorizzata da parte dell’influencer tramite il proprio profilo Instagram di video e immagini raffiguranti il marchio notorio, pur a scopo diverso da quello di contraddistinguere prodotti o servizi, quando tali immagini assumano un significato pubblicitario e siano idonee a generare un indebito vantaggio all’utilizzatore o un pregiudizio a danno del titolare del marchio.

Tribunale Genova Sez. spec. Impresa, 04/02/2020, n.15949

Diffamazione su Instagram

Non è punibile ai sensi dell’art. 595 co. 3, c.p. chi pubblica sui social network commenti offensivi ad un video riguardante un comportamento che costituisce palesemente fatto ingiusto, in quanto tali condotte sono giustificate dal disposto dell’art. 599 c.p., applicandosi dunque l’esimente della provocazione.

(Nel caso di specie, la procura chiede l’archiviazione del procedimento relativo ad una nota influencer che presenta denuncia a seguito di diffamazioni ricevute su Instagram in risposta ad un video di un in cui la stessa invocava l’intervento nazista in occasione di un gay pride).

Procura della Repubblica Milano, 18/10/2019

Instagram: pubblicazione di una foto

È possibile assolvere per la non punibilità del fatto ex articolo 131 bis del codice penale se si tratti di una condotta bagattellare non abituale da parte di un soggetto incensurato e il cui danno e assolutamente esiguo.

(Nel caso di specie l’imputato aveva confessato che in un momento di rabbia conseguente l’atteggiamento della sua ex fidanzata che lo aveva tradito in maniera ostentata aveva pubblicato su un profilo instagram una foto provocante di lei assicurandosi però di coprire con simboli grafici le zone intime (emoticons) e subito dopo si pentiva tanto da cancellare la pubblicazione bloccare il profilo).

Tribunale Milano, 06/03/2019, n.667

Reiterata pubblicazione di foto o messaggi 

Integra l’elemento materiale del delitto di atti persecutori la condotta di chi reiteratamente pubblica sui “social network” foto o messaggi aventi contenuto denigratorio della persona offesa – con riferimenti alla sfera della sua libertà sentimentale e sessuale – in violazione del suo diritto alla riservatezza.

Corte di Cassazione, Sezione 5, Penale, Sentenza, 12/06/2019, n. 26049

Foto di minori inserite sui social network

L’inserimento di foto di minori sui social network è un comportamento potenzialmente pregiudizievole per essi in quanto ciò determina la diffusione delle immagini fra un numero indeterminato di persone, conosciute e non, le quali possono essere malintenzionate e avvicinarsi ai bambini dopo averli visti più volte in foto on-line. Tra l’altro, non va sottaciuto l’ulteriore pericolo costituito dalla condotta di soggetti che “taggano” le foto on-line dei minori e, con procedimenti di fotomontaggio, ne traggono materiale pedopornografico da far circolare fra gli interessati. Il pregiudizio per il minore è dunque insito nella diffusione della sua immagine sui social network.

Nella fattispecie, avente ad oggetto la pubblicazione di foto di minori da parte della nuova compagna del padre degli stessi, si riteneva fondato il ricorso promosso dalla madre dei bambini, con conseguente condanna della resistente alla rimozione, dai propri profili social, delle immagini relative ai minori ed alla contestuale inibitoria dalla futura diffusione di tali immagini, in assenza del consenso di entrambi i genitori come richiesto dalla stessa normativa comunitaria ed italiana e come espressamente previsto a seguito del divorzio tra i genitori degli stessi.

Tribunale Rieti, Civile, Sentenza, 7/03/2019

Pubblicazione di una frase offensiva su Instagram

Ai fini della concreta quantificazione del danno deve considerarsi l’ipotesi in cui la frase offensiva sia stata pubblicata su Instagram, ossia su un social network di larga diffusione. Si tratta di un’ipotesi di diffamazione aggravata con altro mezzo di pubblicità – anziché con il mezzo della stampa – ai sensi dell’art. 595 comma 3 c.p. in quanto rientrante in una categoria più ampia, comprensiva di tutti quei sistemi di comunicazione e, quindi, di diffusione – dai fax ai social media – che, grazie all’evoluzione tecnologica, rendono possibile la trasmissione di dati e notizie ad un consistente numero di persone.

Tribunale Milano sez. I, 21/08/2018, n.8738

Instagram: pubblicazione di immagini di cosmetici

Le immagini pubblicate da una blogger sul proprio account Instagram raffiguranti cosmetici di una nota azienda (peraltro, in esecuzione di uno specifico contratto di collaborazione in essere con quest’ultima) costituiscono contenuti eminentemente promozionali dei prodotti e del brand rappresentati che, in assenza di elementi idonei ad identificare tale comunicazione come commerciale, risultano in contrasto con l’art. 7 del CAP.

Giurì cod. aut. pubb.ria, 25/07/2018, n.58

Trasparenza della comunicazione commerciale

Per selezionare i soggetti ai quali una determinata comunicazione pubblicitaria è imputabile è necessario considerare l’ente che ha deciso e gestito l’iniziativa e, per converso, è irrilevante l’identità dell’ente o degli enti, eventualmente autonomi sul piano giuridico formale, che risultano parti degli atti e dei rapporti nei quali l’iniziativa si è tradotta.

Rileva, altresì, che fra l’autore della comunicazione e l’inserzionista che ne trae obiettivo beneficio intercorra (se non uno specifico rapporto di committenza) una relazione significativa (cd. material connection), per cui la comunicazione sia obiettivamente riferibile al secondo, che risulterà quindi passivamente legittimato senza che sorga in ogni caso una necessità di estensione del contraddittorio a soggetti diversi ai fini di una pronuncia valida e vincolante.

Della violazione del C.a. dovrà rispondere l’inserzionista, sia direttamente per fatto proprio, avendo concorso alla decisione e gestione della comunicazione in discorso, che indirettamente, a titolo oggettivo, per il fatto dell’ausiliario.

La clausola di accettazione del codice di autodisciplina della comunicazione commerciale costituisce inequivocabilmente, dopo oltre cinquant’anni di attività dello IAP, una clausola d’uso, che ove non sia espressamente esclusa integra automaticamente ed implicitamente, ex art. 1340 c.c., ogni contratto di pubblicità che l’inserzionista, vincolato al rispetto del codice, perfezioni con soggetti non vincolati.

Nel caso di specie nessun accorgimento è stato adottato per rendere edotti i followers dell’artista della natura pubblicitaria dell’endorsement, che non era di per sé immediatamente evidente agli occhi del consumatore medio, né a fortiori agli occhi del più vulnerabile consumatore-follower. Resi edotti dell’esistenza a monte di una “material connection” dell’endorser con l’inserzionista, e quindi della natura pubblicitaria dell’endorsement, i consumatori attribuirebbero un peso e una credibilità diversi all’endorsement, risultando così salvaguardata la loro libertà di autodeterminazione economica.

La trasparenza della comunicazione commerciale prescritta dall’art. 7 C.a. costituisce uno dei tre pilastri concettuali e normativi su cui si fonda la repressione autodisciplinare dell’illecito pubblicitario online e offline, in concorso con i principi di correttezza e non ingannevolezza.

La Digital Chart dello IAP non è di per sé immediatamente vincolante ma indica gli accorgimenti che rendono la comunicazione commerciale facilmente riconoscibile come tale agli occhi del consumatore medio e pertanto rispettosa del precetto di trasparenza fissato dall’art. 7 C.a., esso sì immediatamente vincolante per tutti gli aderenti al sistema dell’autodisciplina nonché per coloro che hanno accettato di osservare il C.a. in relazione a singole comunicazioni commerciali.

Il giudizio autodisciplinare è volto a dettare disposizioni affinché una campagna non conforme al C.a., pur se cessata, non sia riproposta nelle medesime forme. Inoltre, scopo primario della giurisdizione autodisciplinare è quello di valutare la liceità della pubblicità per orientare la condotta degli operatori di settore, assumendo la decisione del Giurì anche una funzione esemplare, di orientamento didascalico e di contributo alla crescita di una comune cultura pubblicitaria.

Giurì cod. aut. pubb.ria, 26/06/2018, n.45

Pubblicazione di un’immagine manipolata su Instagram

Integra una violazione dell’articolo 8 della Cedu, che tutela il diritto al rispetto della vita privata, incluso quello alla reputazione, la pubblicazione di un’immagine manipolata sul social network Instagram. Ad affermarlo è la Corte europea dei diritti dell’Uomo, per la quale la tutela della reputazione va assicurata anche a chi subisce accuse diffamatorie su Instagram, attraverso la manipolazione di un’immagine.

A rivolgersi ai giudici internazionali era un blogger e scrittore islandese che era stato accusato di stupro. L’uomo era stato prosciolto, ma su Instagram era stata poi diffusa una sua immagine, frutto di una manipolazione della copertina di un giornale, accompagnata da una frase offensiva che lo definiva «stupratore». Per i giudici di Strasburgo, c’è stata violazione in quanto i giudici nazionali non hanno raggiunto un giusto equilibrio tra i diversi diritti in gioco: da un lato, la libertà di espressione e, dall’altro, la tutela della reputazione privata.

Corte Europea dei Diritti Umani, Sentenza, 7/11/2017

Plurimi messaggi tramite Instagram: stalking

E’ integrato il reato di stalking contattare ripetutamente, al termine di una breve relazione, tramite numerosi SMS e messaggi WhatsApp la ex fidanzata e scrivere plurimi messaggi tramite Instagram facendo riferimento implicito alla relazione intercorsa e alla possibile divulgazione di informazioni personali contattando anche l’attuale fidanzato della persona offesa riferendogli che aveva cose interessanti di cui parlare.

Tribunale Milano, 31/10/2016, n.2918

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Manovra di emergenza: ultime sentenze

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Scopri le ultime sentenze su: sinistro stradale; prova liberatoria; regole del Codice della strada; accertamento della colpa di uno dei conducenti; investimento del pedone e presunzione di responsabilità esclusiva del conducente.

Manovra di emergenza resa necessaria dall’andatura zigzagante dell’altro

La presunzione di pari responsabilità nella causazione di un sinistro stradale, prevista dall’art. 2054, comma 2, c.c. in caso di scontro di veicoli, è applicabile estensivamente anche ai veicoli coinvolti nell’incidente ma rimasti estranei alla collisione, sempre che sia accertato, in concreto, l’effettivo contributo causale nella produzione dell’evento dannoso.

(Nella specie, la S.C. ha ritenuto corretta la statuizione del giudice di appello che aveva presunto la pari responsabilità nella produzione del danno, pur in assenza di collisione, nel contegno dei conducenti di due veicoli viaggianti in direzione reciprocamente opposta, l’uno dei quali, pur deducendo di essere finito fuori strada a seguito della manovra di emergenza resa necessaria dall’andatura zigzagante dell’altro, che lo aveva costretto a spostarsi pericolosamente sul margine destro della carreggiata, non aveva tuttavia fornito, ad insindacabile giudizio del giudice di merito, la prova di avere tenuto una condotta di guida esente da colpa).

Cassazione civile sez. VI, 12/02/2021, n.3764

Manovra di emergenza per evitare l’impatto

Il Comune è tenuto a risarcire l’automobilista che, si è trovato davanti un grosso ramo ed è stato costretto a una manovra di emergenza per evitare l’impatto, andando però a finire contro la recinzione metallica posta al lato della carreggiata. In tale ipotesi sussiste il nesso di casualità tra la cosa custodita e il danno verificatosi.

