Enigmi! Capitolo VIII

Enigmi! Capitolo VIII

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Rose bianche

Ho cinque rose bianche nel mio giardino incolto

dan ordine alle stanche e confuse mie idee

una la dono al tempo perché è inesorabile

e al suo passare lento che tutto cancellerà

Sei una prigione anche se hai l’anima pura

senza le mura e neanche le sbarre lo sai?

Chiamalo come vuoi

è il segno del destino che a tutti piano piano

ruba i pensieri

e quel che vivi oggi puoi dirlo già di ieri

ho quattro rose bianche che dan luce al mio giardino

non sono certo tante così basterà

una la dono all’odio diffuso come una radio

che col suo fare ingordo rende sordo anche me

donarne un’altra anche all’amore più cieco

e all’alchimia che rende il mondo più opaco lo sai?

chiamalo come vuoi saranno poi parole

ma la storia siamo noi

visi che passano attraverso la clessidra dell’attesa che è infinita

due rose bianche ho solo in questo giardino incolto

le do all’amore puro

una per me e una per te

una per te una per me

una per me una per te.

rose bianche

VIII

L’estate di San Martino non si smentiva e ci regalò uno splendido sole che ci riempì di buonumore. I crisantemi si cullavano sotto il peso delle teste gonfie di rugiada. La gattara scavò fra quei fiori e seppellimmo i gatti morti e scrivemmo gli epitaffi su pietre di ossidiana tirate a lucido come vere lapidi. Pitagora era sparito fra il fogliame, attirato dai festosi uccelli che animavano il giardino. Barbablù si era acciambellato su una panchina e si scaldava pigramente al sole. Lo accarezzai e lo risentii pieno di elettricità; alla seconda carezza produsse scintille, quelle che chiamano cariche elettrostatiche. Alcuni sostengono che questo avviene quando il gatto è particolarmente felice. Altri dicono che siano delle vere scariche elettriche che si manifestano in particolari eventi atmosferici. Più gli strofinavo la mano sul soffice pelo e più le scintille aumentavano, formando un’aureola di minuscole fiammelle; mi ritrassi con la paura di provocare un incendio da tante che se ne produssero. Quel fenomeno mi fece riflettere e nella mente mi si affastellarono immagini che respinsi nei meandri della memoria per non ripiombare nell’ossessione di cui mi ero liberato con tanta fatica. Filippo mi osservava e mi confermò la teoria delle cariche elettrostatiche. Mi disse che maga nana aveva bisogno di riposo assoluto e che bisognava attendere almeno 24 ore per una prognosi credibile, così propose di farci un giro per la villa che lui non era ancora riuscito a visitare. S’intendeva anche di botanica e si dilungò parecchio nello spiegare l’origine e la storia della flora e della fauna di quel giardino che possedeva rarità che non si trovavano neppure negli orti botanici di scienze naturali dell’università. Mentre lo ascoltavo incantato, sentivo il verso del cardellino, del fringuello, della tortora e dei pettirossi, e di tanti altri uccelli che non conoscevo. Chiesi a lui che era un vero ornitologo, e partì una particolareggiata lezione di ornitologia. M’insegnò a riconoscere il verso della cinciallegra, dell’usignolo, dell’assiuolo, del culbianco, dello scricciolo, del picchio verde e del ciuffolotto, del Luì bianco e del fischione, del verzellino e del pendolino. Sbigottito Mi indicò un triangolo isoscele fatto di piume bianchissime che stazionava sulle nostre teste. Al vertice del triangolo c’era un candido colombo con delle striature grigio-chiaro lungo i bordi delle ali. Il lenzuolo di piumaggio, piano piano si abbassò fino a sfiorarci e rimase immobile per qualche secondo su di noi. Il capobranco ci fissò ed io vidi due fasci di luce come due laser che uscivano dai suoi occhi. La luce era così intensa che abbassai lo sguardo, proteggendomi il viso con le mani, convinto di essere accecato per sempre. Dopo essere sprofondato nel nero più assoluto, quel buio s’illuminò con una fitta miriade di stelline che si sfuocarono lentamente e per fortuna tornai a rivedere il sole. Preoccupato chiesi a Filippo se aveva visto la stessa cosa, lui reagì infastidito, dicendo che erano le mie solite panzane da visionario. Ma mi accorsi che anche lui era piuttosto turbato e per distrarmi da quella scena, si lanciò in un’accurata descrizione di quei volatili.
