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fralama1234
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Messaggio da fralama1234 » lun lug 08, 2019 8:07 am

Le recensioni di Repubblica e l'Espresso
Via dalla valle dell’Eden
Uno spacciatore, una ragazza in fuga e due omicidi Nell’America degli anni Sessanta.
È il romanzo di Elia Kazan. Migliore come regista che come scrittore.
  di Mariarosa Mancuso, la Repubblica/Robinson
04 luglio 2019

copertina libro
Gli assassini
Elia Kazan
Editore: Centauria
Prezzo: EUR 18,00

È passato mezzo secolo dai delitti che terrorizzarono la California facendo conoscere al mondo Charles Manson e la sua famiglia di assassini (e assassine, va detto). Sharon Tate non fu l’unica vittima, solo la più famosa — il marito Roman Polański era rimasto a Londra.
Puntuale per l’anniversario arriva il film di Quentin Tarantino, C’era una volta a Hollywood (in sala dal 19 settembre): ha un titolo da favola e come una favola avanza. Di più non possiamo dire, il regista lo ha vietato.
Più tempestivo era stato Elia Kazan: Gli assassini racconta vita e morte di un guru chiamato Vinnie. Circondato da belle ragazze che sgomitano per andare a letto con lui, campa spacciando allucinogeni. La somiglianza con Charles Manson viene ricordata a noi lettori tardivi dal giovanotto capelluto e baffuto, con lo spinello in bocca, sulla copertina dell’edizione Centauria (postfazione di Massimo Gardella). I lettori contemporanei — nel 1972 — non avevano bisogno di spintarelle per precipitarsi in libreria.
“Gadg” — da gadget, “giocattolino” — era il soprannome di Elia Kazan all’università. Se lo portò dietro tutta la vita: « Ero piccolo, compatto, comodo da avere intorno ». Nato a Costantinopoli da genitori greci nel 1909, arrivò negli Stati Uniti a quattro anni. Diventerà uno dei più celebrati registi americani. In teatro con i drammi di Tennessee Williams e Arthur Miller, e poi al cinema, dove debuttò nel 1947 con Un albero cresce a Brooklyn.
Lanciò Marlon Brando, James Dean e Warren Beatty, girò Un tram che si chiama desiderio, Splendore sull’erba, Fronte del porto, La valle dell’Eden, vinse un paio di Oscar, fu tra i fondatori dell’Actors Studio che plasmerà generazioni di attori ( tormentati, ma parecchio bravi).
Dagli anni Quaranta ai primi anni Sessanta fu una celebrità indiscussa. Stanley Kubrick lo considerava «il miglior regista americano, capace di miracoli». Nel 1952 testimoniò davanti al comitato che indagava sulle attività anti- americane, facendo i nomi di alcuni colleghi. Non fu mai perdonato, quando nel 1999 ebbe l’Oscar alla carriera parte del pubblico gli rifiutò l’applauso.
Prima di Gli assassini, Elia Kazan aveva scritto altri due romanzi, da ognuno aveva ricavato un film. America America raccontava un immigrato greco e uno armeno, sullo schermo andò bene. Nel 1967 pubblicò Il compromesso, con un pubblicitario in crisi di coscienza: numero uno nella classifica del New York Times per 14 settimane, tra i primi dieci per quasi un anno. Il film del 1969, con Kirk Douglas e Deborah Kerr, non ebbe altrettanto successo, Leonard Maltin lo bolla come « lento e noioso, un ottimo cast sprecato».
I critici letterari lo avevano trattato con maggiore riguardo. Uno scrisse che il cinema aveva perso un regista, ma con Il compromesso era nato un bravo scrittore. Henry Miller, John Steinbeck e James Baldwin ebbero parole di apprezzamento (esagerate, commentò subito un articolo sul New York Times). Kazan decise che quella sarebbe stata la sua nuova strada, la seguì per una decina d’anni. Spuntava anticipi considerevoli — un milione di dollari del 1978 per Acts of Love — e li amministrava saggiamente, calcolando i mesi necessari per consegnare il manoscritto.
L’idea per Gli assassini arriva dalla cronaca nera: un militare in Arizona ammazzò uno spacciatore, colpevole di aver traviato una ragazza. Esattamente quel che fa nel romanzo Cesario Flores, sergente dell’aeronautica. Di origine messicana, è devoto alla Vergine Maria e ai regolamenti. Finché la figlia Juana scappa di casa per mettersi con Vinnie, hippie arrogante e crudele che abita in una catapecchia con la sua banda di scoppiati, e ha appena messo incinta un’altra ragazza. Il lettore non ha dubbi sulla colpevolezza.
I concittadini sono con il sergente Flores: l’odio per gli irregolari che rifiutano la legge e l’ordine, l’impiego e pure il sapone, viene raccontato con partecipazione. Cosa succederà in tribunale? Il padre modello, marito paziente con la moglie tedesca conosciuta quando era di stanza in Germania — «il vinto se vuol sopravvivere deve andare a letto con i vincitori», scrive Elia Kazan — sarà condannato? L’avvocato ostenta sicurezza: «Non manderanno a morire un uomo perché ha fatto quel che tutti avrebbero fatto al posto suo».
Entra in scena l’hippie idealista e filosofeggiante. Si chiama Michael Winter, crede che la civiltà sia sul punto di crollare, sbraita contro i militari addestrati per uccidere, minaccia “sarete tutti giudicati, prima o poi”, annuncia altre sparatorie. I seguaci di Vinnie trafugano il cadavere per seppellirlo, nella tomba un po’ di hashish per l’aldilà.
Elia Kazan ha fatto ricerche nel New Mexico, certificano i biografi accennando a esperienze di droga. Da romanziere sceglie la via del realismo e stuzzica il lettore (di allora) con un po’ di sesso e nudi frontali al cinema vietatissimi. Non solo tra gli hippie, le signore di buona famiglia fanno la loro parte.
Firmata da Ettore Capriolo e datata 1972 ( per il Club degli Editori, dice la nota), la traduzione ha una patina di antico che accresce la somiglianza con un film hollywoodiano d’altri tempi. Doppiato con parole come “pepetta”, “ castroni”, “ teledrammi”, e “ centauri” per gli Hells Angels. Le parti in tragedia sono distribuite senza incertezze o ambiguità: al Kazan scrittore mancano la destrezza e il ritmo del Kazan regista.
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