Nessuna correlazione…

Nelle scorse settimane ci avete segnalato svariati video di Matteo Gracis, ma ammetto che onestamente sopra una certa durata sono ostici da trattare. Per chi parla davanti alla sua webcam il tempo passa veloce (lo so bene: quando facevo i video per BUTAC perdevo più tempo a tagliarli e montarli che a farli) per chi invece deve ascoltarli e smontarne le affermazioni a volte diventa un calvario. È “facile” raccontare cose mostrando link alle proprie fonti quando le stesse altro non sono che semplici articoli di giornale, più complesso quelle “fonti” è verificarle.

A questo giro il video che ci avete segnalato però è di soli quattro minuti e rotti; si tratta di un montaggio, fatto probabilmente da un fan, dal video di Gracis “Virologi smentiti, sperimentazioni su bambini, varianti letali” e che trovate qui su YouTube.

Nel veloce montaggio Gracis riporta alcune notizie di reazioni avverse da vaccino, partendo dalla dottoressa che ha perso il bambino alla 14^ settimana di gravidanza dopo essersi vaccinata. Gracis la definisce infermiera, ma sbaglia: Sara Beltràn Ponce è un medico. Un medico che ha fatto il vaccino e che ha avuto un interruzione di gravidanza spontanea. Purtroppo può succedere, parlo per esperienza personale, anche senza vaccini può succedere che questo avvenga, anche più di una volta di seguito. Senza che questo significhi che c’è una correlazione tra vaccino e interruzione di gravidanza. Sono tante le donne incinte che sono state vaccinate da dicembre a oggi. La dottoressa Ponce è l’unico caso riportato finora. Se gli studi sui vaccini e l’osservazione sulle reazioni avverse non hanno finora prodotto alcuna evidenza che le due cose possano essere collegate, non è che si possa dire molto altro.

A Gracis piace sfruttare la locuzione “nessuna correlazione”, quasi con divertimento. Non è chiaro perché debba ridere e fare il simpatico. Si sta comunque parlando di notizie che riguardano morti e contagiati nella più importante pandemia degli ultimi cento anni.

È abbastanza inutile presentare singoli casi, senza evidenze scientifiche, per dimostrare qualcosa di scientifico. Ma è esattamente quello che viene fatto in questi quattro minuti di video.

Ho scelto prima di limitarmi a guardare e commentare quanto viene detto nel montaggio, poi analizzeremo i casi singolarmente.

Nel video ci vengono mostrati svariati titoli di giornali:

  • ANSA: In Norvegia 23 morti legate alla vaccinazione
  • Repubblica: boom di contagi tra i vaccinati in corsia
  • Liguria Notizie: Vaccinata ieri in RSA morta di emorragia cerebrale
  • Il Riformista: Infermiera muore a 41 anni dopo il vaccino, nessuna correlazione evidente

Gracis nel suo video a questo punto non è più divertito ma molto agitato, trasmette ansia allo spettatore, ansia che genera paura, e la paura premia sempre molto quando si parla di tematiche come la medicina.

Fa un parallelo tra due notizie, una notizia di settembre 2020:

Muore annegato in mare, ma è positivo al covid: conteggiato tra le vittime dell’epidemia

messa a confronto con quella dell’infermiera morta a 41 anni. Lo fa per rimarcare quello che pensa, ovvero che nel caso dell’infermiera ci sia volontà di nascondere la correlazione tra vaccino e decesso, mentre nel caso dell’annegato lo si volesse comunque inquadrare come morto per colpa di Covid-19. Lasciatemelo dire, questo parallelo è una sciocchezza.

Come spiega l’Azienda Regionale di Sanità della Toscana:

Un’analisi dei certificati di morte del periodo marzo-maggio 2020 svolta dall’ISS e dall’Istat, ha mostrato che COVID-19 è la causa direttamente responsabile della morte nell’89% dei decessi raccolti nel Sistema di sorveglianza di ISS.

Ovvero, è molto chiaro nei referti quali siano i casi in cui COVID è stata la causa della morte e quali non lo siano (pur con positività al tampone). La stragrande maggioranza dei casi era di morti per COVID e non con COVID.

Poi si riprende l’elenco di eventi per cui secondo Gracis la correlazione è evidente, seppur negata dagli enti competenti. Si comincia con:

  • Secondo Piano News: Strage di anziani in RSA a Como: 21 morti “Erano stati vaccinati”. Positivi 85 ospiti e 54 sanitari

Matteo poi casca in un piccolo errore, ripete per la seconda volta la notizia dalla Liguria del decesso per emorragia cerebrale… ma poveretto, fa così tanti video che succede di commettere uno sbaglio. Infatti:

  • Da La Stampa Genova, muore per emorragia dopo il vaccino anti-COVID. L’Asl al momento nessun nesso.

E poi ancora:

  • Today: Mezza casa di riposo positiva al Covid nonostante due dosi di vaccino (può succedere)
  • Il Sussidiario: Uk, 240 morti dopo vaccini Pfizer-AstraZeneca/ Governo frena “Non sono causa decessi”
  • Verona Sera: Infermiera vaccinata morta a 55 anni, l’ospedale di Negrar: “Nessuna correlazione”
  • Il Fatto Quotidiano: Fasano, 43 positivi in una casa di rioposo. Il sindaco: “Erano vaccinati, purtroppo non avevano ancora sviluppato gli anticorpi”
  • La Nazione: Varianti, incubo in Umbria. Contagio tra i vaccinati.

A 2 minuti e 49 secondi si ripete l’errore sulla dottoressa che ha perso il suo bambino alla 14^ settimana di gravidanza, definita da Gracis un’infermiera.

E infine si arriva alla frase a cui vorrei dare una risposta, Gracis chiede:

È lecito porsi dei dubbi oppure no?

Certo che è lecito, ma i dubbi li si risolve chiamando ad esempio qualcuno all’Istituto Superiore di Sanità, presentandosi come giornalista (visto che Gracis è iscritto all’Ordine), ed esponendo quei dubbi. Poi a quel punto si può fare un video dove vengono spiegati i dubbi e le risposte che sono state date.

Oltretutto nel video Gracis rimarca più volte la frase “dove sono i veri giornalisti?” quando lui stesso è iscritto all’Ordine. Che faccia il suo lavoro di “giornalista indipendente” fino in fondo. No?

Analisi delle notizie riportate dal giornalista Matteo Gracis

  • ANSA: In Norvegia 23 morti legate alla vaccinazione

Come riportato da Reuters:

…deaths would be expected among the elderly nursing home population, and that investigators have not concluded the deaths were caused by the vaccine.

O ancora la dottoressa Helen Keipp Talbot, che ha spiegato su Wired:

“What they’ve presented out of Norway appears to be consistent with normal life, and not with vaccine-induced issues,” says Helen Keipp Talbot, associate professor of medicine at Vanderbilt University, who studies vaccines in older adults and advises the Centers for Disease Control and Prevention on vaccine use. “I think it’s really a matter of being aware that death is common in a nursing home.”

SI tratta di cose che abbiamo già provato a spiegare qui su BUTAC, e che si ricollegano ad altre delle notizie scelte da Gracis per fare il suo video. Se prendo un campione di popolazione sopra una certa età, residenti in case di cura e riposo, purtroppo è normale e prevedibile che ogni settimana ne muoia una certa percentuale. Con o senza vaccino. Si tratta di statistica. Non far presente questo, quando si fa un video di denuncia, è omettere un dato importantissimo. Il titolo di ANSA è del 17 gennaio, appena è uscita la notizia sul BMJ, ma i fatti dal 17 gennaio ad oggi sono stati investigati più a fondo, escludendo appunto la correlazione.

