Enigmi! Capitolo VII

Enigmi! Capitolo VII

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Il treno di mezzanotte

   Si muoveva come un foulard e correva contro il tempo

il treno di mezzanotte porgeva la sua fronte al vento
facce contro i finestrini sotto cieli trasparenti
avevano sguardi contenti con gli occhi ancora piccolini
correva passava vicino a me
le foglie secche in un gorgo fluttuava
e poi le raccoglieva e lontano le gettava
uau uau ua uau uau uau ua
il campanello della mia stazione fra il cielo e il buio della notte
batteva come un tamburo nel cuore mio pieno di botte
mio padre non capiva mai che viaggiavo con la fantasia
avevo il mio trenino dentro il letto
ma lui me lo portava via
correva volava vicino a me
le foglie secche in un gorgo fluttuava
e poi le raccoglieva e lontano le gettava
uau uau ua uau uau ua uau uau ua uau uau ua
rumori di vagoni e ferro attimi e emozioni
io li ricordo bene e non ci sono più
odore di carbone e nafta piccole esplosioni
io li ricordo ancora e non ci sono più
si muoveva come un foulard con lui scorreva la mia vita
un po’ come ti sfugge l’acqua se vuoi tenerla tra le dita
chissà quanti sogni a perdere
nell’illusione della notte
o quando riusciremo a prendere il treno di mezzanotte
correva passava vicino a me
le foglie secche in un gorgo fluttuava
e poi le raccoglieva e lontano le gettava
uau uau ua uau uau ua uau uau ua uau uau ua uau uau uau ua

Il treno di mezzanotte

VI

Pitagora finì la sua canzone sugli ingordi, e dopo non si sentì neanche un soffio né di vento né di gatti, solo un silenzio perfetto, un po’ come la quiete dopo la tempesta. Gli estranei se ne erano andati, rimase la vandea felina ancora affamata, ma nessuno si azzardò a farsi avanti per cercare rimasugli o cartocci da rovistare. Poi aleggiò nell’aria una specie di megafono che ricordava la voce di un capostazione:
“Carissimi gatti, qui non si può più stare, fra qualche ora questo mostro di ferro se ne andrà e la vostra mamma non potrà più prendersi cura di voi. Io e Barbablù che è un vostro compagno tutto nero abbiamo trovato un rifugio sicuro dove andremo a vivere in santa pace. Siccome siete tantissimi, vi chiedo la massima disciplina per raggiungere questa specie di reggia che è a un paio di chilometri da qui. Anche se Barbablù è più nero della notte, voi avete la vista acuta e lo vedrete, basta stare in orecchio e seguire le sue indicazioni. Costeggeremo la piccola ferrovia locale dove passa ogni tanto un treno a carbone, quindi dobbiamo stare almeno due metri dai binari per non farci inghiottire dagli stantuffi. Abbiamo procurato un vecchio carro agricolo su cui saliranno i vostri compagni pieni di acciacchi che non possono camminare; tutti gli altri lo seguiranno a piedi mantenendo la distanza di sicurezza. Se farete come vi dico, non ve ne pentirete, perché andremo a vivere in un vero paradiso terrestre dimenticato dagli uomini e da Dio”. Il carro era già pronto, facemmo salire i feriti più gravi e li adagiammo con delicatezza in un comparto speciale su della soffice paglia. La gattara ne contò 33, li benedisse con strani gesti e volò a prendere i cuccioli, tredici fuscellini con gli occhi ancora chiusi che mettemmo nella seconda scansia rivestita da cuscini di lana. Infine fu il turno degli anziani che erano la bellezza di 44 gatti. La gattara tentò di contare anche tutti gli altri, ma ci sarebbe voluto un giorno intero, allora fece solo un sommario appello, Si mise nel seno il suo Castorino e diede il via alla partenza. Pitagora fischiò col suono del treno e la carovana lentamente si mosse. Barbablù si sbracciava come un vigile davanti a noi che tiravamo il carro. La mamma felina si aggirava guardinga come un cane da mandria in mezzo a quel fiume che scorreva colorato, Pitagora volava da una sponda all’altra per assicurarsi che il grande esodo felino attraversasse tranquillamente il suo Mar Rosso. Il vecchio treno passò fischiando nella notte con tante facce attaccate ai finestrini e in quegli occhi increduli si fissò l’immagine di quel brulicare di gatti in marcia come tanti piccoli indiani verso la terra promessa. Il cielo si punteggiò di innumerevoli brillantini come se volessero mostrarci la via o per non perdere quello spettacolo che dall’alto dei cieli non se ne vedeva chissà da quanti secoli. Pitagora il filosofo dice che in ogni stella c’è l’anima di un essere vivente che starà lì in eterno e che sarà la buona stella e anima gemella di ognuno di noi. Passammo accanto alla stazioncina che suonava già il campanello del passaggio a livello e Barbablù si mise in piedi e da bravo sbandieratore indicò solennemente la nuova direzione. Il carro sbandò con dei zig zag, ma con una manovra un po’ spericolata riuscimmo a rimetterci in carreggiata e ci infilammo in una galleria di alberi di una strada di campagna. La via era deserta e cosparsa di una ghiaietta fine fine che da sotto le ruote del carro sembrava bisbigliare in coro delle gentili paroline:
“Benvenuto caro vecchio e buon carro, ormai di te avevamo solo un lontano e bel ricordo, dove hai lasciato quel profumo di fieno che ci piaceva tanto? E i chicchi di grano che ci lasciavi per le formichine il grillo e le cicale? Adesso qui non ci fan più il nido il fringuello, la cutrettola e il cigno reale. Ci sfiora soltanto qualche ruota di gomma che ci lascia tanti brutti odori e un olio che ci fa tanto male. Qui non c’è più quella grande allegria, ma per fortuna che è rimasta larga la nostra via, sia benvenuta allora questa variopinta e bella compagnia”
. In fondo al viale c’era un’antica casa padronale con tanto di torre, di giardino e di orto botanico con molte specie di alberi inselvatichiti carichi di frutti. La villa dava l’idea di una trascuratezza voluta, così nascosta nessuno l’avrebbe vista. Trovammo una cinquantina di stanze perfettamente arredate con mobili di alto pregio. Scegliemmo la più adatta e allestimmo una vera e propria sala operatoria che non era da meno di quella di un ospedale. Filippo sistemò tutte le sue attrezzature, l’ecografo, l’apparecchio per l’elettrocardiografia, il misuratore di pressione, l’endoscopio e tutto l’occorrente per le prime diagnosi; con l’assistenza infermieristica della gattara tutti quelli che avevano il codice rosso in poche ore furono visitati e ognuno ebbe la sua cartella clinica. Mentre loro tagliavano, cucivano e ingessavano, io, Barbablù e Pitagora chiamammo a raccolta il popolo felino e assegnammo ad ognuno il proprio rifugio. Gli anziani ebbero dei letti d’epoca con materassi di piuma che li intimidirono un po’, ma poi ognuno trovò il suo cantuccio ideale e recitò un sentito mantra di ronron in segno di ringraziamento. Tutti gli altri ebbero una cuccia nelle camere confortevoli come le suite di albergo. I cucciolotti con Castorino se li tenne mamma gatta per poterli allattare col suo seno di gomma. Non ci fu nessuna rissa né per il cibo, né per il giaciglio che tutti accettarono di buon grado. Dopo che tutti se ne andarono a dormire, io Barbablù e pitagora non stavamo più nella pelle dalla voglia di scoprire i misteri di quel posto e con una piccola torcia perlustrammo subito il parco. Gli alberi avevano ancora i cartellini col nome scientifico e l’età. La villa era circondata da una muraglia alta cinque o sei metri col suo bel passetto in cima, che si raggiungeva con una scala a pioli. Nell’orto botanico c’erano alberi di ciliegi, meli, peri, prugnoli, albicocchi, mandorli e persino un baobab. La lista sarebbe molto lunga, basti sapere che abbiamo contato più di duecento alberi di vario tipo. Barbablù si era già arrampicato sul muro di cinta che porta alla torre la cui cima si perde fra gli alberi più alti. Io rimasi solo in quell’intrico di ramaglie, Pitagora si accorse del mio disagio e mi guidò fra quei garbugli in cui solo lui poteva capirci qualcosa e arrivai anch’io sul muro. Il cielo era più terso di un bel giorno di luglio; gli astri erano tutti lì a far mostra di sè. La luna era al massimo della sua pienezza, sembrava un immenso faro piantato in mezzo a quel globo di cristallo blu mare, le stelle erano più splendenti del solito. Entrammo in un’ampia altana in cui c’era uno stupendo astrolabio, due grandi cannocchiali girevoli fissati su delle comode postazioni. I muri erano coperti da specchi in cui si riflettevano gli astri, si vedevano chiaramente la via lattea, le pleiadi e l’orsa maggiore. Puntai in alto il cannopcchiale e lo spettacolo fu inebriante. La luna si vedeva così vicina che temetti che ci venisse addosso e istintivamente lasciai il cannocchiale. Non avevo mai usato apparecchi così sofisticati e l’effetto fu quello di un forte pugno allo stomaco. Barbablù che aveva captato il mio stato d’animo mi saltò sulle gambe e infilò anche lui il musetto nel cavo delle lenti. Rimase immobile per alcuni istanti, poi vibrò tutto e si rifugiò fra le mie braccia. Pitagora fece un volo circolare sulla nostra testa e si posò sull’astrolabio come se volesse scoprirne la complicata meccanica, e subito dopo sentimmo diffondersi delle voci simili allo stormire di foglie:

