I testimoni nel processo tributario

Cause contro il fisco, Agenzia Entrate, cartelle esattoriali: il divieto di prove testimoniali e le dichiarazioni scritte di terzi con valore indiziario. 

Il processo tributario è essenzialmente “cartolare”: significa che non sono ammessi testimoni. Tutto il giudizio si deve basare solo sui documenti o, comunque, su atti scritti. Non è possibile, ad esempio, dimostrare il ricevimento di una somma a titolo di donazione con la sola deposizione del donante. 

Questi principi sono stati più volte ribaditi dalla giurisprudenza. Da ultimo la Cassazione [1] è tornata sul tema dei testimoni nel processo tributario, quello cioè nei confronti del fisco (ad es. Agenzia Entrate, Agenzia Entrate Riscossione, Agenzia delle Dogane) che si svolge dinanzi alle Commissioni Tributarie ed ha ad oggetto avvisi di accertamento, intimazioni di pagamento, cartelle esattoriali e così via. 

Nella pronuncia in commento la Corte ha ribadito un principio ormai stabile nel nostro ordinamento: niente prova testimoniale nel processo tributario. Al più possono essere valutate le dichiarazioni di terzi, che valgono tuttavia come elementi indiziari: possono cioè convincere il giudice, ma non devono figurare nella sentenza. 

Ecco cosa è stato precisato nella pronuncia in commento.

Da dove deriva il divieto alla prova testimoniale nel processo tributario?

A stabilire il divieto della prova testimoniale nel processo tributario è l’articolo 7 del decreto legislativo n. 546/1992. Il quarto comma di tale norma, disciplinante i «poteri delle Commissioni Tributarie» (ossia i giudici nelle liti contro il fisco) stabilisce che «Non sono ammessi il giuramento e la prova testimoniale».

Il divieto di ammissione della prova testimoniale nel giudizio davanti alle commissioni tributarie si riferisce alla prova testimoniale da assumere nel processo. 

La prova testimoniale, che è una tipica prova del processo civile e penale non ha quindi alcun valore nel processo contro il fisco. 

La ragione di un tale divieto è facilmente comprensibile: posta la rilevanza delle vertenze contro l’amministrazione finanziaria, sarebbe fin troppo facile trovare un testimone compiacente che consenta di scavallare gli obblighi tributari (non c’è persona che non ritenga ingiusto pagare le tasse!).

Quando i testimoni sono ammessi nel processo tributario

Nel contenzioso fiscale, invece, sono ammesse le semplici dichiarazioni raccolte dall’Amministrazione nel procedimento interno di accertamento e rese da soggetti terzi rispetto al rapporto tra il contribuente e l’Erario. Tanto per fare un esempio, se la Guardia di Finanza dovesse eseguire un accesso in azienda e, in quell’occasione, dovesse sentire le persone ivi presenti, riportando le relative dichiarazioni nel verbale ispettivo, tali dichiarazioni – racchiuse in forma documentale – possono entrare nel processo tributario. Esse tuttavia devono essere necessariamente supportate da riscontri oggettivi – come chiarito dalla Corte costituzionale [2] – ed in più non avranno mai valore di prova ma di semplici indizi.

Come vincere una causa contro il fisco senza testimoni

Da quanto appena detto, l’unico modo per vincere una causa contro il fisco è di avvalersi di documenti. Peraltro, difficilmente le scritture private possono servire a convincere i giudici se non sono dotate di data certa. Posta infatti la facile retrodatabilità di un documento da parte dei firmatari, affinché lo stesso possa assumere un valore certo e vincere le pretese tributarie, è necessario che sia autenticato dal notaio o altro pubblico officiale oppure che sia stato registrato presso l’Agenzia delle Entrate. Solo in tal modo si conferisce alla data un valore probatorio sicuro che la semplice apposizione delle parti non potrebbe mai certificare. 

In alternativa si può utilizzare il metodo della raccomandata senza busta, facendo in modo che il documento, ripiegato su se stesso, riporti il timbro postale: l’addetto all’ufficio di Poste Italiane infatti è considerato un pubblico ufficiale e, dunque, anche il timbro con la data da questi apposto ha valore probatorio certo.

La Cassazione e il divieto di prova testimoniale nel processo tributario

Nella pronuncia citata in apertura la Cassazione ribadisce i principi appena esposti ed avverte: nel processo tributario è ammessa la possibilità che le dichiarazioni rese da terzi agli organi dell’amministrazione finanziaria trovino ingresso, a carico del contribuente fermo il divieto di ammissione della prova testimoniale, con il valore probatorio proprio degli elementi indiziari. Questi, mentre possono concorrere a formare il convincimento del giudice, non sono idonei da soli a costituire il fondamento della decisione. Se dunque da un lato è vero che è consentito nel processo tributario, a entrambe le parti, di introdurre in giudizio anche dichiarazioni rese da un terzo, con valore di prova indiziaria, per le quali è quindi necessaria la valutazione di idoneità probatoria, dall’altro lato, ciò non può comportare il superamento del limite del divieto della prova testimoniale, non essendo consentito né alle parti, né al giudice di introdurre una prova orale, procedendo all’assunzione della prova in giudizio.

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Testimoni causa di lavoro

Testimonianza: chi può deporre nella causa del lavoratore contro il datore e in quella dell’azienda contro il dipendente.

Chi può essere testimone in una causa di lavoro? La prima cosa che viene da rispondere è: «dipende da ciò che si vuole dimostrare». La legge pone solo un limite generale alla prova testimoniale: non può essere sentito dal giudice chi ha un potenziale interesse nella causa. Al di là di questo divieto, tutti possono fare da testimone: parenti, fratelli, coniugi, amici, estranei. 

Naturalmente si deve trattare di testimoni oculari, soggetti cioè direttamente informati sui fatti per averli visti in prima persona. Non può fare da testimone chi “ha sentito dire” da altri una determinata circostanza. Il passaparola non può essere oggetto di testimonianza. 

Dunque, in una causa di lavoro i testimoni possono essere i più svariati, anche gli stessi colleghi di ufficio. Il punto è però stabilire in anticipo cosa è necessario (e opportuno) riferire al giudice, in modo da scegliere le persone più convincenti. Ed è proprio in questa scelta, e nella capacità del testimone di persuadere il giudice, che si gioca il successo o l’insuccesso in una causa. 

Cerchiamo dunque di fare alcuni importanti chiarimenti in merito.

Quanto vale la prova testimoniale?

Prima di parlare, più nello specifico, dei testimoni nella causa di lavoro, sono necessarie alcune preliminari considerazioni sul ruolo della testimonianza.

La testimonianza è una fonte di prova. Serve cioè per dimostrare il diritto fatto valere in giudizio.

La legge però non dice quale peso debba avere la dichiarazione di un testimone: non vincola cioè il magistrato ad accordare uno specifico valore alle dichiarazioni del teste. Il giudice valuta le deposizioni «secondo il suo prudente apprezzamento», in base a quanto cioè gli appare affidabile, genuino e attendibile il testimone, senza aprioristici preconcetti derivanti ad esempio dal fatto che questi è legato da amicizia o parentela con una delle parti o da rapporti lavorativi.  

Quindi anche un solo testimone può essere sufficiente per vincere una causa, così come tanti testimoni potrebbero essere addirittura controproducenti se si contraddicono tra loro. 

Come dire: ciò che conta è la qualità del testimone e non il numero. 

Il testimone deve quindi parlare in modo chiaro, semplice, dettagliato, rispondendo alle domande che gli vengono poste in modo diretto e senza giri di parole.

Alla luce di ciò, il giudice può dare massimo valore alle parole del teste, ritenendolo attendibile, oppure negargli ogni credibilità.

Chi può essere testimone?

Come anticipato in apertura, non ci sono limiti alla possibilità di chiamare come testimoni le più svariate persone, anche il marito, la moglie, il padre, la madre, il fratello o la sorella. Non deve però trattasi di soggetti che possano avere un potenziale interesse giuridico nella vicenda, un interesse cioè a un determinato esito del giudizio. Ad esempio, in una causa contro il datore di lavoro che potrebbe riguardare più dipendenti, l’uno non può chiamare a testimoniare il collega che potrebbe comunque avvantaggiarsi da una determinata soluzione della causa, da utilizzare poi a proprio favore. 

Sicuramente, non possono testimoniare le stesse parti del giudizio, coloro cioè che partecipano al processo. Queste però possono essere sentite dal giudice in sede di «interrogatorio libero», che non serve ad acquisire prove ma comunque a chiarire i fatti al giudice.

Non possono testimoniare neanche i rispettivi avvocati.

Il testimone deve narrare fatti a cui ha assistito personalmente. Nel caso in cui il testimone deponga su fatti saputi da terzi, la sua dichiarazione avrà solo un valore di indizio ma non di prova. Se, però, il testimone dichiara che il fatto non gli è stato riferito da un terzo qualsiasi, ma da una delle parti che stanno in causa, la testimonianza indiretta non ha più alcun valore, neanche indiziario. 

Il testimone non può esprimere giudizi personali, non può fare valutazioni e congetture: deve solo descrivere i fatti storici che si sono consumati dinanzi a lui.

Chi può essere testimone in una causa di lavoro?

Per individuare il testimone più opportuno in una causa di lavoro è necessario valutare in anticipo cosa si vuol provare. Ad esempio, in una causa di lavoro in nero, per il recupero delle differenze retributive e dei contributi previdenziali, è necessario dimostrare l’esistenza del rapporto di lavoro, lo svolgimento delle mansioni, l’orario e i giorni di lavoro. A tal fine bisognerà chiamare a testimoniare il collega o il fornitore che abbia visto il dipendente svolgere determinate attività; oppure un cliente (anche se dovesse trattarsi di un amico) che si sia rivolto al lavoratore vedendolo così proprio nell’atto concreto delle sue mansioni. C’è chi ricorre al familiare che abbia trasportato giornalmente il dipendente sul luogo di lavoro e lo sia andato a riprendere alla chiusura.

In una causa che abbia ad oggetto una aggressione, verbale o fisica, o un atteggiamento mobbizzante del datore ai danni del dipendente o una dequalificazione è possibile chiamare a testimoniare i colleghi di lavoro. Le stesse registrazioni audio sono consentite negli ambienti di lavoro se servono a far valere i propri diritti. 

Anche un sindacalista può essere sentito come testimone. 

Invece il datore di lavoro può chiamare a testimoniare degli investigatori privati cui spesso ci si affida per verificare il comportamento del dipendente fuori dall’orario lavorativo. 

Possono essere valutate anche le deposizioni testimoniali assunte in altro processo tra le stesse parti, i cui verbali sono stati acquisiti ritualmente nel processo.

Il datore di lavoro può chiamare a testimoniare un dipendente?

Secondo la cassazione, in generale non c’è alcun divieto per il datore di lavoro di chiamare a testimoniare un proprio dipendente: per il solo fatto di essere legato da un rapporto di lavoro non si può ritenere il teste scarsamente attendibile [1].

Non può però trattarsi di un dipendente che abbia il potere di rappresentare in giudizio la società [2], come spesso succede con l’amministratore-dipendente. 

La prova della subordinazione non può essere data per testi

È interessante citare una sentenza del tribunale di Salerno [3] secondo cui, nel momento in cui una persona voglia dimostrare di aver svolto lavoro subordinato per un’azienda, le sole testimonianze, per quanto precise e dettagliate, non sono sufficienti a dimostrare l’esistenza del vincolo della subordinazione. «È tutto evidente – sostiene il giudice – che non possa chiedersi al teste se un determinato lavoratore sia stato o meno assoggettato al vincolo della subordinazione, perché ciò equivarrebbe a chiedergli di esprimere un giudizio con riferimento alla prova della subordinazione. 

