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Messaggio da Administrator » mer ago 07, 2019 11:36 am

Le recensioni di Repubblica e l'Espresso
Tre metri sopra l’acciaio
Il dialogo tra un padre operaio e il figlio che scala ciminiere per sport diventa per Raspi elegia di un mondo in dismissione.
  di Filippo La Porta, la Repubblica/Robinson
06 agosto 2019

copertina libro
Tutto fumo
Eugenio Raspi
Editore: Baldini + Castoldi
Prezzo: EUR 18,00

La grande fabbrica somiglia ora a un « formicaio inoperoso » , la ciminiera di calcestruzzo alta 130 metri non getta fumo, «l’agonia che mortifica macchinari e impianti è insopportabile » … Un sito industriale abbandonato ci trasmette una idea di civiltà sepolta ancora più delle piramidi egizie. Con Tuttofumo Eugenio Raspi, ex dipendente delle acciaierie di Terni (cui ha dedicato l’opera d’esordio, Inox) ha scritto una grande elegia narrativa, minuziosa e visionaria, di questa Atlantide rugginosa.
Il giovane Luca, iscritto all’alberghiero, è il figlio di un operaio che lavorava nella fabbrica siderurgica di Narni. La canna enorme della ciminiera sfregia la torreggiante città medievale arroccata sul colle.
In quella fabbrica — ora inattiva — si è ammalata, ma ha anche trovato un reddito più stabile di quello dei raccolti nelle campagne, una intera generazione. Potrebbe essere comprata (e rilanciata) da una multinazionale giapponese, o potrebbe diventare uno sfavillante parco a tema della Disney, ispirato alle Cronache fantasy di Narnia (un progetto che naufraga nel grottesco, perché non si può verosimilmente riconvertire una intera economia al turismo e all’intrattenimento!).
Dopo l’epopea della letteratura industriale degli anni ’ 60 è fiorita nel nuovo millennio la “letteratura della dismissione”, inaugurata dall’omonimo romanzo di Ermanno Rea, e poi continuata almeno in Acciaio di Silvia Avallone, Acciaiomare di Angelo Mellone e Il costo della vita di Angelo Ferracuti: cronache del degrado e della rabbia.
Tuttofumo non appartiene alla docu-fiction, e anzi rivendica a pieno titolo la sua natura letteraria, benché ispirata a fatti reali. Un lontano modello potrebbe essere Memoriale di Volponi, dove il corpo della fabbrica e il corpo dell’operaio rinviavano simmetricamente ad una misteriosa malattia. Anche qui un corpo, quello di Luca, che non è malato, ma sano e prestante, impegnato nella pratica del parkour, la disciplina dei salti acrobatici e delle arrampicate sui muriccioli insieme ai compagni.
In questo metodico allenamento alla instabilità controllata, in questo spericolato training della fluidità si rispecchia lo spirito dei tempi.
La “forma” nel romanzo è data non tanto e solo dalla lingua — un tempo presente che si appiccica ansiosamente ai gesti e alle cose — ma da questa magnetica invenzione: il corpo di Luca attraversa le 350 pagine, spostandosi dai giardinetti alla ciminiera che riucirà a scalare (da cui riprende in video l’intero paesaggio), e alla nave da crociera, dove anche su quel limbo galleggiante ( la metafora è un po’ insistita!), e in veste di barman, non rinuncia all’ebbrezza di fare qualche precision- jump o cat- splat.
Il confronto padre- figlio è aspro, conflittuale, ma nella loro distanza — a tratti insondabile — si insinua una segreta complicità: Luca lo soccorre, sulla piattaforma della ciminiera — appollaiato con altri operai in segno di protesta — dolorante per un’improvvisa colica renale. Dopo comincia il dialogo tra loro, perché ciò che li divideva era solo «la mancanza di ascolto». Ma su cosa ricomincia?
Il padre gli spiega che il ponte romano sul Nera crollò anticamente, segnando la rovina di Narni, perché non calcolarono bene la profondità delle fondamenta: «per pianificare bisogna muoversi con criterio». Il dialogo fa così appello a una razionalità condivisa, unica continuità tra le generazioni. Il suo ruolo nella fabbrica era di manutentore meccanico: apparteneva dunque a una “aristocrazia” operaia, quella della Chiave a stella (1978) di Primo Levi, capace di risolvere problemi tecnici meglio degli ingegneri.
Figura ben diversa dall’operaio-massa del Vogliamo tutto di Balestrini, dequalificato e ” amorale”, sul quale nei ’70 si pensò di costruire una teoria rivoluzionaria. In quella dignità perduta del lavoro (che produce «oggetti concreti») e in quel solido orgoglio professionale Luca non potrebbe oggi mai specchiarsi.
Deve invece abituarsi alla inquieta navigazione: se la terra è naturale che sia ferma «il mare si agita in un eterno moto che disorienta » . Mentre i migranti che scruta, affollati a Gibilterra, gli rimandano la sua stessa condizione: sradicato e precario. Ma non si può vivere nel disorientamento e nel nomadismo ad oltranza.
Per resistere coltiva il sogno di aprire un bar-ristorante nella sua città, che certo andrà pianificato con ” criterio”. E proprio il sogno del ritorno, di un futuro radicamento pur dentro la nebbia — mare spumoso — della piana di Narni, è forse il ponte ideale sul Nera che lo avvicina a quei migranti, e anche alla generazione dei padri.
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