Cassazione civile sez. III, 26/05/2020, n.9674

Responsabilità sinistri stradali

La prova liberatoria di cui all’art. 2054 c.c., nel caso di danni prodotti a persone o cose dalla circolazione di un veicolo, non deve essere necessariamente data in modo diretto, cioè dimostrando di avere tenuto un comportamento esente da colpa e perfettamente conforme alle regole del codice della strada, ma può risultare anche dall’accertamento che il comportamento della vittima sia stato il fattore causale esclusivo dell’evento dannoso, comunque non evitabile da parte del conducente, attese le concrete circostanze della circolazione e la conseguente impossibilità di attuare una qualche idonea manovra di emergenza.

Tribunale Napoli sez. X, 24/07/2019, n.7445

Scontro tra veicoli: la prova liberatoria

In caso di scontro tra veicoli l’accertamento in concreto della colpa di uno dei conducenti – anche per avere commesso una violazione grave del Codice della Strada – non comporta di per sé il superamento della presunzione di colpa concorrente dell’altro, che deve comunque cooperare e fare tutto il possibile per evitare l’incidente.

All’uopo il conducente del veicolo coinvolto nell’incidente, per andare esente da responsabilità, deve fornire la prova liberatoria, ovvero non solo la dimostrazione di essersi uniformato – da parte sua – alle norme della circolazione, ma anche di avere tentato una manovra di emergenza – anche se infruttuosa – per evitare il sinistro. Salvo il caso in cui una qualsiasi manovra di emergenza astrattamente idonea ad evitare l’incidente sia concretamente impossibile.

Corte appello Genova sez. II, 02/05/2019, n.600

Moderazione della velocità in prossimità di un incrocio

L’art. 145, comma 1, del nuovo codice della strada, approvato con il D.Lgs. 30 aprile 1992, n. 285, presuppone che ogni veicolo, incluso quello del conducente col diritto di precedenza, nell’avvicinarsi all’intersezione, debba tenere una condotta di guida e una velocità tali da consentirgli un tempestivo rallentamento o un’adeguata manovra di emergenza, a fronte dell’avvistamento dell’irregolare sopraggiungere di un altro veicolo, il quale, a sua volta, non rallenti la corsa e violi l’obbligo di dare la precedenza.

Tribunale Velletri sez. II, 11/09/2018, n.1908

Manovra di emergenza del motociclista

Nella circolazione stradale anche in caso di mancata collisione di veicoli può configurarsi la responsabilità di uno dei conducenti qualora venga provato il nesso di causalità tra la condotta di guida di detto conducente e l’evento dannoso, ovvero qualora risulti che la circolazione del veicolo di quest’ultimo conducente abbia costituito la causa materiale dell’evento, cioè un antecedente necessario, diretto o indiretto, dell’evento medesimo.

La prova del nesso di causalità, che grava a carico dell’attore, si risolve nella dimostrazione di un comportamento del conducente contrario alle norme, generiche e specifiche, che regolano la circolazione stradale, causativo del danno posto a fondamento della domanda.

Nella specie è stata ravvisata la responsabilità del conducente che, con repentina manovra non segnalata, abbia tagliato la strada al motociclista sopraggiungente causando così la manovra di emergenza messa in atto dal motociclista a seguito della quale lo stesso cadeva a terra.

Tribunale Massa, 21/06/2018, n.464

Responsabilità per comportamento imprudente altrui

In tema di circolazione stradale, il principio dell’affidamento trova un temperamento nell’opposto principio secondo il quale l’utente della strada è responsabile anche del comportamento imprudente altrui purché questo rientri nel limite della prevedibilità, tanto che l’obbligo di moderare adeguatamente la velocità, in relazione alle caratteristiche del veicolo e alle condizioni ambientali, va inteso nel senso che il conducente deve essere in grado di padroneggiare il veicolo in ogni situazione, ponendo in essere la manovra di emergenza necessaria all’evento, pur se questo è riconducibile al prevedibile comportamento imprudente o negligente altrui, ovvero alla violazione delle norme di circolazione da parte della vittima o di terzi.

In questa prospettiva, esente da censure è la sentenza di condanna per l’omicidio colposo in danno di un pedone pronunciata nei confronti di un automobilista che risulti di non aver adeguato la propria velocità alle circostanze spazio-temporali, finendo con l’investire il pedone, in un contesto in cui non poteva dubitarsi che fra gli ostacoli prevedibili vi potesse essere un pedone che in un ora notturna, in zona priva di illuminazione, ma frequentata dagli avventori di un locale notturno, attraversasse la strada in un punto privo di strisce pedonali: un tale ostacolo non poteva definirsi come improvviso, proprio per la vicinanza del locale e del traffico pedonale ad esso connesso, sicché il conducente avrebbe dovuto tenere una velocità costantemente proporzionata allo spazio corrispondente al campo della visibilità al fine di consentirgli l’esecuzione utile della manovra di arresto, considerato il tempo psicotecnico di reazione nell’ipotesi in cui si profili un ostacolo improvviso.

Cassazione penale sez. IV, 10/05/2018, n.38219

Conseguenze lesive di uno scontro

In tema di responsabilità colposa da sinistri stradali, il conducente di un veicolo non può essere chiamato a rispondere delle conseguenze lesive di uno scontro per non avere posto in essere una manovra di emergenza, qualora si sia venuto a trovare in una situazione di pericolo improvvisa dovuta all’altrui condotta di guida illecita, non utilmente ed agevolmente percepibile, tenuto conto dei tempi di avvistamento, della repentinità della condotta del soggetto antagonista, dei concreti spazi di manovra, dei necessari tempi di reazione psicofisica.

Cassazione penale sez. IV, 20/02/2018, n.16096

Responsabilità risarcitoria a carico dell’automobilista

In tema di sinistri automobilistici, la responsabilità risarcitoria a carico dell’automobilista o in genere del conducente del mezzo sorge dunque in modo pressoché automatico in quanto, per un verso, in mancanza di scontro tra veicoli non potrà trovare applicazione la presunzione di concorso paritetico di colpa stabilita dal secondo comma dell’art. 2054 c.c. e, per altro verso, in ragione del fatto che, per principio generale sancito dall’art. 140 cod. str., la circolazione del veicolo non deve mai costituire intralcio o pericolo per l’incolumità delle persone.

La ratio della norma è, infatti, quella di garantire, nel miglior modo possibile, la circolazione dei veicoli, poiché essa è un’attività intrinsecamente pericolosa: l’investitore, al fine di risultare esente da responsabilità, è tenuto dimostrare che il pedone abbia attraversato la strada, ponendo in essere una condotta imprevedibile ed inevitabile, tale da non consentire un’altra manovra di emergenza atta ad evitare il sinistro.

Tribunale Palermo sez. III, 08/01/2018, n.88

Impossibilità di intraprendere la manovra di emergenza

In virtù del principio di solidarietà sociale qualsiasi conducente è comunque tenuto cooperare al fine di evitare che il sinistro si verifichi, l’unica eccezione a tale obbligo, è costituita dall’impossibilità concreta di intraprendere la manovra di emergenza, ipotesi quest’ultima che nella specie va ragionevolmente esclusa.

Tribunale Massa, 22/07/2017, n.639

Accertamento della responsabilità penale per incidente stradale

Ai fini dell’accertamento della responsabilità penale in caso di incidente stradale, occorre prendere in considerazione non solo l’elemento del mancato rispetto dei limiti di velocità previsti dal Codice della strada da parte dell’investitore, ma anche le condizioni di visibilità in cui il sinistro è avvenuto, al fine di verificare l’eventuale evitabilità dell’evento.

La Cassazione ha così cassato la sentenza dei giudici di merito che troppo semplicisticamente avevano ricostruito il fatto ritenendo un motociclista che viaggiava a una velocità poco superiore a quella consentita responsabile della morte del ciclista investito.

Per i giudici di legittimità, vanno considerate adeguatamente tutte le condizioni, tra cui quella dell’avvistabilità del ciclista da parte del centauro entro un tempo che consentisse una qualunque manovra di emergenza si potrà pervenire al conseguente giudizio di evitabilità dell’evento.

Cassazione penale sez. IV, 11/01/2017, n.12192

Investimento di pedone e impossibilità di attuare una manovra di emergenza

In materia di investimento di pedone, la prova liberatoria di cui all’art. 2054 c.c. non deve essere necessariamente data in modo diretto, cioè dimostrando di avere tenuto un comportamento esente da colpa e perfettamente conforme alle regole del codice della strada, ma può risultare anche dall’accertamento che il comportamento della vittima sia stato il fattore causale esclusivo dell’evento dannoso, comunque non evitabile da parte del conducente, attese le concrete circostanze della circolazione e la conseguente impossibilità di attuare una qualche idonea manovra di emergenza.

Tribunale Livorno, 25/10/2016, n.1299

Fuoriuscita di un veicolo dalla sede stradale

In tema di danni da sinistro stradale, nell’ipotesi di lesioni patite dal terzo trasportato a seguito di una manovra di emergenza che abbia comportato la fuoriuscita del veicolo dalla sede stradale, l’apprezzamento della possibilità, per il conducente, di tenere una condotta alternativa idonea ad evitare l’evento dannoso, o a produrne altro meno grave, non incide sull’accertamento del nesso di causalità tra la condotta tenuta e l’evento dannoso, ma, eventualmente, sul piano della verifica della colpa del conducente, potendo in particolare comportare – qualora la situazione di pericolo risulti ascrivibile solamente al contegno di un terzo – l’operatività dell’esimente dello stato di necessità ex art. 2045 c.c.

Cassazione civile sez. III, 22/02/2016, n.3428

Sinistro stradale: cosa deve dimostrare il conducente?

Per superare la presunzione di cui all’art. 2054 comma 2 c.c., il conducente deve dimostrare non solo che l’altro era in colpa ma anche di essersi uniformato alle norme sulla circolazione ed a quelle di comune prudenza e di avere fatto tutto il possibile per evitare l’incidente, ivi inclusa una manovra di emergenza.

Tribunale Pisa, 01/07/2015, n.769

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Installazione canna fumaria: ultime sentenze

Le ultime pronunce giurisprudenziali su: lavori di ristrutturazione edilizia; appoggio di una canna fumaria al muro comune perimetrale di un edificio condominiale.

Installazione canna fumaria ad uso esclusivo del singolo condomino

In tema di condominio, l’installazione di una canna fumaria ad uso esclusivo del singolo condomino, in appoggio su di un muro o facciata comune, per costante insegnamento giurisprudenziale, non costituisca innovazione, secondo l’accezione contenuta nell’art. 1120 c.c., non comportando un’alterazione dell’entità materiale del bene ovvero una sua trasformazione ovvero ancora una modifica della sua destinazione naturale, determinando, esclusivamente, un uso del bene più intenso e proficuo da parte del singolo della cosa comune, trovando applicazione il disposto di cui all’art. 1102 c.c. che, pur dettato in tema di comunione in generale, è riferibile al condominio degli edifici per il richiamo contenuto nell’art. 1139 c.c.

Corte appello Torino sez. II, 29/07/2020, n.791

Incendio per difetto di installazione della canna fumaria

La responsabilità dell’incendio avvenuto in un cantiere, ove operavano diversi imprese appaltatrici, causato da un difetto di installazione della canna fumaria (nella specie: da una falla apertasi nella canna fumaria), non va attribuita all’impresa che si è occupata di eseguire lavori diversi dall’installazione della canna fumaria, ma a quella che si è effettivamente occupata della realizzazione e della successiva installazione della canna fumaria poiché, in fase di montaggio, avrebbe dovuto rilevare il danneggiamento subito dalla canna fumaria che ha originato la falla.

Tribunale Savona, 08/03/2018

Installazione canna fumaria su parte comune dell’edificio condominiale

L’installazione, ad opera di un singolo condòmino, di una canna fumaria su una parte comune dell’edificio condominiale è legittima laddove ciò avvenga nel rispetto dei limiti di cui al combinato disposto degli artt. 1102 e 1120 c.c., nonché di eventuali previsioni più restrittive poste da un regolamento di origine contrattuale.