«Occorre, dunque, in prevalenza affidarsi ad elementi ulteriori, di tipo complementare e sussidiario per dimostrare l’esistenza del vincolo di soggezione del lavoratore al potere organizzativo e disciplinare del datore di lavoro il quale non sia apprezzabile in relazione al concreto atteggiarsi del rapporto esaminato. Segnatamente è necessario vagliare l’esistenza di indici sintomatici come quelli della collaborazione, della continuità delle prestazioni, dell’osservanza di un orario predeterminato, del versamento a cadenze fisse di una retribuzione prestabilita, del coordinamento dell’attività lavorativa all’assetto organizzativo dato dal datore di lavoro, dell’assenza in capo al lavoratore di una pur minima struttura imprenditoriale, i quali, benché privi di valore decisivo se individualmente considerati, possono, tuttavia, essere globalmente valutati, anche se con cautela, quali indizi della natura subordinata del rapporto».

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Criteri di scelta affido condiviso: Cassazione

Affidamento condiviso ed esclusivo: come il giudice decide sulla base dell’interesse superiore del minore.

Ospitare i figli nella propria abitazione e provvedere in tale periodo ai loro bisogni  

Il genitore non può modificare arbitrariamente i contenuti dell’obbligazione economica al mantenimento posta a suo carico, ospitando i figli nella propria abitazione e provvedendo in tale periodo ai loro bisogni, trattandosi di iniziative estemporanee, in ogni caso inidonee a compensare il mancato versamento dell’assegno su cui l’altro genitore deve poter fare affidamento per il soddisfacimento delle esigenze primarie dei minori.

Cassazione penale sez. VI, 15/03/2021, n.11195

Affido condiviso: non necessariamente va prevista una frequentazione paritaria dei genitori

Il regime legale dell’affidamento condiviso, tutto orientato alla tutela dell’interesse morale e materiale della prole, deve tendenzialmente comportare, in mancanza di gravi ragioni ostative, una frequentazione dei genitori paritaria con il figlio, tuttavia nell’interesse di quest’ultimo il giudice può individuare un assetto che si discosti da questo principio tendenziale, al fine di assicurare al minore la situazione più confacente al suo benessere e alla sua crescita armoniosa e serena.

In tema di affido condiviso del minore, la regolamentazione dei rapporti con il genitore non convivente non può avvenire sulla base di una simmetrica e paritaria ripartizione dei tempi di permanenza con entrambi i genitori, ma deve essere il risultato di una valutazione ponderata del giudice del merito che, partendo dall’esigenza di garantire al minore la situazione più confacente al suo benessere e alla sua crescita armoniosa e serena, tenga anche conto del suo diritto a una significativa e piena relazione con entrambi i genitori e del diritto di questi ultimi a una piena realizzazione della loro relazione con i figli e all’esplicazione del loro ruolo educativo.

Deriva da quanto precede, pertanto, che se è vero che la condivisione – in mancanza di serie ragioni ostative – deve comportare una frequentazione dei genitori tendenzialmente paritaria, la cui significatività non sia vanificata da frammentazioni, è altrettanto vero che nell’interesse del minore, in presenza di serie ragioni (ad esempio, come nel caso di specie, ove la distanza esistente tra i luoghi di vita dei genitori imponga al minore di sopportare tempi e sacrifici di viaggio tali da comprometterne gli studi, il riposo e la vita di relazione) il giudice può individuare un assetto nella frequentazione che si discosti da questo principio tendenziale, al fine di assicurare al bambino la situazione più confacente al suo benessere e alla sua crescita armoniosa e serena.

Cassazione civile sez. I, 17/09/2020, n.19323

Affidamento condiviso: il giudice può cambiare tempi e modalità di frequentazione a scapito del genitore non collocatario

Anche nel caso di affidamento condiviso, il Tribunale, per tutelare il minore, può cambiare i tempi e le modalità di frequentazione a scapito del genitore non collocatario. Ad affermarlo è la Cassazione respingendo il ricorso del padre non affidatario. Per la Suprema Corte non si applica il criterio del tempo paritario se, come nel caso di specie, il padre, non affidatario, abita lontano: i continui spostamenti influirebbero in modo negativo sull’attività scolastica e sulla vita sociale del figlio. I giudici sul punto ribadiscono il recente orientamento giurisprudenziale per il quale “la regolamentazione dei rapporti con il genitore non convivente non può avvenire sulla base di una simmetrica e paritaria ripartizione dei tempi di permanenza con entrambi i genitori, ma deve essere il risultato di una valutazione ponderata del giudice del merito che, partendo dall’esigenza di garantire al minore la situazione più confacente al suo benessere e alla sua crescita armoniosa e serena, tenga anche conto del suo diritto a una significativa e piena relazione con entrambi i genitori e del diritto di questi ultimi a una piena realizzazione della loro relazione con i figli e all’esplicazione del loro ruolo educativo”.

La regolamentazione dei rapporti tra i genitori e i figli deve essere frutto di una valutazione ponderata nell’interesse preminente del minore, non potendo avvenire sulla base di una simmetrica e paritaria ripartizione dei tempi di permanenza aprioristicamente stabilita.

La regola dell’affidamento condiviso è la scelta preferenziale onde garantire il diritto al minore “di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno dei genitori” e la valutazione per determinare i tempi e le modalità di permanenza del figlio può ravvisare la necessità di decidere che il collocamento avvenga prevalentemente presso un genitore, essendo assicurata la presenza dei figli anche al genitore non collocatario regolamentando il c.d. diritto di visita.

Cassazione civile sez. I, 17/09/2020, n.19323

Concesso il pernottamento del minore presso il genitore non collocatario per preservare la relazione genitoriale

I provvedimenti dell’Autorità giudiziaria in materia di affidamento dei figli di età minore consentono restrizioni al diritto di visita dei genitori solo nell’interesse superiore giustappunto del minore; nel perseguimento di tale interesse, peraltro, deve essere sempre assicurato il rispetto del principio della bigenitorialità, inteso quale presenza comune dei genitori nella vita del figlio, idonea a garantirgli una stabile consuetudine di vita e salde relazioni affettive con entrambi i genitori, nel dovere dei primi di cooperare nell’assistenza, educazione e istruzione della prole (fattispecie relativa alla possibilità concessa al padre non collocatario di tenere con sé il figlio minore una notte a settimana).

Cassazione civile sez. I, 28/07/2020, n.16125

Il mutamento di residenza della madre, collocataria del minore stesso, non fa perdere il diritto all’affidamento

Il mutamento di residenza della madre, collocataria del minore stesso, non fa perdere il diritto all’affidamento. Il giudice, infatti, deve esclusivamente valutare se sia più funzionale all’interesse della prole il collocamento presso l’uno o l’altro dei genitori, per quanto ciò ineluttabilmente incida in negativo una quotidianità dei rapporti con il genitore non affidatario o non collocatario.

[Nella specie, ha evidenziato la Suprema corte, la censura è sul punto del tutto generica, atteso che il padre-ricorrente per cassazione non ha allegato concreti elementi, in ipotesi dedotti nel giudizio di merito, dai quali possa dedursi una effettiva situazione di disagio del minore per effetto del trasferimento da Milano (luogo di residenza anche del padre) a Roma al seguito della madre].

Cassazione civile sez. I, 28/02/2020, n.5604

Separazione: affidamento della prole e criteri di scelta del genitore affidatario

In tema di affidamento dei minori, il criterio fondamentale, cui deve attenersi il giudice della separazione, è costituito dall’esclusivo interesse morale a materiale della prole, previsto in passato dall’art. 155 c.c. ed oggi dall’art. 337 quater c.c., il quale, imponendo di privilegiare la soluzione che appaia più idonea a ridurre al massimo i danni derivanti dalla disgregazione del nucleo familiare e ad assicurare il migliore sviluppo della personalità del minore, richiede un giudizio prognostico circa la capacità del singolo genitore di crescere ed educare il figlio, da esprimersi sulla base di elementi concreti attinenti alle modalità con cui ciascuno in passato ha svolto il proprio ruolo, con particolare riguardo alla capacità di relazione affettiva, nonché mediante l’apprezzamento della personalità del genitore.

(Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza di merito, ritenendo che la scelta spirituale di uno dei genitori di aderire ad una confessione religiosa diversa da quella cattolica, quella dei Testimoni di Geova, non potesse costituire ragione sufficiente a giustificare l’affidamento esclusivo dei minori all’altro genitore, in presenza di emergenze probatorie per le quali entrambi i coniugi risultano legati ai figli e capaci di accudirli nella quotidianità).

Cassazione civile sez. VI, 19/07/2016, n.14728

Il mutamento di residenza della madre, collocataria del minore stesso, non fa perdere il diritto all’affidamento

Il mutamento di residenza della madre, collocataria del minore stesso, non fa perdere il diritto all’affidamento. Il giudice, infatti, deve esclusivamente valutare se sia più funzionale all’interesse della prole il collocamento presso l’uno o l’altro dei genitori, per quanto ciò ineluttabilmente incida in negativo una quotidianità dei rapporti con il genitore non affidatario o non collocatario.

[Nella specie, ha evidenziato la Suprema corte, la censura è sul punto del tutto generica, atteso che il padre-ricorrente per cassazione non ha allegato concreti elementi, in ipotesi dedotti nel giudizio di merito, dai quali possa dedursi una effettiva situazione di disagio del minore per effetto del trasferimento da Milano (luogo di residenza anche del padre) a Roma al seguito della madre].

Cassazione civile sez. I, 28/02/2020, n.5604

L’eccessiva conflittualità tra i genitori impedisce l’affido condiviso

La mera conflittualità riscontrata tra i genitori non coniugati, che vivono separati, non preclude – in via di principio – il ricorso al regime preferenziale dell’affidamento condiviso dei figli ove si mantenga nei limiti di un tollerabile disagio per la prole, mentre può assumere connotati ostativi alla relativa applicazione, ove si traduca in forme atte ad alterare e a porre in serio pericolo l’equilibrio e lo sviluppo psico-fisico dei figli, e, dunque, tali da pregiudicare il loro interesse. Anche il mutamento di residenza del genitore non fa perdere allo stesso né il diritto all’affidamento, ove esistente, né la qualità di collocatario del minore, dovendo il giudice esclusivamente valutare se sia più funzionale all’interesse della prole il collocamento presso l’uno o l’altro dei genitori, per quanto ciò ineluttabilmente incida in negativo sulla quotidianità dei rapporti con il genitore non affidatario.

Cassazione civile sez. I, 28/02/2020, n.5604

Affidamento condiviso e mantenimento di minori

In tema di affidamento e di mantenimento dei figli minori (nella specie, di genitori non coniugati), posto che il giudice è tenuto a tutelare il superiore interesse della prole: a) l’affidamento condiviso è correttamente attuato con la collocazione stabile del figlio presso il genitore con cui egli abbia in prevalenza vissuto in precedenza, e che possa assicurargli maggiore attenzione, in quanto più idoneo a prendersene cura; b) nel contempo, nel rispetto del principio di bigenitorialità, devono assicurarsi al genitore non collocatario ampie frequentazioni con il figlio medesimo; c) nella determinazione dell’assegno di mantenimento a carico del genitore non collocatario, proporzionato alle sue sostanze e capacità di lavoro professionale o casalingo, devono considerarsi le esigenze del figlio, il tenore di vita dallo stesso goduto in costanza di convivenza, le risorse economiche dei genitori, i tempi di permanenza presso ciascuno di essi e la valenza economica dei compiti domestici e di cura da loro assunti.

(Nella specie, la Suprema corte ha cassato la pronuncia di appello che aveva sensibilmente aumentato, rispetto alla pronuncia di primo grado, l’assegno a carico del padre, genitore non collocatario, senza riferimenti al caso concreto, alla stregua di una motivazione solo apparente, limitandosi a sottolineare che il bambino aveva vissuto in un ambiente familiare particolarmente benestante e che il padre disponeva di risorse reddituali e patrimoniali oltremodo consistenti).

