Enigmi Capitolo XI

Enigmi Capitolo XI

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Manna dal cielo

Era il tempo dei figli dei fiori
una pioggia di parole dure
gridate nelle piazze
con le bandiere al vento
tirava l’aria di qualche cambiamento
tutto sorge come il sole la mattina
spuntato fra le foglie delle rosse querce
l’odore secco e acre della brillantina
che impiastricciava il sogno delle nostre teste
lo stesso gel trent’anni dopo
ancor più gel e trasparente
che ci accompagna in queste magiche e opulente
terre che brillan dietro vetri cristallini
e noi piccini
piccioni pieni di zucchero ingrassati in ogni dove

e l’insulina poi ad ogni altro perché
ma come sempre ancora sul bagnato piove
manna dal cielo manna dal cielo oh oh
eppure no che non manchiamo nell’impegno
noi così saturi persino nel pensare
a cosine inutili da usare con ingegno
e più non servono e son belle da morire
e rincorriamo le palline colorate
con le pupille dilatate
dal fumo e dal caffè
dai finti saggi da mode appena nate
ma già segnate da un semplicissimo perché
ridurre questa vita a maionese
quando è abbastanza sbattuta di per sé
e poi riempire di chanel e di pretese
le nostre case già chiuse
amori al videotel profumi e baci
autosupposte che s’infilano nel cuore
ma come sempre ancora sul bagnato piove
manna dal cielo manna dal cielo oh oh

Il giorno dopo villa Griffone era immersa in un tripudio di suoni e colori. Gli alberi brulicavano di passeri, fringuelli, cardellini, tortore, pettirossi e altre specie. Erano in frenetica attività, come quando si fanno il nido, ma eravamo in novembre e questo non era possibile. Chiesi a Filippo cosa ne pensava:
“Quando si agitano così, vuol dire che è in arrivo un temporale. Sono venuti qua a cercare un riparo sicuro, lo vedi che si sono infilati fra gli alberi più folti e sotto il tetto? Anche se il cielo è limpido e senza una nuvola, avvertono la burrasca prima di noi. E’ l’istinto che li mette sul chi va là, altrimenti la tempesta improvvisa li potrebbe decimare. Vedrai che tra non molto avremo la pioggia! Questo fenomeno l’ho capito osservando Pitagora, se perde la favella per troppo tempo e si va a nascondere nell’incavo del noce, so che pioverà di sicuro.”
Io gli feci notare che una stanza all’ultimo piano, aveva le finestre spalancate e nessun uccello ci si era rifugiato. Mentre parlavo, spuntarono dal davanzale Pitagora e Barbablù che ci guardavano allarmati, in pochi secondi fummo nella stanza dei bachi. Era l’unico ambiente che non avevo visitato, ebbi la sensazione di trovarmi nell’officina di un’apprendista stregone. C’erano grandi tavoli antichi zeppi di marchingegni elettrici e un aquilone appeso al soffitto con uno spago che dava l’idea di un’antenna filare. Vidi un diario aperto e ci ficcai il naso:
29 settembre 1895
“Rifugio di un sognatore che giocava con le onde elettriche, finché un bel giorno fece suonare il campanello senza un filino di rame. Si allontanava sempre più col suo magico pulsante e il campanello trillò anche a mille metri di distanza. Non contento, chiese al fratello di andare oltre la collina dei Celestini, e se sentiva tre volte il martelletto trillare, di sparare col fucile. Alfonso sparò e Guglielmo ebbe la certezza di aver inventato la comunicazione senza filo. I tre trilli non erano altro che l’esse o esse dell’alfabeto Morse, così il ragazzo sognatore si convinse che gli uomini potevano parlare anche alle stelle.”
