Enigmi! Capitolo X

Enigmi! Capitolo X

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                  X Hidalgo

Quale sottile effetto
han sempre avuto queste terre americane
su questa gente ibrida di aspetto
e sulle loro facce a noi così lontane
io che son nato Hidalgo
da madre e padre già da stirpe di cristiani
se penso veramente oggi a quel che valgo
dovrei nascondermi davvero fra i banani
io quale erede presunto
dell’uomo che partì
non puedo in esto punto
che tracciare il ritratto
di come finì
fu presa di sorpresa
figlia dei sogni antichi e della stessa attesa
di un grande Dio che non necessita difesa
portando luce e dopo il conto della spesa
e questa fu la strada
di un cuore illuso
e poi trafitto dalla spada
la stessa lama che ferisce e poi corregge
quel che persino Dio ha scolpito con la legge
io quale erede presunto
rimango ad osservare
le navi in mezzo al mare
il loro lento ondeggiare
che non partono più
che strane storie di popoli
partorite dai secoli
e distrutte dai simboli
innalzati sui trespoli
Sembra fosse proprio vichingo
il veliero dei sogni
che agitava Colombo
che strane storie di popoli
partorite dai secoli
e distrutte dai simboli
sembra fosse proprio vichingo
il veliero dei sogni
che agitava Colombo
Io quale nobile Hidalgo
che in questi tempi non v’illudo e non vi assalgo
vorrei fantasticare con una canzone
e flamencando regalarvi un lieto fine
vi toglierò dai testi sia della storia che della geografia
cancellerò quella laguna genovese
così che non ci sia un altro scambio di paese
io quale erede presunto
dell’uomo che partì
decido a questo punto
che per raggiungere l’India
non si passi da lì
che strane storie di popoli
partorite dai secoli
e distrutte dai simboli
innalzati sui trespoli
sembra fosse proprio vichingo
il veliero dei sogni
che agitava Colombo
che strane storie di popoli
partorite dai secoli
e distrutte dai simboli
sembra fosse proprio vichingo
il veliero dei sogni
che agitava Colombo.

Dopo gli scossoni emotivi della notte, dormimmo fino a mezzogiorno. Io e Filippo fummo i primi ad alzarci e visto che gli altri dormivano ancora, decidemmo di andare a caccia di Barbablù e Pitagora che non si erano fatti vivi. Ritornammo sulla torre dell’astrolabio, sperando che da lì li potessimo rivedere. Invece il tetto della villa era deserto, le tegole di ardesia luccicavano al sole come splendenti specchi ustori. Lanciammo i nostri segnali, ma i due mariuoli non diedero segni di vita. Allora andammo in giardino e lo setacciammo palmo a palmo, delle bestiacce nessuna traccia. Mentre passavamo davanti alla sala dei cristalli, mi parve di sentire delle flebili voci che venivano dall’interno, toccai la porta che si aprì all’istante. Filippo disse che qualcosa nella stanza era cambiato. Guardai bene e vidi che lungo le pareti, sotto le teche che contenevano il quarzo e l’ambra, avevano allineato una ventina di modelli di radio di varia grandezza che ieri non c’erano. Al mio amico brillarono gli occhi e partì la storia delle onde persistenti:
“Sulla sinistra ci sono i primi esemplari di radio Galena, il quarzo e l’ambra servono l’uno per captare il segnale, l’altro per alimentarlo. Lo senti che la portante è debolissima? Ciò succede perché nelle galene non c’era l’amplificatore che è stato inventato solo verso gli anni trenta del secolo scorso, grazie alla scoperta del diodo che poi servì per le radio a valvole e a transistor.” Io non l’ascoltavo più, perché fui attratto da una radio identica a quella che ascoltavo da piccolo. Una radiolona che mio padre comprò a rate nel periodo del boom economico. Mi era proibito severamente toccarla, non potevo cambiare neanche le stazioni, per farlo dovevo chiederlo a mia