Cassazione civile sez. VI, 10/10/2018, n.25134

Le modalità di affidamento del figlio devono assicurare la bigenitorialità anche in presenza di PAS

Nel giudizio di separazione personale dei coniugi, indipendentemente dall’attendibilità scientifica della diagnosi di PAS che il consulente tecnico afferma essere esercitata da un genitore nei confronti dell’altro, il Giudice deve preferire modalità di affidamento e collocamento dei figli minori idonee alla conservazione, e se necessario al ripristino, di relazioni fisiologiche della prole con entrambi i genitori, non trascurando che tra i requisiti di idoneità genitoriale rileva anche la capacità di preservare la continuità delle relazioni parentali con l’altro genitore, a tutela del diritto del figlio alla bigenitorialità ed alla crescita equilibrata e serena.

Cassazione civile sez. VI, 28/09/2017, n.22744

Nell’affidamento congiunto il genitore collocatario non deve coinvolgere in modo eccessivo il nuovo compagno nella vita dei figli.

In tema di affidamento congiunto, qualora uno dei genitori manifesti una eccessiva tendenza a coinvolgere il suo nuovo compagno nella vita dei figli, il giudice, nel pronunciare la separazione dei coniugi ed affidare i figli ad entrambi i genitori, può valutare che sia più funzionale all’interesse della prole il collocamento presso l’altro genitore.

(Nel caso di specie, la S.C. ha confermato la decisione del giudice di merito che, alla luce del disagio manifestato dai figli a causa della presenza del nuovo compagno della madre nella loro vita, contrastante con la loro esigenza di elaborare gradualmente il cambiamento, ha provveduto a collocare i figli presso il padre, con diritto della madre e vederli per due soli fine settimana al mese).

In tema di separazione e divorzio, in caso di affidamento congiunto, è giustificato il collocamento presso il padre dei figli se questi manifestano disagio per la tendenza della madre a coinvolgere eccessivamente il suo nuovo partner nella loro vita. Ad affermarlo è la Cassazione cui si era rivolta la donna il cui comportamento, secondo gli esperti, contrastava con l’esigenza della prole di “elaborare il cambiamento nei tempi dovuti”. Per la Corte, la valutazione di preferibilità del collocamento dei ragazzi è preclusa in sede di legittimità, ben potendo, dunque, l’interesse prioritario della prole non coincidere con la “maternal preference”.

Cassazione civile sez. I, 10/05/2017, n.11448

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Criteri di collocamento dei figli: Cassazione

Maternal preference e collocazione del minore presso il genitore secondo l’interesse del minore stesso: la scelta del giudice. 

Collocazione dei figli e criterio della maternal preference

Il trasferimento della residenza costituisce oggetto di libera e non coercibile opzione dell’individuo, espressione di diritti fondamentali di rango costituzionale. Il coniuge separato che intenda trasferire la sua residenza lontano da quella dell’altro coniuge non perde perciò l’idoneità ad avere in affidamento i figli minori o ad esserne collocatario, sicché il giudice, ove il primo aspetto non sia in discussione, deve esclusivamente valutare se sia più funzionale all’interesse della prole il collocamento presso l’uno o l’altro dei genitori, per quanto ciò ineluttabilmente incida in negativo sulla quotidianità dei rapporti con il genitore non affidatario.

Ai fini della decisione il giudice può fare riferimento al criterio della c.d. maternal preference, specie in mancanza di contestazioni sulla valenza scientifica di esso.

Cassazione civile sez. I, 14/09/2016, n.18087

Il rispetto del principio della bigenitorialità nel collocamento del minore

In tema di provvedimenti riguardanti i figli, il giudizio prognostico da compiere in ordine alla capacità dei genitori di crescere ed educare il figlio nella situazione determinata dalla disgregazione dell’unione genitoriale non può prescindere comunque dal rispetto del principio della bigenitorialità.

Cassazione civile sez. I, 19/05/2020, n.9143

Trasferimento del genitore  

Il coniuge separato che intenda trasferire la residenza lontano da quella dell’altro coniuge non perde, per ciò solo, l’idoneità ad avere in affidamento i figli minori, o di rendersi collocatario dei medesimi; sicché il giudice deve esclusivamente valutare se sia più funzionale all’interesse della prole il collocamento presso l’uno o l’altro dei genitori, per quanto, ciò ineluttabilmente incida in negativo sulla quotidianità dei rapporti con il genitore non affidatario.

Cassazione civile sez. I, 18/07/2019, n.19455

L’affidamento condiviso non esclude il collocamento presso uno dei genitori e che sia stabilito uno specifico regime di visita con l’altro genitore

La regola dell’affidamento condiviso dei figli ad entrambi i genitori, prevista in precedenza dall’art. 155 cod. civ. con riferimento alla separazione personale dei coniugi e ora dall’art. 337-ter cod. civ. per tutti i procedimenti indicati dall’art. 337-bis cod. civ., non esclude che il minore sia collocato presso uno dei genitori e che sia stabilito uno specifico regime di visita con l’altro genitore.

Cassazione civile sez. I, 12/09/2018, n.22219

In caso di separazione dei genitori, i fratelli e le sorelle devono essere collocati presso il medesimo genitore

“La tutela del diritto fondamentale di sorellanza e fratellanza impone che, in caso di separazione dei genitori, i fratelli e le sorelle debbano esser collocati presso il medesimo genitore, salvo che emerga la contrarietà in concreto di tale collocamento al loro interesse”. Ad affermarlo è la Cassazione che accoglie il ricorso dando rilievo alla volontà espressa in giudizio dalla sorella minore di 12 anni, la quale aveva espresso la sua volontà di convivere con la madre e la sorella, con la quale sussiste un rapporto affettivo importante e di reciproco sostegno, la Corte, ripercorrendo i principi che regolano l’ascolto dei figli minori di 12 anni e la tutela di cui all’articolo 8 Cedu, hanno perciò ribadito la necessità di tutelare il rapporto tra i fratelli e le sorelle, coinvolti nel giudizio di separazione.

Cassazione civile sez. I, 24/05/2018, n.12957

L’audizione del minore infradodicenne capace di discernimento

L’audizione del minore infradodicenne capace di discernimento — direttamente da parte del giudice ovvero, su mandato di questi, di un consulente o del personale dei servizi sociali — costituisce adempimento previsto a pena di nullità ove si assumano provvedimenti che lo riguardino, salvo che il giudice non ritenga, con specifica e circostanziata motivazione, l’esame manifestamente superfluo o in contrasto con l’interesse del minore .

Cassazione civile sez. I, 16/02/2018, n.3913

Separazione dei genitori: criteri per l’individuazione del genitore collocatario

L’individuazione del genitore collocatario deve avvenire all’esito di un giudizio prognostico che il giudice compie, nell’esclusivo interesse morale e materiale della prole, in merito alle capacità dei genitori di crescere ed educare il figlio nella nuova situazione determinata dalla disgregazione dell’unione, tenendo conto, in base a elementi concreti, del modo in cui il padre e la madre hanno in precedenza svolto i propri compiti, delle rispettive capacità di relazione affettiva, attenzione, comprensione, educazione e disponibilità a un assiduo rapporto, nonché della personalità di ciascun genitore, delle sue consuetudini di vita e dell’ambiente sociale e familiare che è in grado di offrire al minore.

Cassazione civile sez. I, 16/02/2018, n.3913

Si vedano in senso conforme: Cass. 19 luglio 2016 n. 14728, in Giust. civ. Mass., 2016; Cass. 23 settembre 2015 n. 18817, in Ilfamiliarista.it, 2016, 25 maggio; Cass. 27 giugno 2006 n. 14840, in Foro it., 2007, 1, I, 138. Sui criteri da seguire per la scelta del genitore collocatario, si vedano le seguenti pronunce di merito: Trib. Milano 19 ottobre 2016, in Dir. giust., 2017, 2 gennaio; Trib. Torino 8 ottobre 2014, in Guida al dir., 2014, 49-50, 16. Ma si veda, in senso più ampio, anche App. Catania 15 febbraio 2016, in questa Rivista, 2016, 823, 3, secondo la quale “è regola da tempo consolidata, ed attuativa anche degli obblighi internazionali assunti dall’Italia con la ratifica della Convenzione di New York 20 novembre 1989, che i provvedimenti relativi ai minori vengano adottati nel loro esclusivo ed assolutamente preminente interesse materiale, psicologico e morale, e, quindi, anche d’ufficio, se necessario prescindendo dalle domande delle parti o respingendole senz’altro se non conformi al pozione interesse minorile”.

Lo stesso principio del superiore interesse del minore deve prevalere secondo la giurisprudenza anche in ipotesi di richiesta di mutamento della collocazione del figlio minore: cfr. Trib. Matera 7 marzo 2018 n. 250, in Redazione Giuffrè, 2018; Trib. Milano 28 novembre 2017, in Ilfamiliarista.it, 12 aprile 2018, con nota di M. Caineri, Madre ostacola la bigenitorialità: nessuna conseguenza automatica sulla collocazione del minore.

Analogamente, in tema di affidamento, Cass. 25 maggio 2018 n. 12954, in Redazione Giuffrè, 2018, la quale ha chiarito che “in caso di conflitto fra i genitori, il criterio per l’affidamento dei figli minori è il superiore interesse di questi ad una crescita sana ed equilibrata”. Sulla tutela dell’interesse del minore si veda G. Corapi, La tutela dell’interesse superiore del minore, in Riv. dir. succ., 3, 2017, 777 ss.

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Come faccio a sapere se il defunto ha debiti?

Per scoprire e valutare l’entità dei debiti contratti dal defunto, l’erede può, per i debiti con lo Stato, consultare i registri e, per i debiti con banche e privati, rivolgersi direttamente a loro. 

Prima di accettare l’eredità devi sempre verificare l’ammontare dei debiti lasciati dal defunto. Questo perché nel momento in cui acquisisci il titolo di erede devi accollarti, in proporzione alla tua quota di successione, le obbligazioni inadempiute dal de cuius: in pratica, sei responsabile nei confronti dei suoi creditori. 

La necessità di tale controllo è tanto determinante quanto più si pensa che, una volta manifestata l’accettazione dell’eredità, non si può più tornare indietro e questa non è più revocabile.  

Ti chiederai a questo punto: come faccio a sapere se il defunto ha debiti? Ci sono alcune verifiche che è possibile compiere, anche se, come vedrai a breve, non potrai acquisire una certezza categorica in merito all’ammontare delle obbligazioni rimaste insolute. 

Tieni tuttavia conto che, se deciderai di accettare l’eredità con beneficio di inventario, potrai limitare il rischio di trovarti sommerso da debiti non tuoi. Infatti, chi accetta l’eredità con beneficio di inventario si assume solo i debiti di valore pari al patrimonio ricevuto in eredità, sicché i creditori del defunto potranno aggredire solo quest’ultimo e non anche i beni di cui l’erede era precedentemente proprietario. 

Tanto per fare un esempio, se ricevi in eredità un terreno, i creditori potranno pignorare solo quest’ultimo e non anche la tua casa, benché il suo valore dovesse essere insufficiente a soddisfarli. 

Vediamo allora come fare a sapere se il defunto ha debiti. Ti suggeriremo qui di seguito alcuni passaggi fondamentali che potrai eseguire per evitare brutte sorprese. In generale, è comunque più facile scoprire i debiti con lo Stato e la Pubblica Amministrazione che quelli coi privati.  

Come scoprire i debiti con il Fisco

Per verificare l’eventuale sussistenza di debiti del defunto con l’Agenzia delle Entrate puoi presentare a quest’ultima un’istanza di accesso agli atti per verificare se sussistono delle contestazioni in corso. In quanto potenziale erede non ti può essere opposto il rispetto della privacy.

Ciò non ti salverà tuttavia dalle verifiche non ancora avviate dall’ufficio delle imposte, per le quali ci sono cinque anni di tempo, che decorrono dall’anno successivo a quello di presentazione della dichiarazione dei redditi. Quindi, se il defunto ha commesso delle irregolarità fiscali negli ultimi anni di vita, è molto probabile che delle eventuali imposte da pagare tu non ne possa ancora sapere nulla. Consolati sapendo che, in caso di accertamenti fiscali, sarai tenuto a versare solo le tasse e non anche le sanzioni che, per legge, non si trasferiscono agli eredi. 

