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fralama1234
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Messaggio da fralama1234 » gio lug 11, 2019 8:03 am

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Le recensioni di Repubblica e l'Espresso
Mi chiamo Teo e vivo all’inferno
Il protagonista del romanzo di Francesco Permunian è un "Lazzarillo” dei nostri tempi che subisce tanti orrori. Troppi?
  di Filippo La Porta, la Repubblica/Robinson
04 luglio 2019

copertina libro
Sillabario dell'amor crudele
Francesco Permunian
Editore: Chiarelettere
Prezzo: EUR 16,00

Possono davvero appassionarci le memorie di un “nanetto urticante e bilioso”, che odia tutto e tutti? La letteratura può riuscirci, come avviene con Sillabario dell’amor crudele di Francesco Permunian. Se aprite a caso il libro vi troverete davanti una materia sordida e infetta: un verminaio di orrori, una galleria di esseri deformi, un catalogo di perversioni che unisce vittime e carnefici e sembra uscito da un quadro di Bruegel. Eppure quasi ogni pagina del libro, grazie allo stile (iperrealistico ma con sfondo onirico) accresce la vitalità del lettore.
Tematicamente affine a Bruciare tutto di Walter Siti, se ne differenzia perché è molto meno romanzo: al posto di una trama c’è un diario che potrebbe evocare il Lazarillo de Tormes, narrazione picaresca delle avventure di un orfano pieno di ingegno.
Teo Baseggio, nano di proporzioni armoniche (in inglese: midget contrapposto a dwarf), fu lasciato alla periferia di Verona dentro una vecchia pentola a otto anni di fronte a un orfanotrofio, la Santa casa dei trovatelli, dove compie il suo apprendistato alla vita in compagnia di gobbi, sciancati, focomelici, etc. e dove subisce umiliazioni e violenze sessuali da parte di sacerdoti pedofili (il padre Camillo Mendes che si annunciava di notte, in una scena fortemente blasfema, citando il Vangelo). In seguito sposa Bernarda ma presto se ne separa, «disgustato all’idea che ogni amore si riduca prima o poi in cenere e piscio». Si consolerà, tra l’altro, con due prostitute gemelle a domicilio, le Sorelle Pompa.
Il variegato bestiario umano comprende una anziana maestra giardiniera che si dà le fiamme, la giovane e prosperosa lavandaia Maria Josefa Tetàna (cui chiusero le trombe uterine per limitarne la esuberanza sessuale), la mammana Antioca, l’orfanella violata del Bangladesh Tortorina, una misteriosa vegliarda con un occhio destro che sembra una «increspatura fosforescente», i coniugi Hofer guardiani dei mostri… Ci troviamo nel cuore buio e rutilante di un immaginario cinque-seicentesco: lo stile di Permunian vira le storie sul comico- grottesco.
In una pagina la invettiva di Teo si rivolge a un Dio «fanfarone, che batte le mani furiosamente per non impazzire davanti alla commedia umana » da lui stesso creata. Il Nano Baseggio potrebbe però riscattarsi nell’incontro con il negoziante Procopio Mazinga, che maschera la sua dappocaggine agli occhi del mondo con una «patologica logorrea alimentare » discettando di erbe e alghe marine. In quel momento l’io narrante confessa: «Uno che mi assomiglia più di quanto io sia disposto ad ammettere». Lì Teo comincia forse a guarire, quando capisce che i suoi fantasmi, il suo odio, appartengono a tutti. E proprio perciò potrebbe anche liberarsene.
Avrei solo due obiezioni. L’autore poteva osare ancor più con lo stile: la voce del nano la immaginiamo anche stridula, sgranata, ma alla fine il suo racconto autobiografico scorre lineare sulla pagina, non ce ne viene restituito un equivalente verbale.
Inoltre: il limite di questo tipo di narrazioni è la prevedibilità, la patina omologata di orrore che si stende su tutto, la stucchevolezza di un inferno che non ammette deroghe (quasi un moralismo alla rovescia: il male deve trionfare!), anche se i barboni sono gli unici che guardano Teo senza derisione. A tratti sembra quasi che il memoriale di Teo, «aberrante capriccio divino» , sia il pretesto per una requisitoria contro l’editoria. Dopo aver studiato entra alla Garzanti come Mastro Stampatore.
Qui l’autore mescola fiction e realtà, e probabilmente sfoga alcune sue idiosincrasie verso una società letteraria ridotta oggi a un «cafarnao cartace», fra gossip avvelenato e ritratti al vetriolo (una apparizione disturbante di Livio Garzanti, che intima a Leo — alla ricerca di un bagno — di farla «in strada, come i cani»). Mentre la figura di Leonardo B., scrittore di successo oggi ridotto in povertà, conferma un mercato editoriale «tutto imperniato su quell’asfissiante gioco affabulatorio che va di moda nell’impero dello storytelling». Il libro di Permunian tenta di sottrarsi, con la sua narrazione rapsodica e giudiziosamente strampalata, a questo gioco.
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