  • Repubblica: boom di contagi tra i vaccinati in corsia

Anche qui abbiamo una notizia che risale al 22 gennaio, il video di Gracis è del 19 febbraio, un giornalista vero come quelli che vengono invocati nel video dovrebbe forse cercare notizie più recenti sulla questione. È noto che il vaccino necessita di tempo per permettere al nostro corpo di sviluppare i giusti anticorpi con cui difenderci dal virus. Anticorpi che sono completi circa due settimane dopo la seconda dose. La prima aiuta a rendere il virus meno trasmissibile e la malattia meno grave, ma non ci immunizza. Tutte informazioni che al 19 febbraio (ma anche al 22 gennaio) erano note.

  • Liguria Notizie: Vaccinata ieri in RSA morta di emorragia cerebrale

Notizia vera, ma quello che va detto è che è stata disposta un’autopsia il 7 gennaio, e che l’emorragia cerebrale non risulta tra le reazioni avverse segnalate a oggi. Purtroppo non abbiamo referti autoptici (per comprensibili motivi di privacy) ma se la causa della morte non è stata riportata tra gli effetti avversi verificati significa che l’autopsia non ha dimostrato correlazione tra il decesso della signora 89enne e l’inoculazione del vaccino. La signora ha avuto probabilmente un ictus emorragico, cosa non così rara visto che l’età è uno dei primi fattori di rischio per l’ictus.

  • Il Riformista: Infermiera muore a 41 anni dopo il vaccino, nessuna correlazione evidente

L’infermiera di cui parla Il Riformista (testata che Newsguard ritiene poco affidabile) è portoghese, deceduta il primo gennaio, subito è stata disposta l’autopsia per verificare le cause del decesso. Cause note dall’8 gennaio, non rese disponibili alla stampa per questioni di privacy, ma dal 5 gennaio esiste un documento ufficiale del governo portoghese che spiega che l’esame autoptico non ha trovato correlazione tra morte e vaccino.

  • Secondo Piano News: Strage di  anziani in RSA a Como: 21 morti “Erano stati vaccinati”. Positivi 85 ospiti e 54 sanitari

Anche questa notizia è vera, ma ricade nello stesso caso della prima che abbiamo visto: il vaccino non protegge dal contagio dopo la prima dose e in una RSA è normale che vi siano dei decessi con una certa frequenza. Lo stesso presidente della Fondazione che la gestisce dava una possibile spiegazione ai contagi:

…siamo arrivati a pensare che si sia trattato di una serie di concause. Da un lato, alcuni ospiti potrebbero essersi contagiati dopo brevi ricoveri in ospedali…

…possono esserci stati dipendenti che durante il periodo di Natale hanno contratto il virus, risultando però asintomatici, e sono poi tornati al lavoro trasmettendolo involontariamente…

Giusto per completezza, la testata citata da Gracis è tra quelle che sostengono che un tizio non laureato in Medicina sia stato candidato al Nobel per la Medicina nel 2018. Una colossale bufala. Non proprio la miglior testata da leggere se sei un giornalista indipendente.

  • Da La Stampa Genova, muore per emorragia dopo il vaccino anticovid. L’Asl al momento nessun nesso.

Questa è la stessa notizia di prima della signora 89enne, l’autopsia ha dimostrato la non correlazione.

  • Today: Mezza casa di riposo positiva al Covid nonostante due dosi di vaccino (può succedere)

Gracis su quel “può succedere” rideva molto, ma come ho spiegato poco sopra è esattamente così, e lo stesso articolo citato dal “giornalista indipendente” riporta questa frase, secondo noi molto chiara:

 …il vaccino inizia ad avere davvero efficacia confermata solo dopo alcuni giorni dalla seconda dose somministrata. La prima iniezione può già avere un preliminare effetto protettivo. Nel caso di Monteroduni evidentemente la finestra trascorsa tra la seconda dose e il contagio non è stata sufficiente. Il vaccino può ragionevolmente in ogni caso proteggere gli anziani contagiati da un decorso grave della malattia.

  • Il Sussidiario: Uk, 240 morti dopo vaccini Pfizer-AstraZeneca/ Governo frena “Non sono causa decessi”

Di morti e reazioni avverse in UK ne abbiamo parlato giusto qualche giorno fa, facendo conteggi abbastanza chiari per tutti, e completi come sempre di fonti. Se volete potete approfondire anche voi andandoveli a leggere, sarebbe bello che lo facesse anche Gracis. Vale comunque quanto già spiegato precedentemente.

  • Verona Sera: Infermiera vaccinata morta a 55 anni, l’ospedale di Negrar: “Nessuna correlazione”

Questa finora è l’unica notizia su cui non è stata fatta alcuna chiarezza: la struttura ha rilasciato dichiarazioni che escludevano nesso tra morte e vaccino ma a quanto si legge è stata richiesta l’autopsia, del cui esito nessun giornale ha dato notizia. Concordiamo con Gracis che andrebbe fatto qualche approfondimento. Ma mentre a noi, blogger, nessuno direbbe nulla, a Matteo giornalista forse l’ospedale può almeno dire se l’autopsia è stata fatta, e si è esclusa la possibilità di correlazione. Ovvio che nemmeno a lui diranno di cosa è morta, c’è una legge sulla privacy che lo vieta, non è un complotto. Comunque a oggi neanche questo caso risulta tra le reazioni avverse da vaccino.

  • Il Fatto Quotidiano: Fasano, 43 positivi in una casa di riposo. Il sindaco: “Erano vaccinati, purtroppo non avevano ancora sviluppato gli anticorpi”

Anche qui come già spiegato precedentemente nulla di cui sorprendersi, non ci è chiaro perché Gracis usi questa notizia senza contestualizzarla, se non per aumentare l’ansia e la paura nei suoi follower.

  • La Nazione: Varianti, incubo in Umbria. Contagio tra i vaccinati.

Idem con patate come sopra. I giornali che pubblicano queste notizie dovrebbero stare più attenti ai titoli, ma ormai siamo abituati a questo sistema un tanto al chilo, dove nel titolo si mette quanto di più sensazionalistico possibile. Perché il titolo serve ad attirare i lettori. Poi nell’articolo magari si spiegano le cose per bene e non sono affatto come anticipato.

Noi diremmo d’aver fatto un fact-checking decente, che dovrebbe servire sia ai follower di Gracis spaventati dai suoi video, che a chi era curioso di approfondire alcune notizie uscite sulla stampa generalista nelle ultime settimane, e raccontate davvero male, soprattutto da alcuni titoloni sensazionalistici. Dispiace che ci sia il bisogno che a fare un riassunto di queste cose ci debba pensare un blog come BUTAC, dovrebbero farlo i giornalisti, quelli veri, quelli con uno stipendio fisso. Ma anche quelli tesserati e indipendenti come Gracis.

Non credo di dover aggiungere altro.

maicolengel at butac punto it

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L’articolo Nessuna correlazione… proviene da Butac – Bufale Un Tanto Al Chilo.




Lanciare un gavettone è reato?

Quando lanciare palloncini pieni d’acqua può integrare un illecito penale: il reato di getto pericoloso di cose, di danneggiamento, le lesioni, il risarcimento del danno e l’ingiuria. 

Ricevere un gavettone può essere piacevole in piena estate, un po’ meno se si è vestiti di tutto punto o se si sta andando a un appuntamento. 

In verità, si tratta di un gesto i cui protagonisti sono quasi sempre i giovani: difficile pertanto che l’eventuale lite finisca in un’aula di tribunale. Eppure, c’è stato chi non si è limitato a qualche imprecazione ed ha denunciato il brutto gesto. Di qui, il dubbio: lanciare un gavettone è reato?

Certo, se hai in mano un cellulare e questo si rompe o se ti rovinano i vestiti potresti sempre azionare una richiesta di risarcimento del danno, a patto che tu abbia testimoni che possano/vogliano deporre in tuo favore. Ma chi si mette a fare una causa civile per poche centinaia di euro al giorno d’oggi! Molto più facile recarsi dalla polizia e sporgere una querela. Ma questo è possibile solo se il comportamento in questione dovesse costituire un illecito penale. 