Alla fine del parco dove mamma mi sgrida se gioco con l’arco
se tiro la palla se rompo dei fiori se scrivo sui muri i colori
c’è un grattacielo che gratta le nuvole che prima non c’era
pieno di antenne che attirano i lampi e mi fanno paura
il babbo mi dice di stare lontano di non fare le bricioline
perché nel giardino se mangi i biscotti poi vengono le formichine
ma io li mangio lo stesso perché stare senza non posso
e se ne verranno un milione giocheremo al pallone
tu grattacielo grattta gratta gratta gra
allora lasciami giocare sulla faccia piatta che tu hai
oh grattacielo gratta gratta gratta gra
questa è un’età un po’ matta ma è anche la più libera lo sai
perché non tiro più i sassolini nell’acqua del lago?
perché in mezzo ci sei nato tu che mi sembri un gran drago
se ti sposti un pochino e mi lasci vedere
le luci che tutte le sere
son gialle e son verdi
son grandi e son belle e tutte si chiamano stelle
perché io son piccolino e non posso vedere lontano
perché il prato dev’essere grande come i campi di grano
alla fine del parco dove mamma mi sgrida se gioco con l’arco
se rompo dei fiori se scrivo sui muri i colori
c’è un grattacielo che gratta le nuvole che prima non c’era
pieno di antenne che attirano i lampi che mi fanno paura
oh grattacielo gratta gratta gratta gra
allora lasciami giocare sulla faccia piatta che tu hai
oh grattacielo gratta gratta gratta gra
questa mia età è un po’ matta ma è anche la più libera lo sai
allora lasciami giocare sulla faccia piatta che tu hai
_perché son piccolino e non posso vedere lontano
perché il prato dev’essere grande come i campi di grano
il babbo mi dice di stare lontano di non fare le bricioline
perché nel giardino se mangio i biscotti poi vengono le formichine
ma io li mangio lo stesso perché stare senza non posso
e se ne verranno un milione giocheremo al pallone
oh grattacielo! gratta gratta gratta gra
e allora lasciami giocare sulla faccia piatta che tu hai
oh grattacielo! gratta gratta gratta gra
e allora lasciami giocare sulla faccia piatta che tu hai
questa mia età è un po’ matta
ma è anche la più libera lo sai
oh grattacielo!……..