sorella. La potevo solo ascoltare, inforcavo il mio cavalluccio a dondolo e fantasticavo ascoltando le mie canzoni del cuore. Sognavo che avrei studiato musica e che poi avrei suonato anch’io lì dentro. Spesso mi chiedevo qual era il sistema che consentiva all’apparecchio di suonare o far parlare qualcuno, senza mai riuscire a spiegarmelo. Lo domandai a mia madre che mi disse che non lo sapeva neanche lei e che da grande certamente l’avrei saputo. Non soddisfatto della sua risposta, mi rivolsi al sarto che aveva bottega vicino casa mia e che mentre lavorava aveva la radio sempre accesa: “Figlio mio! Tu vuoi sapere sempre tutto, ma io so appena leggere e scrivere e fare a malapena un abito a misura, come funziona l’apparecchio non lo so proprio, è un mistero anche per me. Quando sarai più grande me lo spiegherai che sono curioso di saperlo.” Deluso andai dal calzolaio che pure lui sentiva la radio tutto il giorno, e siccome era sordo come una campana di legno, la teneva altissima che la si udiva a un chilometro di distanza. Entrai e feci segno di abbassare il volume che gli volevo parlare. Mastro Omero mi venne vicino guardandomi con una faccia di uno che la sa lunga, ascoltò le mie domande con l’orecchio buono e scoppiò in una ciclopica risata: “Dentro la radio ci sono dei cristianuzzi piccoli piccoli che mille di loro ti stanno in una mano. Vivono lì come noi che siamo fuori, fanno tutto quello che facciamo noi, la sola differenza è che quegli esserini si nutrono d’aria, lo vedi che la metà del mobile è piena di buchi? Quando senti le canzoni, quelle le cantano dei cantanti grandi come la capocchia di uno spillo e li accompagnano dei musicisti talmente minuscoli che sono invisibili.”
Rimasi perplesso, soprattutto per la sua sgangherata risata, ma la sua spiegazione m’incuriosì. Ringraziai, salutai e corsi immediatamente a casa. Mi assicurai che non ci fosse nessuno e mi misi ad armeggiare intorno alla radio con la ferma intenzione di aprirla per vedere se quello che diceva il calzolaio era vero. Stavo per togliere il coperchio, quando mia sorella entrò e si mise a urlare come una forsennata: “Ti ho detto mille volte che la radio non la devi neanche sfiorare, se no papà la ridà in dietro, così poi non sentirai più le tue canzoni preferite. Se ci provi ancora glielo dico e vedrai che cosa ti aspetta.”
Io mi sentii mortificato e volai a chiedere conforto a mio nonno che mi prese sulle ginocchia e mi raccontò una delle sue più belle storie. Quella volta però non m’incantava come al solito, il mio pensiero vagava fra i cristianuzzi della radio. Poi lui mi disse che doveva preparare i burattini per la fiera dei saltimbanchi. La notizia mi rallegrò, perché alla fiera ci andavano tutti con i loro pupi e dove ognuno s’improvvisava puparo. Così architettai un piano per rimanere da solo in casa. Il giorno della festa delle marionette che io amavo da morire, dissi che avevo il mal di pancia e che volevo restare a letto. Stranamente fui creduto senza che mi facessero domande sul mio malessere. Quando fui certo che ero solo, mi alzai e andai subito ad aprire la radio. Rimasi inebetito e delusissimo, vidi solo quattro tubi di vetro, un cartone fatto a cono e un cubo di ferro che scottava. Presi una pila e guardai in tutti gli anfratti, ma non trovai nessun cristianuzzo come mi aveva detto mastro Omero. Richiusi e ritornai infuriato da lui, gridandogli in faccia che dentro l’apparecchio non c’era anima viva e nessun esserino lillipuziano. Lui si mise sulle difensive e mi disarmò con una risposta che non ammetteva repliche:
“I cristianuzzi li hai spaventati, così si sono nascosti dentro i tubi di vetro, però se li tocchi scoppiano e poi s’incendia tutto.”