Tribunale Milano sez. XIII, 08/05/2017, n.5088

Realizzazione di una canna fumaria modificativa della sagoma dell’edificio

Gli interventi edilizi consistenti nell’accorpamento di locali facenti parte di stabili diversi e nella realizzazione di una canna fumaria modificativa della sagoma dell’edificio interessato dalla relativa installazione, non rientrano tra gli interventi di manutenzione ordinaria dell’immobile.

T.A.R. Roma, (Lazio) sez. I, 02/11/2016, n.10819

Canna fumaria su facciata di edificio condominiale

Il diniego di sanatoria edilizia avente ad oggetto l’installazione di una canna fumaria su facciata condominiale non può avere come unica motivazione il fatto che la facciata stessa non sia di esclusiva proprietà del richiedente, in quanto l’art. 1102 cod. civ. (relativo all’uso della cosa comune) va interpretato nel senso che il singolo condomino può apportare al muro perimetrale, senza bisogno di consenso degli altri partecipanti alla comunione, tutte le modificazioni che consentano di trarre dal bene comune una particolare utilità aggiuntiva rispetto a quella goduta dagli altri condomini, ivi compreso l’inserimento nel muro di elementi estranei posti a esclusivo servizio della sua porzione, purchè non impedisca agli altri condomini l’uso del muro comune e non ne alteri la normale destinazione con interventi di eccessiva vastità.

Il provvedimento di diniego motivato con esclusivo riguardo alla circostanza che l’interessato richiedente non è proprietario esclusivo della facciata (senza fare riferimento alcuno alla violazione dei limiti sostanziali ex art. 1102 c.c.) è quindi illegittimo, in quanto di per sé la contitolarità del bene non preclude la possibilità per ogni condomino di utilizzare il bene stesso e apportarvi modifiche.

T.A.R. Firenze, (Toscana) sez. III, 28/10/2015, n.1475

L’installazione di una canna fumaria e il diniego dei condomini

L’installazione di una canna fumaria che interessi la facciata condominiale in corrispondenza della proprietà di altri condomini non richiede l’assenso di costoro, purché non siano pregiudicati l’armonia e il decoro della facciata in questione.

(Fattispecie in cui il Tar ha ritenuto illegittimo e, quindi, annullato il provvedimento comunale di diniego che motivava solo con riguardo alla mancanza della “piena titolarità ad intervenire” derivante dal diniego espresso dagli altri condomini, senza tuttavia apprezzare l’impatto dell’opera sulla facciata interessata).

T.A.R. Brescia, (Lombardia) sez. I, 02/12/2014, n.1308

Muro perimetrale dell’edificio comune

Nel caso di installazione di una canna fumaria lungo il muro perimetrale dell’edificio comune non può legittimamente invocarsi la violazione dell’art. 1102 c.c. giacché quest’ultimo articolo riconosce a ciascun condomino la facoltà di far uso della cosa comune anche apportando a essa delle modifiche per il migliore godimento laddove non ne alteri la destinazione e non impedisca agli altri partecipanti di farne parimenti uso secondo il loro diritto; né l’ulteriore norma sulle distanze di cui all’art. 906 c.c. attenendo, quest’ultima, all’apertura di vedute oblique e laterali sul fondo del vicino ma dovendo, semmai, rientrare nella disciplina di cui all’art. 890 c.c. a norma del quale chi intende realizzare le opere ivi previste, fonti di pericolo di danno, deve attenersi alle distanze stabilite dai regolamenti e in mancanza alle distanze necessarie a preservare il fondo del vicino da ogni “danno alla solidità, alla salubrità e alla sicurezza”.

Tribunale Bari sez. III, 16/06/2014, n.2974

Normale tollerabilità delle immissioni

Il proprietario che lamenti – a ragione – il superamento della normale tollerabilità delle immissioni provenienti dal fondo del vicino non è tenuto a prestare il consenso alla costituzione di una servitù, ove necessaria alla eliminazione dell’inconveniente, in caso contrario rimanendo assoggettato alle immissioni.

(Nella specie la S.C. ha cassato la sentenza della corte di appello che, erroneamente, aveva ritenuto di poter effettuare il giudizio di bilanciamento, pur in presenza dell’accertamento di immissioni intollerabili, giudicando pretestuosa l’opposizione della ricorrente all’installazione di un canna fumaria, individuata, nel corso dell’istruttoria, come l’unico rimedio per evitare le immissioni).

Cassazione civile sez. II, 07/04/2014, n.8094

L’installazione di una canna fumaria sulla facciata comune del condominio

In materia condominiale costituisce opera lecita l’installazione di una canna fumaria sulla facciata comune, consentita ai sensi dell’art. 1102 c.c. Per costante orientamento della giurisprudenza, infatti, l’appoggio di una canna fumaria al muro comune perimetrale di un edificio condominiale, integra una modifica della cosa che ciascun condomino può apportare a sue cure e spese, sempre che non impedisca l’altrui paritario uso, non rechi pregiudizio alla stabilità e alla sicurezza dell’edificio e non ne alteri il decoro architettonico.

L’esecuzione di tale opera non costituisce innovazione ma una modifica lecita finalizzata all’uso migliore e più intenso previsto dall’art. 1102 c.c., conforme alla destinazione del muro perimetrale che ciascun condomino può legittimamente apportare a sue spese, se non impedisce agli altri condomini di farne un pari uso, non pregiudichi la stabilità e la sicurezza dell’edificio e non ne alteri il decoro.

Tribunale Trento, 16/05/2013, n.432

Modifica del prospetto del fabbricato

L’installazione di una canna fumaria è riconducibile ai lavori di ristrutturazione edilizia di cui all’art. 3 comma 1 lett. d ), d.P.R. n. 380 del 2001, realizzati tramite inserimento di nuovi elementi ed impianti, ed è quindi subordinata al regime del permesso di costruire, ai sensi dell’art. 10, comma 1, lett. c ), dello stesso d.P.R., laddove comporti, come nella fattispecie, una modifica del prospetto del fabbricato cui inerisce.

T.A.R. Napoli, (Campania) sez. VIII, 01/10/2012, n.4005

Impianto ecocompatibile 

È illegittima l’ordinanza di demolizione adottata in relazione all’installazione di una canna fumaria, relativa ad un impianto ecocompatibile a basso impatto ambientale alimentato con materiali biodegradabili, in quanto trattasi di opera priva di autonoma rilevanza urbanistico — funzionale e che non risulta particolarmente pregiudizievole per il territorio, costituendo peraltro un volume tecnico.

T.A.R. Catanzaro, (Calabria) sez. I, 17/04/2012, n.391

Alterazione del decoro architettonico

Costituisce innovazione lesiva del decoro architettonico del fabbricato condominiale, come tale vietata, non solo quella che ne alteri le linee architettoniche, ma anche quella che comunque si rifletta negativamente sull’aspetto armonico di esso, a prescindere dal pregio estetico che possa avere l’edificio. La relativa valutazione spetta al giudice di merito ed è insindacabile in sede di legittimità, ove non presenti vizi di motivazione.

(Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza di merito che aveva ritenuto illegittima l’installazione di una canna fumaria che percorreva tutta la facciata dell’edificio condominiale, così da pregiudicare l’aspetto e l’armonia del fabbricato).

Cassazione civile sez. II, 11/05/2011, n.10350

Problemi alla canna fumaria

L’acquisto di immobile nel quale siano stati riscontrati problemi alla canna fumaria, rilevata inidonea all’installazione e all’uso corretto del camino, non implica una difformità dell’opera eseguita dall’appaltatore tale da renderla del tutto inidonea alla sua destinazione.

La preclusione ad utilizzare un camino, ha infatti, una incidenza diversa rispetto ad esempio dal malfunzionamento del riscaldamento. Qualora poi dai documenti prodotti non risulti nemmeno che l’immobile dovesse essere dotato di canna fumaria per il funzionamento di un camino, nulla può essere eccepito all’impresa costruttrice.

Tribunale Monza sez. II, 07/06/2010, n.1675

Difetto di installazione di una canna fumaria

La responsabilità penale dell’amministratore di condominio va ricondotta nell’ambito della disposizione (art. 40, comma 2, c.p.) per la quale “non impedire un evento che si ha l’obbligo giuridico di impedire equivale a cagionarlo”.

Per rispondere del mancato impedimento di un evento è, cioè, necessario, in forza di tale norma, l’esistenza di un obbligo giuridico di attivarsi allo scopo: detto obbligo può nascere da qualsiasi ramo del diritto, e quindi anche dal diritto privato, e specificamente da una convenzione che da tale diritto sia prevista e regolata com’e nel rapporto di rappresentanza volontaria intercorrente fra il condominio e l’amministratore.

(In applicazione di tale principio, la Corte ha ritenuto configurabile a carico dell’amministratore di condominio di un obbligo di garanzia in relazione alla conservazione delle parti comuni, in una fattispecie di incendio riconducibile ad un difetto di installazione di una canna fumaria di proprietà di un terzo estraneo al condominio che attraversava parti comuni dell’edificio).

Cassazione penale sez. IV, 23/09/2009, n.39959

L’installazione di una canna fumaria di piccole dimensioni

Per l’installazione di una canna fumaria di piccole dimensioni è sufficiente l’autorizzazione, con la conseguenza che in mancanza di quest’ultima trova applicazione il relativo regime sanzionatorio dettato dalla l. reg. Veneto n. 61 del 1985 che prevede l’irrogazione della sola sanzione pecuniaria, non ricorrendo nel caso di specie i presupposti per i quali, dall’art. 94 della stessa legge, è contemplata l’applicazione della sanzione demolitoria.

T.A.R. Venezia, (Veneto) sez. II, 02/04/2009, n.1127

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Minaccia di morte: ultime sentenze

Entità del turbamento psichico determinato dall’atto intimidatorio sulla vittima; criteri per l’accertamento della capacità intimidatoria della condotta; espressioni minacciose pronunciate in assenza della persona offesa.

Minaccia: contestazione dell’aggravante

In tema di delitto di minaccia, non può considerarsi legittimamente contestata in fatto e ritenuta in sentenza la fattispecie aggravata di cui all’art. 612, comma 2, c.p., qualora nell’imputazione non sia esposta la natura grave della minaccia, o direttamente, o mediante l’impiego di formule equivalenti, ovvero attraverso l’indicazione della relativa norma.

(Fattispecie relativa ad una minaccia di morte, in cui la Corte ha ritenuto che, in assenza di precisa indicazione nella contestazione dell’aggravante, che include componenti valutative, la gravità della minaccia non potesse essere desunta in via automatica dalle parole rivolte alla persona offesa).

Cassazione penale sez. V, 14/07/2020, n.25222

Minaccia: valutazione della gravità

In ordine alla gravità della minaccia, ciò che rileva è l’entità del turbamento psichico determinato dall’atto intimidatorio sulla vittima, che va accertata avendo riguardo non soltanto al tenore delle espressioni verbali proferite, ma anche al contesto in cui le stesse si collocano. Non occorre, altresì, che la minaccia di morte sia circostanziata, ben potendo, nonostante sia stata pronunciata in modo generico, produrre un grave turbamento psichico, tenuto conto delle personalità del soggetto agente e passivo del reato.

Corte appello Taranto, 22/01/2020, n.60

Minaccia di morte al fratello e revoca della licenza del porto di fucile

Risulta del tutto ragionevole l’adozione di misure volte ad impedire l’utilizzo di armi a soggetti che si siano resi responsabili di comportamenti violenti o anche, pur in mancanza di episodi di violenza specifici, in presenza di circostanze che testimonino di un carattere poco tranquillo ed aggressivo.