_
Ascoltammo un po’ impauriti quel canto triste che racconta di un bambino che voleva giocare in totale libertà con la palla in questo giardino. Rividi me da piccolo che una volta per prendere il pallone in un laghetto del parco quasi annegai. Ebbi i brividi e fuggimmo via.
Mamma gatta era ancora lì con i cucciolotti che brulicavano nel suo letto con i più piccoli attaccati al seno di gomma. Appena ci vide ci disse che era finito il latte e che bisognava andarlo a prendere in città. Poi scoppiò a piangere, i gatti più gravi erano morti sotto i ferri e voleva seppellirli nel parco. Conosceva tutti i clochard della zona che avrebbero potuto rimettere in ordine il giardino e dare dignitosa sepoltura ai suoi orfanelli morti.
“Io qui ci sono venuta più che volentieri, l’ho fatto per i miei disgraziati, ma fin da bambina ho sempre avuto paura del bosco o dei posti nascosti nelle campagne, specie di notte, mentre in città io vivo più che altro di notte per le strade più buie e sperdute, ma lì non ho avuto mai paura. Fra un mese sarà molto freddo e i barboni lo soffriranno più dei miei trovatelli. In questa villa potrebbero rendersi utili e stare anche loro in un letto dignitoso. Ne conosco due che fanno i giardinieri che potrebbero far diventare questo parco più bello di quello pubblico.
” Mise i gattini nei trasportini, li infilò sotto il letto e ritornammo in città, Filippo invece rimase in villa a vigilare i gatti malati. La gattara non si era ancora aperta con noi e io sapevo solo che era una specie di assistente sociale dei gatti, ma non sapevo che si occupava anche dei cosìdetti senza tetto, pensai che quel “senza” nasconde molte difficoltà del linguaggio umano: Se sei senza le carte in regola che dicono chi sei, da dove vieni e dove vai, per il mondo non sei nessuno. Ma anche con le carte giuste puoi far parte della famiglia dei senza casa, i senza lavoro, i senza soldi e i senza niente. Gli apolidi, e cioè i senza città e per i nostri tempi, i senza dimora, sono sempre esistiti, erano e sono persone che volutamente sceglievano e scelgono di essere cittadini del mondo. Ma il mondo si ostina a non volerli e a non vederli e per il mondo sono sempre dei signor nessuno. Poi ci sono quelli che venderebbero l’anima al diavolo per avere una fissa dimora, ma di fisse dimore e cioè milioni di case vuote ne esistono a milioni, però esistono anche milioni di senza dimora. Qualcosa così non torna e mi sa che sia fatto male il mondo e anche noi. Quando ero bambino e sentii parlare per la prima volta dei barboni immaginai delle persone con un gran barbone. Poi mi accorsi che quelli che vivevano per strada avevano solo la barba lunga di qualche giorno e di barboni con il barbone ne ho visti pochi. Così mi spiegai da solo che chiamiamo barboni quelli che non si possono radere tutti i giorni perché non lo possono semplicemente fare. Ecco come si dà significato alle parole. I romani chiamavano barbari i greci che forse per risparmiare tempo non si radevano, o che più semplicemente non conoscevano l’arte delle barberie. Poi conquistati i greci, alcuni romani dimenticarono che esisteva il rasoio e si fecero crescere dei fluenti barboni come simbolo di potere per gli imperatori, o di saggezza per i filosofi. Ma i romani continuarono a chiamare gli altri popoli barbari e quando li conquistavano i loro capi ostentavano dei folti barboni. Incuriosito da queste persone speciali un giorno ne andai a trovare una che chiamavano Diogene che dispensava formule magiche agli abitanti del quartiere. Lo trovai in una nicchia sotto un portico, che per ragioni architettoniche in quel portico di nicchie ce n’erano tante e ottimi rifugi per i barboni, bastava un cartone e una coperta. Poi dei cittadini fecero una petizione che diceva: “Via i morti viventi dalla città”. Chiesi a Diogene cosa volessero dire i cittadini e lui ieratico e con due occhietti liquidi che regalavano sonno mi disse:
“Quella gente ha ragioni da vendere, perché se qualcuno quando avevo una mia casa ci fosse entrato e piantato le tende, io gli avrei gentilmente chiesto di levarle quelle tende, in quanto mi avrebbero rotto i miei equilibri esistenziali. Ora pensa che quella gente di tende ne ha davanti casa decine con gli ospiti con le loro brave abitudini. Il mio vicino di nicchia saluta il mattino con una fragrante cagata davanti alla mia nicchia e io sono costretto ad alzarmi se non voglio asfissiare. Un giorno che in un bar ci facevamo un bicchiere per scaldarci l’anima e che l’alcol aveva superato l’asticella, chiesi al mio vicino di nicchia il perché di quei regalini che devo pulire sempre io. Lui innocente più dell’innocenza mi risponde che me lo merito perché io per tutto il giorno dico solo stronzate che le sue cagate in confronto sono più innocue di scacazzate di mosche”. Poi le nicchie furono murate e i morti viventi sparirono e adesso non si sa dove stanno e quanti sono. Mentre io fluttuavo dentro questi pensieri con Pitagora e Barbablù sulle spalle, camminavo dietro la gattara che aveva un passo da vero felino. Non faceva rumore e si muoveva flessuosa per vicoli e stradine che non avevo mai frequentato. Accelerai il passo per farle alcune domande per conoscerla meglio. Io e lei avevamo avuto fugaci incontri col solo filo dei gatti che ci legava, ma non avevamo mai parlato di altro. Non mi ero permesso di farlo, credendo di toccare tasti dolorosi della sua vita, ma ora per necessità emergenziale stavamo sotto lo stesso tetto e la confidenza piano piano si faceva largo. Le chiesi a bruciapelo di raccontarmi qualcosa della sua esistenza dandomi disponibile a parlarle della mia. Lei si fermò e mi piantò i suoi occhietti come due punti interrogativi nei miei:
