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Lo Stato dell'informazione nel 2021


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C'è una graduatoria stilata da un organismo indipendente che sichiama reporters sans frontières, che redige annualmente una classifica della libertà di stampa in vari paesi. In questa classifica noi italiani non siamo messi male, visto che siamo quarantunesimi su 180, ma, certo si potrebbe fare di più. Mi hanno sorpreso in questa graduatoria gli Stati uniti, che noi occidentali consideriamo un modello di libertà di stampa, che vengono dopo di noi, e l'Inghilterra, altro modello mitico, che viene certo prima di noi, ma comunque dopo il trentesimo posto.
Incollo qui un articolo che ci informa su questa classifica, redatta l'anno scorso.
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World Press Freedom Index 2021: la libertà di stampa a rischio anche in Europa
 
L’Ungheria di Orbán è un pessimo modello autoritario per gli altri Paesi Ue e per i Paesi candidati
 
[20 Aprile 2021]
 
Il World Press Freedom Index
 di Reporters sans frontières (RSF) , che valuta annualmente la situazione della libertà di stampa in 180 Paesi e Territori, denuncia che «La pratica del
giornalismo, il principale vaccino contro il virus della disinformazione, è gravemente ostacolata in 73 dei 180 Stati nella classifica stabilita da RSF
e limitato in altri 59, vale a dire un totale del 73% dei Paesi valutati». Numeri che corrispondono ai Paesi classificati in rosso o nero sulla mappa mondiale
della libertà di stampa, cioè quelli in cui il giornalismo è in una “situazione difficile” o anche “molto grave” e a quelli classificati nella zona arancione,
dove l’esercizio del giornalismo è considerato “problematico”.
 
Il divieto di esercitare il libero giornalismo è rivelato dai dati del Ranking che misura le restrizioni di accesso e gli impedimenti alla copertura delle
notizie. RSF ha registrato «Un flagrante degrado dell’indicatore sulla questione. A causa o con il pretesto della crisi sanitaria, i giornalisti si trovano
ad affrontare una “chiusura degli accessi” sul campo oltre che alle fonti di informazione». Rsf teme che questi spazi non verranno riaperti dopo la pandemia
e lo studio mostra «Una crescente difficoltà per i giornalisti a indagare e divulgare argomenti delicati, in particolare in Asia e Medio Oriente, nonché
in Europa».
 
Mentre i governi autoritari di tutto il mondo ne approfittano per conculcare la libertà di stampa, il barometro Edelman Trust 2021 rivela «Una preoccupante
diffidenza dell’opinione pubblica nei confronti dei giornalisti: il 59% degli intervistati in 28 Paesi ritiene che i giornalisti stiano deliberatamente
cercando di fuorviare l’opinione pubblica diffondendo informazioni che sanno essere false».  Ma Rsf è ancora convinta «Il rigore giornalistico e il pluralismo
consentono di contrastare la disinformazione e le “infodemie”, cioè le manipolazioni e le voci». Secondo Christophe Deloire, segretario generale di RSF,
«Il giornalismo è il miglior vaccino contro la disinformazione. Purtroppo la sua produzione e distribuzione sono troppo spesso bloccate da fattori politici,
economici e tecnologici, e talvolta anche culturali. Di fronte alla viralità della disinformazione attraverso i confini, sulle piattaforme digitali e sui
social network, il giornalismo è il principale garante affinché il dibattito pubblico si basi su una diversità di fatti accertati».
 
Il rapporto fa l’esempio del Covid-19 e dei presidenti Bolsonaro in Brasile (111esimo e -4 sul 2020) e Maduro in Venezuela (148esimo e -1) che hanno promosso
farmaci la cui efficacia non è mai stata provata e che sono stati smascherati da inchieste come quelle di Agência Pública e di alcuni giornali brasiliani
o da articoli dettagliati pubblicati dagli ultimi giornali indipendenti venezuelani che hanno ristabilito la verità dei fatti. In Iran (174esimo e -1),
per minimizzare meglio il numero di decessi legati al Covid-19, il governo ha rafforzato il controllo sull’informazione e aumentato le condanne dei giornalisti. In
Egitto (166esimo) il regime di al-Sisi vieta semplicemente la pubblicazione di dati sulla pandemia diversi da quelli del ministero della Salute. In Zimbabwe
(130esimo e -4), il giornalista investigativo Hopewell Chin’ono è stato messo in prigione poco dopo aver denunciato uno scandalo di appropriazione indebita
di denaro pubblico nell’acquisizione di attrezzature per combattere l’epidemia.
 