Fai poi un secondo passaggio presso l’Agenzia Entrate Riscossione: presentati all’ufficio e, anche in questo caso certificando la tua qualità di erede, richiedi un estratto di ruolo. Da questo documento scoprirai se il defunto ha ricevuto delle cartelle esattoriali che non ha ancora pagato.

Per consultare gli estratti di ruolo occorre presentare:

  • il certificato di morte del defunto;
  • il proprio documento di identità;
  • la dichiarazione sostitutiva dell’atto di notorietà nella successione;
  • la delega degli altri eventuali eredi.

Tieni tuttavia conto che tutte le cartelle per multe stradali e per sanzioni (amministrative o penali) non si trasferiscono sugli eredi e, quindi, vanno sgravate. 

Inoltre, dopo 10 anni, tutte le imposte dovute allo Stato cadono in prescrizione mentre, dopo soli 5 anni, si prescrivono le imposte dovute al Comune, alla Provincia o alla Regione, nonché i contributi previdenziali dovuti all’Inps. Per verificare se c’è prescrizione, presenta all’Agente della Riscossione una richiesta di accesso agli atti per verificare quando è avvenuta la notifica dell’ultimo sollecito di pagamento: è da questo infatti che decorrono i termini di prescrizione.

Come scoprire i debiti con l’Inps

Un classico creditore è l’Inps, per eventuali contributi non versati. Anche in questo caso, con un’istanza di accesso agli atti, potrai scoprire quanto c’è ancora da pagare.

Come scoprire i debiti con le banche

Le banche che avanzano ragioni di credito nei confronti di un proprio cliente non stanno con le mani in mano. Nell’ultimo luogo di residenza del defunto arriveranno estratti conto e richieste di pagamento. A quel punto, potrai scoprire presso quale istituto di credito il defunto teneva i propri rapporti e lì farti consegnare un’attestazione con l’indicazione dei debiti in corso, ad esempio a titolo di finanziamento, carte revolving, ecc.

Non esiste un registro unico per tutte le banche: sicché, potresti dover ripetere l’operazione presso più sportelli se il defunto ha intrattenuto rapporti con differenti istituti di credito. 

Come scoprire altri debiti del defunto

Non ci sono solo le banche tra i creditori privati. Potrebbe esserci qualche fornitore se il defunto era un imprenditore e ha esercitato la propria attività sotto forma di ditta individuale o di società di persone. Se invece era socio di una Srl, una Spa o una Sapa, allora i debiti contratti dalla società non si sono trasferiti sulla persona e non ne rispondono neanche gli eredi; di essi quindi non dovrai preoccuparti.

Tieni conto poi delle utenze che sono maturate fino a quando il defunto è morto e da questi non pagate; dei debiti con i professionisti (ad esempio, l’avvocato o il commercialista) e di quelli con il condominio di cui sei corresponsabile con gli altri coeredi nel momento in cui subentri nella (con)proprietà di un immobile. Per questi ultimi puoi farti dare un’attestazione dall’amministratore di condominio che ti dirà se ci sono delle quote non corrisposte ed eventualmente dei lavori deliberati e non ancora avviati. 

Ti do un consiglio molto utile: fai una visura sugli immobili di proprietà del defunto e verifica se sono stati iscritti pignoramenti e/o ipoteche. Questo ti servirà ad escludere eventuali debiti di consistenza elevata, riducendo così il rischio di una grossa esposizione da parte tua.

Ricorda infine che esistono società private di investigazione che riescono a ricostruire la posizione reddituale di una persona, anche tramite accesso ai registri del tribunale, per verificare se questa ha debiti, pignoramenti, ipoteche. 

Come si dividono i debiti del defunto?

Un’ultima cosa devi tenere in considerazione: non ti sarà mai chiesto di rispondere per intero dei debiti del defunto. La tua responsabilità sarà limitata alla quota di eredità che ti è stata lasciata. Con esclusione solo per i debiti relativi alle imposte sui redditi (Irpef) e all’imposta sulle successioni per le quali sussiste una responsabilità solidale di tutti gli eredi, per tutte le altre obbligazioni ciascun erede risponde nei limiti della propria percentuale di attivo.

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Come si decide il genitore collocatario?

Esiste la preferenza della madre nell’assegnazione del figlio? Su quali regole il giudice decide che i figli vadano a vivere da un solo genitore?

Come si decide il genitore collocatario e sulla base di quali regole? Nelle aule dei tribunali, il più delle volte, il genitore collocatario risulta essere la madre. La Cassazione ha tuttavia sempre negato che vi sia un’aprioristica preferenza per la donna. La regola impone di agire secondo l’esclusivo interesse dei figli. Come si determina allora questo interesse e perché quasi sempre si ritiene che esso coincida con la figura femminile?

Di tanto parleremo qui di seguito. Nel fare il punto della situazione e nello stabilire come si decide il genitore collocatario, passeremo in rassegna alcune delle più rilevanti pronunce della Cassazione che hanno trattato il tema. Da queste comprenderemo come si muovono i giudici quando si tratta di fissare la residenza dei figli minori presso l’uno o l’altro genitore. 

Chi è il genitore collocatario?

Il genitore collocatario è quello presso cui i figli vanno a vivere e a risiedere all’indomani della separazione dei genitori (sia che si tratti di coppia di fatto che di coniugi uniti in matrimonio). Il genitore collocatario è dunque colui che, a conti fatti, si prende cura giornalmente delle necessità della prole, aiutato dall’assegno di mantenimento che gli versa l’ex.

Non bisogna confondere il collocamento dei figli con l’affidamento: si tratta di due concetti diversi. Il collocamento è un concetto materiale che riguarda l’abitazione dei figli, il luogo ove questi vanno a stare, dove dormono e pranzano, dove fissano il centro dei loro interessi. L’affidamento è invece l’insieme dei poteri relativi alla potestà genitoriale; esso implica il diritto per i genitori di prendere le decisioni di maggiore interesse per i minori (l’istruzione, l’educazione, la salute, ecc.). 

Se il collocamento non può che essere presso un solo genitore, l’affidamento è di regola sempre “condiviso”, spetta cioè ad entrambi i genitori (a meno che uno dei due possa costituire un pericolo o un pregiudizio per il figlio, nel qual caso il giudice stabilirà l’affido esclusivo).

Affido condiviso non vuol dire trascorrere il medesimo tempo con entrambi i genitori. La regola, infatti, non esclude che il figlio possa essere collocato prevalentemente presso uno dei due genitori con uno specifico regime di visita per l’altro. Ed è il giudice di merito a stabilire in concreto le modalità di esercizio del diritto di visita sempre nel rispetto dell’esclusivo interesse del minore.

L’affidamento del minore ad entrambi i genitori avviene con collocazione privilegiata presso uno di essi (collocamento prevalente presso un solo genitore); una collocazione turnaria della prole costituirebbe pregiudizio per la stessa. Soprattutto in ipotesi di tenera età del minore la sua collocazione prevalente presso l’abitazione di uno dei genitori è ritenuta necessaria risultando pregiudizievole una modifica dell’assetto raggiunto dopo la fine della convivenza tra i genitori.

Una volta stabilito il genitore collocatario, il giudice fissa tempi e modalità di frequentazione dei figli minori da parte dell’altro genitore, il genitore non collocatario. E questo per garantire rapporti equilibrati e costanti con entrambi i genitori, alla luce del diritto del figlio alla bigenitorialità.

Chi stabilisce il genitore collocatario? 

A stabilire chi debba essere il genitore collocatario sono le parti, ossia i genitori nel momento in cui decidono di separarsi. Se però i due non riescono a trovare un accordo, il genitore collocatario viene individuato dal giudice sulla base del prevalente interesse del minore. Il giudice è tenuto a sentire i figli e le loro preferenze: si tratta di un obbligo se il minore ha più di 12 anni. Il giudice però deve ascoltare anche il minore di 12 anni se ritenuto capace di discernimento. 

Alla luce delle dichiarazioni del minore, il giudice – senza essere da queste vincolato – decide il genitore collocatario.

Come si decide il genitore collocatario?

Il giudice decide la collocazione del genitore sulla base dell’età del minore, dei suoi interessi, da quanto il minore stesso ha dichiarato (eventualmente al giudice) e in base a una valutazione globale che tenga conto degli interessi della prole. 

Per i figli in età prescolare è pressoché scontata la collocazione presso la madre, seppur non vi sono norme che lo prevedano. I giudici accordano di fatto la “preferenza della madre” in quanto ritenuta più capace di prendersi cura delle esigenze della prole. Eppure, nessun tribunale lo ammette chiaramente. Si legga ad esempio questa pronuncia del tribunale di Milano che ammonisce: «No alla prevalenza materna come criterio di individuazione del genitore maggiormente adatto al collocamento dei figli».

Il tribunale di Milano, Sezione IX civile, decreto del 19 ottobre 2016 (giudice Buffone) ha bloccato, con decisione, ogni fondamento di una pur ipotizzata prevalenza del criterio della “maternal preference” come guida al giudice nella scelta del miglior genitore per l’allocamento del figlio minore. A far da guida al tribunale non può che essere, infatti, lo spirito della norma di riforma dell’articolo 337-ter del Codice civile che, in luogo della preferenza del genere dell’uno o dell’altro genitore pone – al centro del sistema – la «pari condivisione genitoriale».

Collocazione e trasferimento del genitore in un’altra città

Secondo la Cassazione, il coniuge separato che intende trasferire la residenza lontano da quella dell’altro coniuge non perde l’idoneità ad avere in affidamento, o in prevalente collocazione presso di sé, i figli minori; sicché, il giudice deve esclusivamente valutare se sia più funzionale all’interesse della prole il collocamento presso l’uno o l’altro dei genitori, per quanto ciò ineluttabilmente incida in negativo sulla quotidianità dei rapporti con il genitore non affidatario.

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Infortunio in itinere: ultime sentenze

Rendita per l’inabilità permanente; risarcimento dovuto dal terzo responsabile del fatto illecito; illegittimità del licenziamento per superamento del periodo di comporto; infermità per causa di servizio ed equo indennizzo.

Infortunio in itinere: quando è escluso l’indennizzo?

In caso di infortunio in itinere, l’INAIL non indennizza l’evento accaduto al conducente munito di patente diversa da quella richiesta per il tipo di veicolo guidato, in quanto la ratio solidaristica che informa il sistema della sicurezza sociale impone una lettura delle disposizioni normative che valorizzi l’adempimento di quei doveri inderogabili (nel caso di specie, di prudenza) che sono richiesti ai singoli quale presupposto indefettibile per la tutela dei loro diritti (art. 2 Cost.).

Cassazione civile sez. lav., 08/04/2021, n.9375

Guida con patente diversa da quella prescritta

In tema di infortunio in itinere, l’assicurazione non opera nei confronti del conducente sprovvisto della prescritta abilitazione di guida e tale principio va interpretato nel senso che la garanzia assicurativa è esclusa non solo nel caso in cui il conducente, al momento dell’infortunio, non abbia conseguito il rilascio di patente, ma altresì nel caso in cui sia munito di patente diversa da quella richiesta per il tipo di veicolo guidato; la guida con una patente di tipo diverso da quella prescritta per la conduzione del veicolo è equiparabile alla guida senza patente o con patente scaduta.

Cassazione civile sez. lav., 08/04/2021, n.9375

Rapporto finalistico tra il percorso normale e l’attività lavorativa

La tutela assicurativa è estesa a qualsiasi infortunio verificatosi lungo il percorso da casa al luogo di lavoro, escludendo qualsiasi rilevanza all’entità del rischio o alla tipologia della specifica attività lavorativa cui l’infortunato sia addetto e tutelando piuttosto il rischio generico (connesso al compimento del c.d. percorso normale tra abitazione e luogo di lavoro) cui soggiace qualsiasi persona che lavori, restando per conseguenza confinato il c.d. rischio elettivo a tutto ciò che sia dovuto piuttosto ad una scelta arbitraria del lavoratore, il quale crei ed affronti volutamente, in base a ragioni o ad impulsi personali, una situazione diversa da quella legata al c.d. percorso normale, ponendo così in essere una condotta interruttiva di ogni nesso tra rischio ed evento.

