Enigmi! Capitolo IX

Enigmi! Capitolo IX

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       Il Mercato     

E’ una vera festa di colori
quando arriva nella mia città
Scende col suo carico di odori
di lustrini di banalità
di grandi attori
Il mercato arriva fra la gente
a chi ha già tutto
e a chi non ha niente
nemmeno l’aria
Parole sante dette da mio nonno
che non avrebbe immaginato mai
la nostra pelle il nostro sonno
merce di scambio che poi smetterai
da qui a domani
Si può comprare grano già maturo
questo presente e parte del futuro
che non sia il mio
Si può comprare sottobanco o in nero
quello che poi per tutti sarà vero vero,
ma sarà vero?
Sto annegando perché non riesco a nuotare
non c’è più un’onda libera
che io possa cavalcare
Sto annegando
in questo ipermercato

tra mani sudaticce
come il baccalà
il conto è già salato
c’è un esercito d’imbonitori

che fa breccia nella mente altrui
usa i denti come i roditori
mentre il legno siamo proprio noi
gente comune
Che c’impegniamo ad arginare il fiume
non conoscendone la piena o il nome
Né la sua storia
Ma caro nonno l’acqua di palude
non puoi vederne la profondità
Qui non si tratta se la merce scade
giochi di luci e d’illegalità
ma nella vita
tra loro neri fondi di bottiglia
la gente muore o mette su famiglia
e ricomincia
Nell’incertezza fra l’odiare o amare
non credo abbia voglia di comprare ancora
di comprare
Sto annegando
perché non riesco a nuotare
non c’è più un’onda libera
che io possa cavalcare
Sto annegando in questo ipermercato
tra mani sudaticce come il baccalà
il conto è già salato

Mentre io e Filippo parlavamo dei misteri di villa Griffone, la gattara venne a dirci che maga nana si era strappato le bende e voleva fuggire. La trovammo sulla finestra fra vetri rotti che cercava una via di fuga:
“Ecco i miei aguzzini, Io qui non ci voglio stare, sento presenze che mi vogliono morta.”” Filippo la agguantò e la rimise sul letto, lei si avvinghiò al suo collo e gli piantò le unghie nella carne, sembrava indemoniata:
Ti abbiamo tirata fuori dalla fossa che eri in brandelli e adesso ci accusi di volerti morta? Era meglio lasciarti sbranare dai cani, ora ti riportiamo al cimitero e vediamo chi ti vuole uccidere.”
Sentendo quelle parole, La maghetta ebbe una crisi di nervi così convulsiva che non riusciva neanche a parlare. Filippo le fece una puntura e in pochi istanti cadde in uno stato catatonico:
Temo che qui succederanno cose terribili, mi preoccupa che Pitagora sia sparito e adesso non vedo più neanche Barbablù, dobbiamo assolutamente cercarli e bisogna dire alla gattara come stanno le cose. Certamente dobbiamo portare questa disgraziata in qualche ospedale, noi non possiamo più assisterla, è più di là che di qua.”
In effetti Barbablù era sparito, corsi in giardino e gli lanciai i miei segnali, solitamente risponde ai richiami in pochissimo tempo, ma adesso si era dileguato. Filippo fischiò qualcosa in merlese, ma neanche Pitagora rispose all’appello. Rientrammo e parlò alla gattara:
“Cara mamma gatta, qui non possiamo stare, succedono fenomeni inspiegabili, abbiamo visto delle palle di fuoco che per poco non ci hanno ridotto in cenere. Uno stuolo di piccioni ci ha girato sulla testa tutto il giorno e quando uno di loro ci ha guardato negli occhi abbiamo perso la vista per alcuni minuti. Barbablù fa sempre scintille e Pitagora si è fatto stregare dai piccioni e di noi non vuole saperne.
