Recensione

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      Salvatore Scibona torna con “ Il volontario”: storia di perdenti alla ricerca di un riscatto che difficilmente arriva. Soprattutto se l’alternativa sono guerra e violenza. Una prova d’autore.
      di Stefano Massini, la Repubblica/Robinson
      26 settembre 2019
      Il volontario
      Salvatore Scibona
      Editore: 66th and 2nd
      Prezzo: EUR 20,00
      Nel 2010, sul New Yorker, Salvatore Scibona pubblicava un racconto, The Kid, ritratto di un bambino abbandonato dentro l’aeroporto di Amburgo. Dettaglio importante: il bambino si esprime in una lingua baltica incomprensibile al personale del Terminal. È dunque uno straniero, come egli stesso ripeterà più volte. Se ne parlo, è perché quello stesso bambino in lacrime apre Il volontario, secondo romanzo dello scrittore di Cleveland già finalista del National Book Award con La Fine, possente affresco corale sugli stranieri ( italiani) in terra americana.
      Soffermiamoci allora su quel successo editoriale, essenziale per comprendere il nuovo approdo di Scibona: all’uscita si parlò molto del libro, della sua ambizione narrativa, della complessa trama con cui ordiva le vicende parallele di Rocco, Ciccio, Costanza e tanti altri minimi eroi della Little Italy di Elephant Park, nell’afa del giorno dell’Assunta. Scibona riusciva a delineare la parabola di una disillusione collettiva, quella che mortifica le comunità immigrate americane al binario morto delle loro aspirazioni (e aspettative). E non si poteva, naturalmente, prescindere dal fatto che l’autore fosse italoamericano, dichiarato debitore dei racconti di famiglia, dei visi, delle rughe, bicchieri di vino e teglie di pasta al forno.
      È il grande puzzle degli Stati Uniti, di cui ci forniscono la chiave gli scrittori- testimoni di una memoria avvincente e drammatica come quella delle cosiddette minoranze. Fra tutti, vorrei ricordare Big Banana di Roberto Quesada ( da poco pubblicato in Italia) sulla comunità dei latinos, oppure il ricchissimo The Chinese in America di Iris Chang, in cui si ricostruisce il background di tante Chinatown, partendo da quel famoso decreto- legge con cui nel 1882 lo zio Sam bandiva i cinesi esattamente come Trump fa oggi con gli islamici. Il bel romanzo d’esordio di Scibona apriva in questo senso una finestra sulla nicchia italoamericana, con l’ulteriore pregio di coglierne il flusso non sulla riva orientale di Manhattan, ma nel grigio Ohio.
      Adesso, tuttavia, l’autore alza lo sguardo, e con questo nuovo libro conferma il suo interesse per la narrazione su vasta scala temporale ( stavolta è il Dopoguerra a finire sotto il microscopio), solo che non c’è traccia di spaghetti e processioni.
      Il romanzo si apre insomma con un bambino lettone che nessuno capisce, ma è solo un falso allarme: il tema dell’estraneità etno- culturale non è adesso all’ordine del giorno, reggendosi il tutto sulle catastrofi esistenziali di una catena di padri (americani). Come dire: per un bambino che piange in aeroporto c’è un padre in fuga, e a sua volta quel padre discende da un ulteriore fuggitivo cronico (che per giunta non è genitore biologico). In principio fu Vollie Frade, nato nell’Iowa in mezzo a un “ gruppo di baracche su una piana alluvionale”: ne facciamo la conoscenza in un capitolo che pare scritto da Steinbeck, con tutto il repertorio del degrado proletario.
      Vollie cresce lì, nel nulla, fra campi concimati col letame, tortini alla panna acida e la chiesa presbiteriana dov’è scritto “ Dio è amore”. Quando, inevitabile, prende forma la smania di andarsene, l’unica chance è il volontariato nel corpo dei marines. Per cui ecco la recluta Frade a Okinawa, in uno squallidissimo cocktail-bar fra decine d’altri ragazzi “pronti a farsi falciare come spighe di grano”, perché va da sé che dal Giappone si decolla per il Vietnam.
      E sarà dura. Durissima. Non solo per il sangue, non solo per l’uccidere, ma per quei 400 giorni di prigionia in un cunicolo cambogiano stipato di cadaveri. Altro giro: Vollie si è arruolato per fuggire, ma adesso brama la fuga dalla fuga. La concretizzerà nel tipico sbando del reduce: dopo alterne vicende di spionaggio newyorkese, la scena si sposta nel New Mexico, in una comune senza regole, in cui si aggiunge la nuova leva della generazione seguente.
      Cambia lo scenario, ma l’obbrobrio si ripete: anche Elroy avrà la sua Cambogia seppure non asiatica, e il suo napalm seppure non lanciato da un C-130. Divorato dalla stessa disperazione di Vollie, il giovane Elroy si vede buttato qua e là per il globo, dall’Europa al golfo persico fino all’Afghanistan, per finire in un aeroporto tedesco dove abbandona il piccolo Janis. È un rincorrersi di declini, di abomini, di sfaceli esistenziali, la cui tessitura tuttavia assume una sua compiutezza, risaltando con numerose pagine di indubbio vigore narrativo, tali da non far in fondo rimpiangere l’estro del romanzo d’esordio.
      Là era il dramma degli immigrati, gente trapiantata in America in cerca d’identità, qui è in sintesi l’opposto: si narra di chi lascia casa in un’insana sarabanda di violenza e disumanità, tentando ostinatamente la carta dell’altrove. Ed è un altrove con cento significati, cento valenze, cento riflessi. Siamo tutti in fuga, sembra dirci Scibona sulla scia di DeLillo, ma è come un fattore genetico, per cui di evaso in evaso, di fuggiasco in fuggiasco, di latitante in latitante, da anni ci passiamo nel sangue un dogma squassante: “non esistono rifugi, sono solo gabbie, scappa”. Che sia per questo che non capiamo gli immigrati?
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