Tribunale Frosinone sez. lav., 29/10/2020, n.817

Importo rendita Inail per inabilità permanente

L’importo della rendita per inabilità permanente corrisposta dall’INAIL per infortunio in itinere occorso al lavoratore va detratta dall’ammontare dovuto, allo stesso titolo, al danneggiato da parte del terzo responsabile del fatto illecito, in quanto essa soddisfa, neutralizzandola in parte, la medesima perdita al cui integrale ristoro mira la disciplina della responsabilità risarcitoria del terzo al quale sia addebitabile l’infortunio, salvo il diritto del lavoratore di agire nei confronti del danneggiante per ottenere l’eventuale differenza tra il danno subìto e quello indennizzato.

Conseguentemente, allorquando l’ente previdenziale riconosce al danneggiato un assegno di invalidità in conseguenza del fatto dannoso, acquisisce il diritto di agire in surroga nei confronti del terzo responsabile e del suo assicuratore. Tale situazione di fatto è sufficiente a riconoscere all’assicurazione del danneggiante il diritto di detrarre, dal totale del danno da liquidare, la somma capitalizzata erogata dall’INPS, il che conduce alla totale elisione del credito risarcitorio per danno biologico permanente.

Tribunale Pisa, 07/10/2020, n.876

La tutela assicurativa

In tema di infortunio “in itinere”, la tutela assicurativa copre i sinistri verificatisi nel normale percorso abitazione-luogo di lavoro anche in caso di fruizione da parte del lavoratore di un permesso per motivi personali che, quale fattispecie di sospensione dell’attività lavorativa ontologicamente non differente dalle pause o dai riposi, da cui si differenzia soltanto per il carattere occasionale ed eventuale, a fronte del connotato di periodicità e prevedibilità tipico degli altri, non recide il rapporto finalistico con l’attività lavorativa, né concretizza una ipotesi di rischio cd. elettivo.

Cassazione civile sez. lav., 08/09/2020, n.18659

Infortunio in itinere: presupposti

Si può ravvisare la dipendenza da causa di servizio di una infermità derivante da un ‘infortunio in itinere’ quando non sia ravvisabile l’attribuibilità dell’incidente stradale al dipendente che ne faccia richiesta: la dipendenza da causa di servizio può essere ravvisata quando la causazione del sinistro sia la conseguenza di fattori esterni non prevedibili o non dominabili dall’infortunato.

Consiglio di Stato sez. IV, 13/07/2020, n.4508

Infortunio in itinere: l’inabilità permanente 

L’importo della rendita per l’inabilità permanente, corrisposta dall’INAIL per l’infortunio “in itinere” occorso al lavoratore, va detratto dall’ammontare del risarcimento dovuto, allo stesso titolo, al danneggiato da parte del terzo responsabile del fatto illecito, in quanto essa soddisfa, neutralizzandola in parte, la medesima perdita al cui integrale ristoro mira la disciplina della responsabilità risarcitoria del terzo al quale sia addebitabile l’infortunio, salvo il diritto del lavoratore di agire nei confronti del danneggiante per ottenere l’eventuale differenza tra il danno subìto e quello indennizzato.

Tribunale Roma sez. XIII, 06/03/2020, n.4925

Contratto di assicurazione: gli infortuni in itinere

Deve essere confermata la decisione dei giudici di appello che nell’ambito di una controversia per il risarcimento occorso ad un assicurato hanno statuito che se il contratto copre gli infortuni in itinere, ma non li definisce, si deve dunque ritenere che con tale espressione le parti abbiano inteso fare riferimento al concetto di “infortunio in itinere” come previsto e disciplinato dal testo unico sull’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro, e quindi all’art. 2 d.P.R. n. 1124/1965, come modificato dall’art. 12 d.lg. n. 38/2000. Alla stregua di tali norme non sussiste rischio in itinere quando il tragitto seguito dal lavoratore non sia necessitato, ma costituisca una “deviazione del tutto indipendente dal lavoro”.

Cassazione civile sez. VI, 25/02/2020, n.5119

Responsabilità del datore di lavoro 

Le assenze del lavoratore per malattia non giustificano il recesso del datore di lavoro – in ipotesi di superamento del periodo di comporto – ove l’infermità sia, comunque, imputabile a responsabilità dello stesso datore di lavoro – in dipendenza della nocività delle mansioni o dell’ambiente di lavoro, che abbia omesso di prevenire o eliminare, in violazione dell’obbligo di sicurezza (art. 2087 c.c.) o di specifiche norme – incombendo, peraltro, al lavoratore l’onere di provare il collegamento causale fra la malattia – che ha determinato l’assenza (e, segnatamente, il superamento del periodo di comporto) – ed il carattere morbigeno delle mansioni espletate. A tale onere di allegazione e prova non si sottrae la fattispecie dell’infortunio in itinere.

Tribunale Brescia sez. lav., 12/02/2020, n.75

Risarcimento dovuto dal terzo responsabile del fatto illecito

L’importo della rendita per l’inabilità permanente, corrisposta dall’Inail per l’infortunio “in itinere” occorso al lavoratore va detratto dall’ammontare del risarcimento dovuto, allo stesso titolo, al danneggiato da parte del terzo responsabile del fatto illecito, in quanto essa soddisfa, neutralizzandola in parte, la medesima perdita al cui integrale ristoro mira la disciplina della responsabilità risarcitoria del terzo al quale sia addebitabile l’infortunio, salvo il diritto del lavoratore di agire nei confronti del danneggiante per ottenere l’eventuale differenza tra il danno subìto e quello indennizzato.

Tribunale Milano sez. X, 31/01/2020, n.872

Infortunio in itinere: configurabilità

Ai sensi del D.Lgs. n. 38 del 2000, art. 12, la configurabilità di un infortunio in itinere comporta il suo verificarsi nella pubblica strada e, comunque, non in luoghi identificabili in quelli di esclusiva proprietà del lavoratore assicurato o in quelli di proprietà comune, quali le scale ed i cortili condominali, il portone di casa o i viali di complessi residenziali con le relative componenti strutturali.

L’infortunio in itinere o in occasione di lavoro comporta il suo verificarsi nella pubblica strada e, comunque, non in luoghi identificabili in quelli di esclusiva proprietà del lavoratore assicurato, o comunque anche nella sua disponibilità anche se non esclusiva, senza alcun collegamento con la prestazione lavorativa.

Corte appello Torino sez. lav., 03/06/2019, n.402

Lavoratore vittima di infortunio in itinere: rendita vitalizia in favore del coniuge

La rendita vitalizia in favore del coniuge superstite del lavoratore vittima di un infortunio “in itinere”, così come quella temporanea liquidata ai figli, assolve ad una funzione di “anticipo” del ristoro del danno da perdita degli apporti economici garantiti dal familiare deceduto e va, quindi, detratta dall’ammontare del risarcimento dovuto, allo stesso titolo, da parte del terzo responsabile del fatto illecito ai congiunti, i quali, di conseguenza, hanno diritto ad ottenere l’importo residuo, nel caso in cui il danno liquidato sia stato soltanto in parte coperto dalla predetta prestazione assicurativa, e non somme ulteriori.

Cassazione civile sez. III, 27/05/2019, n.14362

Rendita Inail per inabilità permanente 

L’importo della rendita per l’inabilità permanente corrisposta dall’INAIL per l’infortunio “in itinere” occorso al lavoratore va detratto dalle somme in concreto dovute a quest’ultimo, allo stesso titolo, dal terzo responsabile del fatto illecito. (In applicazione di tale principio, la S.C. ha confermato la decisione di merito che aveva operato la detrazione della rendita riconosciuta dall’INAIL sull’ammontare del risarcimento del danno già ridotto in ragione dell’accertato concorso di colpa del danneggiato).

Cassazione civile sez. III, 30/01/2019, n.2550

La prova della dipendenza causale tra la patologia e l’infortunio in itinere

Si verifica l’ipotesi dell’infortunio in itinere allorchè il fatto invalidante sia avvenuto fuori dai locali dell’ufficio durante un percorso esterno imposto da ragioni di servizio e purchè al verificarsi dell’incidente non abbia concorso il dipendente con iniziative colpose o ingiustificate o con imprudenza grave. La dipendenza causale tra la patologia e l’incidente deve essere provata da colui il quale ne richiede il riconoscimento e la grave responsabilità (seppur concorrente) del dipendente, acclarata nel determinismo causale dell’infortunio, pone l’evento al di fuori della tutela pubblicistica di cui si tratta e della quale l’equo indennizzo costituisce logica espressione consequenziale.

T.A.R. Trieste, (Friuli-Venezia Giulia) sez. I, 03/12/2018, n.360

Indennizzabilità dell’infortunio in itinere: condizioni 

È indennizzabile l’infortunio in itinere quando esiste un nesso eziologico tra il percorso seguito e l’evento (nel senso che tale percorso costituisca per l’assicurato l’iter normale per recarsi al lavoro e per tornare alla sua abitazione), un nesso causale sia pure occasionale tra l’itinerario seguito e l’attività lavorativa (nel senso che il primo non deve essere percorso dal lavoratore per ragioni personali o in orari non ricollegabili alla seconda), la necessità dell’uso del veicolo privato adoperato dal lavoratore per il collegamento tra abitazione e luogo di lavoro, considerati gli orari lavorativi e dei pubblici servizi di trasporto.

Tribunale Pescara sez. lav., 05/07/2018, n.505

Collegamento tra la ricaduta e l’infortunio avuto anni prima

In tema di infortunio in itinere, va riconosciuto (con pagamento delle relative indennità previste per legge) dall’Inail al dipendente infortunato anche il collegamento tra la malattia temporanea (ricaduta) denunciata, una volta verificata l’esistenza del collegamento stesso, con l’infortunio in itinere anni prima avuto (nel caso di specie, a seguito del quale il dipendente era stato sottoposto a vari interventi chirurgici).

Tribunale Chieti sez. lav., 02/07/2018, n.216

L’inabilità permanente corrisposta dall’Inail

“L’importo della rendita per l’inabilità permanente corrisposta dall’Inail per l’infortunio in itinere occorso al lavoratore va detratto dall’ammontare del risarcimento dovuto, allo stesso titolo, al danneggiato da parte del terzo responsabile del fatto illecito”. Con questo principio di diritto le Sezioni unite hanno risolto il contrasto giurisprudenziale in merito alla questione della cumulabilità tra rendita e danno risarcibile a seguito del medesimo infortunio.

Per i giudici la risposta è negativa, in quanto la questione riguarda un duplice e separato rapporto bilaterale, garantito, sul fronte welfare, dall’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro e, su quello della responsabilità civile, dal fatto illecito del terzo.

A ciò si aggiunge l’articolo 1916 del codice civile, il quale dispone che l’assicuratore che ha pagato l’indennità è surrogato, fino alla concorrenza dell’ammontare di essa, nei diritti dell’assicurato verso il terzo danneggiante. In quest’ottica, secondo i giudici di legittimità, la surrogazione impedisce al soggetto infortunato di cumulare, per lo stesso danno, la somma già riscossa a titolo di rendita assicurativa con l’intero importo del risarcimento del danno dovutogli dal terzo, e di conseguire così due volte la riparazione del medesimo pregiudizio subito”.

Cassazione civile sez. un., 22/05/2018, n.12566

Limite alla copertura assicurativa nell’infortunio in itinere

In tema di infortunio in itinere, il requisito della “occasione di lavoro” implica la rilevanza di ogni esposizione a rischio, indipendentemente dal grado maggiore o minore di questo, assumendo il lavoro il ruolo di fattore occasionale del rischio stesso ed essendo il limite della copertura assicurativa costituito esclusivamente dal “rischio elettivo”, intendendosi per tale quello che, estraneo e non attinente alla attività lavorativa, sia dovuto ad una scelta arbitraria del lavoratore, il quale crei ed affronti volutamente, in base a ragioni o ad impulsi personali, una situazione diversa da quella inerente alla attività lavorativa, ponendo così in essere una causa interattiva di ogni nesso tra lavoro, rischio ed evento.

