Cos'è il Titolo derivato e perchè è meglio starvi lontano

Secondo la definizione dell’OCSE, l’educazione finanziaria «è un processo attraverso il quale i consumatori, i risparmiatori e gli investitori migliorano le loro capacità di comprensione dei prodotti finanziari e dei concetti che ne sono alla base. Attraverso istruzioni, informazioni e consigli sviluppano attitudini e conoscenze atte a comprendere i rischi e le opportunità di fare scelte informate, dove ricevere supporto o aiuto per realizzare tali scelte e per le azioni da intraprendere per migliorare il proprio stato e il livello di protezione».
I numeri italiani in fatto di educazione finanziaria sono ancora molto bassi. Solo il 30% degli individui in Italia è dotato di alfabetizzazione finanziaria, con enormi disparità di genere, ruolo professionale e distribuzione territoriale. E i numeri sono molto bassi anche tra gli studenti. Secondo l’ultima indagine OCSE Pisa, la percentuale di studenti italiani in grado di risolvere i compiti più complessi (top performer Livello 5) è meno della metà di quella registrata a livello medio OCSE (4,5% vs 10,5%), mentre circa uno studente su cinque non possiede le competenze minime necessarie per prendere decisioni finanziarie responsabili e ben informate.
I risparmiatori dotati di alfabetizzazione finanziaria registrano infatti rendimenti annuali superiori di circa lo 0,5%. Il motivo: riescono a evitare prodotti complessi e costosi e sono in grado di individuare un corretto grado di rischio del portafoglio di risparmio. Inoltre, secondo la Banca d’Italia, gli individui in grado di controllare le proprie possibilità di spesa mostrano una maggiore propensione alla progettualità economica e si cautelano contro l’incertezza lavorativa e sanitaria futura.
La crisi e l'educazione finanziaria
L’effetto economico dell’emergenza COVID-19 è stato analizzato dal Comitato per la programmazione e il coordinamento delle attività di educazione finanziaria, che ha considerato più indicatori di fragilità finanziaria, riscontrando che – in epoca pre-COVID – oltre il 36,6% degli intervistati non disponeva di risorse sufficienti ad affrontare più di due mesi senza reddito e due famiglie su dieci non possedevano disponibilità finanziaria per affrontare un mese in condizioni di assenza di reddito.
E a contare sono il livello d’istruzione e l’età del decisore finanziario: tra chi è in grado di coprire una mancanza di reddito fino a sei mesi si trovano infatti i possessori di laurea o più (39,1%) e gli over 65 (39,9%). Molto meno chi ha un livello di istruzione più basso e tra i giovani.
Le competenze finanziarie, assicurative e previdenziali «incidono profondamente sulla qualità della vita delle persone e si rivelano fondamentali per affrontare al meglio l’attuale momento di crisi e incertezza legato all’emergenza COVID-19», spiega Annamaria Lusardi, Direttore del Comitato Edufin. «Tanti dati ci dicono che le conoscenze finanziarie degli italiani sono ancora carenti e vanno potenziate. Il Comitato è a fianco dei cittadini proprio per aiutarli in questa sfida».
Tre famiglie su dieci, tra quelle intervistate, avrebbero oggi difficoltà a fronteggiare una spesa imprevista di media entità e il 35% dei decisori finanziari dichiara di provare una sensazione d’ansia pensando alla propria situazione finanziaria.
È evidente, davanti a questi dati, che il potenziamento dell’educazione finanziaria nel nostro Paese non sia più rinviabile. Rendere il consumatore consapevole e resiliente è il primo passo per rendere il Paese resiliente davanti a eventuali altri shock futuri.
In questo forum cercheremo di approfondire i diversi aspetti della gestione finanziaria che caratterizza la vita di tutti i giorni.

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Cos'è il Titolo derivato e perchè è meglio starvi lontano

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Sempre più spesso si sente parlare in Televisione e sui giornali di “Titoli Derivati” ma cosa sono esattamente? In pochi lo sanno poiché gli organi di informazione non si soffermano sulla loro natura economico-giuridica. Cerchiamo di vedere nel modo più semplice possibile perciò cosa il Titolo derivato rappresenta. Mi avvarrò, per una prima parte dell'articolo, di quanto scrive il professor Ugo Patroni Griffi, Professore Ordinario Di Diritto Commerciale Presso l’università Di Bari, nella sua relazione al CSM dell’Ottobre 2012 che, a parere di chi scrive enuclea meglio di qualsiasi altra fonte le questioni principali relative al tema in discussione.