“Quando siamo venuti in questa stupenda villa, appena siamo entrati ho sentito voci come se venissero dall’aldilà. I piccioni li ho sentiti anch’io, non tubano come gli altri piccioni, li conosco perfettamente, ne ho nutriti migliaia, i loro versi non sono così espressivi, questi parlano fra loro come noi. Anche il mio Castorino ha fatto più volte scintille, ho smesso di accarezzarlo, perché temevo che desse fuoco alla casa. Ieri sera volevo seppellire i poveri gatti morti, appena sono entrata in giardino ho visto che mi seguiva dall’alto un corvo nero, più si abbassava verso di me e più diventava grande, il cuore mi è balzato in gola e sono fuggita a gambe levate. E’ vero che i posti di campagna mi hanno sempre fatto paura, ma la strizza di ieri non l’avevo mai provata. Non vi ho detto niente, perché temevo per i miei orfanelli, se vi dicevo tutto, magari voi mi avreste chiesto di andar via da qui e altri posti come questo non credo ce ne siano in giro. Io consiglio di calmarci, beviamo insieme qualcosa e vediamo se Barbablù e il merlo ritornano entro sera. Questa streghetta io la legherei, ci manca solo lei per farci andare nel pallone più di quanto già ci siamo dentro. Fortunatamente i miei disgraziatoni sono tutti tranquilli, sono lì che se la dormono ancora, per loro qui è davvero il paradiso. Datemi un po’ di tempo per andarli a visitare, li sfamo, vi preparo un bel caffè e vediamo se nel frattempo qualcosa cambia.
“Io dissi che quello che diceva mamma gatta era ragionevole, eravamo tutti un po’ stressati e dovevamo ritrovare la lucidità che dopo quei fatti fuori dal normale avevamo perso. Filippo non era d’accordo:
“Mi va bene che vada ad accudire i suoi figli, mi va bene che ci prepari il caffè, Però lascerete che io porti questa sventurata all’ospedale, se la leghiamo sarà peggio, conosco gli stati compulsivi, non ci sono catene che tengano, sapeste quanti pazienti ho visto che a dai e dai si sono liberati anche dalla camicia di forza. E poi io sono contrario a questi metodi, preferisco caricarmela sulle spalle e portarla in clinica dove lavoro io.”
La gattara andò dai suoi trovatelli, rimanemmo io e Filippo a guardarci in silenzio, poi si accostò al letto della maghetta e le tastò il polso, tirò fuori i suoi strumenti e la controllò in lungo e in largo. Si girò dalla mia parte e mi disse:
“I valori sono a posto, dovrei solo ricucirle la ferita che ha sulla testa, si è riaperta e si è infettata. Adesso che è sedata, se mi aiuti proviamo a ricucirgliela.”
Accettai volentieri, mentre gli passavo i ferri sentii che la maghetta bisbigliava qualcosa. Avvicinai l’orecchio alla sua bocca e percepii alcune parole sconnesse, poi Pian piano le parole divennero chiare:
“Adesso che li ho sentiti parlare di me, senza che loro se ne siano accorti, devo dire che non mi vogliono fare del male, altrimenti non si curerebbero di una streghetta moribonda. Quella che chiamano mamma gatta ha ragione, sono stati i puzzoni del cimitero che mi hanno aizzato contro i loro cagnacci, gli ho cantato la messa funebre e si sono vendicati. Se voglio salvarmi la pellaccia devo dar retta a questo che mi cura come un vero medico. Si si! Farò tutto quel che vogliono, basta che mi facciano rivivere.”
La gattara tornò con tre fumanti caffè e tirò fuori da sotto il maglione una bottiglia di wiskey:
“L’ho trovata in cantina che è piena di botti, damigiane, fiaschi di vino e altre bevande. Voi avete visitato l’esterno di questa reggia, io nei momenti che non dovevo accudire i miei disgraziatoni, mi sono girata quasi tutte le stanze e ho capito che qui ci abitavano anche dei produttori di vini e di liquori, ci sono tracce ovunque. Ho letto un libretto pubblicitario di cento anni fa e lì si pubblicizza questo whisky.”