Tribunale Brescia sez. lav., 12/03/2018, n.13

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Instagram: ultime sentenze

Frase offensiva pubblicata su Instagram; quantificazione del danno; immagini pubblicate da una blogger sul proprio account raffiguranti cosmetici di una nota azienda; trasparenza della comunicazione commerciale.

Instagram: violenza sessuale

Nella violenza sessuale commessa mediante strumenti telematici di comunicazione a distanza, la mancanza di contatto fisico tra l’autore del reato e la vittima non è determinante ai fini del riconoscimento della circostanza attenuante del fatto di minore gravità (fattispecie relativa all’invio di messaggi di Whatsapp allusivi e sessualmente espliciti ad una ragazza, minore di età, costretta a scattarsi foto sotto la minaccia di pubblicare la chat su Instagram e su pagine hot).

Cassazione penale sez. III, 02/07/2020, n.25266

Affermazioni diffuse via Instagram 

Sussistono i presupposti per l’adozione di idonee misure cautelari volte a eliminare, nelle more del procedimento innanzi all’AGCM, le affermazioni diffuse attraverso Instagram e siti web sulle capacità “antivirali”, disinfettanti, di prevenzione di infezioni respiratorie e del contagio da coronavirus, possedute da prodotti cosmetici ed integratori, grazie a ”principi attivi che manifestano capacità antimicrobica, specie nei confronti di alcune patologie e microorganismi in grado di scatenare infiammazioni nelle vie respiratorie e nei polmoni”.

In particolare, quanto al fumus boni iuris, viene in rilievo il fatto che il professionista adotti modalità di vendita del prodotto che appaiono ingannevoli e aggressive, in spregio ai diritti dei consumatori, anche alla luce della particolare emergenza sanitaria dovuta alla diffusione del Covid-19.

L’ingannevolezza emerge altresì dal fatto che proprietà “disinfettanti” possono essere attribuite soltanto a prodotti che siano stati qualificati Presidi Medico-chirurgici dal Ministero della Salute o abbiano una analoga certificazione comunitaria. Sotto il profilo del periculum in mora, occorre tenere conto, invece, dell’elevato grado di offensività che i mezzi di comunicazione presentano, laddove diretti a convincere i consumatori italiani degli effetti preventivi dei prodotti pubblicizzati e commercializzati.

Garante concorr. e mercato, 22/03/2020, n.28178

Diffusione via Instagram del marchio notorio altrui

Costituisce uso illecito del marchio notorio altrui la diffusione non autorizzata da parte dell’influencer tramite il proprio profilo Instagram di video e immagini raffiguranti il marchio notorio, pur a scopo diverso da quello di contraddistinguere prodotti o servizi, quando tali immagini assumano un significato pubblicitario e siano idonee a generare un indebito vantaggio all’utilizzatore o un pregiudizio a danno del titolare del marchio.

Tribunale Genova Sez. spec. Impresa, 04/02/2020, n.15949

Diffamazione su Instagram

Non è punibile ai sensi dell’art. 595 co. 3, c.p. chi pubblica sui social network commenti offensivi ad un video riguardante un comportamento che costituisce palesemente fatto ingiusto, in quanto tali condotte sono giustificate dal disposto dell’art. 599 c.p., applicandosi dunque l’esimente della provocazione.

(Nel caso di specie, la procura chiede l’archiviazione del procedimento relativo ad una nota influencer che presenta denuncia a seguito di diffamazioni ricevute su Instagram in risposta ad un video di un in cui la stessa invocava l’intervento nazista in occasione di un gay pride).

Procura della Repubblica Milano, 18/10/2019

Instagram: pubblicazione di una foto

È possibile assolvere per la non punibilità del fatto ex articolo 131 bis del codice penale se si tratti di una condotta bagattellare non abituale da parte di un soggetto incensurato e il cui danno e assolutamente esiguo.

(Nel caso di specie l’imputato aveva confessato che in un momento di rabbia conseguente l’atteggiamento della sua ex fidanzata che lo aveva tradito in maniera ostentata aveva pubblicato su un profilo instagram una foto provocante di lei assicurandosi però di coprire con simboli grafici le zone intime (emoticons) e subito dopo si pentiva tanto da cancellare la pubblicazione bloccare il profilo).

Tribunale Milano, 06/03/2019, n.667

Reiterata pubblicazione di foto o messaggi 

Integra l’elemento materiale del delitto di atti persecutori la condotta di chi reiteratamente pubblica sui “social network” foto o messaggi aventi contenuto denigratorio della persona offesa – con riferimenti alla sfera della sua libertà sentimentale e sessuale – in violazione del suo diritto alla riservatezza.

Corte di Cassazione, Sezione 5, Penale, Sentenza, 12/06/2019, n. 26049

Foto di minori inserite sui social network

L’inserimento di foto di minori sui social network è un comportamento potenzialmente pregiudizievole per essi in quanto ciò determina la diffusione delle immagini fra un numero indeterminato di persone, conosciute e non, le quali possono essere malintenzionate e avvicinarsi ai bambini dopo averli visti più volte in foto on-line. Tra l’altro, non va sottaciuto l’ulteriore pericolo costituito dalla condotta di soggetti che “taggano” le foto on-line dei minori e, con procedimenti di fotomontaggio, ne traggono materiale pedopornografico da far circolare fra gli interessati. Il pregiudizio per il minore è dunque insito nella diffusione della sua immagine sui social network.

Nella fattispecie, avente ad oggetto la pubblicazione di foto di minori da parte della nuova compagna del padre degli stessi, si riteneva fondato il ricorso promosso dalla madre dei bambini, con conseguente condanna della resistente alla rimozione, dai propri profili social, delle immagini relative ai minori ed alla contestuale inibitoria dalla futura diffusione di tali immagini, in assenza del consenso di entrambi i genitori come richiesto dalla stessa normativa comunitaria ed italiana e come espressamente previsto a seguito del divorzio tra i genitori degli stessi.

Tribunale Rieti, Civile, Sentenza, 7/03/2019

Pubblicazione di una frase offensiva su Instagram

Ai fini della concreta quantificazione del danno deve considerarsi l’ipotesi in cui la frase offensiva sia stata pubblicata su Instagram, ossia su un social network di larga diffusione. Si tratta di un’ipotesi di diffamazione aggravata con altro mezzo di pubblicità – anziché con il mezzo della stampa – ai sensi dell’art. 595 comma 3 c.p. in quanto rientrante in una categoria più ampia, comprensiva di tutti quei sistemi di comunicazione e, quindi, di diffusione – dai fax ai social media – che, grazie all’evoluzione tecnologica, rendono possibile la trasmissione di dati e notizie ad un consistente numero di persone.

Tribunale Milano sez. I, 21/08/2018, n.8738

Instagram: pubblicazione di immagini di cosmetici

Le immagini pubblicate da una blogger sul proprio account Instagram raffiguranti cosmetici di una nota azienda (peraltro, in esecuzione di uno specifico contratto di collaborazione in essere con quest’ultima) costituiscono contenuti eminentemente promozionali dei prodotti e del brand rappresentati che, in assenza di elementi idonei ad identificare tale comunicazione come commerciale, risultano in contrasto con l’art. 7 del CAP.

Giurì cod. aut. pubb.ria, 25/07/2018, n.58

Trasparenza della comunicazione commerciale

Per selezionare i soggetti ai quali una determinata comunicazione pubblicitaria è imputabile è necessario considerare l’ente che ha deciso e gestito l’iniziativa e, per converso, è irrilevante l’identità dell’ente o degli enti, eventualmente autonomi sul piano giuridico formale, che risultano parti degli atti e dei rapporti nei quali l’iniziativa si è tradotta.

Rileva, altresì, che fra l’autore della comunicazione e l’inserzionista che ne trae obiettivo beneficio intercorra (se non uno specifico rapporto di committenza) una relazione significativa (cd. material connection), per cui la comunicazione sia obiettivamente riferibile al secondo, che risulterà quindi passivamente legittimato senza che sorga in ogni caso una necessità di estensione del contraddittorio a soggetti diversi ai fini di una pronuncia valida e vincolante.

Della violazione del C.a. dovrà rispondere l’inserzionista, sia direttamente per fatto proprio, avendo concorso alla decisione e gestione della comunicazione in discorso, che indirettamente, a titolo oggettivo, per il fatto dell’ausiliario.

La clausola di accettazione del codice di autodisciplina della comunicazione commerciale costituisce inequivocabilmente, dopo oltre cinquant’anni di attività dello IAP, una clausola d’uso, che ove non sia espressamente esclusa integra automaticamente ed implicitamente, ex art. 1340 c.c., ogni contratto di pubblicità che l’inserzionista, vincolato al rispetto del codice, perfezioni con soggetti non vincolati.

Nel caso di specie nessun accorgimento è stato adottato per rendere edotti i followers dell’artista della natura pubblicitaria dell’endorsement, che non era di per sé immediatamente evidente agli occhi del consumatore medio, né a fortiori agli occhi del più vulnerabile consumatore-follower. Resi edotti dell’esistenza a monte di una “material connection” dell’endorser con l’inserzionista, e quindi della natura pubblicitaria dell’endorsement, i consumatori attribuirebbero un peso e una credibilità diversi all’endorsement, risultando così salvaguardata la loro libertà di autodeterminazione economica.

La trasparenza della comunicazione commerciale prescritta dall’art. 7 C.a. costituisce uno dei tre pilastri concettuali e normativi su cui si fonda la repressione autodisciplinare dell’illecito pubblicitario online e offline, in concorso con i principi di correttezza e non ingannevolezza.

La Digital Chart dello IAP non è di per sé immediatamente vincolante ma indica gli accorgimenti che rendono la comunicazione commerciale facilmente riconoscibile come tale agli occhi del consumatore medio e pertanto rispettosa del precetto di trasparenza fissato dall’art. 7 C.a., esso sì immediatamente vincolante per tutti gli aderenti al sistema dell’autodisciplina nonché per coloro che hanno accettato di osservare il C.a. in relazione a singole comunicazioni commerciali.

Il giudizio autodisciplinare è volto a dettare disposizioni affinché una campagna non conforme al C.a., pur se cessata, non sia riproposta nelle medesime forme. Inoltre, scopo primario della giurisdizione autodisciplinare è quello di valutare la liceità della pubblicità per orientare la condotta degli operatori di settore, assumendo la decisione del Giurì anche una funzione esemplare, di orientamento didascalico e di contributo alla crescita di una comune cultura pubblicitaria.

Giurì cod. aut. pubb.ria, 26/06/2018, n.45

Pubblicazione di un’immagine manipolata su Instagram

Integra una violazione dell’articolo 8 della Cedu, che tutela il diritto al rispetto della vita privata, incluso quello alla reputazione, la pubblicazione di un’immagine manipolata sul social network Instagram. Ad affermarlo è la Corte europea dei diritti dell’Uomo, per la quale la tutela della reputazione va assicurata anche a chi subisce accuse diffamatorie su Instagram, attraverso la manipolazione di un’immagine.

A rivolgersi ai giudici internazionali era un blogger e scrittore islandese che era stato accusato di stupro. L’uomo era stato prosciolto, ma su Instagram era stata poi diffusa una sua immagine, frutto di una manipolazione della copertina di un giornale, accompagnata da una frase offensiva che lo definiva «stupratore». Per i giudici di Strasburgo, c’è stata violazione in quanto i giudici nazionali non hanno raggiunto un giusto equilibrio tra i diversi diritti in gioco: da un lato, la libertà di espressione e, dall’altro, la tutela della reputazione privata.