Col groppo in gola che m’impediva di piangere, ritornai alla radio e la perlustrai millimetro per millimetro. Mentre smontavo il suo occhio magico che mi scrutava guardingo con la sua iride azzurra, feci un movimento brusco e il vetro andò in frantumi. Apriti cielo! Chi li avrebbe sentiti i miei genitori quando sarebbero tornati dalla fiera? Mi feci trovare a letto in preda a forti dolori, e non so perché, appena vidi mio padre gli dissi che il cane aveva dato due zampate alla radio e che le aveva rotto il vetro. Così lui appioppò un mese di catena al mio povero fidone. Ma quando gli altri erano occupati nelle loro faccende, lo slegavo e ce ne andavamo in campagna dove era felice come una pasqua. Per farmi perdonare gli davo la metà del mio panino e gli parlavo della mia grande delusione per i cristianizzi invisibili. Una voce miagolosa mi distolse dai miei ricordi e sentii chiaramente che mi diceva: “Te lo dico io come funziona un ricevitore, io l’ho inventato e non c’è nessuno al mondo che te lo possa spiegare meglio di me. So che da bambino ne hai rotto uno per capirne il meccanismo, avvicinati e togli la griglia e dimmi cosa vedi?” Io pensai che fosse uno scherzo di Filippo, ma lui era concentratissimo davanti al suo apparecchio che lo esaminava con la metodicità del chirurgo. Non lo volli disturbare e tolsi il pannello. Mi apparve una scena surreale! Per un attimo ebbi paura di nuove allucinazioni!… Barbablù saltò fuori dalla radio e mi fece una delle sue strategiche catture. Incominciò a sfilacciarmi i fili del maglione e a farmi delle sonore fusa. Lo presi in braccio e gli feci il predicozzo per la lunga assenza. Lui come se niente fosse, strusciava il suo musetto sulla mia barba e non faceva più scintille, eppure eravamo nella stanza dei cristalli dove aveva prodotto fuoco e fiamme. Poi spiccò un salto e si posò sulla spalla di Filippo che concentrato com’era si spaventò. Ma appena realizzò che era il gatto, lo inondò di sberleffi: “E tu cosa ci fai qui? “Brutto malandrino! Ci avete fatto stare in ansia due giorni, Ma dove vi eravate ficcati? Mi dici dove hai lasciato il merlaccio?”…. A quelle parole Barbablù grattò il frontale di un altro apparecchio, la griglia cadde e spuntò Pitagora che si fiondò fuori come un missile:
“Miei cari signori! Perdonate la nostra villania, ma una forza irresistibile ci ha spinti dai piccioni e dal loro padrone. Vi assicuro che il gioco ne è valsa la candela, perché ci hanno scoperto le carte di tutti i misteri che ci tormentavano. Ora però io ho una gran fame, non tocco cibo da due giorni, fatemi rifocillare, mi faccio una pennichella e poi vi racconterò tutto. Voi potete rimanere qui che ne avete cose da scoprire, io e fratello gatto andiamo a trovare mamma gatta, ci facciamo dare qualcosina da sgranocchiare, salutiamo il popolo felino, ci riposiamo il giusto e poi saremo vostri. Ah! Dimenticavo! Non vi preoccupate che gli strani fenomeni di stanotte, non ci saranno più, il gran maestro Hidalgo e i suoi amati piccioni sono tornati in America che devono sbrigare una faccenduccia di brevetti. Appena saranno liberi, li avremo di nuovo fra noi, dicono che la missione non è ancora finita e che ci devono passare il testimone.”