Era vero, la bottiglia pregiata portava la data del 1913, targata Jameson. Non avevamo mai bevuto un brandy così di annata, stappò la bottiglia e ce ne versò in bicchierini grandi come ditali. Dopo le delizie di Bacco, l’atmosfera cambiò, anche Filippo divenne più allegro e per un po’ scacciammo i brutti pensieri. Stavamo per uscire a prendere una boccata d’aria, quando improvvisamente la maghetta si svegliò:
“Buonasera gentili signori, innanzitutto vi chiedo perdono del mio bestiale comportamento, ma le voci d’oltre tomba che ho sentito in questa stanza, mi hanno fatto uscire di senno. Poi quando ho visto dalla finestra dei piccioni che tiravano una mongolfiera che si è posata su questa casa, una forza irresistibile mi ha spinto a scappare. Io vi devo la vita e voglio ricambiare, sono una maga e qualche segreto del mestiere lo ricordo ancora. Ho intuito che qualcosa assilla anche voi, se mi fate capire meglio di che si tratta, potrei darvi una mano. Di me non vi preoccupate, mi riprenderò, nella mia vita disastrata ne ho passate di peggio. Anche se resterò a letto vi potrei dare buoni consigli per scansare i pericoli che sento qui dentro.”
Ci guardammo stupiti per quel radicale cambiamento, la gattara con gli occhi umidi l’abbracciò chiedendole scusa per le cattive parole di prima. Filippo mi prese per un braccio e mi portò fuori:
“Questi repentini cambi d’umore sono tipici delle persone disturbate, quel che dice va verificato. Ha detto che ha sentito e visto i piccioni e che si sono posati sul tetto con una mongolfiera? Bene! Andremo a controllare, se è vero le parleremo per capire come può esserci d’aiuto.” Gli dissi che l’avevo sentita sincera quando delirava:
“I discorsi di un paziente in delirio sono ingannevoli, se di delirio si tratta, se invece era semi cosciente potremmo anche crederle. Comunque abbiamo sempre la possibilità di verificare sul campo.”
Lasciammo mamma gatta con maga nana, presi la bottiglietta del brandy rimasto e andammo nel parco. Ormai era sera con un bel cielo stellato e una bella luna piena. In un battibaleno arrivammo sulla torre dell’astrolabio, da lì si vedeva tutto il tetto della villa. Potevamo guardare anche col cannocchiale, Filippo lo stava già osservando estasiato:
“Qui siamo in una vera postazione astronomica, questi apparecchi sono professionali, potremo vedere i più piccoli dettagli, questa volta saremo noi a scrutare i piccioni e tutto il resto.”
Io non volli guardare con quell’attrezzo infernale, il ricordo della sera prima mi fece girare la testa, lasciai che lo manovrasse lui che di queste cose se ne intende. Lo puntò subito sul tetto, mi sedetti accanto e ascoltai la descrizione di quel che vedeva:
“Tutto vero, tutto vero! Vedo una bellissima mongolfiera rossa con una scritta in giallo:
“Messico e nuvole
la faccia triste dell’America
e il vento suona la sua armonica
che voglia di piangere ho”
Dentro la mongolfiera c’è un bel signore alto molto elegante con un piccione su una mano, mi pare che sia quello che ci ha lanciato quei lampi negli occhi. E poi Udite” Udite” Meraviglia delle meraviglie! Vedo Barbablù in ghingheri che si struscia contro le gambe del signore elegante. E poi ancora meraviglie delle meraviglie, vedo il merlaccio che si gongola beato sulla spalla dell’uomo. C’è un altro signore altrettanto distinto, seduto su una poltrona che sembra un trono. Scartabella dei fogli con nervosismo, ora ne ha scelto uno e lo passa all’altro signore che si rifiuta di leggerlo. Lo tiene in mano come una bandiera, forse se posiziono le lenti adatte riesco a leggerlo: “Brevetto numero 7777 del 26 aprile 1900” scritto in caratteri cubitali, il resto non si legge, è scritto fitto fitto in minuscolo. Ora si son messi a discutere animatamente, sarebbe interessante sapere cosa si dicono, la verità che cerchiamo è sicuramente nei loro discorsi. Li puoi vedere anche tu, la luna è luminosa come un giorno d’estate.”