Partiamo dai cenni storici. Secondo quanto scrive Patroni Griffi nella sopra menzionata relazione, “I contratti (su) derivati sono oggi percepiti dall’opinione pubblica come strumenti finanziari creati negli anni ’90 dalle banche e da altri intermediari finanziari. Tali strumenti non godono – come noto - di buona fama, tanto che qualcuno li ha addirittura definiti “armi di distruzione finanziaria di massa”.
Oggetto dei maggiori recenti scandali finanziari, i contratti (su derivati hanno causato ingenti perdite presso il pubblico e le imprese cui sono stati collocati. Da più parti la diffusione di tali contratti è inoltre considerata tra le concause della gravissima crisi economica che attanaglia Stati Uniti ed Europa.
Contrariamente all’opinione comune, i contratti (su) derivati hanno origine antichissima. Come
pure sono ricorrenti nella storia le crisi economiche che negli stessi trovano fondamento.”
“Il limitato tempo a mia disposizione - continua il Professor Patroni Griffi - mi impedisce di ripercorrere se non in maniera tranchant la storia di tali contratti. Ed è un peccato perché è una storia che ha molto da insegnare a chi nel XXI secolo intenda approfondire – sotto il profilo economico ovvero giuridico – tali contratti.
Con qualche forzatura - continua il professor Patroni Griffi - la dottrina statunitense rintraccia il primo contratto su derivati nella Bibbia (Genesi 29), e quindi secondo la tradizione 1700 anni prima di Cristo. Secondo tale dottrina Giacobbe avrebbe acquistato da Labano l’opzione di sposarne la figlia Rachele in cambio di sette anni di lavoro. Al termine dei sette anni Labano anziché Rachele (bella di forme e avvenente di aspetto) gli diede in moglie la primogenita Lia (dagli occhi smorti). Volendo Giacobbe sposare (anche) Rachele di cui era innamorato, Labano gli concesse una (seconda) opzione: il diritto di sposare Rachele in cambio di ulteriori sette anni di lavoro gratuito. Il primo derivato si concludeva dunque con il primo default. Giacobbe era costretto a pagare il doppio del prezzo convenuto per un prodotto ... che il tempo aveva inevitabilmente “deprezzato”.
La storia antica offre altri esempi di contratti derivati. Talete di Mileto nel 580 a.c., racconta Aristotele, fece fortuna (era infatti povero) stipulando in inverno (quando la domanda di utilizzo era ovviamente bassa) una opzione sull’utilizzo in autunno di alcuni frantoi (momento della massima domanda), tantopiù perché quell’anno vi era stata una abbondante raccolta.
Nel 1164 Genova vendeva ad un istituto finanziario (Monte) le entrate fiscali future di alcuni anni in cambio di un anticipo immediato. Nasceva così il primo contratto su derivati stipulato da un Ente locale.
La diffusione dei contratti su derivati va però rintracciata in età moderna con l’ammissione alla negoziazione, al Royal Exchange di Londra, di contratti forward cui seguiva la prima bolla speculativa relativa alla cosiddetta ‘mania dei tulipani’ (1637) mentre al mercato del riso di Osaka (Yodoya) intorno al 1650 venivano negoziati i primi ‘futures’.