“Ti ho fatto capire molte cose di me, e io ne ho capite altrettante di te. Certe cose parlano da sole e sono più loquaci di mille discorsi. Io non riesco ad adattarmi agli ingranaggi della vita e ho pochi punti fermi che la vita mi ha imposto. Gli uomini hanno dentro di sè delle matasse troppo ingarbugliate che ho anche provato a sbrogliare, ma mi sono ritrovata sempre il filo rotto in mano. I gatti non so perchè ho imparato a conoscerli meglio di me stessa che sono lunatica e mi affido solo alle sensazionI. CON i ragionamenti e le meccaniche precise dei pensieri io non vado d’accordo, e poi mi fanno sempre sbagliare tutto. Quindi ti basti che io vado a pelle con le persone. Anche se non ho combinato un granchè nella vita, sono riuscita senza un vero lavoro, una pensione o un’assistenza qualsiasi a sfangarmela lo stesso, riuscendo a rendermi un minimo utile per quel che ho potuto anche a chi stava peggio di me. Quando avevo tre anni e prima che mio padre e mia madre morissero in un incidente, mi regalarono due meravigliosi gattini, un maschietto e una femminuccia che sono stati per me fratello, sorella, nonni e poi anche mamma e papà. Stavamo sempre insieme e quando i miei genitori non c’erano più, io sono cresciuta con loro, fino a che mi hanno messo in collegio, e allora mi hanno tolto i miei gattini portandoli in un rifugio. Io non volevo più vivere, piangevo sempre e non volevo più studiare. La suora superiora che mi capiva, ma che non poteva prendere in collegio anche i miei gattini, la domenica mi accompagnava da loro e mi faceva giocare anche con gli altri gatti. Ma quando dovevamo rientrare io puntavo i piedi e non la finivo più di piangere. Così la madre superiora si arrese e mi fece portare i miei Lillo e Lilla in collegio, ma i genitori dei miei compagni si opposero perchè non era giusto nei confronti degli altri bambini che avevano a casa un cane o un gatto che avrebbero potuto anche loro portarseli in istituto. Mi ricordo che una mattina di settem__bre mi dissero che i miei gatti erano fuggiti. Non ci volli credere e la sera scappai anch’io e li andai a trovare in un altro rifugio fuori città, dopo aver girato per tutte le oasi feline. Così le suore si arresero e mi trovarono una casafamiglia dove potevo vivere con il mio Lillo e la mia Lilla. L’ultima cosa che ti dico è che le parole quando non sono vissute sono delle orbite vuote che non ti servono per vedere la realtà delle cose. La vita è solo sofferenza e fino a che una persona non ci passa attraverso non capirà mai il mondo. Io ho capito fino adesso che è così e l’unica cosa che possiamo fare è di alleviarla in noi e negli altri con un po’ di sana compassione, ma non la compassione pelosa di quelli che ti dicono poverino e poi si dimenticano subito di averlo detto senza muovere un dito per dare senso a questa parola. Ho imparato da un barbone che compassione vuol dire patire insieme e cioè soffrire insieme.
” Dalle sue parole uscì un quadro di una vita che in buona parte avevo immaginato, ma adesso che lei ne aveva parlato così mi venne voglia di volerle ancora più bene. Sotto quella luna che sembrava un sole notturno, potei finalmente vedere per la prima volta tutta la persona di mamma gatta. Ha circa cinquant’anni, ma se li porta molto male e forse potrei sbagliare questa previsione, ma non volevo chiederglielo per rispettare le sue ultime parole. I capelli sono quasi tutti bianchi, folti e lisci che le arrivano a metà spalla, con una frangetta che le copre gli occhi inducendola spesso in quel tipico gesto di spostarseli con la mano per far finta di vederci meglio. Filippo mi ha spiegato che quelli che fanno così non vogliono essere scrutati, come quelli che per impedirlo ti piazzano davanti un bel muro divisorio di un paio di occhiali scuri. Ha il collo piuttosto lungo e sottile e sotto la tiroide le s’incurva all’indietro facendole venire in avanti il mento che è aguzzo come un triangolo isoscele. Il viso è rigato da molte linee sottili con un certo fascino di faccia misteriosa e bonaria. Il nasino è a misura dei due occhiuzzi un po’ diagonali che sembra cerchino continuamente qualcosa, sotto una fronte un po’ arrotondata come quello di un gatto. Anche le orecchie un po’ a sventola sono piccole e un po’ feline. L’ossatura robusta la fa apparire più grossa di quel che è, e l’altezza è nella media di una donna italiana. Non l’ho mai vista con una gonna o vestiti femminili, indossa sempre dei jeans neri e stretti con scarpe da ginnastica e degli spessi maglioni di lana. Nel complesso appare con un piglio piuttosto mascolino e anche un po’ ruvida in certi modi di fare, quando si avvicina ti tocca come se ti volesse scuotere. Decisi di fidarmi di lei e la seguii come un buon discepolo che vuol scoprire altri misteri della vita. C’infilammo in un cunicolo non più alto di un metro che una volta probabilmente era un raccordo per le fognature. Dopo aver strisciato per una ventina di metri entrammo in una sorta di discarica piena di rifiuti solidi e di vecchie apparecchiature dismesse. Ne calpestammo diverse e alla fine arrivammo a ridosso di un grande frigorifero industriale fuori uso e steso a terra orizzontalmente. Non seppi resistere e le chiesi dov’eravamo; lei fece prima il segno di tacere, poi mi prese per un braccio e mi portò lontano da quel punto e mi disse:
“Siamo in una discarica di prodotti industriali, per lo più celle frigorifere, ma anche enormi lavatrici, caldaie che riscaldavano grandi palazzi e altri mostri che non so riconoscere. Giacomo dorme in quel frigo, perché sostiene che è costruito in modo da isolare il caldo e il freddo. Lui ha lavorato nella fabbrica che li costruisce ancora e ne conosce perfettamente il funzionamento. Sono la sola che sa di questo posto e fra me e Giacomo ci sono dei segnali segreti, lui dice che non farebbe cambio nemmeno con una casa di lusso che gli darebbe solo preoccupazioni. Adesso c’è e sta dormendo, lo vedi quel foro sulla portiera che ha davanti una grata? E’ aperto per l’aria. Quando lui non c’è lo chiude. In questo postaccio ci sono stata anch’io per diversi mesi con i miei trovatelli, quando non potevo assisterli, ci pensava lui che ama i gatti come me. Dice che se dovesse rinascere vorrebbe essere un gatto nero. Si fida ciecamente di me e posso svegliarlo e farvelo conoscere”.
