Enigmi. Capitolo VI

Enigmi. Capitolo VI

image_pdfimage_print
Lettera di nonno Luigi a nonna Maria 

Non ho mai chiesto alla vita più della stessa essenza
giacchè la vedo imbiancare come neve cadere
senza averne coscienza
dove il mio essere vero è la sensibilità
quando mi tocca nel cuore prendo il carico intero
con la fragilità
Su questi monti tagliati dal vento
fra queste pietre e persone
ricordo un giovane muoversi lento
che trasportava il carbone
era la mia giovinezza
un fiore pronto a sbocciare
dai petali di una tale bellezza
da farti innamorare da farti innamorare
Cara Maria non avere timore
se in queste righe non sai
capire i simboli basta l’amore
così che legger saprai
potrai trovarci la neve e il fiore del biancospino
fuoco che illumina il buio a chi deve
alzarsi al primo mattino
salutami i nostri figli fogli di un libro a metà
digli che possono usare gli artigli
in questa dura realtà
ci rivedremo a Natale
con gli aghi del pungitopo
verrà una nave di zingari e sale
io verrò subito dopo
io verrò subito dopo

Il pranzo era pronto, ma Filippo, Barbablù e Pitagora se la dormivano della grossa. Lasciammo la loro parte al caldo e io e Marta ci togliemmo il pensiero mangiando cose deliziose anche se frugali. Usa prodotti scelti con amore e cura. Sta molto attenta che nei cibi non ci sia troppo ferro, perché Pitagora è delicato di fegato e il ferro non riesce a smaltirlo. Come in tutte le buone famiglie i figli prediletti hanno sempre un occhio di riguardo. Mentre io mi leccavo i baffi per tutte quelle delizie, Barbablù mi scaldava il collo come una morbida sciarpa. Questi aromi sparsi in cucina di solito lo fanno svegliare dai sonni più profondi e gli fanno ballare il ballo dei ruffiani, ma adesso dormiva come se fosse in catalessi. Pitagora si era fatto il nido sulla pancia di Filippo e non si mossero neanche quando gli fummo a pochi centimetri, sembravano stregati dal Dio del sonno. Erano così speciali in quel quadretto che li lasciammo immersi nei loro sogni. Per ammazzare il tempo in attesa che quei ghiri battessero un colpo, Marta mi parlò a lungo dei vizi e virtù di Pitagora e dei merli indiani:
” In origine tutti i merli parlavano una sola lingua e si capivano in tutto il mondo, poi anche loro per motivi ignoti, si sono costruiti la loro bella torre e le lingue si confusero, tant’è che furono costretti a formare tante tribù ognuna con il proprio dialetto. Si contano una trentina di famiglie di merli, come negli uomini ci sono i pigmei, i watussi e gli uomini di grandezza normale, anche i merli a seconda delle zone della terra, hanno varie grandezze, forme e colore. Preferiscono vivere in piccoli branchi di una ventina di membri. Sono dei gran chiacchieroni e non sanno stare da soli, si annoierebbero mortalmente. Si adattano molto bene all’uomo, purché gli garantiscano compagnia e li facciano parlare quanto vogliono. Pitagora viene da una tribù che vive ai piedi dell’Imalaia, così abbiamo capito dai suoi discorsi un po’ fumosi. Sembra che i suoi genitori abitassero da quelle parti. Poi alcuni di loro caddero in una rete tesa da uomini del posto che gli danno una caccia spietata, proprio perché altri uomini li pagano a peso d’oro per tenerli nelle gabbie e stupire i conoscenti con le loro incredibili esibizioni di canti chiacchiere e imitazioni. Pitagora