Nella fattispecie, dai complessivi elementi informativi emergeva un quadro di relazioni familiari indicante il concreto rischio di un abuso nell’utilizzo delle armi, a seguito della segnalazione dell’intervenuta denuncia/querela dell’interessato da parte di un fratello per il delitto di minacce (in particolare per la minaccia di morte); un soggetto capace di minacciare il fratello, quale che ne sia il mezzo e il grado, potrebbe, anche in via del tutto ipotetica, abusare delle armi, a fronte di ulteriori episodi di violenza alla persona.

T.A.R. Reggio Calabria, (Calabria) sez. I, 17/06/2019, n.408

Percosse e minaccia di morte con un coltello

Uno stalker va collocato nella categoria dei soggetti contemplati dall’art. 4, comma 1, lettera i) ter del d.lgs. 159/2011 come modificato dall’art. 1, comma 1, lettera d) della l. 161/2017 in relazione alla presenza di una pericolosità sociale intensa ed attuale che mette in pericolo, a causa della manifestazioni di violenza, la sicurezza pubblica e primariamente quella della sua ex compagna (nella specie parte offesa del procedimento di atti persecutori), ne consegue che allo stesso va  applicata la misura di sorveglianza speciale per pericolosità sociale di cui all’art. 6 d.lgs. 159/2011 anche in assenza di condanna in primo grado, posto che in diverse occasioni ha mostrato un’indole violenta e prevaricatrice nei confronti dell’ex compagna (sia durante la convivenza che dopo la rottura della stessa) caratterizzata da un crescendo di brutalità partendo dalle percosse fino ad arrivare alla minaccia di morte con un coltello, nonché aggressioni sessuali (nella specie: si trattava di un filippino di 24 anni agli arresti domiciliari dopo un periodo in carcere per violenza sessuale e poi accusato di atti persecutori sempre nei confronti dell’ex compagna).

Tribunale Milano, 09/10/2018

Minaccia grave: capacità intimidatoria della condotta

In tema di minaccia grave, la capacità intimidatoria della condotta deve essere accertata in maniera rigorosa sulla base di un metro di valutazione di carattere medio con la valutazione di tutte le circostanze oggettive e soggettive del fatto. (Nel caso di specie, si trattava della minaccia nei confronti del fratello per questioni ereditarie che generavano il comportamento minaccioso nei confronti di chi secondo l’imputato gli stava rubando l’eredità e pertanto seppure nelle espressioni vi era una minaccia di morte e di andar via non era tale da potersi considerare minaccia grave).

Tribunale Napoli sez. I, 27/06/2018, n.5087

Reato di minaccia: configurabilità

Ai fini della configurabilità del delitto di minaccia, non è necessario che le espressioni intimidatorie siano pronunciate in presenza della persona offesa, potendo quest’ultima venirne a conoscenza anche attraverso altri, in un contesto dal quale possa desumersi la volontà dell’agente di produrre l’effetto intimidatorio.

(Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto che la minaccia di morte proferita dall’imputato dinanzi agli agenti penitenziari ai danni di un altro detenuto, non presente, abbia comunque prodotto in quest’ultimo, alla luce degli eventi successivi e delle misure di protezione adottate a sua tutela, uno stato di turbamento psichico idoneo a configurare il reato).

Cassazione penale sez. V, 01/03/2017, n.38387

Quando è esclusa gravità di una minaccia di morte

Il mezzo utilizzato (nella specie, il telefono) e la distanza non sono elementi in grado di escludere l’aggravante della gravità di una minaccia di morte.

Cassazione penale sez. V, 10/02/2017, n.32368

Revoca della licenza di porto d’armi a chi minaccia di morte

È legittima la revoca della licenza di porto d’armi disposta nei confronti di persona che, oltre ad aver proferito minacce di morte, si accompagnava assiduamente con soggetti sottoposti a misure di prevenzione e deteneva abusivamente munizioni presso la sua abitazione.

Consiglio di Stato sez. III, 10/08/2016, n.3602

Quadro indiziario sulla pericolosità

Ai fini del diniego della licenza di porto d’armi, ai sensi dell’art. 11 del R.D. 18 giugno 1931 n. 773, non si richiede un oggettivo ed un accertato abuso delle armi, ma è sufficiente che il soggetto, in considerazione della sua complessiva condotta, non dia affidamento di non abusarne, con la conseguenza che dovrà ritenersi legittimo, anche se non ricorra alcuna delle ipotesi direttamente descritte dalla legge, il diniego di rilascio del porto di fucile in base al motivato convincimento amministrativo circa la prevedibilità dell’abuso, anche in mancanza di accertamento in sede penale, trattandosi di cautela posta a presidio delle superiori esigenze dell’ordine e della sicurezza pubblica, nonché della prevenzione del danno a terzi da indebito uso.

(Nella fattispecie, il Collegio valutava ragionevole il provvedimento di revoca impugnato, stante la gravità della minaccia di morte, per quanto risultante da una querela presentata contro il ricorrente poi rimessa, giudicata, da una parte, motivazione sufficiente a sostenere la ritenuta mancanza dell’affidamento circa il non abuso delle armi, dall’altra, circostanza tale da escludere in radice che l’Amministrazione abbia fatto un uso distorto della discrezionalità riservatale).

T.A.R. Bologna, (Emilia-Romagna) sez. II, 04/04/2016, n.361

La minaccia di morte con un coltello

La minaccia di morte con l’uso di un coltello integra la minaccia grave. (Nel caso di specie, l’imputata aveva minacciato con un coltello una volontaria di un’associazione “Lega Cane” per riottenere il cane che aveva dato in affidamento).

Tribunale Torre Annunziata sez. I, 02/03/2016, n.411

Lite violenta e minaccia di morte

La minaccia di morte profferta a seguito di una lite violenta è da ritenersi grave integrando il reato previsto dal comma secondo dell’art. 612.

Tribunale Napoli sez. I, 04/05/2015, n.6495

Minaccia di morte proferita da un pluripregiudicato

In tema di reati contro la persona, ai fini della configurabilità del reato di minaccia grave, ex art 612, comma secondo, cod. pen., rileva l’entità del turbamento psichico che l’atto intimidatorio può determinare sul soggetto passivo; pertanto, non è necessario che la minaccia di morte sia circostanziata, potendo benissimo, ancorché pronunciata in modo generico, produrre un grave turbamento psichico, avuto riguardo alle personalità dei soggetti (attivo e passivo) del reato.

(Fattispecie in cui la S.C. ha ritenuto integrato il reato di cui all’art. 612, comma secondo, cod. pen. in relazione a minaccia di morte proferita da un pluripregiudicato nei confronti di due militari).

Cassazione penale sez. V, 29/05/2015, n.44382

Buste contenenti proiettili: esplicita minaccia di morte

Integra l’ipotesi di minaccia la condotta dell’imputato che recapiti due buste contenenti dei proiettili, rappresentando un’esplicita minaccia di morte, a nulla rilevando l’assenza di indicazione del destinatario delle due buste recapitate a mano che arrivarono, comunque, ai destinatari.

Cassazione penale sez. V, 22/04/2014, n.46472

Minacciare di morte con una pistola

Risponde del reato di minaccia aggravata ai sensi dell’art. 612, comma 2, c.p., l’imputato che, nel minacciare di morte per mezzo di una pistola la persona offesa, pur non mostrando l’arma, detenga comunque in casa delle armi e tale circostanza sia nota alla vittima.

Tribunale La Spezia, 31/10/2014, n.1015

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Pedopornografia: ultime sentenze

Detenzione e utilizzo di materiale pedopornografico; numero di immagini contenute nei supporti informatici; diffusione dei file.

Sequestro probatorio di materiale informatico

In sede di riesame del sequestro probatorio il tribunale è chiamato a verificare l’astratta sussistenza del reato ipotizzato, considerando il fumus commissi delicti in relazione alla congruità degli elementi rappresentati e, quindi, della sussistenza dei presupposti che giustificano il sequestro deve essere effettuata nella prospettiva di un giudizio di merito sulla fondatezza dell’accusa, quanto, piuttosto, con riferimento all’idoneità degli elementi su cui si fonda la notizia di reato a rendere utile l’espletamento di ulteriori indagini, per acquisire prove certe o prove ulteriori del fatto, non esperibili senza la sottrazione all’indagato della disponibilità della res o l’acquisizione della stessa nella disponibilità dell’autorità giudiziaria.

(Nella specie, relativa al sequestro di materiale informatico di un soggetto indagato per pedopornografia, la Corte ha ritenuto illegittimo il sequestro in quanto il decreto non era sufficientemente motivato; in particolare la Corte ha ritenuto che il giudice del merito avesse espresso una motivazione meramente apparente a sostegno del decreto, in considerazione del fatto che era dubbio se il soggetto femminile ritratto nel filmato fosse maggiorenne o minorenne).

Cassazione penale sez. III, 05/02/2021, n.13486

Prova della diffusione delle immagini

L’utilizzo dell’applicazione WhatsApp per la trasmissione di materiale pedopornografico da parte della p.o. all’imputato , non necessita di alcun ulteriore e specifico accertamento in ordine alla potenzialità di diffusione del materiale, stante la natura stessa del mezzo di comunicazione , di agevole struttura e diffusione sulla piazza telematica delle immagini.

Corte appello Trento, 27/08/2020, n.114

Pornografia minorile: configurabilità del reato

La diffusione via WhatsApp a un solo destinatario delle fotografie pornografiche minorili, anche se originate da selfie, rientra nell’ipotesi di reato prevista dall’articolo 600-ter, comma 4, del Cp, che punisce con la reclusione fino a tre anni la cessione, anche a titolo gratuito, di materiale pedopornografico, a prescindere da chi abbia scattato le fotografie. Ad affermarlo è la Cassazione chiarendo che ai fini della configurabilità del reato non rileva che le fotografie siano autoscattate oppure no.

La Suprema corte nella sentenza ripercorre l’intera disciplina della pedopornografia minorile cercando di colmarne le lacune e conferma la condanna ex articolo 600-ter del Cp di uno studente che dopo essere venuto in possesso del cellulare di una amica per scattare una foto collettiva, aveva a sua insaputa fotografato dei selfie pornografici della stessa, presenti nel telefono, inviandoli a un amico via whatsapp che poi a sua volta li aveva divulgati.

Cassazione penale sez. III, 21/11/2019, n.5522

Materiale pornografico: detenzione e utilizzo

In tema di pedopornografia, mentre il delitto di cui all’art. 600 – quater c.p., presuppone una detenzione “fine a se stessa” del materiale pedopornografico, essendo richiesta la consapevolezza (dolo generico) con riferimento alla condotta di “procurarsi” o “detenere” il predetto materiale realizzato utilizzato minorenni, la fattispecie dell’art. 600 – ter c.p., comma1, n. 1, oggetto di contestazione, punisce la “produzione” di tale materiale a prescindere dalla finalità commerciale (v. art. 600 – ter c.p., comma 2) e presuppone ovviamente una detenzione “qualificata” del materiale prodotto, in quanto non destinata ex se al mero soddisfacimento delle pulsioni sessuali dell’agente, ma preordinata al perseguimento di una finalità ulteriore che può essere anche quella di un utilizzo del materiale per finalità illecite, quale può essere ad esempio quella di detenerlo per ricattare il minore che ne è involontario protagonista, prospettandogli l’alternativa tra soggiacere ai desideri sessuali del reo o vedersi pubblicate su internet le immagini pornografiche che lo ritraggono.