Pitagora vestì i panni del cicerone e ci intrattenne col suo racconto da mille e una notte:
“Questa è la stanza dei bachi, dove il papà del giovane inventore ci coltivava i bruchi che filavano la seta. Quando sentì che il figlio faceva suonare un campanellino che gli aveva messo nella mano, capì che lo doveva lasciar fare e gli comprò il necessario per costruire i suoi giocattolini. Qui ci sono le sue prime invenzioni! In questo scrigno fatato, c’è custodito il famoso pulsantino e la campanella che faceva drin drin, quando Guglielmino gli muoveva il batacchio col pensiero. Nel portagioie romantico, che se lo guardi ti fa l’occhiolino, c’è la prima telescrivente. Se un Marconista pigiava su questo bottoncino con punti e linee e pause intermittenti, la macchina scriveva i bigliettini d’amore, anche a diecimila chilometri al di là del mare. Questo, che sembra un campanaccio, è un rilevatore che se il ragazzo lo accarezzava, faceva scintille come fratello gatto. In poche parole, con questa macchinetta acciuffava le scariche elettriche che girano nell’aria, così spiava le intenzioni del temporale. Sapeva in anticipo che se doveva uscire, ci voleva l’ombrellino. Faceva come fanno i miei fratellini che ci sono venuti a trovare, perché tra un’oretta ci sarà un’acquazzone che i poverini s’inzupperanno le penne. Volevano entrare qui dentro, io gli ho detto gentilmente che non era proprio il caso, se no sporcavano questi meravigliosi gingillini. Li ho accolti con tutti gli onori di casa e li ho fatti accomodare fra gli alberi secolari, nella torre e nei buchi del tetto, qui sarebbe stato un peccato mortale. Quando arriverà il gran maestro Hidalgo, sono certo che con queste macchinette ci vorrà giocare e io desidero che le trovi pulite e senza un graffio. Per finire in bellezza, vi voglio far parlare dentro un ricetrasmettitore da sballo! Funziona ancora perfettamente, quando si anima, si viaggia in onde corte, c’è un po’ di rumore di fondo, ma per quei tempi era manna dal cielo!
Pitagora con le sue favolose narrazioni ci fece entrare nel paese delle meraviglie. Non avremmo mai immaginato di toccare l’apparecchietto che spianò la via alle onde oltre la ionosfera. Per noi radioamatori era il sogno che si realizzava. Avevamo sentito parlare di questa stanza dei bachi, ma credevamo fosse una storia inventata. Com’era possibile che il giovane Guglielmo facesse i suoi esperimenti in una soffitta in cui si allevavano i bachi? Eppure sì! Quando il padre capì che il figlio vedeva lontano, liberò la stanza dalle crisalidi e lo lasciò a tessere il suo bozzolo senza filo. Era talmente preso dai suoi esperimenti che dimenticava persino di mangiare. Fu la sua fortuna che gli diede onori, gloria e tanti soldi, infinitamente di più di quelli che potevano dare i bruchi del patriarca. Mi venne in mente la piccola Elettra, che chiese al padre Guglielmo d’inventare anche l’ago senza filo, per non far dannare la mamma che ogni volta che lo infilava nella cruna, ci perdeva gli occhi. Mi affacciai alla finestra dalla parte della collina Celestina, vidi che era tutta fiorita di papaveri, gelsomini, rose canine ed erba cedrina, che spandevano profumi inebrianti, con nugoli di farfalle che ci giravano intorno, come in una sfrenata danza della pioggia. Da qui partì il primo segnale telegrafico, che poi divenne radiofonico che ancora ci segna la vita. Chiamai Filippo e contemplammo in silenzio gli spazi infiniti oltre il monte cilestrino, dopo una lunga pausa, uno disse all’altro che aveva pianto. Gli uccelli non cantavano più e io sentii il tuono, come al solito il mio amico aveva ragione, dei goccioloni mi bagnarono il viso e le mani. Pitagora non era tranquillo, era già volato dai suoi fratelli, passava da un albero all’altro, come per proteggerli. Barbablù lo seguì, saltò giù e scomparve fra i cespugli dei Celestini. Filippo sorridendo mi disse: “Nelle grandi opere, c’è sempre di mezzo un monte! Mosè dal Sinai, portò al suo popolo le tavole della legge. Per Leopardi, se oltre la siepe, non fosse esistito il monte Tabor che gli incendiò la fantasia, forse non avremmo avuto “l’Infinito” in cui gli era dolce naufragare. Io credo che una connessione fra le onde radio e quelle dello spirito ci sia. Le prime nello spazio ci navigano, fino ad infrangersi nell’orecchio di chi le vuole sentire. Le altre, gli spazi ce li fanno sognare con la poesia che ci rende l’esistenza meno dura.”
Intanto la pioggia cadeva a catinelle e nel giardino c’era un silenzio spettrale. Ogni creatura si era rintanata nel suo nascondiglio, solo Pitagora faceva la spola dal tetto alla torre. Filippo lo osservava preoccupato, non l’aveva mai visto sfidare la pioggia che odia e non gli piace neanche farsi bagnare quando fa le abluzioni. Lo chiamò più volte, ma per lui noi non esistevamo, poi sparì e fra gli alberi qualcosa si mosse. Nel frattempo il cielo era diventato talmente scuro che non si vedeva a un palmo dal naso. Filippo puntò la sua inseparabile pila in quella direzione, sentii che gli tremava la voce. Lo scrollai temendo che stesse male e lui commosso mi disse:
“Fra gli alberi c’è il maestro Mesmerista che dà da mangiare agli uccelli che l’hanno coperto col loro piumaggio. Ho fatto appena in tempo a riconoscerlo, sono sicuro che è lui, se guardi anche tu, vedrai che sull’ippocastano si è fermata la sua Mongolfiera rossa, che non ha più la scritta di Messico e nuvole. E’ gigantesca, è così grande che fa da ombrello agli uccellini.”