Non seppi trovare le parole per dire qualcosa, né sì né no. Poi pensai che probabilmente il ragionamento di Giacomo aveva dei fondamenti, perché sapevo che i frigo hanno degli ottimi isolanti, forse stava meglio lui di altri che dormono sulle panchine o per strada dentro dei semplici cartoni, ma adesso che la luna illuminava quell’ammasso di ferraglie ebbi un sentimento di morte nel cuore e provai ad immaginare me al posto di Giacomo e non saprei dire se avrei preferito farla finita o se mi sarei adattato a quella vita. Anche Barbablù nascose la testa sotto la mia ascella, come se non volesse vedere quegli spettri ferrosi e sgangherati. Pitagora non si scompose, anzi dava l’idea che conoscesse già questa malabolgia, lui coi suoi giri dall’alto era sicuramente passato anche da qui. La porta si aprì e la testa di Giacomo spuntò da quell’enorme bara. Mi avvicinai e gli strinsi la mano, ma lui non si curò affatto di me e si mise ad accarezzare Barbablù che accese il motore come se conoscesse quell’uomo da sempre. Poi Giacomo ripetè il ritornello che lui voleva rivivere in un gatto nero. Frugò nella bara e tirò fuori un cartoccio di cibo ammuffito e lo offrì al gatto che lo annusò sospettoso e come se non volesse essere scortese ne mangiò un po’. Saltò dentro il frigo e si mise ad ispezionarlo da cima a fondo, Giacomo trionfante continuò ad accarezzarlo dicendo che lui lo sapeva, i gatti neri sono i più affettuosi e i più intelligenti. La gattara gli propose di venire in villa a dare una mano, ma lui rispose che non voleva far niente per qualche giorno, non si sentiva molto bene a causa di una colica di reni. Lei lo rimproverò dicendogli che se non la smetteva di fare l’idrovora a breve lo avrebbero portato al cimitero col frigo compreso, visto che non aveva un soldo per pagarsi la bara. Lui rise, ci risalutò e chiuse la porta. La Gattara non si arrese e ci portò da un’altro suo amico che dormiva dentro un cassonetto dell’immondizia tutto sbruciacchiato, buttato in mezzo a un cumulo di rifiuti. Bussò sul coperchio e da dentro si sentì un vocione rauco che bestemmiò e che la mandò a quel paese, dicendole che non c’era trippa per i gatti, e che non aveva mangiato neanche lui. Le chiese se gli aveva portato un po’ di quello che lei sapeva o se gli aveva procurato da fumare. Lei rispose con dei secchi no no, e lo chiamò Angelino:
“Se vuoi quello che chiedi te lo devi guadagnare, vieni nel nuovo posto che ho trovato ai miei orfanelli che è una vera villa con tanto di parco, ma bisognerebbe fare un po’ di potature e dei lavoretti di giardinaggio, è un lavoro che tu sai fare meglio di altri.”
Dal cassonetto non arrivò nessuna risposta, la gattara avvicinò l’orecchio e la sentii ridere per la prima volta.
“Il bastardo sta russando, non mi ha neanche ascoltato, saputo che non gli ho portato da fumare e bere, si è rimesso a dormire.”.
Fece appoggiare l’orecchio anche a me. Mi ritrassi un po’ spaventato dicendole che per me quell’uomo stava morendo. Lei rise con ironia: “Lo conosco troppo bene, fa sempre così, all’inizio mi spaventavo anch’io poi ci ho fatto l’abitudine. E’ un maleducato opportunista, se adesso lo risveglio e gli dico che ho portato quello che vuole, gli vedresti spuntare la zampaccia da questo buco”.
Mi fece sentire con la mano un foro grande come un fondo di bottiglia tutto arrugginito. Se non fosse stato per la comicità della scena, anzichè ridere io avrei voluto sprofondare al centro della terra, ma si capiva molto bene che la gattara a quel modo di vivere c’era abituata e mi disse di non farci caso. Voleva a tutti i costi raggiungere il suo obbiettivo e portare qualche suo amico barbone in villa per renderla più accogliente, e magari farla diventare tetto dei senza tetto. Andammo a trovare Napoleone, un _estroso personaggio della ristorazione, pieno di soldi e proprietario di alcuni ristoranti. Lo trovammo nel suo Ape a cui aveva trasformato il cassone di metallo con del legno tutto dipinto e decorato da artisti di strada. Non si sa se avesse vissuto da barbone in qualche altra città, ma anche adesso che era ricchissimo preferiva vivere nel suo ape. Mentre andavamo da lui, la gattara mi raccontò alcuni episodi su questo stravagante personaggio che m’incuriosì un sacco, e sperai che lo trovassimo anche per risollevarmi un po’ l’umore che dopo quelle due scene da teatro dell’assurdo mi era sceso sotto i piedi.
“Credo che da giovane fosse uno di quelli che chiamavano figlio dei fiori e che abbia girato per molti paesi del mondo. Era di famiglia benestante, ma per quella scelta i genitori l’hanno diseredato. Era un musicista di strada, adesso gli sono rimasti solo i capelli lunghi e bianchi come un biancospino, ha più di sessant’anni e sembra un ragazzino. D’estate lo puoi vedere in giro con questa coda di cavallo che gli arriva fino al sedere, con dei gran mazzi di fiori che regala alla prima donna che incontra. Dicono che in questo modo galante molte donne anche giovanissime ci siano cascate, lui dice che ai loro fidanzati gli sta bene, perchè hanno dimenticato queste gentilezze che nell’immaginario femminile sono gesti da favola in cui le donne continuano a sognare l’eterno principe azzurro. Ad ogni capodanno riempie i suoi ristoranti di zingarelli, emigrati di tutti i popoli, ma soprattutto barboni. Ormai è diventata una tradizione. Alla fine del pranzo i musicisti di strada fanno delle interminabili sessions che possono durare fino al giorno dopo. Un anno ha voluto fare l’originale e mi ha incaricata di portargli nel suo migliore ristorante tutti i cani e gatti che riuscii a mettere insieme per quel capodanno molto fuori dal normale. Gliene portai un centinaio presi in ogni angolo della città. Lui li ha sistemati a tavola come delle persone e gli ha fatto servire diverse portate prelibate, fino a farli scoppiare. Io sono impazzita a tenere a bada quelle bestie che avevo vestito da carnevale che scappavano da tutte le parti. In verità se non mi avessero aiutato i miei amici barboni che amano gli animali, non so se ce l’avrei mai fatta a tenere a bada quella masnada di cani e gatti con gli occhi stralunati e persi nel vuoto. Sorpresa finale: i più famosi artisti della città si sono esibiti con poesie, quadri e canzoni, ma si dovettero rigorosamente attenere ad argomenti i cui soggetti erano i cani o i gatti abbandonati o randagi. Dei pittori dipinsero alcuni miei orfanelli e i quadri si misero all’asta e il ricavato lo investimmo per sfamare i miei disgraziatoni per molti giorni. Andammo a finire su tutti i giornali e ci fu un lungo servizio televisivo di portata nazionale. Alcune mie bestioline diventarono delle star. Quando le portavo con me in qualche mercatino per prendermi gli avanzi della giornata, i commercianti ci chiedevano l’autografo.”