Ritorniamo allora alla domanda di partenza: lanciare un gavettone è reato? Per quanto singolare possa sembrare, ci sono già dei precedenti giudiziari. Alla luce di questi possiamo quindi rispondere con certezza.

Secondo l’ufficio delle indagini preliminari del tribunale di La Spezia [1], gettare una secchiata d’acqua per strada, allo scopo di bagnare i vestiti di un passante e danneggiandone il telefono cellulare integra il reato di getto pericoloso di cose. Non importa che l’acqua non possa fare del male alle persone: il reato in questione, infatti, non richiede che vi sia una pericolosità nel gesto incriminato e, quindi, un danno concreto. 

Dello stesso parere è anche la Cassazione che, già in passato, ha confermato la condanna penale per il reato di getto di cose pericolose all’autore di un gavettone [2].

C’è però da dire che il reato di getto pericoloso di cose si verifica solo quando il gesto ha come destinataria una persona e non le cose altrui. Per cui, chi lancia dei palloncini ricolmi d’acqua verso oggetti, rompendoli, potrebbe tutt’al più rispondere del reato di danneggiamento [3].

La Cassazione ha anche detto che il lancio di un gavettone contro una persona, in pubblico, allo scopo di deriderla, ha una valenza offensiva e, quindi, potrebbe essere inquadrato nell’ingiuria [2]. Ma questa condotta non costituisce più reato. Sarebbe comunque un illecito civile che consentirebbe sempre il risarcimento, ma il clima non deve essere quello goliardico tra amici.

Il gavettone non può essere neanche giustificato se costituisce la reazione a una molestia subita, come nel caso del locale sottostante che, con la musica, impedisce ai vicini di dormire la notte. Anche la Suprema Corte ha condannato fortemente il gavettone “anti-movida”. E questo perché non è ammesso farsi giustizia da sé: scatterebbe in questo caso un ulteriore reato: quello di esercizio arbitrario delle proprie ragioni. Chi viene molestato non può quindi prendere secchiate d’acqua e rovesciarle a chi cammina sotto.

C’è infine da considerare un ultimo aspetto: se dal gavettone dovessero sorgere ulteriori effetti dannosi per la vittima, il suo autore ne risponderebbe, anche se non è stato in grado di prevederli o se non li ha voluti. Si pensi al caso di una persona che, nel fare un gavettone, faccia scivolare per terra il passante, ferendolo agli arti. E c’è stato il caso di una donna che, a seguito di un gavettone subito all’improvviso – ed evidentemente inaspettato – ha avuto un infarto letale: in questo caso, il colpevole risponderà anche del delitto di omicidio colposo. Un altro famoso caso giudiziario ha visto incriminato un ragazzino che, divertendosi da un balcone a gettare palloncini pieni d’acqua addosso alla gente, ha colpito l’occhio di un uomo, provocandogli gravi lesioni: automatica l’incriminazione anche per tale ulteriore reato [4].

Che succede infine se il lancio del gavettone viene fatto da un ragazzo ma insieme a lui ci sono altri amici che si divertono? Questi ultimi sono responsabili penalmente? Assolutamente sì. Sempre secondo la Cassazione [4], si può parlare di una cooperazione colposa [5] in quanto tutti consapevoli della condotta sconsiderata posta dall’autore del gesto [6]. 

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Cacca di animali verso la casa dei vicini è reato?

Lavare per terra e spingere gli escrementi di animali verso la porta di casa altrui può costituire oggetto di denuncia?

A nessuno piace aprire la porta di casa e trovare gli escrementi di animali. Ancor meno se questi sono stati trascinati lì da una secchiata d’acqua buttata dalla vicina di casa che abita pochi metri prima, in una strada in pendenza. Cosa fare in questi casi? Si può denunciare l’autore del gesto, al di là che l’abbia fatto con il preciso intento di dar fastidio o che sia invece il semplice gesto di una persona poco rispettosa? Spingere la cacca di animali verso la casa dei vicini è reato? A dirimere la controversia è stato il tribunale di Trapani, ma le parti sono arrivate sino in Cassazione per stabilire chi effettivamente avesse ragione e torto. Ecco allora, interpellata sul punto, cosa ha detto la Suprema Corte [1].

Al centro della vicenda una signora siciliana che, con una secchiata d’acqua, aveva allontanato gli escrementi di piccioni presenti sulla strada, a pochi passi dalla porta di casa sua, e con una scopa li aveva indirizzati, sfruttando anche il deflusso dell’acqua in discesa, verso l’abitazione della odiata vicina. Quest’ultima non se l’è fatto ripetere due volte ed è andata a denunciare l’autrice del gesto. Di qui il processo penale e il capo d’imputazione per il reato di getto pericoloso di cose.

Ma è davvero così? Spingere la cacca di animali verso la casa altrui è reato? A detta dei giudici supremi non ci sono dubbi sulla colpevolezza: e questo perché il reato di «getto pericoloso di cose» si riferisce non solo ad oggetti che possono far male, ma che possono anche sporcare. 

Chiaramente, «il gettito pericoloso non è costituito in questo caso dall’acqua, bensì dagli escrementi dei volatili, trascinati dalla forza motrice dell’acqua e da una scopa davanti al portone dell’abitazione della vicina».

Secondo i giudici della Cassazione, «la condotta in esame, sebbene abbia interessato la pubblica via, e segnatamente la parte antistante la porta di ingresso della vicina, era destinata a recare danno, sotto forma quanto meno di molestia, per le persone che in quella abitazione risiedono stabilmente».

Di qui la condanna per via di un’azione che, per quanto possa apparire di poco conto rispetto a tanti altri reati, è sicuramente e concretamente idonea a «recare disagio», spiegano i giudici.

Non c’è dubbio: «il lancio degli escrementi davanti alla porta di ingresso di un’abitazione deve ritenersi volto a recare molestia o comunque a turbare le modalità del vivere quotidiano di chi davanti a quell’abitazione debba transitare, stante la sensazione di repulsione che la loro vista genera e comunque il fastidio che inequivocabilmente ad esso consegue», concludono dalla Cassazione. E questo indipendentemente dal fatto che la presenza della cacca di animale possa poi realizzare un danno concreto: basta il semplice disgusto.

Peraltro, come chiarito dalla giurisprudenza in passato [2], il reato di getto pericoloso di cose è configurabile anche in presenza di emissioni olfattive. Tanto per fare qualche altro esempio, anche il fatto di gettare secchi d’acqua e mozziconi di sigaretta sul balcone dell’appartamento sottostante rientra nel reato in commento [3]; e lo stesso dicasi nell’ipotesi di sversamento di liquami in strada pubblica [4], o di acque maleodoranti e inquinanti [5], a prescindere dalla sussistenza di un danno concreto. E difatti – insegna sempre la giurisprudenza [6] – ai fini della configurabilità del reato di getto pericoloso di cosa non è richiesta la pericolosità del gesto lesivo.

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Quanti soldi si possono versare sul conto corrente?

Controlli fiscali dell’Agenzia delle Entrate sui versamenti di contanti in banca: come difendersi.

I salvadanai non si usano più: gli spiccioli finiscono subito e quand’anche avanzino, non ci si mette molto a spenderli il giorno dopo. Ma chi riesce a risparmiare cifre consistenti potrebbe trovare più sicuro depositarle in banca. Non è certo un’operazione che si fa tutti i giorni; così succede che, dopo aver messo da parte una somma importante, si faccia un unico viaggio allo sportello. Ma quanti soldi si possono versare sul conto corrente in un’unica soluzione, senza perciò rischiare controlli o accertamenti fiscali?

Mettiamo che una persona abbia costituito un gruzzoletto di cinquemila euro in contanti e che voglia depositarlo in banca. Potrebbe il cassiere chiedergli spiegazioni circa la provenienza del denaro oppure rifiutarsi di accettare tutti questi soldi? E cosa potrebbe pensare, un domani, l’Agenzia delle Entrate, nel rilevare un versamento di tale entità? Cerchiamo di fare il punto della situazione. 