Mi affacciai e mi entrò negli occhi uno spettacolo surreale. Fui tentato di gridare nella notte il nome di Barbablù che sembrava mi stesse guardando, ma per non rovinare l’atmosfera da teatro dell’assurdo, mi limitai a fargli soltanto le corna e le linguacce. Filippo sconcertato mi tirò via dalla finestra:
“Sei un pazzo! Proprio adesso che siamo lì lì per capirci qualcosa, tu vuoi rovinare tutto? Lasciamoli in pace e cerchiamo il modo di sentire cosa si dicono.”
Il mio amico aveva ripreso il suo solito buonumore, era contento che la maghetta non avesse raccontato panzane e le andammo a parlare. La trovammo che era lì che si agitava, forse le ferite le facevano male. Mamma gatta ci disse in disparte che avevano fatto amicizia e che ci si poteva fidare. Appena ci vide si mise seduta sul letto e ci chiese le novità:
“E’ vero, sulle nostre teste c’è una flottiglia di piccioni, cavalli alati della mongolfiera, sono in buona compagnia del nostro gatto e del nostro merlo. Ci sono anche due distinti signori che discutono in modo accalorato. Purtroppo non abbiamo sentito quel che dicevano, adesso che è tutto più tranquillo vorremmo salire nell’abbaino che dà sul tetto ad origliare:
No, no! Restate qui perché sento del trambusto come quando c’è una rissa. Io ho un udito acutissimo come i gatti che sentono il battito del cuoricino dei topi anche a decine di metri di distanza. L’ho affinato in anni e anni di esercizio e se mi ci metto potrei sentire quello che si dice sul tetto. Ho bisogno solo di bere un po’ di whisky, prima non ve l’ho chiesto per educazione, ma se credete che vi possa essere utile, ve lo chiedo per il bene di tutti. Poi devo fare pipì se no me la faccio addosso, mi do una sciacquatina con l’acqua fredda e sarò la maga di sempre.”
La gattara se la prese in braccio per portarla in bagno, io e Filippo ce la ridevamo alle sue spalle: “Va be’ che ci ha detto la verità sui piccioni e la mongolfiera, ma che sentisse le voci che venivano dal tetto, ci sembrò una colossale balla. Le chiesi se oltre il whisky voleva anche un caffè che tira su il morale, gli occhi le brillarono e corsi a rifarlo per tutti. Filippo mi seguì:
Ehi! Ehi! La maghetta ha sette vite, ha degli squarci sul corpo che i miei colleghi si riserverebbero la prognosi per almeno un mese. Lei è lì che già si muove come se quel che le è capitato è come fosse uno scherzo. L’ho guardata bene negli occhi, c’è una luce che ipnotizza, l’aria di una maga ce l’ha tutta. Comunque a breve ci sarà la prova del nove, cerchiamo di non esserle ostili, tanto la verità verrà a galla.”