Afferrai la torcia e vidi ciò che lui non aveva ancora visto. Maga nana, come il pastore che mena avanti il gregge, chiamò a raccolta tutti i nostri gatti trovatelli e li radunò sotto gli alberi. Recitò una specie di abbracadabra, invocò il Signore dell’etere e il gran maestro in un lampo fu a terra, distribuendo a piene mani manciate di crocantini alla mandria di gatti. Ne accarezzò uno che produsse stelline scintillanti e per incanto l’acquazzone si placò. Poi abbracciò la maghetta che gli disse:
“Te li ho portati per farteli conoscere! Sono un migliaio di gattoni che mamma gatta ha raccolto per le strade di Bologna. Non potendoli accudire come si deve, ci ha pensato il merlo che nei suoi giri sulla città, ha trovato questo Paradiso, così li hanno portati qui e ora stanno meglio dei cristiani. Io sono venuta dopo, Filippo mi ha salvato la vita in un cimitero, dove dei cani feroci mi hanno azzannato il viso, si vedono ancora i segni. Per riconoscenza, mi son messa al loro servizio. Ogni giorno li visitiamo, li puliamo e pettiniamo come dei veri figli.”
“So tutto! Sono qui apposta, tra centinaia e centinaia di persone ho scelto voi, perché quello che fate per queste anime perse, non lo fa nessuno. Pitagora mi tiene costantemente informato della vostra salute, io devo molto ai gatti e agli uccelli che mi hanno svelato tanti misteri che la natura nasconde. Grazie a loro, ho potuto creare decine d’invenzioni che adesso per la gente sono normali, ma sapessi come ho dovuto combattere contro terribili pregiudizi. Quando non ero affogato nel lavoro, passavo notti intere fra i piccioni di New York, sapevo dove trovare quelli feriti e me li portavo in albergo per curarli, Fino a quando non stavano bene, non li lasciavo andar via. Una volta ne ho raccolto uno che si era impiastricciato le penne col catrame. Era così malconcio che in clinica veterinaria mi dissero con certezza professionale che non c’era assolutamente niente da fare. Io sentivo che lo dovevo curare, a costo di rimetterci tutti i soldi che avevo e il tempo che non ne avevo affatto. Inventai una soluzione detergente che fece subito effetto, le penne ritornarono a splendere. Lo tenni in osservazione nella mia camera da letto, lo nutrivo con il migliore becchime di semi scelti e gli davo un ricostituente da me composto. Dopo tre giorni il piccione stava meglio di prima. Quando l’ho messo sul balcone per fargli spiccare il volo, mi ha guardato con gli occhi imploranti e io ho capito che non voleva lasciarmi. Ora è qui con me ed è il capo piccioni della squadriglia che tira la mia mongolfiera. Mark Twain, lo scrittore che è un caro amico, mi dice sempre che sono un matto da legare, però quando mi trova in compagnia dei miei colombi, cambia umore, si fa allegro e sta con noi delle ore. Mentre io li accudisco, lui si siede in mezzo a loro e scrive i suoi racconti. Vuole provare sempre l’anteprima delle mie invenzioni, così una notte gli feci testare una bilancia pesa persone che aveva anche la funzione per l’assenza di gravità. Salì sulla macchina che io pilotavo a distanza, diedi il via e progressivamente aumentò la velocità rotante e Mark ci girava sopra come un bombo. All’inizio sembrava un bimbo felice che va sulla giostra, quando i giri arrivarono al massimo, disperato m’implorò di fermare quella che lui chiamava “la diavoleria.” Io volevo mettere alla prova il suo senso dell’equilibrio e non la fermavo. A un certo punto mi accorsi che diventò cianotico, lo agguantai e lo misi sul divano, lui contento mi disse: “Caro Nick, d’ora in poi, le tue diavolerie le proverai prima tu e se le reggi meglio di me, allora le proverò anch’io. Ma adesso ti voglio stupire! Sono impazzito come te, da un mesetto non faccio altro che raccogliere piccioni feriti nel mio quartiere. Ho comprato un caseggiato per loro, ho assunto dei garzoni per farli assistere e li faccio curare da personale specializzato.”