“E’ una colonia di colombi sassaioli, detti così perché vivono fra costruzioni fatte di sassi. Taluni li chiamano anche torraioli, in quanto nidificano e vivono nelle torri. Sono i famosi piccioni viaggiatori, i romani li facevano volare dalla Persia all’Inghilterra, ed erano e sono precisi come dei computer. A quei tempi c’erano delle vere e proprie scuole dove si addestravano le culumbae liviae. Uno storico famoso sostiene che l’impero romano si potè affermare in tutta la sua potenza anche grazie ai piccioni viaggiatori. Si potevano impartire ordini che erano eseguiti in un batter d’ali. L’imperatore sapeva in tempo quasi reale l’andamento delle battaglie, e in caso di pericolo di sconfitta, ridava comodamente da Roma ordini per correggere le strategie militari. Gli stati avevano dei corpi speciali di controspionaggio composti da colombi addestrati allo scopo che davano la caccia ai piccioni viaggiatori avversari per carpire i messaggi segreti. I romani possedevano dei codici così criptati, che anche quando i diligenti piccioni viaggiatori erano catturati, i nemici non ci capivano niente. Si narra che Diocleziano fosse così affezionato ai suoi piccioni viaggiatori che li trattava meglio dei cristiani. Aveva istituito per loro un servizio veterinario con i veterinari più qualificati dell’impero che operavano in pianta stabile nella corte di Spalato. Quando i piccioni più anziani non volavano più, li faceva vivere come dei Pascià nella sua reggia, e non c’era giorno che non li andasse a visitare. Spesso li accudiva personalmente, si era affezionato talmente a un vecchio piccione viaggiatore che gli parlava, lo accarezzava lungamente e se lo portava a dormire nella sua camera. Quando il suo preferito morì, mise per iscritto che dopo un mese sarebbe morto anche lui. Fece in tempo a sistemare alcuni affari di stato e dopo un mese morì davvero. La notizia della sconfitta di Varo fu portata da un piccione viaggiatore,appena vide Augusto gli volò sulla mano porgendogli il funesto annuncio che aveva sul dorso scritto su un frammento di papiro. L’imperatore, col colombo fra le braccia si aggirò per la reggia gridando disperatamente la famosa frase: “Oh Varo, maledetto Varo ridammi le mie legioni”. Non lo fece volare più. Gli aveva annunciato tutte le sue vittorie, ma superstizioso com’era, per paura che gliene annuciasse qualcun’altra negativa se lo tenne sempre con sè. Uno storico maligno dice che se lo portò vivo nella tomba. Qualcuno li chiama topi volanti e la vulgata metropolitana dice che siano portatori delle peggiori malattie. Un mio paziente è ossessionato dalle loro cacche e non esce mai di giorno, è convinto che gliela fanno in testa, gli è sorta una vera mania di persecuzione, se fosse in lui li sterminerebbe tutti. Eppure non c’è giardino pubblico o piazza principale che non abbia i suoi bravi piccioni che sono il divertimento dei bambini e dei grandi. Chi non ha mai visto la domenica mattina frotte di bimbi e di adulti dare le granaglie ai piccioni? Paese che vai, tradizione che trovi. Ma stranamente i colombi, o meglio la colomba è in tutto il mondo simbolo di purezza e di pace. All’incontro sul Giordano di Gesù col Battista volteggiò sul fiume una colomba, e sempre una colomba annuciò a Noè il ritorno del sole e della fine del diluvio universale. Il papa in segno di pace, ancora oggi, in certe ricorrenze fa volare dalle sue mani una colomba che benedice i fedeli girando sulle loro teste. Ci sarebbe da chiedersi seriamente l’origine di questa credenza e del perché sia una colomba e non un qualsiasi altro pennuto ad essere messaggero di pace. Ho posto il quesito a teologi e a esperti di fede, e quasi tutti dicono che le colombe sono bianche e il bianco vuol dire purezza; così vuole la tradizione e che non è poi così importante cercare il pelo nell’uovo. Invece io credo che se fra centinaia di migliaia di specie di uccelli, quasi tutti i popoli hanno scelto le colombe come simbolo di pace, un motivo più profondo invece c’è sicuramente. L’ultima storia allucinante sui piccioni l’ho trovata in quel libro che stavamo leggendo. Lì un piccione diventa una sorta di guida spirituale del…….””