Corte Europea dei Diritti Umani, Sentenza, 7/11/2017

Plurimi messaggi tramite Instagram: stalking

E’ integrato il reato di stalking contattare ripetutamente, al termine di una breve relazione, tramite numerosi SMS e messaggi WhatsApp la ex fidanzata e scrivere plurimi messaggi tramite Instagram facendo riferimento implicito alla relazione intercorsa e alla possibile divulgazione di informazioni personali contattando anche l’attuale fidanzato della persona offesa riferendogli che aveva cose interessanti di cui parlare.

Tribunale Milano, 31/10/2016, n.2918

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Manovra di emergenza: ultime sentenze

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Scopri le ultime sentenze su: sinistro stradale; prova liberatoria; regole del Codice della strada; accertamento della colpa di uno dei conducenti; investimento del pedone e presunzione di responsabilità esclusiva del conducente.

Manovra di emergenza resa necessaria dall’andatura zigzagante dell’altro

La presunzione di pari responsabilità nella causazione di un sinistro stradale, prevista dall’art. 2054, comma 2, c.c. in caso di scontro di veicoli, è applicabile estensivamente anche ai veicoli coinvolti nell’incidente ma rimasti estranei alla collisione, sempre che sia accertato, in concreto, l’effettivo contributo causale nella produzione dell’evento dannoso.

(Nella specie, la S.C. ha ritenuto corretta la statuizione del giudice di appello che aveva presunto la pari responsabilità nella produzione del danno, pur in assenza di collisione, nel contegno dei conducenti di due veicoli viaggianti in direzione reciprocamente opposta, l’uno dei quali, pur deducendo di essere finito fuori strada a seguito della manovra di emergenza resa necessaria dall’andatura zigzagante dell’altro, che lo aveva costretto a spostarsi pericolosamente sul margine destro della carreggiata, non aveva tuttavia fornito, ad insindacabile giudizio del giudice di merito, la prova di avere tenuto una condotta di guida esente da colpa).

Cassazione civile sez. VI, 12/02/2021, n.3764

Manovra di emergenza per evitare l’impatto

Il Comune è tenuto a risarcire l’automobilista che, si è trovato davanti un grosso ramo ed è stato costretto a una manovra di emergenza per evitare l’impatto, andando però a finire contro la recinzione metallica posta al lato della carreggiata. In tale ipotesi sussiste il nesso di casualità tra la cosa custodita e il danno verificatosi.

Cassazione civile sez. III, 26/05/2020, n.9674

Responsabilità sinistri stradali

La prova liberatoria di cui all’art. 2054 c.c., nel caso di danni prodotti a persone o cose dalla circolazione di un veicolo, non deve essere necessariamente data in modo diretto, cioè dimostrando di avere tenuto un comportamento esente da colpa e perfettamente conforme alle regole del codice della strada, ma può risultare anche dall’accertamento che il comportamento della vittima sia stato il fattore causale esclusivo dell’evento dannoso, comunque non evitabile da parte del conducente, attese le concrete circostanze della circolazione e la conseguente impossibilità di attuare una qualche idonea manovra di emergenza.

Tribunale Napoli sez. X, 24/07/2019, n.7445

Scontro tra veicoli: la prova liberatoria

In caso di scontro tra veicoli l’accertamento in concreto della colpa di uno dei conducenti – anche per avere commesso una violazione grave del Codice della Strada – non comporta di per sé il superamento della presunzione di colpa concorrente dell’altro, che deve comunque cooperare e fare tutto il possibile per evitare l’incidente.

All’uopo il conducente del veicolo coinvolto nell’incidente, per andare esente da responsabilità, deve fornire la prova liberatoria, ovvero non solo la dimostrazione di essersi uniformato – da parte sua – alle norme della circolazione, ma anche di avere tentato una manovra di emergenza – anche se infruttuosa – per evitare il sinistro. Salvo il caso in cui una qualsiasi manovra di emergenza astrattamente idonea ad evitare l’incidente sia concretamente impossibile.

Corte appello Genova sez. II, 02/05/2019, n.600

Moderazione della velocità in prossimità di un incrocio

L’art. 145, comma 1, del nuovo codice della strada, approvato con il D.Lgs. 30 aprile 1992, n. 285, presuppone che ogni veicolo, incluso quello del conducente col diritto di precedenza, nell’avvicinarsi all’intersezione, debba tenere una condotta di guida e una velocità tali da consentirgli un tempestivo rallentamento o un’adeguata manovra di emergenza, a fronte dell’avvistamento dell’irregolare sopraggiungere di un altro veicolo, il quale, a sua volta, non rallenti la corsa e violi l’obbligo di dare la precedenza.

Tribunale Velletri sez. II, 11/09/2018, n.1908

Manovra di emergenza del motociclista

Nella circolazione stradale anche in caso di mancata collisione di veicoli può configurarsi la responsabilità di uno dei conducenti qualora venga provato il nesso di causalità tra la condotta di guida di detto conducente e l’evento dannoso, ovvero qualora risulti che la circolazione del veicolo di quest’ultimo conducente abbia costituito la causa materiale dell’evento, cioè un antecedente necessario, diretto o indiretto, dell’evento medesimo.

La prova del nesso di causalità, che grava a carico dell’attore, si risolve nella dimostrazione di un comportamento del conducente contrario alle norme, generiche e specifiche, che regolano la circolazione stradale, causativo del danno posto a fondamento della domanda.

Nella specie è stata ravvisata la responsabilità del conducente che, con repentina manovra non segnalata, abbia tagliato la strada al motociclista sopraggiungente causando così la manovra di emergenza messa in atto dal motociclista a seguito della quale lo stesso cadeva a terra.

Tribunale Massa, 21/06/2018, n.464

Responsabilità per comportamento imprudente altrui

In tema di circolazione stradale, il principio dell’affidamento trova un temperamento nell’opposto principio secondo il quale l’utente della strada è responsabile anche del comportamento imprudente altrui purché questo rientri nel limite della prevedibilità, tanto che l’obbligo di moderare adeguatamente la velocità, in relazione alle caratteristiche del veicolo e alle condizioni ambientali, va inteso nel senso che il conducente deve essere in grado di padroneggiare il veicolo in ogni situazione, ponendo in essere la manovra di emergenza necessaria all’evento, pur se questo è riconducibile al prevedibile comportamento imprudente o negligente altrui, ovvero alla violazione delle norme di circolazione da parte della vittima o di terzi.

In questa prospettiva, esente da censure è la sentenza di condanna per l’omicidio colposo in danno di un pedone pronunciata nei confronti di un automobilista che risulti di non aver adeguato la propria velocità alle circostanze spazio-temporali, finendo con l’investire il pedone, in un contesto in cui non poteva dubitarsi che fra gli ostacoli prevedibili vi potesse essere un pedone che in un ora notturna, in zona priva di illuminazione, ma frequentata dagli avventori di un locale notturno, attraversasse la strada in un punto privo di strisce pedonali: un tale ostacolo non poteva definirsi come improvviso, proprio per la vicinanza del locale e del traffico pedonale ad esso connesso, sicché il conducente avrebbe dovuto tenere una velocità costantemente proporzionata allo spazio corrispondente al campo della visibilità al fine di consentirgli l’esecuzione utile della manovra di arresto, considerato il tempo psicotecnico di reazione nell’ipotesi in cui si profili un ostacolo improvviso.

Cassazione penale sez. IV, 10/05/2018, n.38219

Conseguenze lesive di uno scontro

In tema di responsabilità colposa da sinistri stradali, il conducente di un veicolo non può essere chiamato a rispondere delle conseguenze lesive di uno scontro per non avere posto in essere una manovra di emergenza, qualora si sia venuto a trovare in una situazione di pericolo improvvisa dovuta all’altrui condotta di guida illecita, non utilmente ed agevolmente percepibile, tenuto conto dei tempi di avvistamento, della repentinità della condotta del soggetto antagonista, dei concreti spazi di manovra, dei necessari tempi di reazione psicofisica.

Cassazione penale sez. IV, 20/02/2018, n.16096

Responsabilità risarcitoria a carico dell’automobilista

In tema di sinistri automobilistici, la responsabilità risarcitoria a carico dell’automobilista o in genere del conducente del mezzo sorge dunque in modo pressoché automatico in quanto, per un verso, in mancanza di scontro tra veicoli non potrà trovare applicazione la presunzione di concorso paritetico di colpa stabilita dal secondo comma dell’art. 2054 c.c. e, per altro verso, in ragione del fatto che, per principio generale sancito dall’art. 140 cod. str., la circolazione del veicolo non deve mai costituire intralcio o pericolo per l’incolumità delle persone.

La ratio della norma è, infatti, quella di garantire, nel miglior modo possibile, la circolazione dei veicoli, poiché essa è un’attività intrinsecamente pericolosa: l’investitore, al fine di risultare esente da responsabilità, è tenuto dimostrare che il pedone abbia attraversato la strada, ponendo in essere una condotta imprevedibile ed inevitabile, tale da non consentire un’altra manovra di emergenza atta ad evitare il sinistro.

Tribunale Palermo sez. III, 08/01/2018, n.88

Impossibilità di intraprendere la manovra di emergenza

In virtù del principio di solidarietà sociale qualsiasi conducente è comunque tenuto cooperare al fine di evitare che il sinistro si verifichi, l’unica eccezione a tale obbligo, è costituita dall’impossibilità concreta di intraprendere la manovra di emergenza, ipotesi quest’ultima che nella specie va ragionevolmente esclusa.

Tribunale Massa, 22/07/2017, n.639

Accertamento della responsabilità penale per incidente stradale

Ai fini dell’accertamento della responsabilità penale in caso di incidente stradale, occorre prendere in considerazione non solo l’elemento del mancato rispetto dei limiti di velocità previsti dal Codice della strada da parte dell’investitore, ma anche le condizioni di visibilità in cui il sinistro è avvenuto, al fine di verificare l’eventuale evitabilità dell’evento.

La Cassazione ha così cassato la sentenza dei giudici di merito che troppo semplicisticamente avevano ricostruito il fatto ritenendo un motociclista che viaggiava a una velocità poco superiore a quella consentita responsabile della morte del ciclista investito.

Per i giudici di legittimità, vanno considerate adeguatamente tutte le condizioni, tra cui quella dell’avvistabilità del ciclista da parte del centauro entro un tempo che consentisse una qualunque manovra di emergenza si potrà pervenire al conseguente giudizio di evitabilità dell’evento.

Cassazione penale sez. IV, 11/01/2017, n.12192

Investimento di pedone e impossibilità di attuare una manovra di emergenza

In materia di investimento di pedone, la prova liberatoria di cui all’art. 2054 c.c. non deve essere necessariamente data in modo diretto, cioè dimostrando di avere tenuto un comportamento esente da colpa e perfettamente conforme alle regole del codice della strada, ma può risultare anche dall’accertamento che il comportamento della vittima sia stato il fattore causale esclusivo dell’evento dannoso, comunque non evitabile da parte del conducente, attese le concrete circostanze della circolazione e la conseguente impossibilità di attuare una qualche idonea manovra di emergenza.

Tribunale Livorno, 25/10/2016, n.1299

Fuoriuscita di un veicolo dalla sede stradale

In tema di danni da sinistro stradale, nell’ipotesi di lesioni patite dal terzo trasportato a seguito di una manovra di emergenza che abbia comportato la fuoriuscita del veicolo dalla sede stradale, l’apprezzamento della possibilità, per il conducente, di tenere una condotta alternativa idonea ad evitare l’evento dannoso, o a produrne altro meno grave, non incide sull’accertamento del nesso di causalità tra la condotta tenuta e l’evento dannoso, ma, eventualmente, sul piano della verifica della colpa del conducente, potendo in particolare comportare – qualora la situazione di pericolo risulti ascrivibile solamente al contegno di un terzo – l’operatività dell’esimente dello stato di necessità ex art. 2045 c.c.

Cassazione civile sez. III, 22/02/2016, n.3428

Sinistro stradale: cosa deve dimostrare il conducente?