Maga nana tornò allegra e pimpante, per festeggiare la convalescenza si attaccò alla bottiglia, bevve con gusto il caffè, ci guardò con due occhietti intelligenti e riprese con la sua solita parlantina:
So ormai tutto di voi, mamma gatta mi ha raccontato le vostre avventure, vi dico subito che le cose che vi sembrano arcane, in realtà sono semplicissime da spiegare. Voi avete una personalità detta sintonica, siete persone ipersensibili e molto impressionabili. Il libro che stavate leggendo, io l’ho letto anni fa, il protagonista è stato il mio primo maestro mesmerista. Ora è qui sulle nostre teste che discute vivacemente con un altro gigante della scienza, sono i due inventori più importanti dell’ultimo secolo. Fra loro c’è stata sempre un po’ di ruggine a causa di scoperte scientifiche di cui ognuno rivendica la primogenitura. Quello della mongolfiera, oltre ad avere un’indole artistica, è l’Archimede dei nostri tempi, ama gatti e uccelli, preferisce più la loro compagnia che quella degli uomini. E’ un fine osservatore della natura dalla quale lui dice che ha imparato tutto, più che dai libri che comunque legge voracemente. Conoscerete sicuramente le affinità elettive, ebbene, siccome questo scienziato è venuto spesso da queste parti, girando sulla nostra città con la sua mongolfiera tirata dai suoi amati piccioni, vi ha visti dall’alto, gli sono piaciuti molto Barbablù e Pitagora. Voi direte giustamente: “Ma come ha fatto a capire che sono il gatto e il merlo ideali per lui?” Semplice, sia voi che i vostri animali siete telepatici senza saperlo. Anch’io lo sono, con la differenza che io la coltivo da anni come strumento del mio mestiere. La cartina di tornasole di quel che dico, la trovate nella vostra ossessione, vi è entrata dentro esattamente nello stesso momento in cui leggevate la frase che parla della distorsione della realtà, successe anche a me con le stesse modalità. Poi la catena di coincidenze dei gatti neri, di “Messico e nuvole” sentito alla radio e suonata dai vetri, la scritta sulla mongolfiera, non sono altro che la volontà teleguidata per farvi arrivare fin qua, dove vi saranno svelati gli enigmi che nessun altro luogo al mondo vi potrebbe svelare. Sapete anche che gli animali se si sentono amati, entrano in una simbiosi tale coi loro padroni che ne assumono la personalità, così Pitagora e Barbablù sono in costante rapporto telepatico con voi e sono lo specchio delle vostre anime. Tutti gli uomini una volta erano telepatici, poi con l’avanzare del progresso hanno soffocato questa abilità, un po’ come fanno i ragazzi di oggi che ormai non sanno più far di conto, si affidano alle loro macchinette e dimenticano le tabelline. La telepatia è una facoltà che va coltivata con l’esercizio costante, anche se esistono persone come voi che essendo molto sensibili questa attitudine ogni tanto salta fuori. E’ noto che alcuni popoli che non hanno conosciuto il progresso sono rimasti telepatici. Gli aborigeni dell’Australia seguono le famose vie dei canti che li guidano per centinaia di chilometri nel deserto senza bussola, eppure tornano puntualmente a casa, perché il loro pensiero è sempre sulla stessa lunghezza d’onda di chi li aspetta.. La radio e la televisione non fanno altro che sfruttare un principio analogo. Anche lo scienziato mesmerista è telepatico da sempre, ha praticato talmente questa virtù che gli è venuta spontanea l’idea di inventare la comunicazione senza filo, ripristinando tecnicamente ciò che gli uomini facevano senza mezzi artificiali. Che cosa sono le onde elettromagnetiche se non una forma di telepatia che viaggia nell’universo in modo naturale?. La genialità dei due scienziati sta nel fatto di aver convogliato queste onde naturali negli apparecchi ricetrasmittenti che oggi sono parte fondamentale della nostra esistenza.”
Filippo la interruppe e chiese la parola:
“A volte ho pensato che quando le persone stanno bene assieme e si stimano, scatti qualcosa simile alla telepatia che hai descritto, ma sono sensazioni, nulla di dimostrabile scientificamente, anche se conosco casi che indurrebbero a crederci, ma la scienza ufficiale rifiuta questa credenza. Più che di telepatia, io parlerei di empatia, quando fra due persone s’innesca una complicità viscerale e imparano a conoscersi in profondità, spesso non servono le parole per comunicare, basta un gesto o un semplice sguardo. A volte anche i silenzi parlano, lo constato spesso nei miei pazienti che non finiscono mai di stupirmi. La stessa cosa avviene con i nostri animali domestici, se ci entriamo con una forma di empatia estrema, ci possiamo parlare nei modi e nelle forme che vogliamo. Tu hai letto il libro che stavamo leggendo, credo che tu abbia fatto dei collegamenti logici, ma è una tua interpretazione, anche noi stavamo arrivando alle tue stesse conclusioni, però i dubbi ci sono rimasti, perché certe cose non si possono spiegare solo razionalmente. Sono d’accordo che attraverso la fisica possiamo conoscere il mondo, l’avevano già capito diversi filosofi antichi e la sfida perenne sta nel come interpretare il linguaggio della natura. Galileo dice che è come un immenso libro, basterebbe saperlo leggere fino in fondo e finalmente potremo svelare anche tutti i misteri come quelli che stiamo vivendo anche noi. Per fare questo chissà quanti secoli ci vorranno, e poi fino a quando le persone avranno livelli diversi di conoscenza e sensibilità, interpretare la natura sarà possibile solo a pochi eletti.”