Filippo si accorse di aver toccato l’argomento tabù e si mise una mano sulla bocca, ma era troppo tardi, perché io ero attentissimo, ma del piccione e di non so che altro non mi sovvenne nulla. Pensai che lui, come fa sempre, avesse letto prima l’indice e da lì fosse andato a curiosare l’argomento di cui adesso non voleva più parlare. Ricordo benissimo che era arrivato come me a pagina 333, mentre il libro ne ha più di 500, per cui la storia del piccione sarà sicuramente verso la fine di quel libro. Feci finta di nulla, ma il mio pensiero vagò in quelle pagine in cerca di un indizio e non vedevo l’ora di andare a rimettere il naso dentro quella biografia lasciata a metà. Dopo un breve silenzio, si schiarì la voce, si lisciò più volte la barba e i capelli, sfoderò il suo mitico toscano e tentò di raddrizzare la storia: “No no, mi sono confuso; il libro in cui si parla diffusamente di piccioni è “Piazza del diamante” della Rodoreda in cui i piccioni sono i protagonisti di una storia che fa accapponare la pelle. E’ lì che ho imparato veramente a conoscerli; ma adesso che ci penso bene, ne ho letto anche un altro che s’intitola proprio “Il piccione” che è dello stesso autore di “Profumo”, credo che lo scrittore si chiami Patrick Suskind. Qui si racconta un ossessivo rapporto fra un uomo e un piccione che ha scombussolato l’esistenza di una routinaria guardia giurata di banca. Un giorno come tanti si è ritrovato in casa un piccione di cui non ha il coraggio di liberarsi, e pur di non affrontarlo non riesce a compiere le sue solite azioni quotidiane, fino al punto di avere paura di tornarsene a casa sua. Filippo non era convincente, e se ne accorse lui per primo, così lasciò cadere il discorso sui piccioni e m’invitò a continuare l’esplorazione della villa. Guardai verso la torrre e vidi sui merletti i colombi che ci scrutavano, pensai che chiamarli torraioli fosse il il modo più appropriato, le loro forme e il loro colore erano in gradevole armonia con quella struttura architettonica. Filippo mi distolse, lo sentii fare esclamazioni di gioia e mi chiamava per condividerla. Lo trovai che annaspava a tastoni fra i salici piangenti, che nascondevano un laghetto posto sull’altro lato del caseggiato. Le gallinelle d’acqua, le anatre e dei cigni incominciarono a starnazzare rumorosamente in cerca di nascondigli. Pensai che non vedessero l’uomo da molto tempo e che noi non avevamo il diritto d’infrangere la loro tranquillità. Avrei voluto dirlo anche a Filippo, ma si era già addentrato in una lezione sui pennuti d’acqua e sul loro abitat ideale:
“I contadini nelle campagne allevano le anatre, le papere e i germani per motivi molto pratici: oltre a tirar loro il collo, i palmati sono degli ottimi operatori ecologici e tengono lontano i roditori, i serpenti e tutta una serie di insetti dannosi all’agricoltura. Di solito i contadini scavano dei grossi fossati che con l’acqua piovana poi diventano dei maceri, che una volta servivano per lavorare la canapa con la quale ricavavano dei tessuti un po’ grezzi con cui si facevano i vestiti. Poi la canapa è stata sostituita dal cotone, più a buon mercato, così nelle nostre campagne non si coltiva più e si vedono pochi stagni e pochi uccelli acquatici. Qui invece ci sono dei cigni reali di una specie non autoctona, ciò significa che il proprietario di questa villa era un esperto cultore della flora e della fauna. Vedi quel tipo di rose su cui si è posato Pitagora? Lo senti il profumo che sprigionano? Sono le famosissime rose di Paestum che in condizioni ottimali possono fiorire anche quattro volte l’anno. Adesso sono in boccio e fra qualche giorno qui ci sarà un profumo da ubriacarci. Il laghetto non è uno stagno, è stato costruito apposta per rendere l’ambiente più in sintonia con le specie di piante e di uccelli che ospita. Questi salici vengono dalla Cina, sono resistentissimi e sempreverdi, l’essenziale è che le radici possano trovare costantemente l’acqua”.