I versamenti sul conto corrente sono liberi?

In teoria, i versamenti sul conto corrente sono liberi: non c’è alcuna norma che stabilisca un limite al quantitativo di contanti che si possono depositare in banca. Questo almeno sotto il profilo civilistico. Ma le autorità potrebbero sempre effettuare accertamenti sulla provenienza del denaro e, quindi, è sempre bene poter giustificarne la provenienza, procurandosi in anticipo le relative prove.

Chi non ha nulla da nascondere non dovrà temere alcun controllo se versa un grosso quantitativo di contanti in banca: si pensi, ad esempio, al negoziante che, dopo aver emesso molti scontrini ed aver registrato nella cassa tutte le relative operazioni, raccolga il denaro incassato e lo versi sul proprio conto corrente. 

Dall’altro lato, chi ha qualche scheletro nell’armadio e si è procurato i soldi in modo illecito (ad esempio, con attività criminali o semplicemente evadendo le norme fiscali) non cadrà certo nell’errore di rendere tracciabili tali proventi andandoli a piazzare sul conto corrente: l’operazione infatti sarà visibile alle autorità che potranno chiedergli spiegazioni negli anni a venire.

Il problema sorge per quelle situazioni intermedie di chi, pur essendo in buona fede, non ha modo di dimostrarlo. Cerchiamo di capire meglio tale questione.

Ci sono controlli sui versamenti in banca?

I versamenti fatti sul conto corrente sono tutti tracciabili. Ogni anno, le banche e le Poste inviano una comunicazione all’Agenzia delle Entrate da cui risultano le movimentazioni bancarie eseguite dai propri clienti. In forza di ciò, il Fisco è in grado di sapere quanti soldi vengono versati e conservati sul conto corrente da ciascun contribuente.

Perché mai queste informazioni sono “in chiaro”? Perché dietro la disponibilità di una somma in contanti potrebbe nascondersi un’evasione fiscale, un reddito cioè sottratto alle tasse.

Proprio per semplificare i compiti all’ufficio delle imposte, la legge (il cosiddetto Tuir) stabilisce che ogni bonifico bancario ed ogni versamento di contanti si presume essere un reddito tassabile, salvo prova (scritta) contraria. 

Questo significa che chi versa contanti sul conto corrente, a prescindere dall’importo, deve dichiararli al Fisco oppure deve essere in grado di dimostrare che si tratta di redditi esenti. 

Se tali somme non vengono riportate nella dichiarazione dei redditi o se il titolare del conto non è in grado di dimostrare che le stesse non sono imponibili, l’Agenzia delle Entrate effettua un accertamento fiscale con cui intima il pagamento delle imposte su tale cifra, addizionate delle relative sanzioni.

Naturalmente, la probabilità di ricevere un controllo sui versamenti di contanti in banca è direttamente proporzionale all’entità della somma e alle condizioni economiche del correntista: più è evidente il divario tra l’importo e i redditi del contribuente, più sarà forte il sospetto di evasione. Si pensi a una persona che guadagna 10mila euro all’anno che si trovi a versare 15mila euro sul conto in un’unica soluzione.

Quanti soldi si possono versare sul conto corrente?

Torniamo quindi alla domanda di partenza: quanti soldi si possono versare sul conto corrente? In teoria, non ci sono limiti al versamento di denaro in banca, ma bisogna essere consapevoli che il Fisco – che può tracciare l’operazione in ogni momento – potrà chiedere giustificazioni di tali importi se gli stessi non sono indicati nella dichiarazione dei redditi, ossia se non sono stati tassati. A quel punto, spetterà al contribuente difendersi e, a tal fine, le carte in mano sono poche.

Come difendersi in caso di controlli per versamento di contanti?

Il processo tributario si basa solo su prove scritte. Pertanto, il contribuente che voglia resistere a un accertamento fiscale deve dimostrare la correttezza del proprio operato tramite documenti. 

Nel caso di versamenti in banca, egli dovrà dare la prova che gli stessi non sono soggetti a tassazione:

  • o perché già tassati alla fonte;
  • o perché esenti.

Nel primo caso, si potrebbe trattare di una vincita al gioco o di un risarcimento per lucro cessante. Nel secondo caso, si potrebbe trattare di una donazione di modico valore o della vendita di un oggetto usato. 

In tutti questi casi, quindi, è bene procurarsi una prova scritta. Prova che deve avere anche una data certa per evitare strumentali retrodatazioni di documenti. Essa potrà essere fornita tramite l’autentica delle firme da parte del notaio, tramite la registrazione dell’atto presso l’Agenzia delle Entrate, tramite l’invio di un documento mediante raccomandata a.r. o pec.

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Mantenimento coniuge disoccupato: giurisprudenza

Rilevano le potenzialità lavorative e le capacità dell’ex coniuge di procurarsi un reddito: l’assenza di un posto di lavoro non è sufficiente ad ottenere l’assegno divorzile.  

Riconosciuto l’assegno divorzile alla ex moglie che non trova lavoro

Nel caso in cui la ex moglie abbia dimostrato di essersi attivata per trovare un’occupazione lavorativa, senza riuscirvi, il marito è tenuto a riconoscerle un assegno divorzile, commisurato alle proprie capacità economiche. È, altresì, chiamato ad incrementare l’importo dell’assegno mensile a favore della figlia, in considerazione del fatto che la stessa crescendo aumenta le sue esigenze di vita.

Cassazione civile sez. I, 02/10/2020, n.21141

Presupposti per il riconoscimento dell’assegno divorzile e criteri di determinazione del quantum

In tema di determinazione dell’assegno divorzile, il giudice, deve verificare se sussistono i presupposti per la negazione (revoca) del diritto all’assegno a causa della sopraggiunta indipendenza o autosufficienza economica dell’ex coniuge beneficiario, desunta dai seguenti “indici”: possesso di redditi di qualsiasi specie e/o di cespiti patrimoniali mobiliari ed immobiliari (tenuto conto di tutti gli oneri “lato sensu” imposti e del costo della vita nel luogo di residenza dell’ex coniuge richiedente), capacità e possibilità effettive di lavoro personale (in relazione alla salute, all’età, al sesso ed al mercato del lavoro dipendente o autonomo), stabile disponibilità di una casa di abitazione, nonché eventualmente altri – rilevanti nelle singole fattispecie – senza, invece, tener conto del tenore di vita goduto in costanza di matrimonio; il tutto sulla base delle pertinenti allegazioni, deduzioni e prove offerte dall’ex coniuge obbligato, sul quale incombe il corrispondente onere probatorio, fermo il diritto all’eccezione ed alla prova contraria dell’ex coniuge beneficiario.

Tribunale Torino sez. VII, 29/09/2020, n.3394

Assegno divorzile e concreta verifica dell’attitudine dell’ex coniuge al lavoro

In tema di diritto all’assegno divorzile, l’attitudine dell’ex coniuge al lavoro assume rilievo solo se venga riscontrata una effettiva sopravvenuta possibilità di svolgimento di un’attività lavorativa retribuita, in considerazione di ogni concreto fattore individuale ed ambientale, e non già sulla base di mere valutazioni astratte e ipotetiche.

Cassazione civile sez. VI, 04/09/2020, n.18522

Finalità e lo scopo dell’assegno di mantenimento

La finalità e lo scopo dell’assegno di mantenimento – che spetta con la separazione, al coniuge più debole economicamente – è garantire lo stesso tenore di vita che il coniuge con lo stipendio più basso (o disoccupato) aveva durante il matrimonio grazie alle “sovvenzioni” dell’altro coniuge, e deve sostenere l’ex sino a quando i due redditi non si equivalgano.