Il bellissimo dialogo fu bruscamente interrotto da fulmini che trasformarono la notte in giorno. Poi si scatenarono dei tuoni potentissimi e i muri tremarono come se ci fosse un terremoto. Maga nana traballando si alzò in piedi e riprese a parlare, ma con quel frastuono non la sentivamo, la gattara la riprese in braccio e ce la portò vicino:
“State tranquilli, questo non è un temporale normale, l’ha provocato lo scienziato mesmerista che sta facendo delle dimostrazioni all’altro scienziato. Avrete letto nel libro gli esperimenti che faceva in gioventù, con una piccola scatoletta, non più grande di una mano, che lui ha chiamato oscillatore meccanico, faceva tremare i palazzi di New York, tanto che tutti credevano che ci fossero dei terremoti. Il principio è elementare, basta creare delle oscillazioni che si sintonizzino con quelle della terra e il gioco è fatto. Ora lo sta spiegando all’altro scienziato che lo ha sempre criticato per questo, dicendo che sono esibizioni da prestigiatore e che non servono a niente. I fulmini li ha accesi con un altro marchingegno che provoca scintille così intense che arrivando alle nuvole, determinano una scarica elettrica che crea la pioggia. Il mio maestro ha sempre tenuto molto a questa invenzione, perché dice che solo così si potrebbe far piovere sui deserti e fare avere l’acqua ai popoli assetati. L’altra invenzione che l’ha tormentato per tutta la vita è quella che attraverso una sua speciale antenna, ognuno potrebbe captare energia dalla ionosfera a costo zero, ma il potere economico gliel’ha sempre osteggiata, perché se no i suoi affari col petrolio e con tutte le altre fonti energetiche tradizionali sarebbero andati a farsi friggere.
Le vibrazioni e i fulmini cessarono e le voci dei due scienziati si sentirono amplificate in altoparlanti collocati in vari punti della villa. Tacemmo tutti e ci mettemmo ad ascoltare in religioso silenzio.
“Maledetto mercato, tu dici di essere stato il primo a commercializzare le onde radio, ma io ben cinque anni prima di te, muovevo le navi a distanza stando seduto comodamente in poltrona. Ci sono le prove e decine di testimoni che te lo possono confermare. Se non ho depositato il brevetto che parlava di radio, è perché non avevo più un soldo, quelli che avevo guadagnato con le altre mie scoperte, li ho investiti tutti in nuove ricercche e per curare i miei animali. Se però tu vuoi il merito dell’invenzione della radio, io te lo riconosco, ma sappi che non sei l’unico ad avere quest’onore, tanti altri scienziati prima di noi ci hanno messo il loro ingegno, se non fosse esistito Hertz e Maxwell, noi non avremmo inventato un bel niente. E poi aver conquistato il mercato con questa invenzione, per me non è un gran merito, ma solo una brutale cupidigia per farci i soldi, gli stramaledetti soldi che sono la ronvina dell’umanità. Io avrei potuto essere l’uomo più ricco dell’America, se non avessi stracciato un contratto milionario per non mettere in difficoltà George westinghous, l’unico che ha creduto veramente nelle mie scoperte. Gli uomini non possono e non devono vivere in funzione della vil pecunia, ci sono valori che valgono molto, ma molto più di questa miserevole merce di scambio“…. Le voci sparirono dagli altoparlanti, ma si sentiva in lontananza che i due giganti della scienza continuavano a suonarsele di santa ragione a botte di parole infuocate.

        --Continua --

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