Quando ascolto Filippo mi sembra di sentire delle meravigliose favole, e non finirei mai di ascoltarlo, ma quella volta non riuscivo proprio a concentrarmi, perché lo stuolo di piccioni che ci era calato fin sulla testa continuava a girarmi davanti agli occhi, e poi adesso si erano messi anche a tubare, sembrava che parlassero con delle modulazioni ed un’intercalare simili a quelli del linguaggio umano. Chiesi a Filippo se sentiva quei versi così espressivi, mi disse seccato che rientravano nella bucolica sinfonia dell’ambiente. Non capivo se avvertiva quel che avvertivo io, o se fosse così preso dalla bellezza di quel giardino che non si accorgeva che qualcosa di strano girava nell’aria. Andammo sull’ultimo lato della villa, e mentre camminavamo sul prato riconobbi tutti i profumi e i fiori del bosco. La cedrina spiccava sul profumo della ginestra e del gelsomino notturno che ormai aveva chiuso le sue valve e che rilasciava i gli ultimi profumi della notte che si mescolava con quello della menta, del rosmarino e della calendula. Lungo i muri annegati nell’edera spuntavano le aspidistre, i gigli e le rose canine. Al caldo di San Martino le margherite erano rifiorite rigogliosamente e punteggiavano il prato con i loro colori sgargianti. Sparsi lì intorno si pavoneggiavano anche i narcisi, le bocche di leone, le campanule e i fiordalisi. Su quel lato c’era anche un altro laghetto con diverse piante acquatiche e con bellissimi tulipani e orchidee. L’acqua era coperta dai loro petali caduti, che formavano un tappeto galleggiante in un tripudio di colori dai riflessi dorati. Filippo trasalì e mi indicò una struttura di vetro coperta dagli alberi:
“E’ il giardino d’inverno; se lo potevano permettere solo i nobili più ricchi, perché qualche secolo fa il vetro costava una cifra, non c’era ancora la produzione industriale come adesso, che una serra se la può comperare chiunque”.
Entrammo in quella curiosa casa di vetro, e Filippo diede fondo a tutte le sue conoscenze storiche.
“Normalmente per realizzare queste serre ci si affidava alla fantasia di artisti e disegnatori del vetro, che oltre a dipingerlo, lo molavano, levigavano e tagliavano a pezzetti per impedire che il vetro flettesse. I signori facevano a gara per avere il giardino d’inverno più bello e originale. Erano delle vere opere d’arte. Sono famosissimi quello di Versilles, e di Mosca, che quando in Russia ci fu la rivoluzione, fu il primo obiettivo che i rivoluzionari conquistarono, con la famosa presa del palazzo d’inverno giardino compreso. I signori che hanno abitato questa villa, grazie a questa serra, potevano avere tutto l’anno frutta, fiori e ortaggi. Vedi in quel comparto? Quella è una limonaia, lì dentro si coltivavano tutti i tipi di agrumi conosciuti, dall’arancio, al bergamotto e ai mandarini cinesi. Più avanti, sotto quel coperchio di legno che sembra una grossa botte, c’è la ghiacciaia. E’ una cisterna conica, stretta all’imboccatura e larga sul fondo, dove veniva messa della paglia e della neve, così si potevano conservare gli alimenti per il tempo che si voleva, come facciamo adesso con i freezer.” Continuò la sua descrizione che mi sembrò eterna, ma io perdevo il filo, perché ero continuamente distratto dal tubare dei colombi sassaioli. Finalmente uscimmo e io avevo la testa che mi ronzava e nelle orecchie il verso assillante di quei piccioni, che adesso si era fatto più insistente. Vidi sul volto di Filipppo segni d’irrequietezza, si passò una mano sulla fronte, come per scacciare brutti pensieri, guardò in alto e deviò subito lo sguardo dicendomi di seguirlo, perchè forse sui muri potevamo vedere le casette dei colibrì. Ne esistono circa trecento specie, quelli più piccoli vivono in America centrale, lì vedi quei piccoli contenitori di vetro che assomigliano a delle bottigliette rovesciate? Sono le loro riserve d’acqua. Mi è sembrato di vedere un colibrì che cercava di bere, ma sono talmente piccoli che forse l’ho confuso con qualche farfalla. Le loro piume sono cosparse da microscopici cristallini vuoti d’aria, così il sole li cambia sempre di colore. Il loro canto è flebilissimo, per riconoscerlo bisogna avere l’orecchio sensibile alle voci più nascoste che la natura rivela solo a chi le sa sentire. E’ la specie che amo di più, ma è quasi impossibile tenerli nei nostri giardini. E’ una specie in estinzione estremamente fragile, pensa che non pesano più di venti grammi; in condizioni ideali sono velocissimi, volano fino a cento chilometri all’ora. Sono gli unici uccelli che sanno volare anche all’indietro, e gli studiosi non sono ancora riusciti a spiegarselo. Qualcuno ha provato a farli adattare ai nostri climi, con scarsi risultati. Forse chi abitava qui, ha tentato di farceli vivere, perchè le casette mi ricordano quelle che ho visto in America.”