Ufficio Indagini preliminari Bari, 22/10/2018

Reato di invio al destinatario del messaggio Facebook

Sussiste il delitto di cui all’art. 600-ter, comma 3, c.p. nel caso in cui il soggetto inserisca foto pornografiche raffiguranti minori in un sito liberamente accessibile ovvero quando le propaghi per mezzo della rete internet, inviandole ad un gruppo o ad una lista di discussione da cui chiunque le possa scaricare, mentre è configurabile l’ipotesi più lieve di cui all’art. 600-ter, comma 4, c.p. quando l’agente invia le foto a una persona determinata, allegandole ad un messaggio di posta elettronica oppure tramite il profilo facebook del destinatario, in modo tale che solo quest’ultimo abbia la possibilità di prelevarle.

Cassazione penale sez. III, 27/09/2018, n.1647

Pedopornografia: la prova del dolo

La prova del dolo del reato di detenzione di materiale pedopornografico, di cui all’art. 600-quater cod. pen., può desumersi dal solo fatto che quanto scaricato sia stato collocato in supporti informatici diversi (ad es, nel “cestino” del sistema operativo), evidenziando tale attività una selezione consapevole dei “file”, senza che abbia alcuna rilevanza il fatto che non siano stati effettivamente visionati.

Cassazione penale sez. III, 15/09/2017, n.48175

Prove acquisite senza l’osservanza delle formalità prescritte

La sanzione dell’inutilizzabilità prevista in via generale dall’art. 191 cod. proc. pen. si riferisce alle prove illegittime in quanto acquisite in violazione dei divieti stabiliti dalla legge e non a quelle la cui assunzione, pur consentita, sia avvenuta senza l’osservanza delle formalità prescritte, che, invece, possono eventualmente rilevare sul piano della nullità, qualora, in base al principio di tassatività, tale sanzione sia prevista con riferimento alla specifica violazione.

(Fattispecie in cui la S.C. ha ritenuto immune da censure la sentenza di merito che, in un caso di indagine su pedopornografia svolta ai sensi dell’art. 14, legge n. 269 del 1998, ha ritenuto utilizzabile la prova acquisita dalla polizia giudiziaria in violazione di alcune regole operative imposte dal pubblico ministero).

Cassazione penale sez. III, 25/10/2017, n.56086

Consenso del minore

In tema di pornografia minorile, il consenso della persona minorenne non incide sulla struttura del reato.

Cassazione penale sez. III, 13/07/2016, n.2997

Pedopornografia: l’aggravante dell’ingente quantità di immagini

La configurabilità della circostanza aggravante della “ingente quantità” nel delitto di detenzione di materiale pedopornografico (art. 600 quater, comma 2, c.p.) impone al giudice di tener conto non solo del numero dei supporti detenuti, dato di per sé indiziante, ma anche del numero di immagini, da considerare come obiettiva unità di misura, che ciascuno di essi contiene. (In applicazione del principio, la Corte ha ritenuto immune da vizi la sentenza impugnata, nella quale i giudici avevano ravvisato gli estremi dell’aggravante in questione in relazione alla detenzione di un film e 300 fotografie).

Cassazione penale sez. III, 21/06/2016, n.35876

Cancellazione dei file pedopornografici

In tema di pedopornografia, dopo la modifica dell’art. 600-septies cod. pen., per effetto dell’art. 4 della legge 1 ottobre 2012, n. 172, che prevede la confisca obbligatoria delle cose che costituiscono il profitto o il prodotto del reato, deve ancora ritenersi ammessa la confisca facoltativa delle cose che servirono o furono destinate a commettere il reato sulla base dei principi generali contenuti nell’art. 240 cod. pen.

(Fattispecie nella quale la S.C. ha confermato il rigetto della richiesta di restituzione dei sistemi informatici confiscati, ancorché bonificati mediante cancellazione dei file pedopornografici, in quanto il ricorrente non aveva censurato la prognosi di pericolosità sociale derivante dal possesso dei beni).

Cassazione penale sez. III, 29/11/2012, n.5143

File pedopornografici: divulgazione

L’invio, tramite posta elettronica, ad un gruppo di discussione o newsgroup, di files contenenti immagini pedopornografiche, resi disponibili ai partecipanti alla discussione solo dopo la loro visione da parte del “moderatore” del gruppo, integra il delitto di divulgazione di materiale pedopornografico punito dall’art. 600 ter, comma 3, c.p., e non quello, meno grave, di offerta o cessione, anche gratuita, del predetto materiale, previsto dal comma 4 del medesimo articolo.

(In motivazione la Corte, in una fattispecie in cui i files, dopo l’invio, confluivano, prima della loro visione da parte del moderatore, in appositi server “Nttp” – Network News Transport Protocol, protocollo usato dal servizio internet Usenet per permettere la lettura dei newsgroup -, ha precisato che tale condotta non rientra nell’ambito della connessione privata, stante la messa a disposizione dei files di un numero indeterminato di utenti, essendo irrilevante la presenza del “moderatore”, punibile a titolo di concorso con l’autore dell’invio).

Cassazione penale sez. III, 19/07/2011, n.30564

Materiale pornografico minorile: nozione

Per “materiale pornografico” deve intendersi il materiale che ritrae o rappresenta visivamente un minore degli anni diciotto implicato o coinvolto in una condotta sessualmente esplicita, che può anche estrinsecarsi semplicemente nell’esibizione lasciva dei genitali o della regione pubica.

Cassazione penale sez. III, 04/03/2010, n.10981

Immagini fotografiche o riprese video con abusi ai danni di minori

Non integrano nullità per violazione del principio di determinatezza nella contestazione né l’omessa indicazione dei dati anagrafici delle persone offese, né l’omessa indicazione del luogo e dell’ora di consumazione della condotta contestata.

(Fattispecie in materia di pedopornografia minorile nella quale i fatti, commessi all’estero in un ampio arco temporale, risultavano da immagini fotografiche o riprese video in cui il reo veniva rappresentato nell’atto di commettere gli abusi ai danni di minori stranieri non identificati).

Cassazione penale sez. III, 05/03/2009, n.15927

Attività di contrasto contro la pedopornografia

L’attività di contrasto contro la pedopornografia è esercitabile dagli organi di polizia giudiziaria, previa autorizzazione dell’autorità giudiziaria, solo per acquisire elementi di prova in ordine ai delitti espressamente indicati nell’art. 14 della l. 3 agosto 1998, n. 269, norma eccezionale insuscettibile di interpretazione analogica ovvero estensiva. (Fattispecie nella quale l’attività di polizia giudiziaria svolta da un agente provocatore riguardava il delitto di cessione gratuita di materiale pedopornografico, non rientrante nell’art. 14 della legge citata).

Cassazione penale sez. III, 17/01/2008, n.8380

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Mastoplastica additiva: ultime sentenze

Responsabilità del chirurgo; carente tecnica chirurgica; inadeguatezza delle protesi; lesioni personali in danno della paziente.

L’intervento chirurgico di mastoplastica additiva consiste nell’aumento del volume del seno e nel miglioramento della forma. Prima dell’operazione, il paziente dovrà sostenere un colloquio con il chirurgo estetico. Lo specialista valuterà le dimensioni del seno, del torace e la costituzione; dopodiché, dovrà offrire informazioni chiare ed esaustive sulle possibili complicanze che possono verificarsi con l’uso delle protesi mammarie. Il chirurgo plastico dovrà far firmare al paziente il consenso informato dopo averne illustrato il contenuto. Per saperne di più, leggi le ultime sentenze mastoplastica additiva.

Intervento di chirurgia estetica mal riuscito

La responsabilità del chirurgo in relazione al danno conseguente all’eseguito intervento di chirurgia estetica, al quale sia seguito un inestetismo più grave di quello che si mirava a eliminare o attenuare, è conseguente all’accertamento che il paziente non sia, stato adeguatamente informato di tale possibile esito, ancorché l’intervento risulti correttamente eseguito.

Il paziente, infatti, con la chirurgia estetica, insegue un risultato non declinabile in termini di tutela della salute, circostanza che fa presumere come il consenso all’intervento non sarebbe stato prestato se egli fosse stato compiutamente informato dei relativi rischi, senza che sia necessario accertare quali sarebbero state le sue concrete determinazioni in presenza della dovuta informazione.

Nel caso di specie, si trattava dei danni patiti da una donna in conseguenza del non corretto intervento chirurgico estetico di “mastoplastica additiva correttiva”, in relazione al quale il modulo di consenso informato risultava del tutto carente, non facendo alcun riferimento ai possibili rischi, effetti collaterali e controindicazioni.

Tribunale Palermo sez. III, 06/06/2019, n.2821

Intervento chirurgico di mastoplastica additiva in équipe

In tema di colpa professionale, in caso di intervento chirurgico in «équipe», il principio per cui ogni sanitario è tenuto a vigilare sulla correttezza dell’attività altrui, se del caso ponendo rimedio ad errori, che siano evidenti e non settoriali, rilevabili ed emendabili con l’ausilio delle comuni conoscenze scientifiche del professionista medio, non opera in relazione alle fasi dell’intervento in cui i ruoli e i compiti di ciascun operatore sono nettamente distinti, dovendo trovare applicazione il diverso principio dell’affidamento per cui può rispondere dell’errore o dell’omissione solo colui che abbia in quel momento la direzione dell’intervento o che abbia commesso un errore riferibile alla sua specifica competenza medica, non potendosi trasformare l’onere di vigilanza in un obbligo generalizzato di costante raccomandazione al rispetto delle regole cautelari e di invasione negli spazi di competenza altrui.

Cassazione penale sez. IV, 23/01/2018, n.22007

Esercizio abusivo della professione medica

In tema di esercizio abusivo della professione medica, non integra il reato di cui all’art.348 cod.pen. la condotta del medico che esegua interventi di mastoplastica additiva pur non avendo conseguito la specializzazione in chirurgia plastica o generale, in quanto l’iscrizione all’albo dei medici abilita di per sé allo svolgimento dell’attività chirurgica, non essendo richiesto anche il possesso del diploma di specializzazione nei diversi settori della chirurgia, requisito necessario per il solo svolgimento dell’attività chirurgica nell’ambito del servizio sanitario nazionale.

(In motivazione, la Corte ha precisato che la previsione contenuta all’art.2 del D.M. 3 settembre 1993, in base alla quale l’utilizzo di protesi al silicone era consentita esclusivamente agli specialisti in chirurgia plastica, aveva la funzione di limitare l’utilizzo di tali protesi e non di circoscrivere l’ambito di esercizio della professione medica).

Cassazione penale sez. VI, 12/11/2015, n.50012

Intervento di mastoplastica e risarcimento danni

La produzione in giudizio, effettuata da un medico e dal legale dello stesso, delle fotografie di una paziente relative ad un intervento di mastoplastica dalla stessa subito costituisce, ai sensi dell’art. 4, lett. l), d.lg. n. 196 del 2003, una comunicazione di dati (in quanto rivolta a “dare conoscenza dei dati personali a uno o più soggetti determinati diversi dall’interessato”), che, ai sensi dell’art. 4, lett. a), del medesimo decreto, rientra nella definizione di trattamento.

Pertanto, il medico e il legale dello stesso sono tenuti in solido al risarcimento dei danni, ai sensi dell’art. 15 d.lg. n. 196 del 2003, atteso che, ai sensi dell’art. 23 del medesimo decreto, il trattamento di dati personali è ammesso solamente con il consenso dell’interessato (che si intende validamente prestato solo se espresso liberamente e specificamente in riferimento ad un trattamento chiaramente individuato, se è documentato per iscritto e se sono state rese all’interessato le informazioni di cui all’art. 13 d.lgs. 196/2003), e che la paziente aveva rilasciato il consenso esclusivamente al trattamento dei propri dati per fini scientifici, del tutto estranei al trattamento poi effettivamente realizzato.