andò a finire in una casa di nobili che gli hanno insegnato le buone maniere e tante parole che gli fanno dire frasi e concetti complicati che a volte io e Filippo ci chiediamo se sia un uccello o un uomo camuffato da merlo. Quando l’abbiamo trovato tutto infreddolito e spaesato in una nevosa giornata d’inverno, pose una sola condizione: che non lo mettessimo in gabbia, perché lui era fuggito da una prigione dorata e stava impazzendo a girare sempre nello stesso spazio. Un bel giorno, mentre qualcuno puliva la voliera lui approfittò di una distrazione e senza pensarci una volta infilò la porticina e se la svignò. Decise di tornarsene in India, ma poi si accorse che l’Asia era troppo lontana e poi c’era di mezzo il mare e che non ci sarebbe mai riuscito, così sperò d’incontrare persone amorevoli che lo accogliessero e fu fortunato. Filippo aveva sempre avuto uccellini che teneva liberi per casa, lui gli garantì solennemente che l’avrebbe considerato come uno di noi e il resto lo sai. Ma vorrei svelarti un paio di segreti che non abbiamo mai detto a nessuno per non essere additati come matti da legare. Pitagora spesso prega e fa delle profonde meditazioni che poi a tavola ci illustra, non per niente la loro specie è chiamata gracula religiosa. Dice che dietro ogni parola si nasconde un significato profondo, ci tiene particolarmente a sottolinearlo sempre. Per lui le parole sono magiche, se uno le sa usare bene, ottiene quello che vuole. Ma se le si usano male possono creare danni irreparabili. Si sa che le parole possono essere spade o carezze che rabboniscono il peggior criminale. Con le parole si enunciano i grandi principi, ma con altre si dichiara la guerra. Le parole possono ferire mortalmente. Con altre si dichiara l’amore individuale e universale. Insomma lui è convinto che nelle parole si nasconde una forza tale che può risuscitare anche i morti o far nascere la vita. Ecco perché si è messo in testa che farà guarire il suo padrone trovandogli le parole buone e scacciando quelle cattive. L’altro segreto è che Pitagora sa leggere nell’anima delle persone e degli animali. Spesso quando conosce qualcuno che non ha mai visto prima, gli basta pochissimo tempo per dirci se ha l’indole buona o se è un filibustiere. L’abbiamo messo alla prova e Filippo che se ne intende più di me sostiene che ci prende più di lui, e che gli esseri umani, dopo tanti anni di studio e terapie, non sa ancora come sono fatti. Un’altra cosa che ci ha veramente stupiti, è che quando prevede che un certo fatto si dovrà manifestare, se si sta molto attenti, anche dopo qualche mese quel fatto si verifica davvero. Spero che tu mi creda e non pensi che sia una visionaria.”
Io non mi stupii affatto e visto che eravamo in vena di confidenze dissi a Marta che anche il mio gatto è un esserino unico e speciale. Lui non parla, tranne che nei miei sogni, ma si accorge di cose che io non vedrei neanche col cannocchiale. Le raccontai degli arcobaleni visti dalla terrazza e della mongolfiera e come Barbablù ne fosse affascinato. Le parlai anche della terribile notte che ho passato, credendo che impersonificasse Belzebù e di tutte le strabilianti coincidenze. Mi raccontò le marachelle che le combina l’uccellaccio. “Ama giocare con ogni cosa che luccica o penzola, catenine e pendagli di tutti