Nap ascoltava dell’hardrock di quelli pesanti a tutto volume. Faticammo a farci sentire e dopo molte bussate sull’ape si affacciò facendo apprezzamenti imbarazzanti sulla gattara tipo:
“Te l’ho sempre detto che puoi venire a farti due risate qui dentro con me che vecchietti come siamo possiamo dare la paga a questi giovanotti smidollati senza spina dorsale”.
Mentre parlava con lei mi guardava facendo scorrere su di me due occhioni ballerini e azzurri come il cielo di quella notte.
“Chi è questo bel fusto, è la tua nuova fiamma? Dove l’hai raccolto? E’ anche questo un pankabbestia come quello che mi hai portato l’ultima volta che puzzava di carogna?”
La gattara lo fulminò con un’occhiata felina che gli fece cambiare immediatamente registro. C’invitò nel suo salottino da camper e tirò fuori sei o sette bottiglie di liquori pregiati e mi offrì da fumare. Poi continuò a parlare con la gattara e per tutto il tempo che rimanemmo lì non mi guardò più e non mi rivolse una sola parola. Con un gesto che mi ricordò quelli che si vogliono liberare da cose inutili, sfilò da un portafoglio bisunto un bigliettone dicendole:
“Con questi ci prendi del filetto e lo dài agli inseparabili, perché quando sono venuto a trovarli non li ho visti in buona salute. Il resto è per te che mi devi giurare che ti vai a fare una cenetta come si deve da quel figlio di puttana di quel frocio del Passatore che dopo che mi ha pugnalato alle spalle, lasciandomi nella merda col mio ristorante, ha aperto il suo con tutte le mie ricette inventate in quarant’anni di lavoro. Gli fai anche due o tre malocchi a nome mio”.
La gattara abbozzò un sorrisetto fra l’ironico e il disgusto, e mi parve che non fosse molto convinta di accettare quel regalo. Lui se ne accorse e le diede un abbraccione dicendo che se glieli restituiva li stracciava. Davanti a quella minaccia se li mise nel seno e gli spiegò il motivo della nostra visita: “Siamo venuti a farci dare qualche nominativo dei tuoi amici barboni più fidati che sappiano fare lavori di giardinaggio. Ne abbiamo bisogno subito, perché dove sono adesso con tutti i miei figli siamo sepolti sotto arbusti, rovi ed erbacce di ogni genere”. Continuò a raccontargli tutta l’odissea dei suoi trovatelli fino a dirgli che ne aveva una decina da seppellire. Nap si guardò intorno e tirò fuori una specie di schedario con delle foto e gliele mise sotto il naso: “Spulcia fra questi e domani li avrai a ripulire la tua boscaglia. Lei le guardò come se dovesse scegliere dei preziosi e poi sospirò delusa:
“Io dalle foto non ci capisco un fico secco, devo sentire almeno la voce di una persona per essere sicura se mi devo fidare o no. E poi me ne accorgo dall’odore, da come cammina, dai gesti e da come ti guarda. Se mi guarda in faccia o se di sbieco mi accorgo se si vuole far conoscere nella sua autenticità o se mente”.
Stava per restituirgli quella specie di album, ma lo trattenne e gli chiese:
“Questo ragazzino che vedo nell’ultima pagina sei tu da giovane? Ti assomiglia come una goccia gemella”.
Nap si passò due dita sugli occhi e cambiò totalmente l’espressione del viso. Rimase un bel po’ in silenzio, poi incominciò a piangere, mise la testa sul seno della gattara che gliela prese fra le mani e cercò di accarezzargliela.
“Perdonami, non volevo farti ricordare la tua gioventù, era solo una banale curiosità.”
Nap si asciugò gli occhi col dorso della mano e ci raccontò chi era quello della foto:
“e’ il mio figlio preferito, a voglia a dire che i figli sono tutti uguali per i genitori, questo mi assomigliava come uno stampino, aveva i miei stessi gusti musicali ed era un ottimo musicista. A sette anni suonava la chitarra come Hendrix; incominciò a interessarsi di questioni sociali a soli nove anni. Poi verso i quindici se n’è voluto andare in India perché diceva che lì c’era da imparare più che a scuola. Io non potevo impedirglielo, sarei stato incoerente, perché avevo fatto la stessa cosa proprio alla sua età. Nel giorno del suo compleanno, ne aveva compiuti sedici, mi arrivò dal consolato italiano a Calcutta un telegramma di una riga sola: <>. Io per qualche giorno ho vissuto con la morte nel cuore, e quando andai in India per il riconoscimento, volevo esserci io al suo posto, l’avevano maciullato con un machete, peggio di come si taglia un pezzo di legno. Seppi che si era messo a battagliare con altri piccoli indiani contro lo sfruttamento minorile. Sai che lì a soli tre anni li fanno lavorare anche tredici o quattordici ore al giorno! Beh per finirla e non parlarne più, mi dissero che aveva dato fuoco a una grossa fabbrica di palloni di quelli che poi si vedono negli stadi. Adesso io in sua memoria ho organizzato un torneo per il quale possono giocare solo figli di zingari, di emigrati e di barboni, ma la palla è fatta di caucciù come quella che usavano già gli Incas secoli fa. Ne ho fatte venire dall’America Latina diverse migliaia che fabbricano ancora delle tribù indios, e le ho regalate a tutti i centri sportivi della nostra regione. So che ci giocano meglio che con quelli professionali che sono più pesanti e più pericolosi. Ogni fine stagione, verso luglio faccio apparire a mie spese degli articoli sui giornali sportivi che parlano della condizione di quei bambini che mio figlio voleva difendere dai marpioni delle multinazionali. Da una sommaria indagine si seppe che assoldarono proprio una banda di ragazzini che lui voleva proteggere. Quando guardo questa foto lui mi parla e ogni volta io vorrei morire, adesso che lo vedo lo sento chiaramente come da un magnetofono:

