Una Esperienza Da Condividere

Si era in tempo di covid 19, Quando da più parti si vociferava che la liberazione dalla prigionia forzata per gli ultra settantacinquenni avrebbe dovuto protrarsi addirittura fino a Natale. E pensare che eravamo solo agli inizi di marzo, come ci saremmo arrivati? Appartenendo ampiamente alla categoria penalizzante e penalizzata,Mi dicevo con rabbia che se fosse stato vero, l’eventualità mi avrebbe fatto letteralmente uscire dai gangheri, sia perché personalmente, oltre ad averne voglia, a lungo andare avrei avuto necessità di fare una passeggiata quotidiana, quale d’abitudine usavo dedicarmi ogni mattina, prima che la catastrofe colpisse il mondo, avrei dovuto recarmi in banca, fare la spesa scegliendo le cose da comprare, stanca di accontentarmi di ciò che la mia collaboratrice da circa un mese mi portava a casa, andare dalla parrucchiera, e vivere nella società da cittadina normale, finalmente, sia perché non ce la facevo proprio più a rimanere rinchiusa in casa.
 In uno di quei pomeriggi che si trascinavano noiosi e senza scopo, non potevo fare a meno di chiedermi da che logica nascesse un provvedimento paternalistico simile, se non dall’accezione comune che per il solo fatto di essere più in là con l’età, si debba essere dei panda da proteggere. Sperando in cuor mio che una follia simile potesse essere evitata dal senso pratico di chi comanda, convinta come sono che, non essendo gli anziani incapaci di gestire la propria salute, per il solo fatto di avere un’età avanzata, e che sono davvero vecchi solo se in mancanza di una progettualità che li renda vivi, voglio raccontarvi una storia che mi sta impegnando abbastanza, ma che mi gratifica molto.
Il tutto risale all’inizio della clausura forzata che ancora oggi, e davvero speriamo per poco, vedrebbe tutti noi più vecchi relegati in casa ad oziare inutilmente.
In quel pomeriggio, dunque, mentre per calmare l’ansia che mi attanagliava stavo trascorrendo senza risultato il tempo, pensai di darmi una mossa, cercando d’immergermi nella lettura, un piacere cui ancora non mi riusciva di rinunciare, mi arrivò una telefonata da una persona della quale non mi sembrò di riconoscere il numero. Più per curiosità che per una reale voglia di comunicare con degli sconosciuti, decisi di rispondere, e feci bene, perché a contattarmi era Aurora, una capo scout che, non so spinta da chi, aveva visto il mio nome sulla rete.
Nell’intento di non perdere il contatto con le ragazze della sua squadriglia, anche in tempo di totale isolamento, le era venuto in mente di proporre loro di imparare a lavorare a maglia e particolarmente ai ferri e si era messa a cercare su youtube, dove tanto tempo fa io avevo inviato un video esplicativo a Giuseppe Digrande, una persona che aveva promosso una indagine conoscitiva sul come e cosa noi non vedenti potessimo e sapessimo fare. Quella dimostrazione che evidentemente esisteva ancora, per Aurora era stata illuminante.
Mi aveva rintracciata ed eccola lì a chiedermi se fossi disposta a darle una mano per rendere reale l’idea che da qualche giorno le attraversava la mente, ossessionandola un poco sul come la si potesse realizzare. La gradevole voce di Aurora dai toni gravi ma piacevoli, si esprimeva con una proprietà di linguaggio che affascinava. Parlando calma, mano a mano che l’idea veniva concretizzandosi, la voce della ragazza si concitava un tantino, e mentre da concetto astratto il progetto solo immaginato si trasformava in programma quasi tangibile, fu chiaro ad entrambe che l’avremmo messo in pratica nell’unico modo possibile, on line, ferme restanti le regole cui attenersi per proteggere oltre alla nostra, anche la salute degli altri.
Benché un po’ timorosa di non farcela, ma non pensandoci troppo, impulsiva come sono, decisi di provarci. Mi spaventava non poco l’impatto che avrei avuto con chi era dall’altra parte del computer, però, se avevo deciso di mettermi in gioco, l’avrei fatto, sfidando la mia autostima che da un periodo a questa parte rasenta il segno meno del minimo sindacale concesso a chiunque.
L’esperimento che ancora oggi continua per due volte alla settimana, con la soddisfazione di tutte, ebbe inizio il 14 marzo e terminerà quando ognuna di noi potrà dedicarsi liberamente ad altro.
Da parte della squadriglia di Aurora, gli incontri si concluderanno con l’avere imparato i punti base con cui la fantasia delle giovani apprendiste potrà sbizzarrirsi a creare disegni colorati e forse, chi può dirlo, indumenti da indossare, confezionati con le proprie mani. E’ l’augurio che mi sento di fare loro, perché ricordino positivamente questi mesi d’innegabile disagio, convivere col quale non è stato facile per nessuno.
Contravvenendo a quella che ormai è diventata un’abitudine, per apparire al meglio, di volta in volta mi costringo a prepararmi sempre accuratamente, come per uscire, pur rimanendo disciplinatamente chiusa in casa.
Non ho mai visto personalmente le ragazze che seguono le mie spiegazioni, e non vi nascondo che la loro presenza fisica mi manca, ma mi risultano piacevoli le loro giovani voci che chiedono, rendendo sempre più gratificante per me ogni incontro con loro.
Se a qualcuna non viene facile un movimento, so che corre a chiedere delucidazioni alla nonna, logicamente se ha la possibilità di averla vicina, assaporando con lei una ritrovata complicità che col corri corri moderno era andata perduta.
Per non svilirne il senso, non mi soffermo a commentare oltre un’esperienza bella che ha dato qualche momento di creatività a delle ragazzine, forse non abituate ad usare le mani, se non per digitare compulsivamente sulle icone dello smartphone, ma che ha reso maggiormente orgogliosa me per essere stata in qualche modo capace di trasmettere loro la voglia di cimentarsi con una di quelle belle arti antiche che mi sono sempre guardata bene dal considerare minore, ma che oggi sono purtroppo scomparse, che però pretendono calma e riflessione, consentendo alla coordinazione fra mani e cervello dei movimenti armoniosi ed anche belli da guardarsi.
Non me l’aspettavo, ma l’empatia che di volta in volta si è venuta rafforzando fra me ed il gruppo lontano è tale per cui oso sperare che potremo conoscerci di persona ed abbracciarci con affetto, quando tutte noi non saremo più obbligate a parlarci attraverso un computer. Se prima o poi così sarà, incontrandoci tutte, faremo una gran festa, oltre che per onorare i risultati raggiunti, soprattutto a sugello di un’inattesa amicizia fra generazioni tanto diverse fra loro che si erano conosciute  per sconfiggere un tempo noioso, ma sulla cui intesa nessuno avrebbe scommesso un soldo di cacio. Allora io che non ricordo di aver mai spento una candelina in uno dei miei numerosi compleanni, in quell’occasione vorrò  spegnerne una grandissima per la gioia di avercela fatta a sconfiggere la pigrizia che mi avrebbe suggerito di rifiutare la sfida. Questo pensiero mi riscalda il cuore che la pandemia non è riuscita a cristallizzare nelle spire di una solitudine che mi avrebbe voluta rassegnata e vinta.

 

31 Marzo 2020