i generi. Ma il bello è che li fa sparire in posti impossibili. Sapessi quanti orecchini, anelli e orologi ha fatto sparire! Assomiglia pari pari a una gazza ladra, non so proprio da chi abbia imparato questi scherzacci da prete. E il cibo? E’ tignoso più di una tigna, se una cosa che gli fa bene, perché è piena di vitamine o di proteine, ma non ha la forma che dice lui fa finta di mangiarla, si fa una svolazzata in giardino e quando faccio le pulizie, trovo montagnette piene di formiche che vanno all’assalto dei suoi rifiuti. Gliele canto, ma lui sistematicamente nega, dicendo che sono io ad averle buttate e che poi me ne dimentico. Insomma mi fa dannare con tutti i suoi capricci. Mi fa lui la lista della spesa. Il melone è sempre al primo posto, va matto per i fichi e le ciliegie e di tutta quella frutta carnosa e saporita e anche costosa. Per il resto gli piacciono cose semplici, come le patate lesse, le rape e i legumi ben cotti, purchè non siano fave. Dicono che i merli siano dei gran sporcaccioni, ma lui devo dire che è pulitissimo; si è fatto il suo angolo segreto in giardino e va sempre lì. Se non c’è l’acqua pulita fa dei versacci che devo subito correre a cambiargliela, altrimenti non ci rivolge la parola per giorni. Preferisce stare in giardino anche d’inverno, a volte se ne va negli orti qui vicino, e quando torna ce n’è sempre una nuova. Un giorno non la smetteva più di fare il rumore del tosaerba e ci chiese se lo comperavamo anche noi. Chissà cosa ci trova in quel rumoraccio. Un’altra volta se ne venne che faceva il bambino che piange, tant’è che noi eravamo preoccupatissimi che ci fosse qualche bambinello abbandonato lì intorno. Stavamo per chiamare i vigili e lui si mise a ridere così a crepapenne che rischiò una crisi convulsiva da riso. L’ultima che merita di essere raccontata è questa. A capodanno noi sentiamo il discorso del Presidente della Repubblica, lui dopo che ha cenato se ne va a fare sempre una volatina, quindi in casa non c’è quasi mai. Verso le nove di sera bussa ai vetri e chiede di entrare; appena entrò si mise a fare il comizio, ma così alla perfezione che noi ci rotolammo dal ridere. Oltre ad aver imparato il discorso a menadito, imitava anche la pronucia e le varie mod_ulazioni della voce del presidente. Quando ci si mette, è un birbantaccio. Per il resto è una bellezza, perché ci fa stare sempre allegri e ci fa fare delle risate che i comici di professione lo ingaggerebbero all’istante. Non abbiamo mai capito se è maschio o femmina, lui dice che è maschio, ma vallo a sapere con certezza, visto che per i merli indiani non ci sono modi per capirlo, bisognerebbe fargli la prova del dna per esserne certi. Però lui non dà importanza, perché quando era in cattività, aveva una compagna, dice che non lo lasciava in pace e che gli era sempre appiccicata, quindi per il momento non vuole saperne. Però ogni tanto lo vedono che si va a mettere in un crepaccio di un vecchio noce in un orto di un nostro amico. Ci ha detto che lo vede spesso che lì dentro ci porta fili di lana erba secca e paglia. Non sappiamo se per starci comodo o se incomincia a sentire il richiamo della specie. Io gli vorrei trovare una compagnuccia, ma Filippo dice che quando sarà il momento ci penseremo, adesso non è il caso, gli sembra ancora troppo giovane”.