Per superare la presunzione di cui all’art. 2054 comma 2 c.c., il conducente deve dimostrare non solo che l’altro era in colpa ma anche di essersi uniformato alle norme sulla circolazione ed a quelle di comune prudenza e di avere fatto tutto il possibile per evitare l’incidente, ivi inclusa una manovra di emergenza.

Tribunale Pisa, 01/07/2015, n.769

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Installazione canna fumaria: ultime sentenze

Le ultime pronunce giurisprudenziali su: lavori di ristrutturazione edilizia; appoggio di una canna fumaria al muro comune perimetrale di un edificio condominiale.

Installazione canna fumaria ad uso esclusivo del singolo condomino

In tema di condominio, l’installazione di una canna fumaria ad uso esclusivo del singolo condomino, in appoggio su di un muro o facciata comune, per costante insegnamento giurisprudenziale, non costituisca innovazione, secondo l’accezione contenuta nell’art. 1120 c.c., non comportando un’alterazione dell’entità materiale del bene ovvero una sua trasformazione ovvero ancora una modifica della sua destinazione naturale, determinando, esclusivamente, un uso del bene più intenso e proficuo da parte del singolo della cosa comune, trovando applicazione il disposto di cui all’art. 1102 c.c. che, pur dettato in tema di comunione in generale, è riferibile al condominio degli edifici per il richiamo contenuto nell’art. 1139 c.c.

Corte appello Torino sez. II, 29/07/2020, n.791

Incendio per difetto di installazione della canna fumaria

La responsabilità dell’incendio avvenuto in un cantiere, ove operavano diversi imprese appaltatrici, causato da un difetto di installazione della canna fumaria (nella specie: da una falla apertasi nella canna fumaria), non va attribuita all’impresa che si è occupata di eseguire lavori diversi dall’installazione della canna fumaria, ma a quella che si è effettivamente occupata della realizzazione e della successiva installazione della canna fumaria poiché, in fase di montaggio, avrebbe dovuto rilevare il danneggiamento subito dalla canna fumaria che ha originato la falla.

Tribunale Savona, 08/03/2018

Installazione canna fumaria su parte comune dell’edificio condominiale

L’installazione, ad opera di un singolo condòmino, di una canna fumaria su una parte comune dell’edificio condominiale è legittima laddove ciò avvenga nel rispetto dei limiti di cui al combinato disposto degli artt. 1102 e 1120 c.c., nonché di eventuali previsioni più restrittive poste da un regolamento di origine contrattuale.

Tribunale Milano sez. XIII, 08/05/2017, n.5088

Realizzazione di una canna fumaria modificativa della sagoma dell’edificio

Gli interventi edilizi consistenti nell’accorpamento di locali facenti parte di stabili diversi e nella realizzazione di una canna fumaria modificativa della sagoma dell’edificio interessato dalla relativa installazione, non rientrano tra gli interventi di manutenzione ordinaria dell’immobile.

T.A.R. Roma, (Lazio) sez. I, 02/11/2016, n.10819

Canna fumaria su facciata di edificio condominiale

Il diniego di sanatoria edilizia avente ad oggetto l’installazione di una canna fumaria su facciata condominiale non può avere come unica motivazione il fatto che la facciata stessa non sia di esclusiva proprietà del richiedente, in quanto l’art. 1102 cod. civ. (relativo all’uso della cosa comune) va interpretato nel senso che il singolo condomino può apportare al muro perimetrale, senza bisogno di consenso degli altri partecipanti alla comunione, tutte le modificazioni che consentano di trarre dal bene comune una particolare utilità aggiuntiva rispetto a quella goduta dagli altri condomini, ivi compreso l’inserimento nel muro di elementi estranei posti a esclusivo servizio della sua porzione, purchè non impedisca agli altri condomini l’uso del muro comune e non ne alteri la normale destinazione con interventi di eccessiva vastità.

Il provvedimento di diniego motivato con esclusivo riguardo alla circostanza che l’interessato richiedente non è proprietario esclusivo della facciata (senza fare riferimento alcuno alla violazione dei limiti sostanziali ex art. 1102 c.c.) è quindi illegittimo, in quanto di per sé la contitolarità del bene non preclude la possibilità per ogni condomino di utilizzare il bene stesso e apportarvi modifiche.

T.A.R. Firenze, (Toscana) sez. III, 28/10/2015, n.1475

L’installazione di una canna fumaria e il diniego dei condomini

L’installazione di una canna fumaria che interessi la facciata condominiale in corrispondenza della proprietà di altri condomini non richiede l’assenso di costoro, purché non siano pregiudicati l’armonia e il decoro della facciata in questione.

(Fattispecie in cui il Tar ha ritenuto illegittimo e, quindi, annullato il provvedimento comunale di diniego che motivava solo con riguardo alla mancanza della “piena titolarità ad intervenire” derivante dal diniego espresso dagli altri condomini, senza tuttavia apprezzare l’impatto dell’opera sulla facciata interessata).

T.A.R. Brescia, (Lombardia) sez. I, 02/12/2014, n.1308

Muro perimetrale dell’edificio comune

Nel caso di installazione di una canna fumaria lungo il muro perimetrale dell’edificio comune non può legittimamente invocarsi la violazione dell’art. 1102 c.c. giacché quest’ultimo articolo riconosce a ciascun condomino la facoltà di far uso della cosa comune anche apportando a essa delle modifiche per il migliore godimento laddove non ne alteri la destinazione e non impedisca agli altri partecipanti di farne parimenti uso secondo il loro diritto; né l’ulteriore norma sulle distanze di cui all’art. 906 c.c. attenendo, quest’ultima, all’apertura di vedute oblique e laterali sul fondo del vicino ma dovendo, semmai, rientrare nella disciplina di cui all’art. 890 c.c. a norma del quale chi intende realizzare le opere ivi previste, fonti di pericolo di danno, deve attenersi alle distanze stabilite dai regolamenti e in mancanza alle distanze necessarie a preservare il fondo del vicino da ogni “danno alla solidità, alla salubrità e alla sicurezza”.

Tribunale Bari sez. III, 16/06/2014, n.2974

Normale tollerabilità delle immissioni

Il proprietario che lamenti – a ragione – il superamento della normale tollerabilità delle immissioni provenienti dal fondo del vicino non è tenuto a prestare il consenso alla costituzione di una servitù, ove necessaria alla eliminazione dell’inconveniente, in caso contrario rimanendo assoggettato alle immissioni.

(Nella specie la S.C. ha cassato la sentenza della corte di appello che, erroneamente, aveva ritenuto di poter effettuare il giudizio di bilanciamento, pur in presenza dell’accertamento di immissioni intollerabili, giudicando pretestuosa l’opposizione della ricorrente all’installazione di un canna fumaria, individuata, nel corso dell’istruttoria, come l’unico rimedio per evitare le immissioni).

Cassazione civile sez. II, 07/04/2014, n.8094

L’installazione di una canna fumaria sulla facciata comune del condominio

In materia condominiale costituisce opera lecita l’installazione di una canna fumaria sulla facciata comune, consentita ai sensi dell’art. 1102 c.c. Per costante orientamento della giurisprudenza, infatti, l’appoggio di una canna fumaria al muro comune perimetrale di un edificio condominiale, integra una modifica della cosa che ciascun condomino può apportare a sue cure e spese, sempre che non impedisca l’altrui paritario uso, non rechi pregiudizio alla stabilità e alla sicurezza dell’edificio e non ne alteri il decoro architettonico.

L’esecuzione di tale opera non costituisce innovazione ma una modifica lecita finalizzata all’uso migliore e più intenso previsto dall’art. 1102 c.c., conforme alla destinazione del muro perimetrale che ciascun condomino può legittimamente apportare a sue spese, se non impedisce agli altri condomini di farne un pari uso, non pregiudichi la stabilità e la sicurezza dell’edificio e non ne alteri il decoro.

Tribunale Trento, 16/05/2013, n.432

Modifica del prospetto del fabbricato

L’installazione di una canna fumaria è riconducibile ai lavori di ristrutturazione edilizia di cui all’art. 3 comma 1 lett. d ), d.P.R. n. 380 del 2001, realizzati tramite inserimento di nuovi elementi ed impianti, ed è quindi subordinata al regime del permesso di costruire, ai sensi dell’art. 10, comma 1, lett. c ), dello stesso d.P.R., laddove comporti, come nella fattispecie, una modifica del prospetto del fabbricato cui inerisce.

T.A.R. Napoli, (Campania) sez. VIII, 01/10/2012, n.4005

Impianto ecocompatibile 

È illegittima l’ordinanza di demolizione adottata in relazione all’installazione di una canna fumaria, relativa ad un impianto ecocompatibile a basso impatto ambientale alimentato con materiali biodegradabili, in quanto trattasi di opera priva di autonoma rilevanza urbanistico — funzionale e che non risulta particolarmente pregiudizievole per il territorio, costituendo peraltro un volume tecnico.

T.A.R. Catanzaro, (Calabria) sez. I, 17/04/2012, n.391

Alterazione del decoro architettonico

Costituisce innovazione lesiva del decoro architettonico del fabbricato condominiale, come tale vietata, non solo quella che ne alteri le linee architettoniche, ma anche quella che comunque si rifletta negativamente sull’aspetto armonico di esso, a prescindere dal pregio estetico che possa avere l’edificio. La relativa valutazione spetta al giudice di merito ed è insindacabile in sede di legittimità, ove non presenti vizi di motivazione.

(Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza di merito che aveva ritenuto illegittima l’installazione di una canna fumaria che percorreva tutta la facciata dell’edificio condominiale, così da pregiudicare l’aspetto e l’armonia del fabbricato).

Cassazione civile sez. II, 11/05/2011, n.10350

Problemi alla canna fumaria

L’acquisto di immobile nel quale siano stati riscontrati problemi alla canna fumaria, rilevata inidonea all’installazione e all’uso corretto del camino, non implica una difformità dell’opera eseguita dall’appaltatore tale da renderla del tutto inidonea alla sua destinazione.

La preclusione ad utilizzare un camino, ha infatti, una incidenza diversa rispetto ad esempio dal malfunzionamento del riscaldamento. Qualora poi dai documenti prodotti non risulti nemmeno che l’immobile dovesse essere dotato di canna fumaria per il funzionamento di un camino, nulla può essere eccepito all’impresa costruttrice.

Tribunale Monza sez. II, 07/06/2010, n.1675

Difetto di installazione di una canna fumaria

La responsabilità penale dell’amministratore di condominio va ricondotta nell’ambito della disposizione (art. 40, comma 2, c.p.) per la quale “non impedire un evento che si ha l’obbligo giuridico di impedire equivale a cagionarlo”.

Per rispondere del mancato impedimento di un evento è, cioè, necessario, in forza di tale norma, l’esistenza di un obbligo giuridico di attivarsi allo scopo: detto obbligo può nascere da qualsiasi ramo del diritto, e quindi anche dal diritto privato, e specificamente da una convenzione che da tale diritto sia prevista e regolata com’e nel rapporto di rappresentanza volontaria intercorrente fra il condominio e l’amministratore.

(In applicazione di tale principio, la Corte ha ritenuto configurabile a carico dell’amministratore di condominio di un obbligo di garanzia in relazione alla conservazione delle parti comuni, in una fattispecie di incendio riconducibile ad un difetto di installazione di una canna fumaria di proprietà di un terzo estraneo al condominio che attraversava parti comuni dell’edificio).

Cassazione penale sez. IV, 23/09/2009, n.39959

L’installazione di una canna fumaria di piccole dimensioni

Per l’installazione di una canna fumaria di piccole dimensioni è sufficiente l’autorizzazione, con la conseguenza che in mancanza di quest’ultima trova applicazione il relativo regime sanzionatorio dettato dalla l. reg. Veneto n. 61 del 1985 che prevede l’irrogazione della sola sanzione pecuniaria, non ricorrendo nel caso di specie i presupposti per i quali, dall’art. 94 della stessa legge, è contemplata l’applicazione della sanzione demolitoria.

T.A.R. Venezia, (Veneto) sez. II, 02/04/2009, n.1127

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