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fralama1234
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Messaggio da fralama1234 » mer lug 17, 2019 1:12 pm

Le recensioni di Repubblica e l'Espresso
Ancora sulla strada
Nel 1970 e nel 1976 la scrittrice percorre l’America in auto. Ne scaturisce una raccolta di conversazioni, pensieri, istantanee Che raccontano un Paese, amatissimo, ma dalle mille contraddizioni.
  di Michela Marzano, la Repubblica/Robinson
15 luglio 2019
copertina libro
A Sud e a Ovest. Pagine da un diario
Joan Didion
Editore: Il Saggiatore
Prezzo: EUR 17,00

Al centro di questa storia c’è un segreto terribile, un nucleo in cianuro, e il segreto è che la storia non conta » . È l’estate del 1970. Joan Didion — giornalista, saggista, forse la più grande scrittrice americana contemporanea — trascorre un mese nel Sud dell’America. Immagina che il Sud possa aiutarla a capire meglio l’Ovest, e desidera realizzare un reportage sulla costa del Golfo.
Prende un’auto a noleggio a New Orleans e, senza avere alcun piano preciso degli spostamenti, va dove la portano le giornate.
Registra conversazioni, annota pensieri e idee, riempie un quaderno di appunti. E anche se alla fine il pezzo non lo scrive — esattamente come nel 1976 non scriverà alcun articolo per la rivista Rolling Stones sul processo di Patty Hearst a San Francisco — con A Sud e a Ovest. Pagine di un diario ( pubblicato nel 2017, e ora tradotto anche in italiano da il Saggiatore) riesce a regalarci molto di più di un semplice insieme di note e ritratti: Didion racconta l’America e le sue profonde contraddizioni; ripercorre tratti essenziali della propria infanzia; rende testimonianza delle «cose antiche » . E parlando a lungo del passato, di fatto, ci spiega il presente e intuisce l’avvenire.
A Sud e a Ovest è costruito mettendo assieme il materiale raccolto da Joan Didion nel 1970 e nel 1976, rispettandone la frammentarietà. Ci sono frasi che sono solo un’idea di frase: «Nota: La curiosa ambivalenza dell’eterna conversazione sul volere o meno l’industria. Non volerla è un desiderio di morte? O lo è volerla? » . Ci sono scene già pronte per andare in stampa: « C’era pioggia intermittente, cielo coperto e boschi di pini vergini. Una ragazzina con lunghi capelli biondi non curati e un vestito blu pervinca sporco che le arrivava fino alle ginocchia».
Ci sono ricordi che svelano l’autrice ancor più di quanto non sia accaduto con L’anno del pensiero magico — in cui Didion racconta la tragica morte di suo marito John — e con Blue Nights — in cui la scrittrice parla della scomparsa di Quintana, di quella perdita irreparabile che diventa slavina quando è una madre a perdere la propria figlia.
Ma dietro l’apparente disordine dei ricordi, delle annotazioni e delle riflessioni, A Sud e a Ovest è un libro teso, che costringe il lettore a fare lo sforzo di mettere insieme i pezzi del puzzle dell’esistenza: ha la delicatezza e la bellezza della testimonianza, ma anche la forza di una lucida analisi degli anni Settanta. Come sempre nei suoi scritti, John Didion ha il controllo della scrittura: non c’è mai una parola fuori posto, mai la sensazione di perdersi in dettagli futili e pretestuosi.
Didion racconta di un Sud in cui tutto si atrofizza — non si riescono a fare le cose che ci si era riproposti, i giorni scivolano via, è come se si vivesse sott’acqua — e in cui le mentalità non cambiano e le regole non si ammorbidiscono: «Il tempo alla rovescia: la Guerra civile è stata ieri, ma del 1960 si parla come se fosse stato trecento anni fa».
Ci parla di una calura che impedisce a tratti di mangiare, e della voglia costante di andarsene via. Osserva l’incapacità delle persone di adeguarsi al futuro, la «densa ossessività » che domina New Orleans e il suo «assillo febbrile per la razza, la classe, la tradizione, lo stile e l’assenza di stile», come se «l’etica della frontiera», che vige invece nel resto del Paese, non fosse mai arrivata sulla costa del Golfo. Ma suggerisce anche come il Sud, in fondo, sia l’immagine simbolica di quei muri e di quelle frontiere che stanno adesso tornando anche nel resto del Paese.
Quanto all’Ovest, solo apparentemente è una terra in cui si guarda al futuro. La California di Joan Didion ha le tinte degli oggetti hawaiani, delle orchidee e degli incontri mancati. È per lei la terra della storia — dove cerca di collocarsi senza mai trovare quiete — e dei malintesi. E anche se è il solo luogo in cui lei si senta a casa, è anche un mondo in cui ci si perde facilmente dietro i «titoli», anche «quelli posticci».
«Sembra che sia andata a balli e che sia stata fotografata con indosso bei vestiti, e anche come ragazza pon-pon», scrive nelle pagine consacrate alla California. «Sembra che sia stata spesso damigella. Credevo che sarei sempre andata ai tè», continua parlando della sua infanzia. E in poche pagine permette al lettore di entrare nella fabbrica della propria scrittura, raccontandosi come, forse, non aveva mai fatto prima.
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