Non avevo mai approfondito più di tanto la conoscenza di Pitagora, perché non ce stata mai l’occasione giusta. adesso che Marta me ne ha parlato tcosì, mi venne una gran voglia di conoscerlo meglio. Approfittai di una pausa e andai a sbirciare che cosa c’era di nuovo. Erano tutt’e due immobili, e dal movimento del loro respiro, capii che erano tranquilli e beati. Pitagora è più piccolo di un piccione, è di un nero brillante, con un becco molto grosso e sproporzionato rispetto al corpo e alla testa. Ricorda il colore di un agrume ed è anche un po zigrinato come la buccia del limone. Le zampe sono piuttosto corte e dello stesso colore del becco. Una linea bianca gli attraversa in modo circolare tutto il corpo. Parte dai lati della testa, da sotto le caruncole, scende sul collo, attraversa le ali, passa sotto la coda, sbuca dall’altro lato e si va a ricongiungere sotto l’altra caruncola. Per me è un mistero che imiti una voce che può essere grossa anche come quella di un uomo adulto. Adesso che lo osservo bene me lo spiego ancor meno, perché ha una cassettina toracica grande come la metà di un guscio di noce. E poi il cervellino peserà una decina di grammi. Eppure l’ho sentito con le mie orecchie che parla, canta, imita e ripete fedelmente una frase che sente una sola volta. Per me è un mistero che rimarrà tale, fino a che qualche scienziato o chi per esso non mi darà spiegazioni convincenti. Ho il sospetto che hanno avuto anche Marta e Filippo, che dentro quel corpicino ci sia uno spirito vitale che in vite precedenti forse era un oratore o qualche sofista, che avevano una parlantina che ti trasformavano il vero in falso e il falso in possibile verità. Forse in base ad una sorta di legge del contrappasso sono stati condannati a parlare in eterno in questi pennuti particolarmente predisposti alla favella. Mi venne voglia di accarezzarlo e farci due chiacchierine a tu per tu, ma erano così assorti nei loro sogni che era peccato mortale disturbarli. Adesso che eravamo a un fiato da Filippo e Pitagora, Barbablù non gli soffiava più. Mi convinsi allora che potevano diventare due buoni amici, perché loro non sono un semplice gatto e un semplice merlo indiano. Nella camera c’era una comoda poltrona, andai da Marta e le chiesi se potevo mettermi lì a riposare un po’ anch’io, in attesa che i poltronacci dessero qualche segno di vita. La trovai che faceva la spola dal giardino alla sala con in mano oggetti straniissimi, chiesi cosa fossero. Le si illuminarono gli occhi e mi diede alcune informazioni su tutta una serie di cianfrusaglie che aveva sparso sul tavolo:
“Sono i giochi di Pitagora che ho scovato pulendo il giardino. Appena mi vede con la scopa in mano pensa che lo inviti a giocare a nascondino, così non riesco mai a fare le pulizie fino in fondo, io li raccolgo e lui li fa sparire di nuovo con una velocità tale che alla fine mi arrendo di ordinarglieli e pulirglieli. Adesso che dorme spero di farlo come si deve. Gli devo disinfettare tutti i contenitori dove metto il cibo e l’acqua che poi glieli spargo per tutto il giardino, così non gli manca mai niente e non farà il lamentone”.
Pensai che tutto sommato Filippo avesse ragione a chiamarla argento vivo o con attributi del genere, da quando eravamo lì, non si è mai seduta, neanche quando abbiamo mangiato. La lasciai alle sue faccende domestiche e mi rannicchiai sulla poltrona con Barbablù ancora sulle spalle che incominciava a pesarmi un po’. Me lo infilai nel cavo delle gambe e provai a chiudere gli occhi. Tentai con i miei soliti trucchetti ad invocare il sonno, non ne funzionò uno. A un certo punto, mentre ripensavo a tutti i fatti degli ultimi due giorni, sentii in un orecchio in modo limpidissimo la voce della gattara buona che piangeva e mi chiamava: “Devi venire di nuovo a trovarmi, perché mi sono arrivati una trentina di gatti messi peggio di soldati finiti sotto un bombardamento. Sono disperata, non ho trovato nessuno disposto a dedicarmi un’oretta, eppure sono tutte persone che hanno un gatto o un cane, li vedo quando li portano a prendere un pò d’aria. Vanno tutti di fretta e i loro animali sono ancora più frettolosi, come se avessero capito che tanto i loro padroni non sono in grado di ritagliare un po’ di tempo neanche per sè stessi.” Mi ha detto anche che ha perso il micetto colorato, lo stomaco mi pulsò come le vene delle tempie quando si ha il febbrone da cavallo. In quel bailamme mi ero completamente scordato che a casa c’era quel pellegrino che bisognava accudire. Mi sentivo impotente sia nei pensieri che nelle azioni. Ripensai alle parole della gattara e un presentimento mi entrò sibillino in testa:
“Vuoi vedere che il micino che cerca è quello che è a casa mia?”