Tribunale Foggia sez. I, 19/11/2019, n.2673

Attribuzione dell’assegno divorzile ed onere della prova incombente sul richiedente

Al fine di accertare se il coniuge richiedente abbia diritto all’assegno è pertanto necessario in primo luogo verificare se vi sia una rilevante disparità tra le rispettive situazioni economico-patrimoniali degli ex coniugi; una volta raggiunta la prova di tale circostanza, è necessario accertare (e in entrambi i casi l’onere probatorio ricade sul coniuge richiedente l’assegno, il quale peraltro ben potrà assolverlo anche mediante presunzioni) se questa disparità sia stata causata da scelte condivise in ordine alla gestione del ménage familiare e ai rispettivi ruoli all’interno della famiglia, e se il coniuge economicamente più debole non abbia la possibilità di superare (o quanto meno ridurre) il divario esistente, sotto il profilo delle concrete, effettive ed attuali possibilità di trovare un lavoro o di ottenere una più remunerativa occupazione, in considerazione della sua età, delle pregresse esperienze professionali, delle condizioni del mercato del lavoro e così via.

Una volta accertate tali circostanze, l’entità dell’assegno non dovrà essere liquidata in misura corrispondente alla somma di denaro necessaria a mantenere (sia pur in via solo tendenziale) il pregresso tenore di vita, bensì in misura adeguata a colmare il divario avendo riguardo <al contributo fornito nella realizzazione della vita familiare, in particolare tenendo conto delle aspettative professionali ed economiche eventualmente sacrificate, in considerazione della durata del matrimonio e dell’età del richiedente.

Corte appello Roma, 18/06/2020, n.2946

È dovuto l’assegno di mantenimento al coniuge economicamente più debole se il divario tra le condizioni patrimoniali è dovuto al sacrificio per la vita familiare

In tema di cessazione degli effetti civili del matrimonio se vi sia divario tra le condizioni patrimoniali dei coniugi dovuto al sacrificio che uno dei due ha dovuto fare per la vita familiare e che per ragioni oggettive non riesce a procurarsi mezzi adeguati al sostentamento, il coniuge economicamente più forte dovrà corrispondere un assegno di mantenimento all’altro considerando che l’assegno divorzile svolge una funzione assistenziale in pari misura compensativa e perequativa.

(Nel caso di specie, si trattava di due coniugi in cui uno lavorava dapprima come dirigente di una società e poi come quadro con una riduzione dello stipendio e la moglie, che aveva lasciato l’attività lavorativa per seguire il marito e agevolarne l’attività professionale, non era riuscita a trovare attività lavorativa in considerazione dell’età e della lunga assenza dal mondo del lavoro, stabilendo il Tribunale un assegno di mantenimento di Euro 200,00 con funzione assistenziale).  

Tribunale Treviso sez. I, 30/05/2020, n.730

Assegno divorzile: riduzione per l’ex coniuge che non si adoperi a cercare attivamente un lavoro

Secondo il principio di autodeterminazione e responsabilità, nella determinazione dell’assegno divorzile in favore dell’ex coniuge rilevano la capacità dello stesso di procurarsi mezzi propri di sostentamento e le sue potenzialità professionali e reddituali, che egli stesso è chiamato a valorizzare attraverso una condotta attiva e non passiva limitata ad attendere nuove opportunità lavorative.

Cassazione civile sez. I, 13/02/2020, n.3661

Ai fini del riconoscimento dell’assegno di divorzio in favore dell’ex coniuge assumono rilievo la capacità di quest’ultimo di procurarsi i propri mezzi di sostentamento e le sue potenzialità professionali e reddituali piuttosto che le occasioni concretamente avute dall’avente diritto di ottenere un lavoro. Se la solidarietà post coniugale si fonda sui principi di autodeterminazione e autoresponsabilità, non si potrà che attribuire rilevanza alle potenzialità professionali e reddituali personali, che l’ex coniuge è chiamato a valorizzare con una condotta attiva facendosi carico delle scelte compiute e della propria responsabilità individuale, piuttosto che al contegno, deresponsabilizzante e attendista di chi si limiti ad aspettare opportunità di lavoro riversando sul coniuge più abbiente l’esito della fine della vita matrimoniale.

Cassazione civile sez. I, 13/02/2020, n.3661

Se la solidarietà post coniugale si fonda su principi di autodeterminazione e autoresponsabilità, non si potrà che attribuire rilevanza alle potenzialità professionali e reddituali personali che l’ex coniuge è chiamato a valorizzare con una condotta attiva, facendosi carico delle scelte compiute e della propria responsabilità individuale, piuttosto che al contegno, deresponsabilizzante e attendista, di chi si limiti ad aspettare opportunità di lavoro riversando sul coniuge più abbiente l’esito della fine della vita matrimoniale.

Cassazione civile sez. I, 13/02/2020, n.3661

Coniugi entrambi disoccupati

Qualora entrambe le parti siano disoccupate, in una posizione di uguaglianza economica, non può essere riconosciuto l’assegno divorzile in favore della coniuge richiedente, per insussistenza dei presupposti e segnatamente per impossibilità oggettiva della controparte a corrisponderlo.

Tribunale Gela, 15/03/2019, n.129

Assegno divorzile per l’ex coniuge che vive del solo sussidio di disoccupazione

L’assegno divorzile, presupponendo lo scioglimento del matrimonio, prescinde dagli obblighi di mantenimento e di alimenti, costituendo effetto diretto della pronuncia di divorzio. Pertanto, ai fini del riconoscimento del relativo diritto e considerata la natura assistenziale dello stesso, è necessario accertare l’inadeguatezza dei mezzi o comunque l’impossibilità a procurarseli per ragioni oggettive, in considerazione del contributo fornito dal richiedente, della durata del matrimonio e dell’età dell’avente diritto (nel caso di specie, deve essere riconosciuto il diritto all’assegno alla richiedente che, cinquantenne, ha quale unica fonte di reddito il sussidio di disoccupazione).

Tribunale Roma sez. I, 01/03/2019, n.4668

Escluso il mantenimento per la moglie disoccupata che non si attiva per trovare lavoro

Se è vero che nella separazione personale i “redditi adeguati” cui va rapportato, ai sensi dell’art. 156 c.c., l’assegno di mantenimento a favore del coniuge sono quelli necessari a mantenere il tenore di vita goduto in costanza di matrimonio, è anche vero che la prova della ricorrenza dei presupposti dell’assegno incombe su chi chiede il mantenimento e che tale prova ha ad oggetto anche l’incolpevolezza del coniuge richiedente, quando – come nella specie – sia accertato in fatto che, pur potendo, esso non si sia attivato doverosamente per reperire un’occupazione lavorativa retribuita confacente alle sue attitudini, con l’effetto di non poter porre a carico dell’altro coniuge le conseguenze della mancata conservazione del tenore di vita matrimoniale.

Cassazione civile sez. VI, 20/03/2018, n.6886

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Marito disoccupato: la moglie deve pagare il mantenimento?

L’assegno divorzile non scatta in automatico per il semplice fatto di non lavorare e di non avere uno stipendio.

Si sente spesso parlare di mantenimento all’ex moglie conseguente al giudizio di separazione o di divorzio. In realtà, la legge attribuisce tale diritto al coniuge economicamente più debole, quello cioè che non è in grado di mantenersi da solo, senza ovviamente fare distinzioni di sesso.

Allora, è verosimile – seppur meno frequente – che il contributo possa essere riconosciuto anche al marito qualora questi si trovi in una condizione di difficoltà economica. In una coppia in cui la moglie lavora e l’uomo, poco prima della separazione, perde il posto a chi spetta l’assegno? La moglie deve pagare il mantenimento al marito disoccupato? Facciamo il punto della situazione. 

Quando spetta il mantenimento?

Come anticipato, la legge attribuisce il diritto all’assegno divorzile al coniuge privo di reddito o con un reddito insufficiente a mantenersi da solo. L’assegno deve essere proporzionale alla necessità di quest’ultimo di condurre una vita decorosa, a prescindere dalle condizioni economiche dell’ex. 