Filippo l’afferrò per la coda e se lo mise in grembo, il merlo che non ama le costrizioni, agitò le penne come un frullino: “Sei diventato un villano, potevi almeno mandarci un salutino quando ci hai visto da lassù che te la spassavi con i tuoi amiconi? Adesso ci dici perché eravate chiusi qua dentro e chi vi ci ha messi.” “Mio amato padroncino, non ti arrabbiare! Sapessi quanto mi sei mancato, io avrei voluto mandarti baci e abbracci, ma quando ci provavo mi si bloccavano le ali e il becco. Mi sentivo addosso come una calamita che m’inchiodava sul tetto. Non so perché ci hanno messi in gattabuia, se ci avete trovati, vuol dire che un motivo c’è sicuramente. Io penso che il gran maestro Hidalgo, vi abbia attirati qui per farvi vedere tutti questi meravigliosi apparecchi che sono la loro storia in persona, dal primo modellino galenico, fino al prototipo più recente. Lui sa tutto di noi e siccome le radio sono la vostra passione, vi ha fatto questo bel regalo. La tua collezione in confronto a questa fa ridere, qui c’è la prima radio galena della storia, poi come puoi vedere tu stesso, c’è il primo modello a valvole targato Delta che vuol dire che aveva due canali. La vedi la Pavoncina? quella è un’idea geniale del gran maestro Hidalgo. Per accenderla, basta che gli vai vicino, pensi alla stazione che preferisci e lei si sintonizza sul canale desiderato. Per abbassare e alzare il volume ti devi allontanare fino a non sentirla più, invece più ti avvicini e più forte sentirai la sua voce. Questo fenomeno si chiama induttanza, è il nostro corpo che le fa da antenna. Quella a destra della pavoncina col marchio Marconi Company è la prima serie venduta in tutto il mondo, di questa il gran maestro non ha voluto parlare. Quella a sinistra è la prima radiogiradischi, poi abbiamo la radioregistratore a filo, vuol dire che le registrazioni avvenivano su un fil di ferro sottile come un capello. Più in là c’è quella con la filodiffusione, ciò significa che oltre alle stazioni libere nell’aria, se uno aveva il telefono, poteva sentire dei canali in più attraverso il cavo. Accanto c’è una Magneti Marelli, vero fiore all’occhiello dell’industria radiotecnica italiana. Quella in bachelite marcata Geloso e chiamata Gelosina, è nata dopo l’ultima guerre ed è stata concepita per un uso popolare, è piccola e compatta e costava veramente poco. La mitica Ducati detta la Papale, è la penultima sulla mensola, è la più ricercata, perché ne hanno costruite solo qualche centinaio. Adriano Ducati quando la creò a Bologna, aveva solo vent’anni e come puoi vedere, il mobile richiama lo stile liberty del suo tempo. Quella con lo stemma che sembra un pagliaccio, si chiama Revox che significa re della voce. Oltre le onde medie, corte e lunghe, è stata la prima che ha trasmesso in modulazione di frequenza. Le ultime le conosci meglio di me, sono digitali e basta sfiorarle con un dito e ti cambiano stazione. Ma ora ti prego di lasciarmi andare, non ci vedo più dalla fame, sono stanco come un mulo, fra qualche minuto svengo, me lo sento e poi non conoscerete mai gli enigmi che ci circondano.”