Da un lato ne fui contento, perché potevo riportarglielo appena possibile. Dall’altro non volevo che fosse così, far star male mamma felina!… ne aveva già tante di preoccupazioni. Poi mi spinsi oltre e collegai l’immagine del micino arcobaleno col miciastro che quella vandea di gatti calpestava. Mi convinsi che fosse proprio quello e che mi avesse seguito fino al mio palazzo dove lo raccolsi. Sperai ardentemente che venisse un temporale con tuoni così forti da svegliare tutti e farci tornare alla vita normale. Ma la realtà era diversa, fuori c’era uno splendido sole e senza esagerazioni sembrava un giorno d’estate, invece eravamo in Novembre, per l’esattezza nella festività dei morti. Si crede che in questo periodo, detto estate di SanMartino, il santo scaldi l’umanità col suo grande mantello. Mi venne spontaneo chiedere il suo intervento per la gattara, perché io non potevo fare proprio niente per lei. Pensai ancora che era il giorno dei morti e in questa ricorrenza ci sono un sacco di belle e brutte credenze. Mi rise il cuore nel pensare che una coppia di mattacchioni ha creato nella mia città il cimitero dei gatti e dei cani. Ogni animale che va a miglior vita, comprando un adeguato loculo, può essere sepolto con tanto di foto e di epitaffio. Per continuare a sentirli ancora vicini, gli amici padroni vanno in questo originale cimitero e so che è frequentato più di quello degli uomini. Chiesi anche ai gatti trapassati di fare qualcosa per quegli sventurati così malconci che non so se sia meglio che continuino a vivere soffrendo le pene dell’inferno, o se andarsene all’inferno dei gatti in cui forse starebbero meglio. Ero affogato in queste preoccupazioni, quando sentii un fruscìo che veniva dal letto. Finalmente ritornato fra i mortali! Ma dopo aver aguzzato la vista e l’orecchio, non c’era nulla di cambiato. Filippo sembrava una statua di pietra ed era rimasto sempre con la berretta calata sugli occhi e pareva senza vita, da quanto era immobile. Se non fosse che respirava, il dubbio che fosse morto ci sarebbe venuto. Da quando si è addormentato è rimasto esattamente nella stessa posizione. Pitagora invece mi diede l’impressione che sia pur impercettibilmente si muovesse un po’. Mi concentrai solo su di lui e dopo parecchi minuti vidi che sollevava un po’ le ali, come se volesse spiccare il volo. Succede anche a me, capita che prima di svegliarmi qualcuno mi trattenga le braccia, solo dopo un’estenuante battaglia con qualche forza ignota, col batticuore e sudatissimo riesco a vincere e svegliarmi. Lui mi diede la stessa idea, infatti quando meno me l’aspettavo riuscì a sbloccare le ali, le mise a mo’ di farfalla e poi come un piccolo aereo si alzò nella stanza imitando una sorta di barrito. Marta era già sulla porta, come se già sapesse della sveglia. Mi disse di non far caso, perché i suoi risvegli vanno a tema:
“Oggi evidentemente è il giorno dell’elefante. Solitamente c’è il suo bel motivo, e lo scopriremo a breve.” Anche Filippo mosse leggermente il nasone, starnutì e ci salutò con una risata che non era la sua. Era una di quelle risate che si fanno sentire ai bambini per farli spaventare. Pitagora non perse l’occasione e la replicò identica, non so se definirla ironica allusiva a qualcosa che avremmo dovuto conoscere, o se fosse sarcastica per dire che se la ridevano di noi. Sta di fatto che quella risata passava da bocca in becco, fino a che intervenne Marta sgridando Pitagora che taqque subito e volò sull’armadio per dominarci meglio. Mancava all’appello Barbablù che non si fece attendere, fece il pallone e in modo progressivo, partendo con un miagolio leggero fino ad un volume che quasi ci assordava. Incominciò anche a soffiare come il vento che s’infila nelle fessure in certe giornate buie e grige d’inverno. Pitagora, come un presidente chiese attenzione e diede l’ordine del giorno: “Te salutant mio caro gatto, buon risveglio al mio padrone che vedo in buona salute, un bacione e un abbraccio d’ali alla mia padrona che non si deve preoccupare di niente, perché meglio di così non può andare. Benvenuto anche al nostro più caro amico, anche tu devi essere un po’ più ottimista e vedrai che ogni cosa tornerà al suo posto. Vorrei dedicare all’amico gatto una canzoncina che mi si è infilata in testa appena mi sono svegliato, e se non la canto tutta subito, corro il serio rischio di cantarla per molti giorni e poi non venitemi a dire niente se anche voi ne potreste essere contagiati. Per evitare spiacevoli inconvenienti ci togliamo subito il pensiero e chi si è visto si è visto. Chiedo solo un silenzio religioso e molta attenzione, i commenti li farete alla fine. Mi dovete ringraziare se non vi costringo a dire un paio di preghierine con me, capisco che a forzare le persone su argomenti che non hanno ancora maturato a sufficienza si ottiene l’effetto contrario. Quindi accontentiamoci solo di questa canzoncina che contiene una bella regola di civile convivenza: Pirro lo sbirro.

Pirro lo sbirro col suo barrito
ci vuole dire che ha prurito
che ha prurito in un ginocchio
ma quando si gratta lo fa sotto un occhio
Sul lago rotondo di Qualalampur
vivevan felici le zebre e gli gnu
ma quando quel giorno venisti tu
fuggiva impaurita l’intera tribù
ma queste non eran le tue marachelle
non eri neanche un grande ribelle
tremavano i monti cadevan le stelle
solo perchè ti prudeva la pelle
Pirro lo sbirro col suo barrito
ci vuole dire che ha prurito
che ha prurito sotto la pancia
ma quando si gratta lo fa in una guancia
cercavi nell’acqua un po’ di frescura
ma ai pesci del lago facevi paura
gira e rigira il groppone all’insù
ma quel prurito era sempre di più
che finimondo a qualalampur
per le tue lune girate all’ingiù
da quando sul lago ci vivi anche tu
non fanno più il nido nemmeno le gru
Pirro lo sbirro col suo barrito
ci vuole dire che ha prurito
che ha prurito sotto le zanne
ma gratta la coda contro le canne
ma fermati un attimo e pensaci un po’
chi quel fastidio toglierti può
nella foresta non fare la guerra
per noi animali il paradiso è la terra
c’è un uccellino piccolo e audace
che ti potrà ridare la pace
becca un po’ qua becca un po’ là
così l’elefante sereno sarà
Pirro lo sbirro col suo barrito
ci vuole dire che ha capito
dalla savana si alza un coro
chi trova un amico trova un tesoro
dalla savana si alza un coro
chi trova un amico trova un tesoro.