Il mantenimento però non scatta in automatico per il solo fatto che vi sia un divario di reddito tra i due ex coniugi. Oltre a ciò, il beneficiario deve dimostrare di trovarsi, non per propria colpa, nelle suddette condizioni di incapacità economica. Il che avviene, ad esempio, quando si ha un’età sufficientemente avanzata da non consentire di trovare agevolmente un’occupazione (si pensi a un over 45); o quando le condizioni precarie di salute abbiano compromesso in tutto o in parte la capacità lavorativa; o ancora quando le condizioni del mercato occupazionale sono ostili (di ciò va dato prova dimostrando di aver partecipato a bandi e concorsi, di aver inviato c.v., di essersi iscritti alle liste di collocamento, ecc.).

Coniuge disoccupato: spetta il mantenimento?

Prima di stabilire se la moglie deve pagare il mantenimento al marito disoccupato c’è da fare un’importante distinzione tra assegno di mantenimento e assegno divorzile.

L’assegno di mantenimento è quello che scatta con la sentenza di separazione e che dura fino al divorzio. È una sorta di cuscinetto per chi perde, di punto in bianco, il supporto economico dell’ex. Il giudice concede quindi l’assegno di mantenimento con maggiore elasticità rispetto a quanto avviene invece con l’assegno divorzile, il più delle volte accertando il semplice divario economico tra i due. 

L’importo dell’assegno di mantenimento mira peraltro a garantire lo stesso tenore di vita che si aveva durante la convivenza. 

L’assegno divorzile invece è quello che scatta con la sentenza di divorzio e che sostituisce l’assegno di mantenimento determinato con la precedente separazione. Qui, i criteri per il riconoscimento sono molto più ristretti e anche l’importo è più limitato, mirando solo all’autosufficienza economica e non al mantenimento dello stesso tenore di vita precedente. 

Come anticipato sopra, il semplice stato di disoccupazione non è sufficiente a dimostrare il diritto all’assegno divorzile. Serve anche la prova della meritevolezza, ossia dell’impossibilità oggettiva – non per propria colpa – a mantenersi da soli. Tant’è che più volte la Cassazione ha escluso il diritto all’assegno divorzile all’ex moglie disoccupata perché ancora giovane e capace di reimpiegarsi nel mondo del lavoro.

Il coniuge disoccupato può accampare il diritto al mantenimento, dunque, nel momento in cui dimostra che la sua condizione economica svantaggiata è involontaria e che sta facendo di tutto per uscirne.

L’ex moglie deve pagare il mantenimento al marito disoccupato?

I principi che abbiamo appena enunciato valgono sia nei confronti dell’uomo che della donna. È ben possibile quindi che l’ex moglie con un impiego sia condannata dal giudice a versare l’assegno divorzile al marito disoccupato, ma sempre se quest’ultimo lo richieda e dimostri, oltre al divario economico, anche la meritevolezza. L’uomo dovrà cioè convincere il giudice che la disoccupazione non è divenuta per lui la semplice scusa per farsi mantenere e assistere dall’ex moglie ma che, anche a fronte della perdita del posto, si è dato da fare per cercare una nuova occupazione o che le condizioni oggettive di salute, età o mercato non glielo hanno consentito.

Peraltro, qualora entrambi i coniugi siano disoccupati, in posizione di uguaglianza economica, non può essere riconosciuto l’assegno divorzile.

Dunque, è tutt’altro che scontato il riconoscimento dell’assegno divorzile al marito disoccupato, così come lo è per la moglie ovviamente. 

Approfondimenti

Per ulteriori approfondimenti, leggi:

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Informatica & Tecnologia • Come inviare un messaggio in Posta Per Windows 10

Come detto nel precedente articolo, posta di Windows 10 si presenta come un’applicazione abbastanza minimale. Ciò ne facilita l’uso. Vediamo oggi come creare un messaggio e come inviarlo.
Lanciata l’applicazione, ci troviamo di fronte il primo account che abbiamo configurato (solitamente Outlook.com). Basta spostarsi con il tab fino a “nuovo messaggio” e dare Ok. Ci troveremo subito davanti il campo indirizzo (campo a) nel quale inseriremo l’indirizzo mail destinatario.
Un altro colpo di tab e troveremo il pulsante “scegli contatti”. Si aprirà a questo punto l’app contatti. Potremo scorrere l’elenco degli indirizzi mail e selezionare quello di nostro interesse. A questo punto, clicchiamo su “fatto” e torneremo alla schermata del messaggio. Non mancano i campi cc e ccn. Nei quali inseriremo altri indirizzi ove lo riterremo necessario.
Un altro colpo di tab e ci troveremo sul campo oggetto e, ancora usando il tasto tab, ci porteremo nel corpo del messaggio dove ne inseriremo il testo.
Dobbiamo muovere qualche appunto:
1)Posta Per Windows 10 non prevede, contrariamente a Microsoft Outlook, il cambio dell’indirizzo mail. L’account con il quale si vorrà inviare il messaggio non potrà essere modificato. Dovremo selezionarlo prima di porre in essere quanto sopra descritto. Prima di cliccare su “nuovo messaggio”, perciò conviene lanciare l’applicazione e spostarsi su “tutti gli account” e dare ok. Ci verrà mostrato l’elenco degli account configurati. Lo esploreremo con freccia giù e daremo ok su quello che vogliamo usare per inviare il messaggio. A questo punto si potrà usare la procedura sopra descritta.
2)Posta di Windows 10 non prevede la verifica della mail. Non c’è la possibilità perciò di richiedere al destinatario la conferma di lettura o l’avvenuta consegna del messaggio all’account destinatario.
Per inviare il messaggio dopo averlo completato, premeremo il tasto alt. Si aprirà un menù che scorreremo con Freccia destra fino al pulsante “invia” sul quale daremo invio.
Per rispondere ai messaggi, a messaggio aperto, premeremo il tasto alt e troveremo il menù azioni i cui comandi sono sostanzialmente 3:
1)Rispondi che risponde al mittente
2)Rispondi a tutti che risponde a tutti i destinatari (si pensi alle mailing list).
3)Azioni. Se diamo invio su questo menù, avremo la possibilità di compiere altre azioni come l’archiviazione, l’eliminazione, l’impostazione di un contrassegno o lo spostamento del messaggio in un’altra cartella, la stampa e così via.
Credo che i menù, al momento non richiedano particolari discorsi. Ne parleremo più diffusamente in un paragrafo apposito.
Concludiamo quest’articolo citando i famosi tasti di scelta rapida.
Con un solo tasto di scelta rapida è possibile rispondere al mittente, rispondere a tutti i mittenti o inoltrare il messaggio a un’altra persona.
Per rispondere solo al mittente, premere CTRL+R per aprire un messaggio indirizzato al mittente, con il cursore nel corpo del messaggio, pronto per scrivere una risposta.
Per rispondere a tutti, premere CTRL+MAIUSC+R per aprire un messaggio indirizzato a tutti i destinatari nelle righe indirizzo A e Cc, con il cursore nel corpo del messaggio, pronto per scrivere una risposta.
Per inoltrare un messaggio, premere CTRL+F per aprire il messaggio pronto per l’input dell’utente, in cui il cursore si trova sulla riga indirizzo A per poter immettere il nome del destinatario.
Dopo aver inserito l’indirizzo, premere TAB per spostarsi nella finestra del messaggio e comporlo.
Al termine, premere ALT+S per inviare il messaggio.
Ricordo che per ogni problematica è possibile rispondere ai messaggi del forum e cercheremo di chiarire dubbi e perplessità.

Statistiche: Inviato da Administrator — sab feb 27, 2021 8:32 pm





Rapina e minaccia con arma giocattolo: ultime sentenze

La giurisprudenza sul reato di rapina e sull’effetto intimidatorio provocato dall’uso di un oggetto con le caratteristiche intrinseche di un’arma.

Minaccia realizzata con un’arma giocattolo

Ai fini della sussistenza della circostanza aggravante dell’uso delle armi nel delitto di rapina occorre, qualora la minaccia sia realizzata utilizzando un’arma giocattolo, che questa non sia riconoscibile come tale.