 Se il pallone è rotondo

Tira e ritira la palla: che gol!

Tira il pallone ma sappi però

che tanti bambini non giocano mai

dall’Himalaia fino a Dubai

per loro è un lavoro di poche lire

con ago e filo tutto il giorno a cucire

e come son bravi più veloci di un lampo

e non c’è più scampo

di tirare al pallone

non hanno mai tempo

tira la palla ma adesso lo sai

che certi bambini non giocano mai

tira e ritira il pallone però

tu qualche volta pensaci un po’

se il pallone è rotondo come il mappamondo

come una gran giostra che fa il girotondo tondo tondo tondo

e allora il mondo è di tutti

dei belli e dei brutti

dei gialli e dei neri

e un bell’arcobaleno

finalmente saremo

senti la radio che notizie che dà

dall’Indocina al Canadà

ogni bambino avrà il suo pallone

l’hanno deciso i dottori dell’Onu

perché il pallone è rotondo

come il mappamondo

come una gran giostra che fa il girotondo tondo tondo tondo

allora il mondo è di tutti

dei belli e dei brutti

dei bianchi e dei neri

e un bell’arcobaleno finalmente saremo finalmente saremo finalmente faremo.

Lasciammo il Nap con la foto del figlio che se la stringeva sulla faccia, non si accorse neanche che ce ne stavamo andando. La gattara si assicurò che lì intorno non ci fossero dei mariuoli, che ogni tanto al Nap gli fanno dei brutti scherzi, come tagliargli le gomme o fregargli la benzina. L’ultima volta gli hanno rubato l’Ape con lui che ci dormiva dentro. Quando se ne sono accorti volevano farlo fuori, ma lui navigato com’è gli ha detto che se andavano al suo ristorante avrebbe consegnato la cassa. Quando gliela diede con l’incasso di tutta la sera, dopo un quarto d’ora a quei ladri di polli, la cassa scoppiò in mano. Ci aveva fatto costruire un marghingegno, una specie di bombetta ad orologeria e poi li acciuffarono pure, perché sono andati a finire al pronto soccorso e hanno cantato tutto. Al Nap non fecero niente perchè non si riuscì a dimostrare che l’esplosivo ce l’aveva messo lui. La città pullula di una fauna così variegata che non si finisce mai di conoscere fino in fondo. Seguii fiducioso la gattara in quel notturno “giro turistico” per i postriboli più nascosti e impensabili della mia città, di cui avevo solo una parziale e pseuda-visione “romantica”. Ci portò in un cimitero fuori uso a causa di una frana, in cui trovammo i prototipi umani più strampalati. Ognuno si era ricavato il suo letto nei loculi svuotati dalle bare che erano state accatastate davanti alla cappellina che fungeva da spazio comune, dove mangiavano discutevano o proiettavano film su una parete scalcinata. Per riscaldarsi, si erano costruiti dei bracieri in cui bruciavano allegramente pezzi di quelle bare. Ne trovammo alcuni seduti a terra che si scaldavano vicino a quei piccoli fuochi che si guardavano la Corazzata Potemkin. Altri erano affascinati dalle parole di una donnetta, che spiegava a quei neofiti come si poteva apprendere l’arte del mesmerista in poche ore. Diceva che bastava una grande fantasia e saper suggestionare gli ascoltatori, che dovevano sentirsi sempre i protagonisti degli episodi inventati. L’esperta era una vecchietta piccola e raggrinzita, alta come una bambina di cinque o sei anni. Ci dissero che aveva una particolare forma di nanismo armonico. Era proporzionata in tutto il corpo, ma la vocina graffiata e battuta dal tempo, era quella di una vecchia malconcia. La nana tirò fuori da un sacco nero, tipo quelli della spazzatura, calamite, aghi e unguenti vari, che poi sapemmo essere degli anestetici cutanei, e incominciò a fare esempi concreti prima sulla sua persona e poi sui corpi di quelli più interessati. Offrì il braccio un ragazzone tutto sdentato con una sigaretta per ogni angolo della bocca. Una accesa l’altra spenta, che ebbe il suo fuoco appena l’altra divenne cenere. La vecchietta gli spalmò un po’ di quell’intruglio sulla parte dell’avambraccio con più terminazioni nervose, gli strisciò addosso un grosso magnete, e dopo qualche secondo gli conficcò una decina di aghi di varie lunghezze. Il ragazzo non fece nessuna smorfia di dolore e chiese se quella crema la doveva spargere anche sulle braccia dei suoi potenziali spettatori quando avrebbe fatto il suo show:
“Innanzitutto, per essere convincenti, dovete provare sempre sul vostro corpo ciò che proponete agli altri; facendo toccare o vedere, solo così convincerete anche lo scienziato più scettico.