Cassazione civile sez. III, 11/09/2014, n.19172

Fotografie di una paziente relative ad un intervento di mastoplastica

Ai sensi del combinato disposto di cui agli art. 24, comma 1, lett. j), e 26, comma 4, lett. c), d.lg. n. 196 del 2003, il trattamento di dati sensibili può essere effettuato in sede giudiziaria, in assenza del consenso dell’interessato, solamente qualora lo stesso sia necessario ai fini difensivi, avvenga esclusivamente per tali finalità e per il periodo necessario; pertanto, sono tenuti in solido al risarcimento dei danni, ai sensi dell’art. 15 d.lg. n. 196 del 2003, il medico e il legale dello stesso, che abbiano prodotto in sede giudiziaria le fotografie di una paziente relative ad un intervento di mastoplastica dalla stessa subito, atteso che quest’ultima ne aveva autorizzato la pubblicazione ai soli fini scientifici, e che la divulgazione in sede processuale di tali immagini non era utile, né finalizzata alla strategia difensiva del medico (citato in giudizio per responsabilità professionale con riferimento al diverso intervento di addominoplastica subito dalla stessa paziente).

Cassazione civile sez. III, 11/09/2014, n.19172

Interventi chirurgici di mastoplastica additiva

In tema di responsabilità medica, la limitazione della responsabilità prevista dall’art. 3 l. 8 novembre 2012 n. 189 è confinata alla sola colpa lieve e non è, quindi, invocabile nel caso in cui il sanitario sia incorso in “colpa grave”, rinvenibile nell’errore inescusabile, che trova origine o nella mancata applicazione delle cognizioni generali e fondamentali attinenti alla professione o nel difetto di quel minimo di abilità e perizia tecnica nell’uso dei mezzi manuali o strumentali adoperati nell’atto operatorio e che il medico de- ve essere sicuro di poter gestire correttamente o, infine, nella mancanza di prudenza o di diligenza, che non devono mai difettare in chi esercita la professione sanitaria.

(Nella specie, si è esclusa l’applicabilità della disciplina limitativa della responsabilità giacché era risultato accertato in sede di merito, il “notevole grado di imperizia” dell’imputato nell’esecuzione di due interventi chirurgici di mastoplastica additiva, da cui, per la carente tecnica chirurgica e l’inadeguatezza delle protesi, erano derivate lesioni personali in danno della paziente).

Cassazione penale sez. IV, 27/11/2013, n.2347

Comprovato inadempimento del chirurgo

La sottoposizione ad intervento chirurgico di mastoplastica per uno specifico scopo estetico non raggiunto dal chirurgo operante, il cui inadempimento sia anche confermato dalla cartella clinica, implica responsabilità a carico dello stesso. Posta, infatti, la configurazione di un intervento chirurgico di non particolare complessità, il comprovato inadempimento del chirurgo, l’assenza di qualsiasi prova che dimostri la sua mancanza di colpa, configura responsabilità per inadempimento contrattuale.

Corte appello Milano sez. I, 30/01/2008

Intervento di mastoplastica additiva: condotta del medico

Il nesso di causalità, nella causalità omissiva per reati colposi, laddove la condotta del medico sia stata condizione necessaria dell’evento lesivo con alto o elevato grado di credibilità razionale o probabilità logica, non sussiste qualora l’intervento di mastoplastica additiva con taglio cutaneo sottomammario con sutura intradermica sia stato effettuato secondo la procedura standard riconosciuta universalmente dalla comunità scientifica. La correttezza della scelta operata, in quanto adeguata alla conformazione anatomica della paziente e meno invasiva e rischiosa rispetto ad altre tecniche chirurgiche, esclude la responsabilità del medico.

Tribunale Nola, 11/04/2005, n.567

Mancato controllo della paziente dopo l’intervento

Integra il reato di lesioni colpose la condotta del chirurgo estetico che, successivamente all’intervento di mastoplastica additiva, abbia omesso di sottoporre la paziente ad adeguati controlli nel periodo post-operatorio sottovalutando gli inconvenienti dalla stessa lamentati, intervenendo in modo intempestivo e con pratiche mediche non corrette (c.d. “squeezing”), nonostante l’evidente processo infiammatorio delle mammelle.

Cassazione penale sez. IV, 28/10/2004, n.3448

Mastoplastica additiva e conseguente situazione patologica

L’art. 392 lett. f) c.p.p. prevede la possibilità di procedere con incidente probatorio all’assunzione anticipata di una perizia solo se la prova riguarda una persona il cui stato è soggetto a modificazione non evitabile. In altri termini, la non rinviabilità della prova al dibattimento deve essere determinata da una fisiologica deteriorabilità delle condizioni della persona da sottoporre all’accertamento, e non da una scelta volontaria di sottoporsi ad un intervento modificativo.

(Nel caso di specie il g.i.p. ha rigettato la richiesta di incidente probatorio avanzata dal p.m., ritenendo che l’asserita necessità della persona offesa di sottoporsi ad un ulteriore intervento chirurgico – finalizzato a porre rimedio alla situazione patologica che si sarebbe venuta a creare a seguito dell’intervento chirurgico di mastoplastica additiva in contestazione non soddisferebbe ai requisiti richiesti dalla norma, trattandosi di un intervento volontario diretto a rimuovere gli esiti dell’intervento contestato).

Tribunale Milano sez. uff. indagini prel., 19/02/2003

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Opere abusive condominio: ultime sentenze

Leggi le ultime sentenze su: ordine di demolizione di opere abusive; responsabilità penale dell’amministratore di condominio; interessi del condominio notifica del gravame; tutela del decoro architettonico dell’edificio condominiale.

Tutela del decoro architettonico dell’edificio

Il decoro architettonico, che caratterizza la fisionomia dell’edificio condominiale, è un bene comune, ai sensi dell’art. 1117 c.c., il cui mantenimento è tutelato a prescindere dalla validità estetica assoluta delle modifiche che si intendono apportare; il singolo condòmino è quindi legittimato ad agire in giudizio per la rimozione delle modifiche apportate da altri condòmini che si rivelino abusive e pregiudizievoli.

Cassazione civile sez. II, 05/11/2019, n.28465

Abusi realizzati sulle parti comuni di un edificio 

È illegittimo l’ordine di demolizione e ripristino volto alla repressione di opere abusive realizzate sulle parti comuni di un edificio che sia indirizzato al condominio e non ai singoli condomini, in quanto esso è un mero ente di gestione, privo di personalità giuridica.

Ne consegue che le parti comuni dell’edificio non sono di proprietà dell’ente condominio, ma dei singoli condomini e pertanto la misura volta a colpire l’abuso realizzato sulle parti comuni deve essere indirizzata esclusivamente nei confronti dei singoli condomini, unici (com)proprietari delle stesse e unici legittimati passivi dell’ordine.

T.A.R. Milano, (Lombardia) sez. II, 29/07/2019, n.1764

Opere abusive realizzate senza permesso di costruire 

In tema di opere abusive, realizzate senza permesso di costruire in zone sottoposte a vincolo paesaggistico, paesaggistico-ambientale su aree di notevole interesse pubblico o in zone sismiche, l’amministratore di condominio risponde penalmente, a ragione del fatto che egli, proprio in virtù della sua qualifica, non può ignorare la normativa edilizia in tema autorizzazioni amministrative necessarie al fine di erigere strutture permanenti e comunque modificative del prospetto dell’edificio.

Tribunale Napoli sez. I, 12/02/2018, n.1938

Ordine di demolizione: è un atto vincolato?

La realizzazione di un ingresso indipendente in condominio difforme alla licenza viola il testo unico per l’edilizia e legittima l’ordine di demolizione, a nulla rilevando la valutazione delle ragioni di interesse pubblico o la comparazione di questo con gli interessi privati coinvolti. A ricordarlo è il Tar di Potenza secondo cui l’ordine di demolizione di opere abusive, come tutti i provvedimenti sanzionatori in materia edilizia, “è atto vincolato e non richiede una specifica valutazione delle ragioni di interesse pubblico, né una comparazione di questo con gli interessi privati coinvolti e sacrificati, né una motivazione sulla sussistenza di un interesse pubblico concreto ed attuale alla demolizione”. Nel caso di specie, si trattava dell’ingresso di un condominio realizzato su un altro lato dell’edificio rispetto a quello previsto.

T.A.R. Potenza, (Basilicata) sez. I, 26/03/2016, n.297

La condanna del locatario

In tema di amministrazione della cosa comune, il decreto emesso ai sensi dell’art. 1105, comma 4, c.c. ha natura di provvedimento di volontaria giurisdizione, che, essendo suscettibile di revoca e modifica ex art. 742 c.p.c., è privo del carattere di definitività e, quindi, non è impugnabile con ricorso per cassazione ex art. 111 Cost., a meno che il provvedimento, travalicando i limiti previsti per la sua emanazione, abbia risolto in sede di volontaria giurisdizione una controversia su diritti soggettivi.

(Nella specie, il giudice di merito, atteso il disaccordo tra i comunisti, aveva nominato un amministratore affinché procurasse la condanna del locatario a rimuovere le opere abusive eseguite sugli immobili comuni; in applicazione dell’enunciato principio, la S.C., negando la consistenza di diritto soggettivo all’interesse di alcuni comunisti di ottenere la sanatoria degli illeciti edilizi, ne ha dichiarato inammissibile il ricorso).

Cassazione civile sez. II, 22/03/2012, n.4616

Domanda risarcitoria

La domanda diretta alla rimozione delle opere abusive realizzate nel cortile condominiale e la relativa domanda risarcitoria devono essere proposte nei confronti dei singoli condomini trattandosi di azioni reali.

Cassazione civile sez. II, 16/03/2011, n.6177

L’eliminazione di opere abusive

In tema di rapporti condominiali nel giudizio instaurato a tutela della proprietà comune per l’eliminazione di opere abusive compiute da alcuni condomini (e non per l’accertamento della natura condominiale di alcuni specifici beni) non è necessaria l’integrazione del contraddittorio nei confronti di tutti gli altri comproprietari, dovendo i singoli convenuti rispondere autonomamente dell’addebitato abuso e potendo ciascuno dei condomini agire individualmente a tutela del bene comune.

Cassazione civile sez. II, 09/08/2010, n.18485

Rappresentanza giudiziale del condominio

Configurandosi il condominio come un ente di gestione sfornito di personalità giuridica distinta da quella dei singoli condomini, l’esistenza di un organo rappresentativo unitario, quale l’amministratore, non priva i singoli partecipanti della facoltà di agire a difesa degli interessi, esclusivi e comuni, inerenti all’edificio condominiale, con la conseguenza che essi sono legittimati ad impugnare personalmente, anche in cassazione, la sentenza sfavorevole emessa nei confronti della collettività condominiale ove non vi provveda l’amministratore; in tali casi, tuttavia, il gravame deve essere notificato anche all’amministratore, persistendo la legittimazione del condominio a stare in giudizio nella medesima veste assunta nei pregressi gradi, in rappresentanza di quei partecipanti che non hanno assunto individualmente l’iniziativa di ricorrere in cassazione.

Cassazione civile sez. III, 18/02/2010, n.3900

Tutela del bene comune

In tema di rapporti condominiali, nel giudizio instaurato a tutela della proprietà comune (nella specie, canna fumaria) per l’eliminazione di opere abusive compiute da alcuni condomini, non è necessaria l’integrazione del contraddittorio nei confronti di tutti gli altri comproprietari, dovendo i singoli convenuti rispondere autonomamente dell’addebitato abuso e potendo ciascuno dei condomini agire individualmente a tutela del bene comune.

Cassazione civile sez. II, 07/09/2009, n.19329

Opera abusiva del singolo condomino

Nel condominio degli edifici, la lesività estetica dell’opera abusivamente compiuta da uno dei condomini – che costituisca l’unico contestato profilo di illegittimità dell’opera stessa – non può assumere rilievo in presenza di una già grave evidente compromissione del decoro architettonico dovuto a precedenti interventi sull’immobile.

(Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza di merito che aveva respinto la domanda di rimozione di un ballatoio realizzato da un condomino sul preesistente terrazzo, in considerazione del fatto che non tutte le modifiche compiute avevano danneggiato il decoro dell’edificio, peraltro già compromesso da precedenti interventi, alcuni dei quali opera dello stesso condomino attore).

Cassazione civile sez. II, 17/10/2007, n.21835

La demolizione dell’opera abusiva e la rimessone in pristino

Qualora il comproprietario di un appartamento sito in un condominio abbia installato un bene sulla facciata condominiale dell’edificio stesso (sul quale insiste il balcone di pertinenza dell’appartamento), la sentenza che ordini la demolizione dell’opera abusiva e la rimessone in pristino deve essere emessa nei confronti di entrambi i comproprietari – essendo in difetto la sentenza resa nei confronti di uno solo di essi suscettibile di opposizione di terzo, a norma dell’art. 404 c.p.c. – senza che possa invocarsi che in pratica è stato posto in essere un illecito civile e penale contro i quali è chiesto il ripristino della legalità (sì che esclusivo destinatario della pronuncia è il solo comproprietario autore dell’illecito).

Cassazione civile sez. II, 16/05/2007, n.11291

Opere abusive ricadenti su parti comuni di un edificio

Ben può l’amministrazione comunale, in sede di rilascio della concessione edilizia, legittimamente richiedere il consenso del comproprietario dell’area interessata dall’intervento edilizio (nella specie, la concessione edilizia veniva richiesta per opere abusive ricadenti, parzialmente, su parti comuni di un edificio e, di conseguenza, negata in assenza del consenso del condominio).

Consiglio di Stato sez. V, 21/10/2003, n.6529

Rimozione di opere abusive

Il singolo condomino è legittimato a chiedere, senza alcuna necessità di litisconsorzio con gli altri condomini, la rimozione di opere abusive che importino mutamento della destinazione della cosa comune.

Pretura Taranto, 16/04/1991

Decoro architettonico della facciata dell’edificio

Le modificazioni apportate da uno dei condomini agli infissi delle finestre del proprio appartamento in assenza della preventiva autorizzazione dell’assemblea condominiale prevista dal regolamento di condominio, valgono a far qualificare presuntivamente dette opere come abusive e pregiudizievoli al decoro architettonico della facciata dell’edificio ed a configurare l’interesse processuale del singolo condomino che agisca in giudizio a tutela della cosa comune.

Nè tale interesse può ritenersi escluso per la possibilità di una postuma convalida da parte dell’assemblea, perché l’esercizio del potere di azione non può trovare ostacolo nella aleatoria evenienza di una successiva convalida da parte dell’assemblea.

Cassazione civile sez. II, 09/06/1988, n.3927

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Museruola cane: ultime sentenze

Divieto di lasciare incustoditi i cani in luogo pubblico; domanda di risarcimento del danno per l’aggressione di un cane, accertata in sede penale e confermata da documentazione medica.

Limiti responsabilità del padrone per lesioni colpose

Non risponde di lesioni colpose il proprietario di un cane che, all’uscita del cancello,  si faceva anticipare dal cane che provocava lesioni ad un passante per assenza di colpa generica e colpa specifica avendo osservato l’ordinanza del Ministero della Salute del 25 giugno 2018 che dispone l’obbligo di utilizzare sempre in ogni luogo il guinzaglio non superiore a metri 1,50 per i cani condotti nelle aree urbane e nei luoghi aperti al pubblico e di avere sempre con sé la museruola, da applicare in caso di potenziale pericolo, né può essere ritenuto responsabile per colpa generica per non aver tenuto dietro di sé l’animale. (Nel caso di specie, il cane  alzandosi sulle zampe anteriori  spaventava un passante che cadeva in terra).

Tribunale Torino sez. I, 25/07/2019, n.40

Lesioni arrecate dall’animale ad un minore

In tema di lesioni colpose, la posizione di garanzia assunta dal detentore di un cane, discendente anche dalle ordinanze del Ministero della Salute del 3 marzo 2009 e del 6 agosto 2013, impone l’obbligo di controllare e custodire l’animale adottando ogni cautela per evitare e prevenire le possibili aggressioni a terzi.

(Fattispecie relativa ad aggressione da parte di un cane ai danni di un minore, all’interno di un’area per cani in un parco pubblico, in cui la Corte ha ritenuto esente da censure la sentenza che aveva riconosciuto la responsabilità del proprietario del cane per non aver mantenuto un costante controllo visivo dell’animale tenendo a portata di mano la museruola, in violazione di quanto disposto dal “Decalogo aree cani” adottato dalla regione Lombardia).

Cassazione penale sez. IV, 27/06/2019, n.31874

Cane morde bambino: il padrone è responsabile?

Il proprietario di un cane è gravato da una posizione di garanzia in forza della quale deve adottare tutte le cautele necessarie per prevenire le reazioni del proprio animale. All’interno delle aree destinate al c.d. sgambamento dei cani il padrone dell’animale deve portare con sé la museruola e non deve interrompere il contatto visivo con il cane, in modo da potere intervenire tempestivamente ove quest’ultimo assumesse atteggiamenti pericolosi od aggressivi.

Cassazione penale sez. IV, 27/06/2019, n.31874

Animale munito di regolare museruola e guinzaglio

È illegittimo il provvedimento con cui l’amministrazione comunale vieta, per tutta la durata della stagione balneare, di condurre nelle spiagge destinate alla libera balneazione e di farvi permanere qualsiasi tipo d’animale, anche sorvegliato e munito di regolare museruola e guinzaglio, concedendo solo la possibilità di far accedere gli animali negli stabilimenti balneari a pagamento i cui concessionari abbiano creato delle apposite zone.

T.A.R. Latina, (Lazio) sez. I, 11/03/2019, n.176

Modalità di custodia: guinzaglio e museruola

L’ordinanza sindacale che rechi il divieto assoluto di introdurre cani, anche se custoditi, nelle aree destinate a verde pubblico — pur se in ragione delle meritevoli ragioni di tutela dei cittadini in considerazione della circostanza che i cani vengono spesso lasciati senza guinzaglio e non ne vengono raccolte le deiezioni — risulta essere eccessivamente limitativa della libertà di circolazione delle persone ed è comunque posta in violazione dei principi di adeguatezza e proporzionalità, atteso che lo scopo perseguito dall’Ente locale di mantenere il decoro e l’igiene pubblica, nonché la sicurezza dei cittadini, può essere soddisfatto attraverso l’attivazione dei mezzi di controllo e di sanzione rispetto all’obbligo per gli accompagnatori o i custodi di cani di rimuovere le eventuali deiezioni con appositi strumenti e di condurli in aree pubbliche con idonee modalità di custodia (guinzaglio e museruola) trattandosi di obblighi imposti dalla disciplina generale statale, cosicché il Sindaco può fronteggiare comportamenti incivili da parte dei conduttori di cani, al fine di prevenire le negative conseguenze di tali condotte, con l’esercizio degli ordinari poteri di prevenzione, vigilanza, controllo e sanzionatori di cui dispone l’Amministrazione.

T.A.R. Bari, (Puglia) sez. III, 16/03/2018, n.359

Domanda di risarcimento del danno 

Va accolta la domanda di risarcimento del danno a seguito dell’aggressione di un cane di razza pitbull essendo la stessa stata accertata in sede penale come risulta dalla sentenza penale confermata in appello prodotta in giudizio, nonché dalla documentazione medica (nella specie un pitbull, lasciato incustodito e privo di museruola, ha morso una persona cagionandogli profonde ferite al braccio destro e alla mano).

Tribunale Savona, 09/12/2017

Divieto di condurre o far permanere qualsiasi tipo di animale sulle spiagge

È legittimo il provvedimento con cui un comune imponga il divieto di condurre o far permanere qualsiasi tipo di animale, anche se munito di museruola e guinzaglio, sulle spiagge del territorio comunale.

T.A.R. Napoli, (Campania) sez. VII, 22/01/2015, n.425

Responsabilità del padrone di un cane

Deve essere riconosciuta la responsabilità del padrone di un cane per le lesioni riportate alla persona offesa, a nulla rilevando che in occasione di talune visite effettuate dalla polizia locale lo stesso si fosse mostrato non aggressivo, atteso che corrisponde a norma cautelare ovvia che un animale di tal fatta (pastore maremmano), il quale, per qualsivoglia ragione, può dar luogo a pericolose aggressioni, venga adeguatamente custodito o, comunque, reso inoffensivo mediate museruola.

Cassazione penale sez. IV, 19/06/2014, n.36461

Omessa vigilanza del cane

Spetta al detentore dell’animale scegliere il mezzo più adeguato (museruola o guinzaglio) idoneo a garantire la sicurezza dei terzi presenti in luoghi pubblici (riconosciuta, nella specie, la responsabilità dell’imputata per il reato di lesioni, in quanto il cane da lei posseduto aveva morso un bambino nell’ambito di una mostra canina; il giudice di merito aveva rinvenuto nella omessa vigilanza del cane il profilo di colpa dell’imputata la quale, in presenza di più persone, avrebbe dovuto tenere una condotta di particolare attenzione ed idonea ad evitare l’evento poi verificatosi).

Cassazione penale sez. IV, 24/06/2014, n.44095

Cane libero di muoversi tra le persone

Va riconosciuta la responsabilità del proprietario di un cane che, accidentalmente colpito ad una zampa da un’altra persona, azzannava altro soggetto, risultando imprudente la condotta del proprietario dell’animale.

A nulla rileva la circostanza che l’animale sia stato pestato accidentalmente, evenienza questa del tutto probabile, come era probabile che l’animale rispondesse in simili casi con un’aggressione, avendo, invece, significativa rilevanza penale il fatto che l’animale non fosse stato custodito in un luogo non accessibile agli ospiti o, quanto, meno non fosse stato munito di museruola, risultando libero di muoversi tra le persone.

Cassazione penale sez. IV, 19/03/2013, n.23352

Bambina azzannata da un cane

Va riconosciuta al responsabilità del titolare di un agriturismo per le lesioni subite da una bambina, azzannata da un cane portato nella struttura da un dipendente e lasciato libero di muoversi senza museruola, atteso che il titolare avrebbe non solo dovuto adottare tutte le precauzioni necessarie ad evitare che l’animale potesse recar danno a chiunque si trovasse all’interno della struttura, ma anche accertarsi che le disposizioni impartite al dipendente in merito alla gestione dell’animale fossero puntualmente osservate.

Cassazione penale sez. IV, 08/05/2012, n.3124

L’obbligo di guinzaglio e museruola

Ai fini della responsabilità per lesioni provocate dall’aggressione di un pitbull, l’abrogazione dell’elenco di razze canine ritenute pericolose di cui all’ordinanza del ministero della salute 12 dicembre 2006 – che prevedeva per i predetti cani l’obbligo di guinzaglio e museruola – intervenuta con ordinanza 3 marzo 2009, non spiega alcun rilievo in ordine all’applicazione del principio di cui all’art. 2, comma secondo, cod. pen., trattandosi di previsione rientrante nel novero delle norme amministrative cautelari, la cui violazione integra colpa specifica, che esauriscono la loro funzione di imputazione per colpa al momento del verificarsi del fatto, ma non incidono sulla fattispecie, sicché la modifica della norma precauzionale non muta la fattispecie incriminatrice – neanche sotto il profilo soggettivo, perché non mutano i criteri di imputazione soggettiva della colpa – rispetto alla quale non può, pertanto, assumere alcuna efficacia abrogante.