Mentre parlava aiutava le sue parole con gesti che marcavano il suo entusiasmo, nuvole di farfalle dai colori che sfidavano in bellezza quelli dei fiori si volteggiavano superbamente nell’aria azzurrina. Una grossa Geometra della Ginestra, e una Regina Alessandra gli danzavano sul viso e sulle mani. Si dice che laddove ci sono tante farfalle, lucciole e api, l’ambiente sia salubre e incontaminato, perchè loro sono delicatissime e perfetti indicatori biologici; il minimo inquinamento le fa morire subito. Filippo si era allontanato e dopo un po’ tornò con una casetta per api che aveva dentro l’arnia rinsecchita. Mi spiegò che se le api non sono seguite da un buon apicultore, dopo qualche tempo abbandonano l’alveare che era stato costruito per loro”. Tirò fuori l’arnia che gli si polverizzò fra le mani, e dalla polvere di cera uscì un melodioso brusìo come quello dei bastoni della pioggia, che gli aborigeni agitano nei loro riti propiziatori:

Come un colibrì

Vorrei avere una finestra per vedere tutto il mondo

e un cavallino bianco e nero per girarci intorno intorno

vorrei avere un aquilone per volare incontro al sole

e un ombrello come il cielo per ripararci quando piove

vorrei avere tante cose ma quella che vorrei di più

essere grande come un colibrì

vorrei avere una fontana per bere anche nel deserto

e un grande parco per tenere i cani e i gatti abbandonati

vorrei avere una parola da dire a chi ne ha bisogno

e un sorriso per chi è triste

e non riesce più a sognare

vorrei avere tante cose ma quella che vorrei di più

essere grande come un colibrì

vorrei avere tanti soldi per dare a tutti da mangiare

e costruire tante case per chi è seduto sui gradini

vorrei avere una speranza

da regalare a chi si è perso

e una promessa da spedire come i regali di Natale

vorrei avere tante cose

ma quella che vorrei di più

essere grande come un colibrì

vorrei che Dio scendesse in terra

nel mio cortile di via Marconi e che giocasse un po’ al pallone con i compagni della strada

vorrei essere un gran mago della televisione

e inventare un bel programma per i papà e le mamme sole

vorrei avere tante cose ma quella che vorrei di più

essere grande come un colibrì

vorrei abitare in un paese e fare tutto come Alice

dove i grandi son bambini e hanno il tempo per giocare

vorrei avere tante cose

ma quella che vorrei di più

essere grande come un colibrì

se avessi tutte queste cose

non chiederei niente di più

sarei soltanto come un colibrì.

