Recensione: Confessioni di una “pornofemminista”

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Recensione: Confessioni di una “pornofemminista”

Messaggio da Administrator » gio ago 08, 2019 7:06 pm

Le recensioni di Repubblica e l'Espresso
Confessioni di una “pornofemminista”
L’americana Karley Sciortino firma una rubrica online su "Vogue" e ha scritto un saggio in cui rivendica la sessualità libera. Contro il #MeToo.
  di Raffaela De Santis, la Repubblica/Robinson
08 agosto 2019

copertina libro
Generazione slut
Karley Sciortino
Editore: Odoya
Prezzo: EUR 16,00

E poi vennero le femministe senza zoccoli, senza peli sotto le ascelle, con i tacchi a stiletto e i vestiti in latex. Da un po’ di anni la loro voce parla dai blog e dai palchi delle popstar, preferendo lanciare manifesti edonisti piuttosto che ingaggiare battaglie contro il maschio usurpatore. L’ultimo fenomeno di godereccia liberazione sessuale è affidato alle audaci provocazioni di Karley Sciortino, una delle sex-blogger più influenti della scena statunitense, nata nel 1985 in un paesetto a nord di New York, in una famiglia italo- americana molto religiosa.
Ottima premessa per scrivere un memoir intitolato in inglese Slutever – neologismo formato da “slut” più “ever”, traducibile con “sgualdrina per sempre” e anche di più, ma rimasto in italiano Generazione Slut (Odoya). Termine che l’autrice rivendica in questa intervista via mail come una medaglia: «Abbiamo liberato queer dalla sua accezione negativa, perché dovrebbe essere diverso per slut? Perché sbarazzarci di quest’espressione così meravigliosamente depravata? Al contrario dobbiamo riappropriarcene liberandola dalle sue connotazioni negative. Solo così la priveremo del suo potere di ferirci».
Questo in breve il cuore del pamphlet, che sulla scia della Zoccola etica di Dossie Easton e Janet Hardy, bibbia del poliamore uscita negli Stati Uniti più di venti anni fa, si presenta come l’ultima confessione che sfida ogni pudore. Sono passati tanti anni da quando la cantante Kathleen Hanna del gruppo punk Bikini Kill si scarabocchiava col rossetto la parola slut sullo stomaco, tanti da Sex and the City.
Sciortino è una tipa diretta, si è nutrita di pornografia da quando era ancora adolescente e non ama le sfumature (con l’eccezione delle Fifty Shades). Detesta le femministe radicali: «Sono così distruttive. Odiano il sesso e sostengono che è sempre stupro. Negano l’autonomia della donna. Non è orribile?». Non le va a genio neanche il #MeToo perché «invece di concentrarsi sulle prevaricazioni nei luoghi di lavoro ha sconfinato nei bad dates, gli incontri finiti male». Si definisce una “pro-sex feminist”: «Il sesso è una fonte di piacere, un’avventura, una provocazione, una forma di amore, e un modo per conoscere il proprio corp ».
Per questo ha provato di tutto, dal bondage al sadomasochismo ai sex party alla Eyes Wide Shut. In passato per lavorare come sex worker ha lasciato un lavoro da cameriera in un ristorante cinese. E siccome è molto spiritosa butta là la battuta di Woody Allen in Harry a pezzi: «Tutte le puttane con cui ho parlato dicono che è sempre meglio che fare la cameriera». Ora col sesso a pagamento ha chiuso. All’apice della carriera tiene una rubrica online su Vogue (Breathless) e dopo aver avuto l’onore di una serie tratta dal libro ora ne sta lanciando un’altra intitolata Now Apocalypse, sceneggiata con Gregg Araki, «un mix tra Twin Peaks e Sex and the City».
Il saggio autobiografico Generazione Slut nasce sull’onda del blog Slutever, dove Karley racconta senza metafore le proprie avventure. Il suo maggiore incubo? «Una vita banale, cioè come tutte le altre: sposarsi, andare a vivere in una casetta in periferia e avere figli». Così per schivare il rischio si dà da fare fin dal liceo esplorando il sesso con uomini e donne: «Era l’era di Sex and the City, ma alcune piccole città americane chiedevano che a scuola non si insegnasse a mettere i preservativi. In quegli anni Britney Spears si contorceva sul pavimento con un serpente cantando “Sono la tua schiava”, ma contemporaneamente diceva che avrebbe aspettato fino al matrimonio prima di fare sesso». Da una parte si faceva strada una sessualità “molto performativa”, dall’altra non se ne doveva parlare.
Sciortino reagisce provocando. A sedici anni viene beccata dai genitori a passare la notte con un coltivatore di mele e spedita da un terapista cattolico. L’educazione religiosa è a suo dire la molla di tutto. Senza il bisogno di evocare Freud o Lacan e senza domandarsi come liberare la libido, Sciortino passa direttamente alla fase B, l’infrazione delle regole: «Sentirsi dire “no” può essere molto sexy.
Quando cresci in una famiglia come la mia, tutto è un “no”: non rientrare tardi, non portare ragazzi a casa, non guardare film vietati, non fare sesso prima del matrimonio. Tutte cose rese più seducenti dall’essere off limits». Per spiegare meglio cita Camille Paglia: «La sovversione richiede limiti da violare». Rimane il sospetto che un inflazionato luna- park dei piaceri tolga qualche brivido al desiderio. La domanda epocale rimane quella di Jean Baudrillard: che fare dopo l’orgia?
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