Corte appello L’Aquila, 28/05/2018, n.1269

Rapina: quando sussiste l’aggravante dell’uso delle armi?

L’uso di un’arma giocattolo può integrare l’aggravante prevista per la rapina dall’art. 628 comma 3 n. 1, prima ipotesi; tuttavia, deve ritenersi sussistente la circostanza aggravante dell’uso delle armi solo quando la minaccia sia realizzata utilizzando un’arma giocattolo non riconoscibile come tale.

Cassazione penale sez. II, 17/11/2017, n.4712

Rapina e uso di una pistola giocattolo priva del tappo rosso

In tema di rapina  l’uso della pistola giocattolo priva del tappo rosso integra la circostanza aggravante di cui al comma 3 n.1 dell’art. 628 c.p.. (Nel caso di specie, si trattava di una tentata rapina di un orologio Rolex che la vittima portava al polso, con violenza e minaccia consistiti dapprima nel puntare gli contro la pistola semiautomatica, rivelatasi poi arma giocattolo ma non riconoscibile in quanto priva di tappo rosso regolamentare, e successivamente nello sferrargli  un forte calcio sulla coscia).

Tribunale Milano sez. uff. indagini prel., 26/10/2016, n.2981

Senso di pericolo e timore di subire un danno ingiusto

Integra il delitto di rapina aggravata dall’uso di un’arma la condotta di chi si impossessa degli alimenti all’interno di un locale pubblico, con minaccia posta in essere mediante pistola giocattolo priva del tappo rosso che, in ragione delle circostanze e delle modalità dell’azione, abbia determinato nella vittima il senso di pericolo ed il timore di subire un danno ingiusto.

Tribunale Napoli sez. I, 02/04/2015, n.6113

Uso della pistola giocattolo accompagnato da frasi di tenore inequivoco

In tema di minaccia, ricorre l’aggravante dell’arma anche nel caso di una pistola-giocattolo, in quanto qualsiasi oggetto che abbia all’apparenza le caratteristiche intrinseche di un’arma può provocare nel soggetto passivo un effetto intimidatorio più intenso; peraltro, nella specie l’uso della pistola giocattolo era stato accompagnato da frasi di tenore inequivoco in ordine alla gravità della minaccia.

Cassazione penale sez. V, 04/03/2015, n.13915

Circostanza aggravante dell’uso delle armi

L’uso di un’arma giocattolo è ritenuto compatibile con l’aggravante prevista per la rapina dall’art. 628 c.p., comma 3, n. 1, prima ipotesi, e quindi sussistente la circostanza aggravante dell’uso delle armi, quando la minaccia sia realizzata utilizzando un’arma giocattolo non riconoscibile come tale.

Cassazione penale sez. II, 18/11/2014, n.8998

Minaccia realizzata con un’arma giocattolo

In tema di rapina, sussiste la circostanza aggravante dell’uso delle armi qualora la minaccia sia realizzata utilizzando un’arma giocattolo.

Cassazione penale sez. II, 27/03/2014, n.18382

Arma idonea, in apparenza, a produrre lesioni

Costituisce un’aggravante del delitto di minaccia l’uso di un’arma apparente o giocattolo qualora si tratti di oggetto che, avendo l’apparenza di arma idonea a produrre lesioni, sia atto a provocare nella vittima un intenso effetto intimidatorio (riconosciuta la responsabilità dell’imputato per avere, nel corso di un colloquio con l’insegnante della figlia, minacciato di morte la ex moglie, il suo compagno e la figlia, con una pistola giocattolo).

Cassazione penale sez. V, 19/11/2013, n.9367

Arma da fuoco giocattolo sprovvista del tappo rosso

L’uso o il porto fuori della propria abitazione di un’arma da fuoco giocattolo sprovvista del tappo rosso o con il tappo rosso reso non visibile non è previsto dalla legge come reato, ma assume rilevanza penale solo se mediante esso si realizzi un diverso reato del quale l’uso o il porto di un’arma rappresenti elemento costitutivo o circostanza aggravante. Sussiste, pertanto, l’aggravante della minaccia con uso di arma ove la minaccia sia compiuta con un’arma giocattolo il cui pur esistente tappo rosso sia occultato, anche solo temporaneamente, in modo da non renderlo “visibile” alla persona offesa.

Tribunale Bari, 11/03/2008

Minaccia con una pistola giocattolo e con un coltello

Sussiste la circostanza aggravante dell’uso di un’arma nella perpetrazione di una rapina (art. 628, comma 5, n. 1 c.p.) quando la minaccia sia stata commessa con una pistola giocattolo e con un coltello.

Corte appello Bologna, 20/09/1996

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Spray urticante e porto in luogo pubblico: ultime sentenze

Detenzione in luogo pubblico di bombolette contenenti spray urticante a base di peperoncino.

Bombolette spray a base di peperoncino

Le bombolette spray a base di peperoncino rientrano nella nozione di armi comuni da sparo se la sostanza urticante è mescolata con altre sostanze – infiammabili, corrosive, tossiche, cancerogene o aggressivi chimici (nella specie, la Corte ha escluso la configurabilità del reato, in quanto la bomboletta incriminata conteneva solo sostanza irritante, naturale, a base di peperoncino).

Cassazione penale sez. I, 24/10/2011, n.3116

Gas e aggressivi chimici

La bomboletta spray contenente sostanza urticante è compresa tra gli aggressivi chimici il cui porto illegale costituisce reato ai sensi della l. 2 ottobre 1967 n. 895.

Cassazione penale sez. I, 13/01/2009, n.6106

Bombolette con spray urticante a base di peperoncino: è porto abusivo di armi?

La detenzione in luogo pubblico di bombolette contenenti spray urticante a base di peperoncino (“oleoresin capsicum”) aventi le caratteristiche tecniche indicate nell’apposto regolamento del Ministero dell’interno non integra il reato di porto abusivo d’armi di cui agli art. 4 comma 2 l. n. 110 del 1975 e 4 l. n. 895 del 1967, poiché le stesse, a differenza delle bombolette di gas lacrimogeno e gas paralizzante, non possano essere ricomprese nelle armi da guerra o tipo guerra, in quanto l’agente biologico sprigionato non ha in se e per sé attitudine a “recare offesa alla persona”.

Cassazione penale sez. I, 24/10/2011, n.3116

Il porto in luogo pubblico di una bomboletta spray urticante

Integra il reato previsto dall’art. 4 l. 2 ottobre 1967, n. 895 e succ. modif., il porto in luogo pubblico di una bomboletta spray contenente gas urticante idoneo a provocare irritazione degli occhi, sia pure reversibile in un breve tempo, in quanto idonea ad arrecare offesa alla persona e come tale rientrante nella definizione di arma comune da sparo da cui all’art. 2 l. n. 110 del 1975.

Cassazione penale sez. I, 28/02/2012, n.11753

Spray urticante: quando non può considerarsi privo di idoneità offensiva

Nel caso di elevata potenzialità offensiva le bombolette contenenti gas paralizzanti sono state qualificate come armi da guerra o tipo guerra e in particolare come aggressivi chimici ai sensi dell’art. 1 l. 110/1975. Anche gli spray a base di sostanze urticanti sono stati considerati aggressivi chimici se idonei a compromettere l’integrità dell’organismo umano, anche solo in via temporanea. Dunque gli spray offensivi sono armi da guerra se contengono aggressivi chimici o biologici con spiccata potenzialità offensiva, e armi comuni da sparo negli altri casi e il loro porto in luogo pubblico è soggetto alle sanzioni previste dalla l. 895/1967.

(Nel caso di specie, infatti, la bomboletta spray urticante utilizzata dall’ imputato non può considerarsi priva di idoneità offensiva in quanto non risponde ai requisiti dli cui all’art. 1 del decreto attuativo del disposto dell’art. 3, comma 32, l. 94/2009 che detta regole per la definizione delle caratteristiche tecniche degli strumenti di autodifesa che nebulizzano un principio attivo naturale a base di oleorisin capsicum e che non abbiano attitudine a recare offesa alla persona).