“Ora lui è un’animalista convinto e spende cifre colossali per delle campagne in difesa dei diritti degli animali. Una settimana fa, mi venne a trovare che albeggiava e mi fece un’altra confessione. Mi disse che lui qualche volta, di nascosto osserva me e le mie bestiole con la lente d’ingrandimento, e in una notte di luna piena, si è convinto che le invenzioni me le suggeriscono loro. Io gli ho risposto che in parte aveva ragione, però non solo il mio gatto e i miei piccioni mi hanno dato le più belle ispirazioni, ma anche le nuvole, i fulmini, i tuoni, le stelle, il sole e la luna, per non dire della terra che ha dentro di sé infiniti segreti che aspettano solo che qualcuno li scopra. Questa è la funzione dei veri inventori, perciò adesso sono qua, voglio chiarire il mio metodo scientifico con l’altro inventore del secolo, che è il padrone di questa stupenda magione.”
“L’altra sera, abbiamo sentito che litigavate a causa del brevetto 7777, io e i miei amici vi abbiamo ascoltato con grande interesse, ma sinceramente non abbiamo capito come stanno realmente le cose. Siccome i ragazzi sono dei patiti della radio e hanno letto la tua biografia e dell’altro scienziato, senza venire a capo dell’ingarbugliata questione. Potresti dirmi chi è il vero padre della radio che poi lo dirò anche a loro, che stanno cercando la verità fra mille indizi contraddittori?” “Io sono più vecchio di qualche lustro del collega, e prima che lui nascesse, avevo già inventato diverse cosucce, come una particolare turbina e un motore elettrico ad induzione magnetica, che ha aperto la strada alla seconda rivoluzione industriale. La mia vita scientifica è simile a quella di Antonio Meucci, anche lui era un maestro Mesmerista ed aveva una grande inventiva. Ci ha lasciato ventidue invenzioni, dalle candele steariche ad una macchina elettromedicale che ancora oggi usiamo. Quando lavorava in teatro a Firenze, per non fare sempre su e giù dalla fossa del suggeritore, inventò due cornette collegate da un tubo acustico. La trovata piacque e fu adottata in molti spettacoli. Quando con la compagnia di teatranti emigrò a Cuba, s’innamorò dell’elettricità applicata all’elettroterapia. Così trasformò per la moglie molto malata, le cornette in un telettrofono, alimentandolo con la corrente continua. Mentre lavorava nel suo laboratorio, teneva sempre l’apparecchio a portata d’orecchio, nel caso che la sua signora avesse bisogno di lui. Tutti sanno che il telefono l’ha inventato Meucci, purtroppo a causa di varie disgrazie, era poverissimo e non aveva neanche dieci dollari per tutelare il suo brevetto. Quando lo mostrò a un certo Bell, sperando in un aiuto economico, quello capì subito il valore dell’invenzione, gli chiese i disegni tecnici dicendo che doveva studiarli con calma, sparì e non si fece più vivo. Dopo qualche anno, Meucci seppe che il suo progetto telefonico, fu registrato a nome Bell, adesso risulta essere lui l’inventore del telefono. Così va il mondo! La questione della radio è semplice per chi la vuole capire. Io nel 1892, ho studiato molto le onde elettromagnetiche e le applicai alla telecomunicazione, in quell’anno ho dimostrato pubblicamente che facevo muovere un’imbarcazione a distanza. Non era né la telegrafia e nè la radio, a quel tempo non era questo che cercavo, ma il principio è identico. Tre anni dopo il collega ha tradotto il mio progetto telecinetico in telegrafia. Poi nel 1901 ha depositato il brevetto 7777 che non è altro che lo sviluppo della telegrafia in onde radio Herziane, in grado di trasmettere in tutto il mondo, anche se una radio completa aveva bisogno di un diffusore e di un amplificatore. L’altoparlante l’ho ideato io a trent’anni, quando lavoravo per una compagnia telefonica. Altri poi hanno inventato il diodo e la valvola termoionica e finalmente la radio era compiuta. Intanto il collega qualche anno dopo guadagnò il Nobel per la fisica. Passarono tre decenni e la Corte Suprema americana, sentenziò che la radio l’ho inventata io, perché la telecomunicazione è il fondamento da cui bisogna partire. I suoi difensori, dissero che il tribunale mi ha dato ragione, perché il collega aveva un contenzioso con l’esercito Usa, in quanto erano sorte delle beghe sulla vendita di alcuni impianti radiofonici. La causa la vinse, quindi questa motivazione non regge. Per il momento concludo dicendo che in assoluto non esiste un solo inventore, ma uno scienziato si avvale sempre delle scoperte di coloro che l’hanno preceduto, per cui il progresso scientifico è un bene comune, si deve dare sì a Cesare quel che è di Cesare, ma limitatamente al riconoscimento di un’intuizione che altri prima non hanno avuto. Il resto lo saprete quando mi chiarirò con l’altro inventore,. Ho portato 280 brevetti, credo di non mostrarglieli, perché il mio desiderio è di pacificarmi con lui, se riapriamo la discussione su chi è il padre della radio, diventiamo più rivali di prima. I miei brevetti li lascerò a voi a futura memoria, studiandoli saprete dove sta il vero.”