Poi si addentrò in nozioni di psicologia di massa, il cui succo sta tutto nella suggestione e nella quantità di balle ben raccontate che si riescono a far digerire a chi ascolta.
“Se li saprete convincere per bene, vi daranno tutto quello che vorrete. Un mio allievo è riuscito a farsi intestare l’eredità da una ricca signora che era tormentata da pene d’amore per un’amichetta di famiglia molto più giovane, col risultato che la bambola desiderata dalla spasimante, appena seppe che i suoi beni erano passati al mesmerista, fuggì via con lui.”
Il racconto si diffuse per il cimitero, la maga fu sommersa da una trentina di ragazzi che erano stati svegliati da un neofita mesmerista. Si erano presentati avvolti in coperte sbrindellate ancora caldi di sonno speranzosi di apprendere quei trucchi da fiaba. Appena la stregona si vide addosso quella masnada che la soffocava, si prodigò subito a fare il profilo a quelli che le capitavano a tiro. Incominciò a tastare cranii, facendo le diagnosi a seconda delle protuberanze o avvallamenti delle teste che palpava. Non si ebbe un solo profilo positivo, cosicchè ci fu un fuggi-fuggi con imprecazioni e bestemmie contro la maga, che però aveva raggiunto lo scopo di tornare a respirare, era ormai soffocata da quella calca che emanava gli umori corporei più acri che l’odore di umanità possa produrre. Anche noi uscimmo all’aperto, appena la cappellina si svuotò, e persino la gattara che non è affatto schizzinosa, la vidi che aspirava aria a pieni polmoni, come se fosse appena uscita da uno scampato annegamento. Mi disse che avevamo sbagliato il momento, lì c’erano dei ragazzi con delle buone spalle rubate all’agricoltura, che ci avrebbero liberati dalle erbacce in pochissimo tempo, ma dopo quello che aveva detto la maga nana, non se la sentiva proprio di disturbarli. Nel frattempo fummo circondati da una marea di cani che ci annusavano dappertutto in cerca di tracce di cibo. Barbablù che era rimasto sulle mie spalle incantato anche lui dalla nana frenologa, incominciò a farmi sentire le sue unghie sul collo in chiaro segno di agitazione. Quella canea non gli piaceva affatto, avvertiva del pericolo, così mi misi anch’io sulle difensive. Due mastini napoletani mi puntarono le umidi narici sullo stomaco, come se volessero estrarmi dalla pancia ciò che avevo mangiato. Trattenni il respiro e mi pietrificai con Barbablù che aveva fatto il pallone e che da un momento all’altro avrebbe reagito. Anche mamma felina e Pitagora non se la passavano meglio, ne avevano attorno una quantità tale che c’era da temere seriamente per la loro vita. Tutti i suoi amici barboni e pankabestia erano spariti, nella cappellina era rimasta solo la vecchietta che rimestava nel suo sacco nero, cercando di infilarci dentro alla rinfusa tutta la sua mercanzia. Il buio era rischiarato solo dalle fioche fiammelle dei braceri rimasti accesi. Mentre esitavo sul da farsi, la fattucchiera decise di uscire, così la vandea canina si avventò sul suo sacco riducendolo a brandelli. I cani più stupidi sparirono con barattoli e tubetti di creme in bocca, altri si aggiravano minacciosi attorno alla maghetta terrorizzata. Improvvisamente i due mastini lasciarono noi e l’azzannarono trascinandola fuori seguiti dalle altre bestie fameliche. Si udì la sua voce soffocata che chiedeva aiuto, stretta fra le fauci dei due molossi. Noi eravamo delle statue di ghiaccio con l’istinto di conservazione che ci obbligava a restare immobili. Allora Pitagora lanciò i suoi fortissimi fischi da pastore di mandria; il sibilo fu così acuto che svegliò i padroni dei cani che spuntarono dal regno dei morti, e aggirandosi fra le tombe ognuno gridò il nome del proprio cane. La cagnara aumentò concitatamente, e solo dopo bestemmie, imprecazioni irripetibili, urla, abbaiamenti in tutte le tonalità, finalmente tornò la classica pace dei cimiteri. Nessuno però si preoccupò di capire cosa fosse successo alla streghetta nana. La trovammo fra ossa rosicchiate che ancora respirava.La tirai fuori da quella fossa e non saprei dire parole più credibili per descriverla. Brandelli di carne le penzolavano lungo il minuscolo corpo con le budella che le uscivano da un fianco. Il respiro era debolissimo, ebbi la netta sensazione che per lei era giunta la fine. Poi la osservammo meglio in due e ci accorgemmo che le ferite, sia pur profonde e gravi, non avevano leso organi vitali. Decidemmo di portarla subito in villa, dove Filippo forse poteva ancora salvarla; me la caricai sulle spalle e ce la demmo a gambe levate. Mamma gatta sapeva tutte le scorciatoie e ci dirottò lungo un tragitto dove c’imbattemmo in altri nottamboli che si arrabattavano nei pressi dei cassonetti della nettezza urbana in cerca di qualcosa per sbarcare il lunario. Incontrammo un vecchiettino piccolo piccolo e curvo, totalmente pelato con la testa che gli luccicava al chiaror della luna. Lo vidi che piegava con lentezza affaticata dei cartoni che poi incastrava con meticolosità su una specie di sidecar a pedali. So che per guadagnarsi la giornata ci vogliono almeno una dozzina di quei carichi quando va bene. In una stradina buia e secondaria disturbammo i famosi ladri del rame, i quali avevano scarnificato una cabina delle connessioni telefoniche. Li vidi in lontananza che si trascinavano dei rotoli di filo, di cui una gran parte si perdeva per strada. Mamma gatta disse che all’indomani il quartiere non avrebbe avuto la linea del telefono. Istintivamente mi buttai all’inseguimento di quei mariuoli che per due lire causavano un danno enorme, ma le forze mi mancarono e poi avevo sulla schiena una che respirava appena, mi limitai a stramaledirli solo mentalmente. La gattara che aveva sulle spalle Pitagora e Barbablù non si arrendeva all’idea di trovare i suoi amici barboni e mi presentò un foglio tutto sdrucito, una specie di mappa disegnata da un writer che mi piacque talmente che la descrivo per il piacere del lettore: E’ una bellissima opera d’arte, è un progetto grafico in cui si tenta di ridisegnare i luoghi più sommersi della città per dare dignità a quelli che sono chiamati dai sociologi “nonluoghi”. La mappa oltre ad aver cambiato i nomi delle vie, ne dà una prospettiva con immagini simboliche molto sugestive. Al centro di questa cartina urbana campeggia Piazza Grande dipinta al tramonto con l’indicazione del nome che si può trovare dietro ogni colonna prospiciente il nome ufficiale. Se sul davanti di una colonna c’è scritto Piazza Maggiore, sicuramente nel retro ci sarà Piazza Grande e così via. L’occhio mi cascò su questi nomi: Via del Campo, via dei Clochardes, via dei ramai, via dei cartonai, via dei Pankabestia, via dei Giullari, dei menestrelli, dei giocolieri, dei saltimbanchi, dei prestigiatori, via degli illusionisti, dei ciondolari, dei georgofili, dei murales, degli Homeless, dei musicisti di strada e degli organari da barberie, degli astrologhi e dei maghi, dei trans e dei transgender, dei Gay e delle lesbiche, dei centri sociali, degli storpi e degli orbi, via degli invisibili, VIA DELLO ZINGARO E DEI GITANI; dei Gattari e dei Canai; dei ferrivecchi e dei solfanai; via dei mercatini dell’usato e dell’America-strass; via Korogocho e degli scugnizzi; via degli Hobo e dei figli dei fiori; via della merda e del fumo; via dei fognari; via Miloud; via dei clown e dei pagliacci; delle case e dei teatri occupati; via dei lavavetri e degli accattoni; via delle oasi feline e dei canili; via del lavoro lento e del lavoro-zero; dei naturisti e dei nudisti; via del mangiare lento e via della decrescita; via “Par tòt”. La gattara conosceva la mappa a memoria, e disse che a costo di girare dalla prima all’ultima via, all’indomani voleva andarci sicura che avrebbe trovato manodopera amica per riordinare il nostro giardino incolto. Io portai la maghetta da Filippo che appena la vide quasi svenne, col mio aiuto la pulimmo e disinfettammo alla meglio. Le iniettò una buona dose di anestesia e incominciò a cucire le innumerevoli ferite. La gattara riuscì in tempo in tempo a procurare qualche cartone di latte per i gattini che già stava allattando. Mentre Filippo si dannbava a curare maga nana, io mi addormentai su una sedia, ero all’estremo delle forze, dopo quello che avevo visto quella notte non poteva essere altrimenti.

    --Continua --

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