Recensione

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    Le recensioni di Repubblica e l’Espresso
    Metti 8 neri nella polizia del Klan
    Si ispira a una storia vera il romanzo di Thomas Mullen: quando per la prima volta nella razzista Atlanta venne arruolata una manciata di agenti di colore. E fu gettato il seme dell’integrazione.
      di Giancarlo De Cataldo, la Repubblica/Robinson
    11 ottobre 2019
    copertina libro
    La città è dei bianchi
    Thomas Mullen
    Editore: Rizzoli
    Prezzo: EUR 20,00

    La vera storia dei primi poliziotti neri di Atlanta è alla base de La città è dei bianchi ( titolo originale, molto più evocativo, Darktown), che dobbiamo alla penna di Thomas Mullen, 45 anni, originario del Rhode Island. Un autore bianco che, dopo aver esordito vincendo il prestigioso premio James Fenimore per il romanzo storico (prima di lui, per intenderci, Il complotto contro l’America di Philip Roth) va a vivere al Sud e qui ambienta un noir di grande spessore, incentrato sull’omicidio di una giovane di colore che i poliziotti bianchi vogliono a tutti i costi accollare a un colpevole di comodo — ovviamente nero — e che invece i due ostinati eroi Boggs& Smith intuiscono discendere da una ben più torbida e intricata vicenda. Siamo appunto ad Atlanta, Georgia, nell’anno 1948. Da pochi mesi la Corte Suprema degli Usa ha dichiarato incostituzionale il divieto, per gli afroamericani, di partecipare alle primarie del Partito Democratico.
    Cade così una delle tante leggi Jim Crow che ostacolano o cancellano i diritti dei neri americani: leggi che prendono il nome dal beffardo personaggio di una popolare coon song, la macchietta dello stereotipo dell’uomo di colore, tonto e ignorante, sgraziato e sguaiato, nella migliore delle ipotesi travestito come un improbabile damerino velleitariamente desideroso di scimmiottare l’eleganza dei bianchi.
    Nel profondo Sud, il divieto di iscriversi al seggio per le primarie equivale a una perdita assoluta del diritto di voto: da quelle parti chi vince le primarie democratiche va a Washington, perché nessuno, nei vecchi territori confederati, si azzarda a votare repubblicano, il partito di Lincoln, l’odiato presidente che ottant’anni prima abolì la schiavitù. Gli effetti della decisione sono devastanti per i padroni bianchi che non hanno mai digerito la sconfitta dei Confederati.
    Quasi ventimila elettori di colore si iscrivono nelle liste ad Atlanta, rovesciando sulla politica locale una forza imponente, che finalmente obbliga il potere bianco a sedersi al tavolo della trattativa. Fra le prime, e più pressanti richieste, l’arruolamento di poliziotti di colore.
    Una misura urgente e necessaria come il pane per la salvaguardia non tanto degli ancora embrionali diritti civili dei neri, quanto della loro stessa sopravvivenza. Perché ad Atlanta, come un po’ dappertutto nel Sud, si scrive polizia ma si legge Ku Klux Klan, troppo spesso la divisa è un pretesto per esercitare il razzismo in forma legalizzata e l’arbitrio la fa da padrone anche nelle aule di giustizia, dove le giurie sono tutte bianche e la parola di un nero vale quanto uno sputo.
    È così che per motivi non certo etici, ma semmai opportunistici, il sindaco Hartsfield e il capo Jenkins ( che in gioventù aveva aderito al Klan perché altrimenti, avrebbe confessato, addio carriera) fanno buon viso a cattivo gioco e accettano di arruolare otto poliziotti di colore.
    Mullen si ispira a loro. Nel romanzo, la ricostruzione storica è documentatissima, ma la precisione dei dettagli non nuoce alla scorrevolezza del racconto, alla robustezza della trama e all’intensità dei caratteri. Più ci si addentra nelle pagine di questo vibrante affresco, e più cresce l’indignazione contro la malapianta del razzismo.
    I poliziotti bianchi non la prendono bene. Accusano i colleghi di colore di ogni sorta di malefatta, cercano di incastrarli, qualcuno si spinge a offrire una taglia sulla loro testa. Eppure gli otto vanno avanti, anno dopo anno, indifferenti alle umiliazioni, tenaci nel conquistarsi, azione dopo azione, se non la stima, quanto meno la tolleranza dei superiori. Finché — ma ci vorranno quindici lunghi anni — la battaglia sarà vinta, e la piena integrazione raggiunta. Il che non significa che il razzismo è stato debellato.
    Al contrario, la cronaca offre quotidianamente spunti che fanno meditare sulla sua tenace persistenza e sulla necessità di contrastarlo. Mullen dice che l’idea del romanzo gli venne riflettendo sull’ostilità di certi ambienti contro il presidente Obama.
    Ma la sua non è una visione pessimistica: «una delle qualità che definiscono gli americani» ha scritto «è la nostra costante concentrazione sul dove stiamo andando e non sul da dove veniamo. Il Sogno Americano è che noi possiamo avere tutto se lavoriamo sodo, indipendentemente dalle nostre origini. Che sia mito o verità, non si può sminuire l’importanza del nostro passato comune, le battaglie che abbiamo combattuto, le tragedie che abbiamo sopportato, persino i crimini che abbiamo commesso.
    Spero che questo romanzo getti una nuova luce su una problematica che è ancora per noi una sfida, e che i lettori traggano ispirazione dalle silenziose vittorie che questi otto poliziotti conseguivano ogni giorno che indossavano la loro uniforme».
    © Riproduzione Riservata

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