Io e filippo ascoltammo quel discorso come statue pietrificate dietro la finestra. Per la paura che ci scoprissero, quasi non respiravamo più, eravamo davvero estasiati da quelle parole. Poi dai cespugli sbucò Barbablù seguito dalla flottiglia di piccioni e li condusse vicino al popolo felino, con la chiara intenzione di farli fraternizzare. Maga nana gli si parò davanti, temendo che si scatenasse una rissa. Il gattuccio col suo inconfondibile scatto, le saltò sulla spalla facendole le fusa, come se volesse tranquillizzarla. Il gran maestro fischiettò qualcosa e i piccioni si sparsero in mezzo alla mandria felina, formando un puzzle multicolore. In altre situazioni si sarebbe scatenato un pandemonio, invece i gatti annusavano pacificamente i colombi. La maghetta stupita si rivolse al suo maestro mesmerista per qualche spiegazione:
“Si sono spiati per molto tempo, quando siamo venuti la prima volta, in effetti i miei cavalli alati, guardavano i gatti con diffidenza, poi con l’intercessione di Pitagora e Barbablù, piano piano si sono tranquillizzati e questo è il risultato. Se i gatti capiscono che gli altri animali non sono malintenzionati, non reagiscono in malo modo, tranne che non siano affamati, ma in questo caso, li vedo ben pasciuti e poi il mangime che ho distribuito, contiene un impasto senza carne che ho inventato io, per far si che lo possano mangiare sia i carnivori che gli erbivori. E’ senza acido urico e privi di cadaverina che sono i fattori scatenanti dell’aggressività, sia umana che animale. Adesso ti devo lasciare che ho un appuntamento col padrone di casa, Ci dobbiamo vedere a mezzanotte in punto nella stanza dei bachi, mancano cinque minuti e non vorrei tardare. Ti prego di restare in compagnia dei nostri amici, li vedo in perfetta armonia e vedrai che non si torceranno neanche un pelo o una penna. Voglio trovarvi tutti qui, perché quando avremo finito di parlare, ci sarà una bella sorpresa.”
Io e il mio amico sgattaiolammo sulle scale e andammo da mamma gatta, era l’unica che non aveva assistito al fiabesco spettacolo. Dormiva beata con i cucciolotti che poppavano dal suo seno di gomma. Non avremmo voluto svegliarla, ma poi pensammo che se ne avrebbe avuto a male, in fondo era un personaggio importante di questa storia. Filippo la svegliò garbatamente e le raccontò tutto. Lei disse che aveva avvertito qualcosa di strano, ma era troppo stanca e ha preferito starsene a letto. Si mise fra i seni Castorino e andò dai suoi trovatelli, io e Filippo volammo nella torre dell’astrolabio, sperando che i due inventori lasciassero la finestra dei bachi aperta, se non parlavano a bassa voce, li avremmo potuti anche ascoltare. Nel soave quadretto bucolico, non si era ancora visto Pitagora, che invece adesso svolazzava sul prato, dove i piccioni e i gatti giocavano, inseguendosi fra l’erba e le ginestre. Il cielo si era schiarito e c’era una bellissima luna piena che splendeva come un piccolo sole. Gli scienziati che inventarono il ventesimo secolo, si strinsero la mano e già dialogavano amabilmente. Il gran maestro Hidalgo porse al padrone di casa un presentino che l’altro guardò subito con interesse:
“Ti ho portato il bastone di Giacobbe che ti aiuterà a trovare la stella polare, quando navighi con la tua nave Elettra. Questo strumentino l’ho costruito io, come vedi è pieghevole e sta comodamente in una tasca. Ci ho montato un monocolo con delle lenti molto forti che ci vedrai il doppio. Quando ho saputo che hai perso un occhio, mi sono immedesimato talmente che mi è venuto un gran dolore al nervo ottico. Poi ti voglio regalare l’ultima mia creatura, è una macchina a raggi x. Prima di renderla pubblica, l’ho provata su me stesso e mi sono procurato un’ustione di terzo grado, il cuoio capelluto si era talmente assottigliato che si vedeva l’osso del cranio. Con questo strumento si possono diagnosticare meglio i traumatizzati, si vedono chiaramente le ossa di tutto il corpo. Mi ha intrigato tanto che mi è entrata in testa un’altra ideuzza. Dalla radiografia ortopedica, vorrei passare alla radiografia del pensiero, ci sto lavorando intensamente e quando l’avrò completata te ne farò avere un’esemplare.”