Conosco bene il bastone della pioggia, mio nonno era fiero del suo che si era portato dall’America. Ne era gelosissimo, fra le decine che collezionava, quello aveva un posto speciale dentro un’anfora di terracotta. Era il più alto di tutti coi suoi nodi di pianta di cactus che facevano boccuccia; io non mi permettevo neanche di sfiorarlo. Quando il nonno mi raccontava le magiche storie dei paesi americani, prendeva il bastone della pioggia e lo faceva suonare, come se volesse scuotere i suoi ricordi. Il suono di conchiglie e aghi mi trasportava in quelle terre lontane, e vedevo città meravigliose, grandi fiumi e immense foreste, lo ascoltavo per giorni interi. Filippo ruppe l’incantesimo e mi indicò Pitagora che era volato sulla torre facendo il verso ai colombi che stavano al gioco. Ci mettemmo in ascolto e parve che chiacchierassero come fra vecchi amici tubando dolcemente. Eravamo abituati alle sue stranezze, ma che adesso se l’intendesse anche con quei piccioni mi turbò, la loro presenza aveva creato un’atmosfera di mistero che non prometteva nulla di buono. Filippo lo chiamò, e per la prima volta non gli diede retta, allora finalmente parlò del comportamento di quei misteriosi uccellli schierati in cima alla torre che ci tenevano d’occhio come delle sentinelle minacciose: “Sì sì, è vero! ci hanno spiato fin dal primo momento che siamo entrati in questo giardino. Quando la luce ti ha accecato, a me l’effetto è durato molto di più, ti parlavo ma senza vedere niente; grazie a Dio, arrancando fra i salici, piano piano ho rivisto anch’io il giorno. Ma come sai, prima di ammettere del tutto che un fenomeno sia reale, io ho bisogno di più conferme, ma adesso quel che tu dicevi è innegabile, e non posso fare il finto tonto. Ora che Pitagora è fra loro e non si cura di noi, vuol dire chiaramente che ha scoperto cose che non possiamo capire…. Guarda! sopra il portone principale, c’è lo stemma dei proprietari col suo bel frontone in arenaria. se ci avviciniamo forse riusciamo a vedere le scritte che sono coperte dalle lampelopsis”. Lo stemma ostentava due botti con sopra alcune bottiglie di whisky decorate con spighe di grano e altri simboli floreali. Filippo salì sul basamento in pietra e spostò la vite americana che copriva le scritte blasonate: ” Villa Griffone costruita nel 1601″. Due freccie indicavano in direzioni opposte una un piccolo mappamondo con sopra una grande antenna, l’altra una specie di carta geografica tutta cancellata. La pulimmo e le sbiadite lettere si risvegliarono dal lungo sonno. “Mappa delle scienze tecniche e biologiche: “Stanza dei cristalli, del quarzo e dell’ambra; Del mercurio dell’argento e del piombo. Dei ricevitori, dei trasmettitori e delle antenne galeniche; Del museo delle radio dei vascelli e della navigazione cieca; delle turbine, dei trasformatori e delle dinamo; dei fonografi, dei magnetofoni e dei registratori; delle polveri d’oro d’argento e dei lapislazzuli; dei fluidi, della corrente continua e alternata; Dei torchi degli alambicchi, delle grappe e dell’acquavite”. L’elenco era fitto e ci avrebbe rubato tempo prezioso, così andammo a caccia di nuove emozioni. Mi ritrovai Barbablù fra le gambe, lo riaccarezzai e il suo pelo produsse di nuovo scintille che si condensarono in una palla di fuoco rosso. Filippo che non si scomponeva quasi mai, la scansò spaventato e mi disse che si trattava di energia elettrica concentrata che avrebbe potuto anche fulminarci. La palla di fuoco sparì e Barbablù incominciò a miagolare come un gatto in amore davanti alla:

“SALA DEI CRISTALLI ROSALIND FRANKLIN”:
“ENTRI SOLO CHI VA OLTRE LE APPARENZE”.