Inoltre, la pericolosità degli animali non può essere ritenuta solo in relazione agli animali feroci, ma può sussistere anche per gli animali domestici che, in date circostanze, possono divenire pericolosi, ivi compreso il cane, animale normalmente mansueto, la cui pericolosità deve essere accertata in concreto, considerando la razza di appartenenza ed ogni altro elemento rilevante. Ne consegue che al proprietario del cane fa capo una posizione di garanzia per la quale egli è tenuto ad adottare tutte le cautele necessarie a prevenire le prevedibili reazioni dell’animale.

Cassazione penale sez. IV, 10/01/2012, n.6393

Risarcimento dei danni 

L’obbligo di risarcimento dei danni procurati da un cane domestico, che circola senza guinzaglio e museruola, incombe su tutti i componenti del nucleo famigliare presenti in quel momento e non solo sul proprietario dell’animale, atteso che, nonostante il cane appartenga solo ad un componente della famiglia, di fatto, tutti i componenti del nucleo nel quale vive hanno con lui una relazione di possesso che li obbliga a non lasciarlo libero e a custodirlo con le debite cautele.

Cassazione penale sez. IV, 03/02/2011, n.8875

Cane non frenato da museruola

La finalità della norma del Regolamento comunale di P.U., che vieta di lasciare incustoditi cani o altri animali in luogo pubblico, è quella di garantire la sicurezza degli altri frequentatori, sicurezza che è messa a repentaglio dallo stato di libero movimento di cui gode un cane non controllato con guinzaglio o non frenato da museruola, o altro accorgimento, che possa prevenire suoi impulsi aggressivi.

È in vista di tali impulsi improvvisi e reattivi, che possono essere scatenati da un comportamento imprevisto dei presenti, che il cane deve essere posto sotto materiale controllo, non bastando la vigile attenzione del padrone che sia distante qualche metro e non disponga di uno strumento fisico di costrizione per distoglierlo dalla possibile vittima.

Cassazione civile sez. II, 28/05/2008, n.14075

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Diffamazione rettifica: ultime sentenze

Notizia giornalistica falsa; conseguenze dannose prodotte dalla divulgazione di una fake news; lesione della reputazione dei danneggiati; risarcimento danni.

Notizia falsa: pubblicazione della rettifica

In tema di diffamazione a mezzo stampa, la pubblicazione della rettifica della notizia giornalistica falsa, ex art. 8, l. 8 febbraio 1948, n. 47, non riveste efficacia scriminante, in quanto non elimina gli effetti negativi dell’azione criminosa, ma può avere la sola funzione di attenuare la sanzione pecuniaria prevista dall’art. 12 della legge citata.

Cassazione penale sez. V, 17/10/2019, n.48077

Lesione dell’identità personale della vittima

Perché possa ritenersi integrato il diritto di rettifica è necessario accertare che la pubblicazione abbia leso l’identità personale del soggetto; tale lesione non sussiste se la circostanza pubblicata, nella specie l’abuso di alcool in gioventù, non sia idonea suscitare discredito generalizzato, risultando vera, in quanto diffusa dalla stessa supposta parte lesa, e se il riferimento a segreti tradimenti contestualizzati nel testo dell’articolo si riferiscano a possibili dubbi sui tradimenti del marito della parte attrice, senza alcuna offensività intrinseca della frase contestata.

Tribunale Roma sez. I, 06/06/2019, n.11964

Trasmissione televisiva a diffusione nazionale

Nel caso di diffamazione a mezzo stampa (nella specie: diffamazione effettuata nel corso di una trasmissione televisiva di rilevanza nazionale) l’accertato superamento dei limiti del diritto di cronaca (quanto al requisito della verità del fatto narrato) nonché l’inidoneità della successiva rettifica del conduttore ad eliminare tutte le conseguenze dannose prodotte dalla divulgazione di una notizia falsa e gravemente lesiva della reputazione dei danneggiati rendono la condotta posta in essere illegittimamente lesiva del diritto alla reputazione e radicano il conseguente diritto dei danneggiati al risarcimento del danno: risarcimento cui vanno ritenuti obbligati tanto il conduttore della trasmissione, quanto il concessionario del servizio che ha mandato in onda la trasmissione.

Tribunale Palermo sez. I, 07/05/2019, n.2259

Diritto al risarcimento del danno

Il superamento dei limiti del diritto di cronaca e l’inidoneità di eventuali successive rettifiche volte ad eliminare le conseguenze dannose prodotte dalla divulgazione di una notizia falsa e gravemente lesiva della reputazione di taluni, rendono la condotta posta in essere da chi ha diffuso le notizie lesiva del diritto alla reputazione, con conseguente diritto al risarcimento del danno.

Tribunale Palermo sez. I, 07/05/2019, n.2259

Inefficacia pienamente riparatrice della rettifica

La pubblicazione della sentenza di condanna per estratto, di cui all’ultimo comma dell’articolo 8 della legge sulla stampa n. 47 del 1948, è una sanzione processuale, di natura discrezionale, che consegue all’accertamento dell’illecito ove il provvedimento giudiziale che impone la rettifica della notizia diffamatoria, ingiunto in via interinale e anticipata ex art. 700 c.p.c., per quanto puntualmente adempiuto dalla parte intimata, non abbia avuto efficacia pienamente riparatrice, in via preventiva, rispetto all’ulteriore rischio di propagazione degli effetti nocivi della notizia.

Cassazione civile sez. III, 28/02/2019, n.5840

Informazioni fornite in un’intervista

Se un giornalista riporta informazioni di interesse per la collettività e agisce in buona fede, le autorità nazionali non possono chiedergli di verificare ogni affermazione contenuta nell’intervista. Di conseguenza, è contraria alla Convenzione europea una condanna del giornalista che non tenga conto del contesto generale e del comportamento del cronista e di colui che si ritiene diffamato pur senza aver mai chiesto una rettifica e senza aver agito contro chi rende le dichiarazioni ritenute diffamatorie.

Corte europea diritti dell’uomo sez. IV, 04/07/2017, n.10947

La mancata rettifica

In tema di diffamazione a mezzo stampa, la violazione dell’obbligo di rettifica di cui all’art. 8 della l. n. 47 del 1948 integra un illecito distinto ed autonomo rispetto alla diffamazione, trovando fondamento nella lesione del diritto all’identità personale, che può sussistere indipendentemente da quella dell’onore e della reputazione, sicchè l’esercizio dei rimedi ordinari e speciali previsti dall’ordinamento contro la sua inosservanza costituisce una domanda diversa, per “petitum” e “causa petendi”, da quella afferente il risarcimento del danno e gli altri rimedi conseguenti alla diffamazione a mezzo stampa, la quale non può essere proposta per la prima volta in sede di impugnazione.

Cassazione civile sez. III, 30/05/2017, n.13520

L’esercizio del diritto di rettifica

L’esercizio del diritto di rettifica – di cui all’art. 12 l. n. 47 del 1948 – svolge una funzione riparatoria, finalizzata a non lasciare spazio a un danno ulteriormente risarcibile, che tuttavia non eliminare l’evento di danno per gli effetti in precedenza già perfezionati. Tale diritto, comunque, costituisce una facoltà discrezionale dell’interessato e non può mai assurgere a una sorta di dovere. In particolare deve escludersi che la rettifica possa qualificarsi come un vero e proprio dovere del danneggiato, rilevante ai fini di cui all’art. 1227, comma 1, c.c. e che sussista violazione di legge nella circostanza che la Corte di appello non abbia dato rilievo alla omessa richiesta di rettifica da parte del presunto diffamato.

Cassazione civile sez. III, 27/01/2015, n.1436

La pubblicazione di una rettifica

La pubblicazione di una rettifica è circostanza di per sé idonea a ridurre l’ammontare del danno non patrimoniale causato da un articolo diffamatorio, a nulla rilevando che la rettifica sia avvenuta volontariamente piuttosto che in adempimento di un obbligo.

Cassazione civile sez. VI, 26/06/2013, n.16040

Direttore o responsabile del giornale

Legittimato passivo rispetto alla richiesta di rettifica di cui all’art. 8 l. n. 47 del 1948 è esclusivamente il direttore o il responsabile del giornale o del periodico, non anche la società editrice.

Tribunale Messina, 15/03/2012

Risarcimento dei danni da diffamazione a mezzo stampa 

In tema di risarcimento dei danni da diffamazione a mezzo della stampa, l’istanza di rettifica costituisce una facoltà attribuita all’interessato dall’art. 8 l. 8 febbraio 1948 n. 47, ed avente la finalità di evitare che la pubblicazione offensiva dell’altrui prestigio e reputazione possa continuare a produrre effetti lesivi, ma non elimina i danni già realizzati; conseguentemente, il mancato esercizio di tale facoltà, mentre incide, ai sensi dell’art. 1227, comma 1 c.c., sulla quantificazione del danno, ove si accerti che lo stesso avrebbe potuto essere attenuato con la rettifica, non rileva ai fini del comma 2 dello stesso art. 1227, atteso che la pubblicazione della rettifica non può escludere il carattere diffamatorio della dichiarazione, qualora l’eventus damni si sia già realizzato con la pubblicazione delle dichiarazioni offensive.

Cassazione civile sez. III, 15/04/2010, n.9038

La liquidazione del danno morale da diffamazione

La liquidazione del danno morale da diffamazione non può che essere effettuata con criteri equitativi, posto che la ragione del ricorso a tali criteri è insista nella natura del danno e nella funzione del risarcimento realizzato mediante la dazione di una somma di denaro, che non è reintegratrice di una diminuzione patrimoniale, ma compensativa di un pregiudizio non economico.

Tra i criteri da adottare nella liquidazione possono venire in rilievo: la diffusione dello stampato; il ruolo rivestito dalla vittima; la risonanza della notizia che riguardava fatti di notevole gravità; la reiterazione della notizia diffamatoria; la circostanza che la rettifica richiesta dalla vittima sia stata pubblicata con un commento da parte del giornalista che porta ad escludere qualsiasi incidenza della rettifica sulle conseguenze dannose delle notizie pubblicate (in applicazione di tali parametri il Tribunale ha liquidato € 50.000,00 a titolo di danno non patrimoniale e € 10.000,00 a titolo di sanzione pecuniaria).

Tribunale Lecce, 27/04/2009

Richiesta di rettifica

L’accoglimento della richiesta di rettifica in sede cautelare non richiede l’accertamento della sussistenza dei presupposti della diffamazione, sia per l’incompatibilità di detto accertamento con la cognizione sommaria dei procedimenti cautelari, sia per la natura stessa della rettifica, che è quella di garantire un diritto di replica e non quella di pubblicare la “verità”.

Tribunale Monza, 28/04/2004

Frasi di valenza diffamatoria e rettifica

Il giudice, adito con richiesta di pubblicazione di una rettifica ai sensi dell’art. 8 l. n. 47 del 1948, può rigettare il ricorso ove ravvisi che nel testo siano contenute frasi che potrebbero avere valenza diffamatoria.

Tribunale Torino, 01/10/2003

Il limite per la lunghezza delle rettifiche

Il limite delle 30 righe per la lunghezza delle rettifiche ai sensi dell’art. 8 l. n. 47 del 1948, va computato, in mancanza di precise e puntuali disposizioni normative, applicando in via analogica il criterio indicato dall’art. 9 d.P.R. 26 ottobre 1972 n. 642, pari a 28 sillabe per riga e dunque a più di 840 sillabe.

Tribunale Torino, 01/10/2003

Pubblicazione notizia a contenuto diffamatorio

Qualora l’editore di un periodico, dopo avere pubblicato una notizia a contenuto diffamatorio, pubblichi la rettifica o la smentita inviatagli dalla persona offesa, non viene “sanata” l’offesa subita dal diffamato, e quindi non viene meno il delitto di diffamazione.

Cassazione penale sez. V, 02/07/2002, n.32364

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