“Ti ringrazio molto, saprò apprezzarla e ti dirò cosa ne penso. Il bastone di Giacobbe mi ha sempre affascinato, in Giappone ne comprai uno che al primo uso si è rotto, era fatto di un materiale scadente. Vedo che questo è robusto e costruito con cura, mi pare che sia in argento o mi sbaglio?” “E’ una lega speciale, lo specchietto è in argento, il resto gli assomiglia.” “Permettimi di ricambiare con il mio campanellino che suona col sistema della telegrafia. Quando l’ho realizzato, non avevo neanche vent’anni. Te lo do volentieri, in segno della nostra riconciliazione. Non l’avrei dato via neanche per tutto l’oro del mondo. Tu sai cosa vuol dire! Il monocolo applicato sul bastone di Giacobbe, fa proprio al caso mio, ogni volta che devo guardare in profondità col binocolo, mi sento a disagio, istintivamente cerco l’occhio che non c’è. Dicono che quando si perde un arto o un organo di senso, il cervello continua a dare l’impulso di sempre. Mi hai risolto un problema serio e te ne sono veramente grato.” “Io ti ho regalato l’ultima mia creatura, e tu mi regali la tua prima invenzione, è uno scambio meraviglioso! Ma dimmi la verità! Essendo più avanti di te negli anni, ho incominciato molto prima ad indagare le onde elettromagnetiche, di cui ho scritto molto su diverse riviste scientifiche. Dato che tu sai l’inglese fin da bambino, avendo la madre irlandese, hai mai letto i miei articoli e qualche mio schema tecnico sulle onde Herziane? Rispondimi con franchezza, tanto nei tuoi confronti non nutro più nessun risentimento, perché bene o male siamo arrivati entrambi alle stesse conclusioni, è stato solo un fatto del prima e del poi. Inoltre tu hai messo in piedi un impero radiofonico e questo è un merito che io non posso vantare.”
“Dopo che il professor Augusto Righi dell’università di Bologna, mi disse che io nelle mie ricerche radioelettriche, non seguivo un metodo scientifico, me la presi talmente che per una sorta di rivalsa, divoravo tutte le riviste di elettrologia che mi venivano a mano. Può darsi che fra quelle che mi mandava mio cugino da Londra, ci fossero anche dei tuoi articoli, non lo posso escludere con certezza, sinceramente però il tuo nome non ricordo se l’ho visto a firma dei saggi che ho letto. Tu vorresti dire che se li conoscevo, li avrei poi messi in pratica nelle mie invenzioni? Se è così ti sbagli, perché io più che la teoria, amavo sperimentare, a volte brancolando nel buio. Qualche nozione teorica di base l’avevo, grazie a Vincenzo Rosa di Livorno, il mio primo insegnante di materie tecniche, ma erano rudimenti elementari. Diciamo che quello che ho realizzato, lo devo alla passione e alla testardaggine. Volevo anche dimostrare ai miei genitori che stupido non ero, loro forse lo pensavano, da piccolo ho avuto difficoltà a scuola, balbettavo e i miei compagni mi prendevano in giro.” “Ti capisco! Ma toglimi l’ultima curiosità! E’ vero che hai provato a cercare l’oro nell’acqua del mare con un marchingegno installato sotto la chiglia di Elettra?” “Era una diceria del capitano della mia nave. Una sera mentre eravamo sul ponte, gli cadde nell’acqua la fede d’oro. Per consolarlo, gli dissi di non abbattersi troppo che io stavo studiando un modo per estrarre l’oro dalle profondità marine. Nel momento stesso che lo dicevo, pensai che forse era possibile. Continuai a stare allo scherzo, andai in cabina, presi una grossa calamita, la legai ad una corda piuttosto lunga, eravamo in rada e sentii che toccò subito il fondo. Quando la tirai su, l’anello era attaccato alla calamita. Il comandante mi abbracciò con le lacrime agli occhi e da quel momento sparse la voce che estraevo l’oro dall’acqua del mare. Ecco come nascono le leggende!”