Il susseguirsi di scandali legati alla contrattazione in derivati –tra cui la bolla speculativa della South Sea Company del 1720 spingeva il legislatore inglese ad inibirne la negoziazione dal 1773 al 1860 (Barnard’s Act). Divieti di tale genere sono del resto frequenti sino ad oggi, si pensi ad esempio al divieto di contrarre operazioni su derivati previsto per gli Enti locali italiani dall’art. 62 del dlgs 25 giugno 2008, n. 112 Su cui tornerò. Nel 1821 veniva costituito il Liverpool Cotton Exchange, per i futures sul cotone, mentre nel 1848 veniva costituita la Chicago Board of Trade, in cui erano negoziati contratti derivati (futures) sul grano, inizialmente con finalità di hedging e poi (anche) speculativa. I predetti contratti furono standardizzati nel 1865 e nel 1925 veniva creata la prima stanza di compensazione delle operazioni sui predetti strumenti. Nascevano quindi i moderni contratti derivati negoziati su mercati regolamentati che il legislatore tentava
sin dal 1922 di regolamentare (Grain Futures Act). Il resto è storia recente. Nel 1972 sempre a Chicago veniva costituito il primo mercato dei futures su valute (International Monetary Fund) e successivamente il mercato dei derivati si ampliò a ricomprendere l’oro (1974). Il passo verso i derivati su indici o strumenti finanziari fu quindi breve. I futures su tassi di interesse videro la luce nel 1975 (Government National Mortgage Association) e quelli su titoli sovrani (U.S. Tresury Bond Futures) nel 1981. Di qui in poi i derivati iniziarono ad avere a riferimento qualsiasi tipologia di “sottostante”. I derivati tracimavano negli anni ’80 dai mercati regolamentati a quelli non regolamentati (over the counter, letteralmente ‘sul bancone’). Gli strumenti divenivano sempre più complessi e, in considerazione dello spregiudicato utilizzo della leva finanziaria, rischiosi. Gli operatori iniziarono dunque a classificare i derivati in due macro categorie: i contratti “esotici” per loro natura atipici e i contratti standardizzati denominati significativamente “plain vanilla” dal nome del gusto di gelato più diffuso (e semplice nella sua realizzazione) che ci sia ... la vaniglia appunto!
Alla diffusione dei derivati – su cui rinvio alle tavole allegate alla mia relazione realizzate con il dott. Nicola Benini, anticipando però che oggi il valore stimato dei derivati finanziari è oltre 12 volte il PIL mondiale o per esprimere una cifra che farebbe impallidire persino Paperon de’Paperoni: oltre 600 trilioni di dollari –facevano seguito una serie di scandali finanziari (tra cui i più noti sono il MetallGesellShaf [1993], il fallimento della Contea Californiana di Orange County nel 1995 [primo caso
di default di un Ente locale], della banca Barings [1995], del Long Term Capital Management [1998] e della Enron [(2001]). La caratteristica comune delle predette crisi è di essere state generate non dai derivati in quanto tali, bensì da un loro utilizzo maldestro, se non fraudolento, oppure dallo sfruttare in maniera esasperata la leva che essi permettono”.
Mettiamo da parte il professor Patroni Griffi e allarghiamo il campo al reale. Se si volesse dare una definizione del "derivato" si potrebbe dire che la sua derivazione discende dagli ordinamenti anglosassoni (Ordinamenti di common law). Tralasciando questioni di natura dottrinale, cominciamo con il dire che la legge finanziaria del 2002 ha dato agli enti locali la facoltà di sottoscrivere strumenti derivati con la finalità di ristrutturare il debito. Ciò vuol dire che è stata data ai comuni la possibilità di diminuire il costo del debito e garantirsi dalla loro stessa insolvenza. Ovviamente l'uso di tali strumenti è dilagato e gli enti locali, sprovvisti della professionalità adeguata alla gestione di operazioni finanziarie sofisticate, si sono trovati in difficoltà nei confronti delle banche che hanno sfruttato a loro vantaggio quella che possiamo definire una "asimmetria delle competenze" (per tale asimmetria meglio star lontani dai titoli derivati).
Da ciò è conseguito che ad accollarsi il costo di tali operazioni siano stati spesso i cittadini. L’uso dei “titoli derivati”, spiega il motivo per cui molti comuni hanno patito crisi finanziarie molto pesanti. Ma cos’è il “Titolo derivato"? Come dice il nome, il titolo derivato è un prodotto finanziario il cui valore "deriva" dall'andamento del valore di altri prodotti (azioni, titoli di debito) o materie prime (oro e/o petrolio) oppure dal verificarsi di un preciso evento. Trattasi, insomma, di una sorta di scommessa su un evento futuro. L'evento futuro o l'attività, che possono essere di qualsivoglia natura, rappresentano il "sottostante del prodotto derivato" mentre la relazione che lega il "valore del derivato" al "sottostante" è il "risultato finanziario del "derivato" che viene detto pay off.
Possiamo distinguere i derivati in tre categorie:
1) I commodity derivatives, cioè i derivati sulle merci legati ad attività reali che hanno lo scopo di coprire i rischi di oscillazione del costo delle materie prime (finalità di copertura);
2) i derivati finanziari, che combinano la finalità di copertura (hedging) con l’investimento vero e proprio, sfruttando quello che in finanza è chiamato l'effetto leva (finalità speculativa);
3) derivati utili all'ottenimento di un profitto privo di rischio attraverso transazioni combinate sul derivato e sul sottostante per cogliere eventuali differenze di valorizzazione (finalità di arbitraggio).