Il discorso di Pitagora fu persuasivo e lo portammo subito a rifocillarsi. Trovammo la Gattara e Maga Nana che parlavano come due vecchie amiche, quando ci videro ci fecero un sacco di feste e la maghetta accarezzò appassionatamente il merlo che si faceva coccolare come se la conoscesse da sempre. Barbablù invidioso, si spaparanzò per terra e chiedeva pure lui le coccole di Maga Nana che intanto manifestava i suoi sentimenti:
“Avete visto che pace c’è oggi? Il clima è cambiato dalla tempesta alla quiete assoluta. Adesso questo posto mi sembra un Eden, se potessi ci pianterei le tende. Il mio Maestro Mesmerista è dovuto partire all’improvviso, è andato in America a prendere certe carte, ma vedrete che fra non molto sarà fra noi di nuovo. Ora che qui è tutto tranquillo, vorrei rendermi utile, vorrei aiutare Mamma Gatta ad accudire la sua marea di gatti. Io mi sento guarita e fare la malata non fa per me. Se avete da chiedermi altre spiegazioni sui fenomeni notturni, non fate complimenti, sono qui apposta, è un gran piacere parlare con persone intelligenti e sensibili come voi.” “Avremo tutto il tempo per continuare la chiacchierata sulla telepatia, ma adesso ho da sbrigare cosucce urgenti. Devo far mangiare come si deve il mio merlaccio, se no mi muore, poi gli devo fare le abluzioni che non gli faccio da quando siamo arrivati qua, lo vedi che ha le penne tutte arruffate? Inoltre gli voglio misurare la pressione che lo sento giù di corda. Poi il mio amico vuole stare un po’ col suo gattuccio che da quando è qui ha combinato solo disastri.” Io presi la palla al balzo e fischiettai il mio segnale a Barbablù che era molto interessato alle carezze della maga. Ma quando vide che mi allontanavo, fece un salto da vero felino e mi fu fra le gambe. Lo accarezzai col timore di scintille, ma il pelo rimase soffice e senza increspature, rassicurato me lo misi sulla schiena e lo portai in cucina. Filippo trovò un melone, delizia del merlo che aspettò che glielo pulisse come piace a lui e in men che non si dica se lo divorò. Poi lo pettinò, gli spruzzò la sua lavanda alle felci, bevve a sazietà e volò via: “Non ci far caso, è andato a fare i suoi bisogni, in questo è molto riservato, non gli piace farsi vedere, quando avrà finito gli faremo il terzo grado. Ritorneremo con lui nella sala dei cristalli, ho adocchiato una radiolina che è un bijou. Il briccone sa molto più di quello che ci ha raccontato, non vedo l’ora di farlo cantare..” Io provai a stuzzicare Barbablù con del tonno, lo annusò con diffidenza e lo respinse. Gli mostrai un salamino, lo guardò con occhi avidi e non feci in tempo a tagliarlo che lo azzannò e sparì sotto il tavolo. Dissi a Filippo che forse era il caso di fare una visitina al popolo felino per la gioia di mamma Gatta. Era già lì con la maghetta che si dannava a fare la toilette ai gattoni più malconci. Chiesi se ne erano morti altri, lei rispose contenta:
“Per fortuna sono tutti vivi, li ho visitati uno ad uno e da quando sono qui sembrano più sani. Non fanno altro che mangiare e dormire, come se dovessero recuperare la fame e il sonno perso quando erano randagi. I malati che abbiamo curato assieme sono guariti tutti. Direi che ci possiamo ritenere soddisfatti. Il dramma è quando li devo pettinare, fanno degli smergolii più patetici di quelli feriti. Oggi li vuole pulire Maga Nana, dice che coi gatti ci sa fare, ne ha avuti diversi anche lei. Devo proprio dire che più la conosco e più le voglio bene, si è rivelata una bella persona. Ha un intuito che fa paura, a volte credo che mi legga nel pensiero, le caratteristiche di una maga ce le ha tutte.”