“E’ una storiellina deliziosa! Ora ti chiedo se posso dare un’occhiatina alle tue invenzioni Giovanili. Da quando siamo qui dentro, io vago con gli occhi per questa stanza che non saprei definire, ha qualcosa di enigmatico, perché si chiama sala dei bachi?” “Per stare in santa pace con le mie antenne, venivo quassù, a quel tempo si usava da queste parti, allevare i bachi nelle soffitte. Così fece anche mio padre. Io m’incantavo a guardarli, quando tessevano il loro bozzolo, restavo per ore ad ammirarli, specie quando si trasformavano da bruchi in crisalidi. Quella meraviglia mi emozionava e mi dava un entusiasmo tale che i migliori progetti li ho realizzati proprio in quei momenti. Mi mettevo in un angolino, e mentre facevo i miei esperimenti, i bachi mi rassicuravano. Io li avrei tenuti, fu mio padre che forse stimolato da mia madre, li volle togliere. Quando avvenne, sentivo che mi mancava qualcosa, allora li andavo a trovare ogni giorno in una casupola, solo così rinvigorivo la fantasia inventiva. Poi questa soffitta abbiamo continuato a chiamarla stanza dei bachi.” “Allora ami anche tu gli animali?” “Qui in campagna abbiamo sempre avuto le bestie da cortile, avevamo anche due cani da caccia e un gatto nero intelligentissimo che quando lavoravo qui dentro, si metteva su una sedia e mi scrutava come se volesse capire cosa stavo facendo. Anche lui mi stupiva sempre, quando cercavo di captare le scariche elettriche con quel rilevatore che vedi vicino al Coerer, appena suonava la campanella, il suo mantello faceva scintille. Anche questo mi ha dato molto da pensare, sono convinto che loro avvertono cose che noi non immaginiamo lontanamente. Abbiamo trascorso assieme i più begli anni della mia giovinezza. Quando morì, ci rimasi così male che poi non ne ho voluto prenderne altri. Adesso dalle parole passiamo ai fatti, ti voglio illustrare i miei apparecchietti che ho costruito fino a che ho vissuto in questa villa. Quando partii per l’Inghilterra a cercare fortuna, qui ci ho lasciato l’anima, sentivo che non ci sarei più tornato, nel Regno unito ho realizzato grandi cose, ma non ho più provato l’emozione degli anni dell’adolescenza, quando sognavo in questa stanza di far viaggiare le onde radio nel cosmo.”
In quel momento Pitagora s’infilò nella soffitta dei bachi:
“I miei ossequi ai più grandi geni del millennio! Perdonate l’intrusione, se il signor Guglielmo permette, i suoi apparecchietti li vorrei illustrare io al maestro Hidalgo. Li conosco a mena dito, in questi giorni li ho provati uno a uno, devo ammettere che funzionano da Dio! Lasciamo stare la campanella e l’acchiappa temporali che per voi sono bazzecole. Concentriamoci sulla macchina che manda nel mondo i biglietti, se solo si pensano. Va bene pensarli, ma come fanno dall’altra parte a capirli che le persone parlano tante lingue diverse?”
Don Guglielmo si guardò attorno per vedere se nella stanza ci fosse qualche altra persona, poi si rivolse perplesso al maestro Mesmerista in cerca di una spiegazione.
“E’ proprio il merlo che parla, è molto istruito, esprime concetti complessi, servendosi di un ampio vocabolario. Questa splendida creatura, l’ha forgiata il suo padrone Filippo, che è uno dei massimi ornitologi sulla piazza, te lo presento, si chiama Pitagora e il nome che si porta addosso non da adito a dubbi.”
Il grande inventore lasciò che il merlo gli salisse su una mano e si mise ad accarezzarlo affettuosamente:
“Nei miei tanti giri per i mari del mondo, in Indonesia mi hanno regalato un merlo indiano che ti assomiglia molto, lui non è colto, ma ha imparato in modo stupefacente la “Pioggia nel Pineto” che io ogni tanto recito ad alta voce. La telescrivente usa un linguaggio universale, fatto di suoni intermittenti, se quello che scrive e quello che lo riceve, sono bene addestrati, poi è un giochetto da ragazzi capirsi.”