Esistono varie tipologie di derivati: Opzioni, Futures, Swap, Forward e altri ancora. Ciascuna tipologia ha delle peculiarità. E' necessario soffermarsi sulle prime due tipologie poiché sono le più usate:
1) Le opzioni conferiscono la facoltà, ma non l’obbligo, di acquistare o vendere uno strumento ad una data e ad un prezzo determinati;
2) i futures sono contratti attraverso i quali le parti si assumono l’obbligo di acquistare o vendere uno strumento ad una data e ad un prezzo determinati.
Leggendo le definizioni sopra riportate si può evincere quale sia la differenza fra le opzioni e i futures: nella prima tipologia, vi è il conferimento di una facoltà di acquisto o di vendita di uno strumento ad una data determinata e ad un prezzo determinato; i futures, invece, sono caratterizzati dall'obbligo delle parti di acquistare uno strumento ad una data determinata e ad un prezzo determinato.
Non è però tutto così semplice: il problema più complesso dei derivati consiste nella stima del loro valore. Il valore è collegato sia al sottostante sia al pay-off. Per calcolare tale valore, o stimarlo, bisogna simulare i possibili scenari futuri. Il valore del derivato è dunque la media dei valori possibili del pay-off ma ponderati in base alle probabilità di ciascuno scenario. Da questo va scontato il valore finanziario del tempo ((cioè il tempo trascorso fra il momento della valutazione e quello dell’accadimento).
I derivati vengono contrattati soprattutto nei mercati over the counter (OTC), cioè mercati situati al di fuori dei circuiti borsistici ufficiali, creati da professionisti e/o istituzioni finanziarie che non sono tenuti a rispettare i regolamenti e i limiti dei listini principali. In Italia, il mercato dei derivati è l’IDEM Italian Derivative Market, il quale è gestito da Borsa Italiana S.P.A. In questo mercato si negoziano strumenti che hanno come attività sottostante indici e titoli azionari quotati presso la stessa Borsa di Milano.
Ma come è messa l’Italia? Partiamo da lontano. Nel 2011 il ministero dell’Economia vendette opzioni su tassi d’interesse per “mitigare l’effetto negativo della spesa per interessi” derivante dalla “ristrutturazione di swap”. Spieghiamo meglio: il ministero del tesoro, in piena tempesta finanziaria (tutti ricordiamo gli eventi del 2011 con la fine del governo Berlusconi e l'inizio dell'avventura di Mario Monti a Palazzo Chigi) decise di consentire alle banche l’esposizione verso l’Italia perché comprassero BTP. Per fare ciò chiuse delle operazioni in perdita. Per non contabilizzare le perdite, vendette delle opzioni e scommise sui tassi d’interesse esponendo i contribuenti ad una perdita potenzialmente infinita nel corso degli anni successivi. L’operazione non portò i risultati sperati perché la BCE dovette intervenire sul mercato secondario dei titoli di Stato italiani imponendo pesanti condizioni ai governi in carica. La nuova normativa europea in materia di contabilizzazione mette invece uno stop a tali pratiche (in precedenza era possibile spalmare le perdite su un arco temporale più lungo “ristrutturando”
gli swap in essere), ed il Ministero dell’Economia dovrà trovare
un altro modo per nascondere la polvere sotto il tappeto.
Anche la crisi del 2008, di cui ancora oggi sentiamo gli effetti, è stata causata da titoli derivati ed in particolar modo dai credit default swaps. Questi derivati vengono utilizzati dagli investitori per proteggersi dal fallimento del debitore e dal contestuale inadempimento da parte di quest'ultimo delle proprie obbligazioni. Da essi discendeva il Debito Greco costato al popolo ellenico lacrime e sangue.
Da quanto sopra scritto si evince come i "titoli derivati abbiano assunto un ruolo preminente in economia ma anche quanto possa essere rischioso un uso maldestro di questo strumento che può determinare anche indicibili conseguenze decidendo del destino di intere popolazioni. Il caso greco sopra citato ne è un esempio. Per quanto riguarda l'Italia, come dimenticare il Caso del Monte Dei paschi di Siena?
Noi possiamo solo sperare che i nostri politici facciano, sotto questo profilo, bene il loro mestiere ed augurarci di non dover patire quanto ha sopportato il popolo greco per l’incapacità o l’imprudenza di chi li ha governati fra la fine degli anni 90 e l’inizio del nuovo secolo.