Pitagora tornò rinfrancato e in ottima forma, era allegro e diede subito fuoco alle polveri della sua proverbiale favella: “Ho fatto un giretto per controllare che tutto fosse al suo posto, i fratelli gatti sono felici e mi hanno detto che da qui non vogliono andarsene, stanno così bene che sono ringiovaniti di almeno un anno. Io li ho tranquillizzati dicendo che questa reggia l’ho trovata per loro e nessuno li caccerà via. Ho tante cose da dirvi che non saprei da dove incominciare. Va be’! Partiamo dai fatti accaduti stanotte. Quando voi siete cascati tutti nella rete di Morfeo, io e Barbablù non abbiamo chiuso occhio, siamo rimasti a sentire le favolose storie che ci ha raccontato il gran maestro Hidalgo. Dopo che ha finito di litigare con l’altro scienziato, ci ha presi a bordo della sua mongolfiera tirata dai suoi adorati piccioni, e mentre volavamo sulle colline di Bologna, ci ha parlato a lungo della sua vita e delle sue invenzioni. Noi gli abbiamo creduto sulla parola, perché i brevetti li ha lasciati in america. Dice che non sono le carte che dimostrano la bravura di un vero inventore, ma gli esempi pratici di quel che sa fare, ecco perché questa notte ci ha dato qualche assaggio delle sue scoperte. Però l’altro scienziato gli ha detto “carta canta” e gli ha messo sotto il naso centinaia di fogli ben ordinati, in cui c’è scritto per filo e per segno quello che ha inventato, tutto confermato dagli uffici brevetti di mezzo mondo. Il gran maestro voleva strapparglieli, ma poi ci ha ripensato e gli ha promesso che gli avrebbe fatto vedere tutti i suoi progetti brevettati che sono un migliaio, ma che non se li porta mai dietro, a lui basta fare qualche dimostrazione dal vivo, solo così la gente comune li capisce, mentre dalle carte non ci capirebbe un fico secco. Prima che mi dimentichi, ha deciso che ci vuole lasciare in eredità tutti i diritti delle sue invenzioni, perché lui non ha figli e se non li lascia a qualcuno di fidato, poi li potrebbero copiare, come è già accaduto. Dice che solo quelli appassionati come lui, sanno apprezzare il valore di tanta fatica, ha girato per mari e per monti per trovarci, l’anima gli è vibrata proprio quando voi leggevate contemporaneamente quel libro che avete bruciato. Quando questo è successo, ha sentito una fitta al cuore che credeva di morire, ma poi si è ripreso ed è venuto subito a scovarci. A un certo punto si è stufato di parlare e mi ha insegnato un paio di trucchi del mestiere. Mi ha dato un rocchetto pieno di un sottile filo di rame, me l’ha fatto avvolgere su una sbarretta di grafite della mongolfiera. Dopo una trentina di avvolgimenti a forma di spirale, mi ha fatto inserire i due capi del filo in una scatoletta vuota di liquirizia, e indovinate che miracolo si è sentito? Dice che era il suo gioco preferito da ragazzo, forse voi facevate quello che se si collegava il filo da calze da una scatola di fiammiferi ad una di zolfanelli, anche se vi mettevate a cento metri di distanza, vi sentivate come fate oggi col telefono. Ma non era questo il suo gioco, era nientemeno che la radio naturale, se non mi credete potrei farvi una dimostrazione su due zampe, ho imparato il suo metodo, poche parole e molti fatti. All’inizio sentivo solo un rumorio, poi muovendo un po’ la spirale, ho acciuffato in piena notte una radio americana. Di notte il segnale è più pulito e si sentiva meglio delle nostre radio. Poi mi ha fatto avvolgere un altro pochino di filo sulla barretta e per la felicità delle mie orecchie, mi sono sintonizzato sul canale di musica classica della Rai. Dopo quelle emozioni ci venne una gran sete, ma di acqua non ne avevamo, allora il gran maestro, s’infilò un paio di guanti, sì perché lui con l’igiene non ci scherza, avvicinò un marchingegno alle vibrisse di Barbablù, gli strofinò le mani sulla schiena e incominciò a proiettare verso il cielo un’aureola di fiammelle. La mongolfiera in quel momento passava sotto una nuvoletta, il focherello causò una scossa elettrica che provocò un piccolo tuono e poi cadde pioggia a volontà. Riempimmo una botticella e bevemmo a piacimento. Da quel momento fratello gatto non ha fatto più neanche una scintilla, provare per credere. Cullati da un venticello di maestrale e dalla musica classica del mio canale Rai preferito, ci assopimmo e non so come, al risveglio ci siamo ritrovati nella stanza dei cristalli, come se dovessimo far la guardia a tutto quel ben di Dio di Radio. Gli altri fatti ve li racconterò un’altra volta, ho bisogno di riordinare le idee prima di continuare, le stranezze a cui ho assistito sono davvero tante e non vorrei fare la figura di un ciarlatano.”

    --Continua --

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