Filippo meditò su quella scritta, poi timidamente appoggiò la mano sulla porta per capire se fosse sprangata, appena la toccò si aprì lentamente e apparve un salone a ferro di cavallo con grosse lastre di vetro per pavimento. Sotto quella distesa trasparente si vedevano variopinti pesci e piante acquatiche. Noi non entrammo per il timore che il vetro non reggesse, fu Barbablù a rompere il ghiaccio e si gettò all’inseguimento dei pesci che si facevano un baffo di lui protetti da quel grosso schermo. Sui muri dentro teche ben ordinate c’erano pietre di quarzo di rocca di varie grandezze. Predominava il rosa, il rosso e il giallo che proiettavano nella stanza riflessi di un intenso blu elettrico. La mia vecchia insegnante di scienze diceva sempre che il quarzo possiede proprietà curative ed è ottimo antidoto alle insidie di Cupido, adesso capivo il perchè di tutte le sue collane e braccialetti di ametista di quarzo e perchè rimase zitella. Le altre pareti erano rivestite di una innumerevole quantità di cristalli di ambra simili a stalagmiti che solo a guardarli ti davano la scossa. Persino il soffitto era tempestato di scaglie di quarzo e di ambra che formavano un perfetto mosaico, con al centro un bellissimo zodiaco. Guardai meglio e vidi che ogni pietruzza imprigionava un insetto o un piccolo animale, che ricordavano dei fossili trasparenti. Barbablù continuava a dare la caccia ai pesci, fino a che strofinò con un fianco sulla parete di ambra e per la stanza si sparsero tante lingue di fuoco che avvolsero anche noi, lo afferrai e fuggimmo via terrorizzati. Non avevo mai visto Filippo così preoccupato, ci sedemmo su una panchina in giardino, respirò profondamente, si lisciò barba e capelli, si accese un sigaro e dopo aver meditato a lungo si sforzò di scoprire le carte come meglio poteva:
“Credo che ormai non ci siano_ più dubbi, siamo capitati in un posto che nasconde molti enigmi. Alcuni fenomeni sarebbero anche spiegabili facilmente, ma quando le cose strane si sommano, allora bisogna valutarle con molta attenzione. Sappiamo tutti che in certe situazioni produciamo scariche elettrostatiche; ti sarà capitato certamente che quando ti spogli o quando tocchi una macchina e non hai dei buoni isolanti ai piedi, prendi una piccola scossa o produci scintille. Questo avviene anche quando si tocca un gatto, come è successo oggi con Barbablù, ma se chi tocca e l’oggetto toccato sono molto carichi di elettricità, si può arrivare a produrre scosse più consistenti o addirittura corrente che ti può creare dei seri danni. La stanza dei Cristalli è zeppa di elettricità, perchè c’è abbondanza di ambra, che i greci chiamavano elektron, ecco da dove deriva il termine moderno di elettricità. Era già noto agli antichi che se si strofinava l’ambra con una pezza o una pelliccia, si creavano scintille a volontà, fino a creare il fuoco. Alcuni scienziati sono convinti che l’Arca dell’alleanza custodita nel Tempio di Gerusalemme era un condensato di elettricità che fulminava chi la toccava. Dico questo per dirti che la natura produce energia infinita, basterebbe saperla solo sfruttare bene, come ha cercato di fare il protagonista del libro che stavamo leggendo. Fin qui è tutto logico e chiaro, ma ciò che fa rilfettere è la coincidenza, o meglio la connessione fra le scintille che Barbablù ha sprigionato quando era al sole e quelle che ha prodotto prima e dopo essere entrato nella stanza dei cristalli, dove abbiamo visto il fuoco manifestarsi come quando si accende della paglia. Il fenomeno è fuori dal normale, il che vuol dire che se vogliamo continuare a visitare le altre stanze, dobbiamo farlo solo noi due, perchè se la mappa che abbiamo visto sullo stemma prevede davvero tutte le altre camere piene di metalli e apparecchiature elettriche, il pericolo è molto più elevato se con noi ci sarà anche Barbablù. Infine credo sia venuto il momento di parlare con franchezza del libro che abbiamo interrotto che ci ha causato disturbi non solo fisici, ma soprattutto psicologici. Lo scienziato nella sua autobiografia racconta che quando aveva tre o quattro anni, accarezzò così fortemente il suo gatto Maeak, che produsse tante di quelle scintille che i genitori dovettero intervenire per evitare il peggio. Quel fenomeno lo ossessionò per tutta la vita, e da grande indagò i campi elettrici in tutte le loro manifestazioni, fino ad inventare le turbine installate sul Niagara con cui si generò la corrente alternata di cui oggi ci serviamo tutti. Ciò nonostante, lo scienziato dice che non si è mai spiegato chiaramente il fenomeno delle scintille che produceva il suo gatto. Da quando siamo qui, abbiamo rivisto ripetutamente lo stesso fenomeno; così mi sono convinto che ci sia qualche connessione con quel libro, i richiami sono continui e non si può parlare più di semplici coincidenze. Taluni sostengono che questo scenziato avesse un particolarissimo rapporto con una colomba che emanava una misteriosa luce dagli occhi, ed oggi anche noi abbiamo fatto un’esperienza simile. Qui dentro è vissuto sicuramente uno studioso, almeno da quel che si può capire dalle indicazioni della mappa, certamente la stanza dei cristalli, non è stata costruita solo per bellezza, ma lì ci sono minerali che sono stati studiati e catalogati. Noi da bravi profani, abbiamo solo visto il lato estetico e un po’ magico, ma se c’intedessimo di mineralogia, o di cristallografia, avremmo capito delle cose nascoste ai più; la scritta sulla porta invita a scoprire i misteri della natura e ormai anche noi ci dobbiamo provare per capire fino in fondo in che storia ci siamo infilati.
–Continua–

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