Tribunale Bologna, 25/03/2013, n.1171

Contravvenzione di porto abusivo di armi

Il porto in luogo pubblico di una bomboletta contenente “spray” urticante a base di oleoresin capsicum, principio estratto dalle piante di peperoncino, integra gli estremi della contravvenzione di porto abusivo di armi di cui all’art. 699 c.p., e non, invece, del delitto previsto dall’art. 4 della l. 2 ottobre 1967, n. 895, e succ. modif., trattandosi di oggetto non ricompreso né tra le armi da guerra, né tra le armi comuni da sparo.

Cassazione penale sez. I, 07/01/2016, n.14807

Il porto di bomboletta con spray urticante privo delle caratteristiche di legge

Integra la contravvenzione di porto abusivo di armi, di cui all’art. 699 cod. pen., il porto in luogo pubblico di una bomboletta contenente “spray” urticante a base di “oleoresin capsicum” che non rispetti le caratteristiche stabilite dal decreto ministeriale 12 maggio 2011 n. 103.

Cassazione penale sez. I, 29/09/2017, n.57624

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La dichiarazione dei redditi

Guida alle caratteristiche del 730 e del modello Redditi persone fisiche. Quale modello presentare e la scelta tra i regimi di tassazione.

Non passa giorno senza che un tg, un giornale o qualsiasi altro media non sottolinei l’importanza di pagare tasse e imposte. Senza il pagamento dei tributi e il prelievo coattivo da parte dello Stato, la nostra Nazione non sarebbe come la conosciamo e molti servizi andrebbero incontro al collasso. Alla base di tutto ciò, si colloca un documento fiscale che può essere redatto autonomamente dal contribuente, ovvero con l’aiuto di un datore di lavoro o altra figura professionale abilitata (per esempio, il commercialista o un esperto contabile). Stiamo parlando della dichiarazione dei redditi, un atto formale che le persone fisiche devono compilare e consegnare all’Agenzia delle entrate.

Se sei finito su questa pagina, probabilmente hai sentito parlare molto della dichiarazione dei redditi, ma non sai di cosa si tratta e perché si chiama così. Abbiamo pensato di confezionare questo articolo proprio per te che hai dei dubbi in merito con l’obiettivo di farti capire cos’è la dichiarazione dei redditi, com’è fatta e quali sono i soggetti tenuti a presentarla.

Cos’è la dichiarazione dei redditi?

Sebbene la legge italiana non dica espressamente cos’è una dichiarazione dei redditi, ne demarca comunque i confini.

Analizzandone le caratteristiche, possiamo concepire la dichiarazione dei redditi come un atto formale che la persona fisica deve redigere annualmente per far conoscere all’Agenzia delle Entrate la propria posizione fiscale. La definizione appena riportata, però, è troppo sintetica per far comprendere appieno i caratteri della dichiarazione. Pertanto, vale la pena focalizzarsi sui singoli aspetti della dichiarazione dei redditi.

La dichiarazione dei redditi come atto formale

Pena la nullità, e quindi per essere valida, la dichiarazione dei redditi deve essere redatta esclusivamente su appositi modelli approvati ogni anno dal direttore dell’Agenzia delle Entrate (Ae).

Gli stessi modelli sono scaricabili gratuitamente in formato elettronico dal sito dell’Ae, nella sezione delle dichiarazioni. Non lasciarti intimorire dalla quantità di modelli a disposizione e se non sai quale dichiarazione sei tenuto a presentare, nel paragrafo conclusivo ti daremo qualche delucidazione in più.

La dichiarazione dei redditi è annuale

La dichiarazione dei redditi fa riferimento all’anno solare precedente a quello in cui avviene la presentazione del documento contabile.

In materia fiscale, l’anno solare è chiamato periodo d’imposta. Questo significa che i redditi percepiti da un contribuente nel 2020 saranno dichiarati nel 2021 per il periodo d’imposta dell’anno precedente.

L’unicità della dichiarazione dei redditi 

Come abbiamo già detto, attraverso i modelli conformi alla legge, la persona fisica informa lo Stato circa le entrate percepite nel periodo d’imposta.

Tale comunicazione deve avvenire con una sola trasmissione e in un’unica soluzione. Nel caso in cui il contribuente si accorga di aver commesso errori nella dichiarazione, deve presentare una integrazione, avvalendosi, ancora una volta, di un modello conforme.

La dichiarazione è un atto non negoziale e non dispositivo

In fin dei conti, la dichiarazione dei redditi è una sorta di autodichiarazione che deve essere compilata con giudizio dal contribuente. Detto altrimenti, la dichiarazione dei redditi non produce alcun effetto giuridico, ma rappresenta il presupposto per produrre un effetto, ossia il pagamento delle imposte sui redditi.

Le opzioni connesse alla dichiarazione dei redditi 

Quando si compila la dichiarazione dei redditi è possibile esercitare due tipi di opzioni, relative:

  1. al regime di tassazione;
  2. alla destinazione di una quota Irpef.

I regimi di tassazione

Quando si parla di regime di tassazione si fa riferimento al modo con il quale viene calcolata una determinata imposta. I regimi di tassazione sono due:

  • regime ordinario;
  • regime agevolato.

Il primo, detto anche regime naturale, è quello normalmente applicato e, limitando il discorso alla dichiarazione dei redditi delle persone fisiche, permette di calcolare l’Irpef e l’Irap con le modalità previste dalla legge (attraverso gli scaglioni, per l’Irpef, e mediante l’aliquota regionale, per l’Irap).

Il secondo, invece, è un regime fiscale semplificato attraverso il quale i redditi del contribuente sono colpiti da una sola aliquota, detta imposta sostitutiva (il cui nome deriva, appunto, dal fatto di prendere il posto di qualsiasi altra aliquota).

La destinazione di una quota di Irpef

Compilando la dichiarazione dei redditi, la persona fisica può decidere di destinare una quota di Irpef a determinati soggetti.

Per esempio, l’8 per mille è una quota che lo Stato ridistribuisce tra le varie confessioni religiose, il 5 per mille è rivolto a enti che svolgono attività socialmente rilevanti, mentre il 2 per mille può essere destinato al partito politico che si sostiene.

Dichiarazione dei redditi: quale modello presentare?

Nonostante sia un concetto espresso più volte nel corso di questo articolo, dobbiamo ricordare ancora una volta che la dichiarazione dei redditi va presentata mediante modello conforme e approvato per legge di anno in anno.

L’ordinamento fiscale italiano ha previsto due modelli fondamentali attraverso i quali effettuare la dichiarazione dei redditi, ossia:

  1. il modello 730;
  2. il modello Redditi persone fisiche.

Come fa il contribuente a capire quale modello deve utilizzare? Il criterio di scelta è veicolato dalla legge, che però si rifà ai contenuti dei due documenti. Vediamo meglio cosa significa quanto abbiamo appena scritto.

Il modello 730 è strutturato in modo tale che il dichiarante possa comunicare in modo agevole i redditi percepiti annualmente. Questo modello deve essere compilato solo dai lavoratori dipendenti, da chi percepisce redditi da lavoro assimilabile al lavoro subordinato (lavoratori parasubordinati, cassintegrati, soci di cooperative, ecc.) e da pensionati.

Il modello Redditi persone fisiche, invece, è leggermente più complicato da compilare rispetto al 730, perché composto da una serie di righe e tabelle di non facile decifrazione. Questa differenza rispetto al precedente deriva dal fatto che il modello Redditi persone fisiche è rivolto a liberi professionisti e, in linea di massima, ai possessori di partita Iva.

Questi, non essendo subordinati a un datore di lavoro, possono svolgere diverse attività lavorative, da cui ottengono entrare differenti. Il modello Redditi persone fisiche permette di calcolare l’ammontare di tutte le entrate, su cui vanno poi calcolate le imposte.

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