Per il quinto anno consecutivo, sebbene i media abbiano evidenziato la mancanza di accesso alle informazioni pubbliche sulla pandemia, la Norvegia è al
primo posto della classifica della libertà di stampa mondiale. La Finlandia mantiene il secondo posto, mentre la Svezia risale al terzo, perso lo
scorso anno a vantaggio della Danimarca che riscende al quarto. Quindi sono i ricchi Paesi scandinavi il paradiso della libertà di stampa. Ma mai dal 2013
ad oggi i Paesi dove la libertà di stampa è molto soddisfacente sono stati così pochi: solo 12 paesi su 180, il 7%, mentre nel 2020 erano l’8%. E anche
la Germania (13esima, -2), dove dozzine di giornalisti sono stati attaccati da manifestanti di destra e cospirazionisti durante manifestazioni contro le
restrizioni sanitarie, è uscita da questo ristretto club. L’Italia è 41esima, meglio degli Usa che si piazzano al 44esimo posto (+1) anche se secondo US Press Freedom Tracker, di cui RSF è partner, l’ultimo anno di mandato di Donald Trump è stato caratterizzato da un numero record di attacchi (quasi 400)
e arresti di giornalisti (130). Ma la situazione della libertà di stampa nel nostro Paese, negli Usa e in Germania resta comunque piuttosto buona.
 
Nonostante un aumento della violenza contro i giornalisti, l’Europa resta il continente più favorevole alla libertà di stampa grazie ai meccanismi per la protezione delle libertà fondamentali messi in atto dall’Unione europea, ma questi principi vengono sempre più messi in discussione in diversi Paesi
Ue, a cominciare dall’Ungheria  di Viktor Orbán e la pandemia di Coronavirus è stata l’occasione per ridurre la libertà di stampa e per violazioni del
diritto all’informazione. E’ così che Orbán – ammirato amico e camerata di Salvini e Meloni – è riuscito a completare la trasformazione del suo Paese in
un vero contro-modello europeo in termini di libertà di stampa.
 
Rsf denuncia che «Nell’est e nell’ovest del continente, il ricorso ad arresti e detenzioni di giornalisti è stato facilitato dall’adozione di una nuova legislazione che limita il diritto all’informazione. Diversi Paesi hanno cercato di limitare l’impatto delle informazioni che trattano argomenti sensibili
come la crisi del coronavirus. In Serbia (93esima), la giornalista Ana Lalić è stata improvvisamente arrestata a casa dopo aver riferito di un ospedale
che combatteva la pandemia Covid-19, senza tener conto di un decreto che imponeva la centralizzazione della distribuzione di tutte le informazioni sulla
crisi sanitaria da parte di un’unità governativa. Allo stesso modo, in Kosovo (78esimo, -8), la direttrice capo del sito KoSSev, Tatjana Lazarević, è stata arbitrariamente arrestata per strada, mentre copriva gli effetti della crisi sanitaria».
 
Nell’Ue la questione migratoria si è rivelata delicata: in Grecia (70esima, -5), il governo di centrodestra ha fatto arrestare dei giornalisti, utilizzando
anche metodi violenti, per impedire loro di entrare in contatto con i migranti. Ed è anche per limitare la copertura della questione migratoria che in
Spagna (29sima), il governo autonomo delle Isole Canarie si è rifiutato di dare ai giornalisti informazioni sui luoghi di sbarco dei migranti e ha ostacolato i fotografi e attuato invalicabili protocolli di sicurezza.
 
Anche nel Regno Unito (33esimo, +2), la decisione di non estradare il fondatore di Wikileaks, Julian Assange, per problemi di salute mentale e non sulla
base della protezione delle informazioni, è un colpo al giornalismo di inchiesta, così come la sua detenzione nel carcere di massima sicurezza di Belmarsh, dove la sua salute fisica e mentale continua a peggiorare.
 
Ma Rsf è preoccupata soprattutto per quel che succede in Ungheria che «Assume disinibitamente la sua scelta politica di sopprimere la libertà di stampa e di espressione e ispira alcuni Stati membri dell’Unione europea e dà il cattivo esempio ai Paesi candidati. Le prime vittime di questa politica aggressiva sono i media pubblici nei Paesi vicini. Come TVP in Polonia (64°, -2), che si ritrovano trasformati in organi di propaganda governativa o sono privati dei fondi statali se rifiutano di seguire la linea politica del governo, come l’agenzia di stampa STA in Slovenia (36°, -4). Gli organi di stampa privati sono, da parte loro, esposti a pressioni fiscali, commerciali e legislative, come dimostra la “ripolonizzazione” dei media in Polonia, che si è tradotta in una proposta di tassa sulle entrate pubblicitarie, tramite l’acquisizione dei media locali da parte di una società controllata dallo Stato e da un progetto di regolamentazione politica dei social network . Alcuni Paesi candidati all’adesione all’Ue ricorrono anche a pressioni giudiziarie: il governo albanese (83°, +1) ha preso il controllo di due canali indipendenti con il pretesto di incriminare il loro proprietario per traffico di droga, mentre in Montenegro
(104°, +1), prosegue ad accusare – con accuse simili e infondate – il giornalista investigativo Jovo Martinović».
 