“Maestro! Mi perdoni! Odio la pioggia che mi bagna e mi fa venire il raffreddore, io questa poesia non l’imparerò mai, anche i miei fratelli cercano di scansarla, adesso sono nella sua reggia, perché prima è venuta giù tanta di quell’acqua che ora ci sguazzano dentro sporcandosi le penne. In giardino ci sono anche i fratelli gatti che neanche loro la sopportano. Visto che siamo in argomento, le vorrei chiedere un grandissimo favore. Cosa ne dice se nel suo meraviglioso parco, ci facciamo abitare i fratelli gatti? La sua reggia l’ho trovata io, anche se era nascosta da foltissimi alberi che sembrava abbandonata. Imparerò la lingua della sua macchina, non si sa mai, se un giorno tornerò in India, la userò, perché l’indiano l’ho dimenticato.” “Sei davvero un gran merlo! In questa reggia, come la chiami tu, io purtroppo non ci vengo mai, dovrebbe accudirla il fattore che disgraziatamente è morto qualche anno fa. La sua scomparsa mi ha addolorato da non dire, era un mio grande sostenitore, l’idea di sparare col fucile per avere la conferma che il campanello suonava al di là dei Celestini, l’ha avuta lui. Che dio lo accolga fra le anime benedette! Fino a quando questa villa non sarà messa in vendita, potete tranquillamente starci, però a una condizione: Che gli uccelli e i gatti non entrino mai in questa stanza e in quella dei cristalli, voglio che rimangano intatte, come io le ho lasciate. E poi mi devi promettere che imparerai la “Pioggia nel pineto,” è un capolavoro assoluto! Così quando la prossima volta vi verrò a trovare, me la farai sentire, voglio capire se la reciti meglio del mio merlo indiano.” “Oh gran maestro Guglielmo! Sono le parole che volevo sentire! Le sarò grato in eterno, se diceva di no, poi mamma gatta si disperava, nelle strade i gatti non li può mica accudire come qua! Affare fatto, imparerò subito la “Pioggia nel pineto” in suo onore, me la farò piacere. Faccia sonni tranquilli, io sapevo già che i miei confratelli non dovevano entrare in questa mitica stanza, né tanto meno in quella dei cristalli che ho vigilato da quando siamo venuti qua.” “Sei più bravo di un giocoliere del circo, se il tuo padrone acconsentisse, ti porterei a Roma, così faresti compagnia al tuo simile.” “Mi dispiace, questo non è proprio possibile, se io non vedo un solo giorno il mio padroncino, muoio di nostalgia. Potrebbe portarlo qui, con noi si divertirebbe da matti, abbiamo ancora da scoprire tanti misteri che una vita non basta.”
Pitagora continuò con la descrizione della radio ad onde lunghe, mentre i due grandi inventori si sbellicavano dalle risate. Dopo la promessa che il popolo felino poteva restare lì, era talmente su di giri che dava un’enfasi straordinaria alle sue parole, facendo divertire gli scienziati che stavano al gioco. Poi il maestro Hidalgo si avvicinò a don Guglielmo e solennemente gli disse:
“Avrei voluto mostrati i miei brevetti, ma dopo che ho conosciuto alcuni aspetti della tua personalità in cui mi ritrovo, le carte non servono a niente. Non so come ringraziarti per l’ospitalità, e maggiormente per aver accolto i gatti abbandonati nel tuo parco che non ha nulla da invidiare a quello di Versailles. Era questo che desideravo, il resto non conta.”
Si abbracciarono come due vecchi amici, promettendosi di rivedersi nel mondo in cui i morti sono vivi e si appartarono per lo scambio dei regali. Pitagora approfittò per volare da noi a dirci che il grande Hidalgo, voleva farci fare un giro sulla città. Io misi subito Barbablù sulla schiena, il merlo era già sulla spalla di Filippo, salutammo con affetto maga nana e mamma gatta, dando anche un abbraccio ideale alla ciurma felina e la mongolfiera si librò su Bologna. Piazza Maggiore era in festa e si sentiva in lontananza Bandiera Rossa. Pitagora non se la fece sfuggire e già l’eco si riverberava fra San Petronio e palazzo Renzo. Io accesi Radio Alice e sulla piazza si diffuse la voce di Iannacci che cantava “Messico e nuvole.” I figli dei fiori alzarono il pugno e noi ricambiammo con segni di pace. Poi piovve dall’alto dei cieli una manna speciale che i compagni accoglievano a braccia aperte, forse credevano che fosse un dono di Dio? La Mongolfiera riprese il suo volo, direzione Teslandia, dove il gran maestro Hidalgo ci portava per un’altra avventura.

FINE

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