Una mancanza di giustizia riscontrato soprattutto nell’Europa sudorientale che spinge i giornalisti all’autocensura. Un’impunità particolarmente evidente in Slovacchia (35°, -2), dove il processo per l’omicidio di Jan Kuciak è finito con l’assoluzione di un uomo accusato di aver ordinato il suo assassinio. A Malta (81°) è stato condannato solo un manovale del crimine per l’assassinio di Daphne Caruana Galizia. A questa impunità contribuiscono interminabili procedimenti giudiziari: i tribunali serbi hanno presentato ricorso contro le condanne per l’omicidio del giornalista Slavko Ćuruvija con un nuovo processo a 21 dalla sua morte. Anche l’incapacità degli Stati di proteggere i giornalisti minacciati contribuisce al sentimento di insicurezza. In Bulgaria (112°,
-1), Nikolay Staykov ha potuto beneficiare della protezione della polizia solo dopo un appello pubblico di RSF.
 
Rsf fa notare che «La violenza prende di mira non solo i giornalisti investigativi, ma anche quelli che coprono le proteste. Nell’Europa occidentale I
media sono stati presi di mira in particolare da individui vicini a movimenti estremisti e cospiratori durante le manifestazioni contro le restrizioni
sanitarie. Molti giornalisti sono stati attaccati in Germania (13°, -2) e in 
Italia (41°), mentre altri – in Grecia in particolare – hanno subito violenze della polizia e arresti arbitrari, limitando così la copertura delle operazioni
di controllo. In Francia (34°), queste violazioni sono avvenute principalmente durante manifestazioni contro il nuovo Schéma national de maintien de l’ordre (SNMO) e il disegno di legge “sécurité globale”, che prevedono la limitazione della diffusione delle immagini delle forze dell’ordine.
 
Sono stati segnalati casi di violenza da parte della polizia anche nella parte orientale dell’Ue, in particolare in Polonia , dove diversi giornalisti
sono stati aggrediti o arrestati durante le proteste antigovernative. In Bulgaria, le autorità sono arrivate al punto di rifiutarsi di indagare sulle violenze della polizia contro il giornalista Dimiter Kenarov. Gli abusi commessi contro i giornalisti in Serbia, che aspira a entrare nell’Ue, hanno così confermato il trend. Queste varie violazioni hanno contribuito a un netto deterioramento dell’indicatore “Abusi” nell’area Ue/Balcani: «Gli atti di violenza sono più che raddoppiati nella regione, mentre questo deterioramento raggiunge il 17% a livello globale».
 
Tornando al resto del mondo, a precipitare nella zona rossa è il Brasile dove stigmatizzazioni e orchestrazioni di pubbliche umiliazioni di giornalisti
sono diventati il segno distintivo del presidente Bolsonaro, della sua famiglia e dei suoiparenti. In rosso ci sono anche l’India della destra induista
(142esima), il Messico (143esimo, ma più per le minacce dei narcos ai giornalisti che per le politiche governative), la Russia di Putin sempre più nazional-autoritaria (150esima, -1).
 
La Cina comunista (177esima), dove continuano censura, sorveglianza e la propaganda su Internet che hanno raggiunto  livelli senza precedenti, resta stabile nell’area più critica del Ranking, quella in nero sulla mappa mondiale della libertà di stampa. Subito dopo c’è il solito trio dei peggiori Paesi totalitari: Turkmenistan (178esimo, +1), Corea del Nord (179esima, +1) e ultima l’Eritrea (180esima, -2).

RSF spiega che «Questi tre Paesi mantengono il controllo assoluto sulle informazioni, il che consente ai primi due di non dichiarare stranamente alcun caso di Covid-19 sul proprio territorio, e l’ultimo a non dare ancora alcun resoconto della sorte dei 10 giornalisti arrestati 20 anni fa»
 
Per quanto riguarda gli spostamenti più significativi nella classifica 2021, il peggior calo è quello della Malaysia (119esima, -18): «La recente adozione
di un decreto “anti-fake news” conferisce in particolare al governo il potere di imporre la propria versione della verità». Altri cali significativi sono
quelli delle  Comore (84esime, -9) ed El Salvador (82esimo, -8), dove i giornalisti faticano a ottenere informazioni ufficiali sulla gestione dell’epidemia. Le migliori progressioni dell’anno sono in Africa: Burundi (147°, +13), Sierra Leone (75°, + 10) e Mali (99°, + 9) tutti miglioramenti notevoli, dovuti in particolare al rilascio dei 4 giornalisti burundesi di  Iwacu, all’abrogazione della legge che criminalizzava i reati di stampa in Sierra Leone e alla diminuzione del numero di abusi in Mali.

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