Non avevo mai visto Barbablù così attento e assorto con le orecchie ben tese e col musetto puntato verso la cima dell’armadio. Quando il predicatore canterino finì, Barbablù si stese per terra con la pancia in aria in tipico atteggiamento di pace, si mise a ronfare così forte che lo sentivamo tutti. Il merlo vedendo quella scena si commosse e sentimmo una specie di singhiozzo. Ruppe ogni indugio e volò sulla spalla di Marta che era vicina al gatto, lui si strusciò sulle sue gambe, ma si capiva che si rivolgeva a Pitagora che lo stava guardando senza segni di paura. Allora presi in braccio il mio Barbablù e lo avvicinai cautamente al suo becco. Lui continuava a fare le fusa e cercava con la testina la mano di Marta per farsi accarezzare fino a spingersi sull’òmero dove era appoggiato Pitagora che non mosse una penna. Finalmente Filippo ritornò in sè e ci salutò con un sorriso sornione, si strofinò gli occhi, come se uscisse da un lunghissimo sonno e mi chiamò: Marta mi precedette e se lo abbracciò con il merlo sulla spalla. Barbablù non volle esser da meno e gli saltò sulle ginocchia facendogli un po’ di salamelecchi. Mi feci largo e mi sedetti sul letto come un paziente che aspetta la sua brutta diagnosi:
“Ci siamo presi una sborniaccia di parole assassine che ci hanno ingrippato il cervello. Quando mi hai chiamato per le tue ossessioni notturne, stavo leggendo anch’io il libro dove si parla di campo della distorsione della realtà e già avevo fatte mie tutte le angoscie del protagonista. Visto che ci eri cascato anche tu, per non allarmarti ho cercato di nascondermi dietro la maschera della certezza professionale, ma ero messo peggio di te. Poi tu hai avuto tutte quelle coincidenze di gatti neri che non mi spiego.. Adesso basta, ho pensato che ci dobbiamo distrarre con una bella vacanza. Io poi devo stare per un po’ alla larga dai miei mattacchioni, perché anche lì è un continuo combattimento contro parole barricadere sempre in agguato con i fucili spianati per far saltare le cervella dei pazienti più fragili. Ti vorrei proporre di andarci a fare un viaggietto e metterci una pietra sopra per almeno un mese. La nostra miglior cura è quella di stare lontani da persone e cose che ci ricordano le nostre paturnie.” Quelle parole erano musica terapeutica per le mie orecchie, gli posi il problema di Barbablù e della gattara che mi aspettava con i suoi orfanelli da curare: “Ma anch’io non posso stare senza Pitagora per un periodo troppo lungo, vorrà dire che ce li porteremo con noi, ci divertiremo ancora di più”. Già immaginavo quel viaggio così fuori dal normale, ma prima bisognava mettere a posto un bel po’ di faccende e gli proposi su due piedi di venire anche lui dalla gattara, magari con i suoi ferri professionali: in fondo lui era un medico e avremmo fatto un vero e proprio intervento di pronto soccorso, così le avrei riportato anche il piccolo pellegrino. Non mi lasciò neanche finire di parlare e già armeggiava con apparecchiature mediche che solo a guardarle ti danno l’idea di farti guarire. Filippo si era ripreso in modo straordinario, a volte al solo pensiero di cose belle che ci aspettano diventiamo più sani nel corpo e nella mente e ringiovaniamo di anni. L’idea di staccare la spina per qualche settimana piacque anche a Marta. L’unico suo cruccio era quello di non avere per un tempo così lungo la compagnia di Pitagora, ma se ne fece una ragione per il bene di tutti. Filippo era già pronto sulla porta con un valigione pieno di attrezzi, medicine di ogni genere e tutto l’occorrente per soccorrere i reduci di guerra della gattara.
Era ormai sera e pensai che col buio potevamo camminare senza essere bersagli di quelli che per dare aria alla lingua sparano sempre sentenze. Se ci avessero visti in quel momento avrebbero pensato che eravamo pazzi fuggiti dal manicomio. Io mi portavo allegramente Barbablù sulle spalle che assomigliava a un cardinale in portantina. Si era avvolto sul mio collo come una grossa sciarpa con le zampe penzoloni al vento. Sentivo il suo respiro tranquillo nel mio orecchio: “Mi piace quest’altalena con la brezzolina notturna che mi solletica il pelo che mi ricorda mia mamma gatta che m’insegnava a contare di notte le stelle cullandomi sulle sue spalle.” Quando mi avvicinavo a Filippo che si portava il merlo sulla schiena, lui lo sfiorava con la testa e gli sentii avviare il motore. Pitagora credo che se la dormisse, perché al buio non si fa mai sentire. Così scuro quasi non lo vedevo, poi mi arrivò un refoletto di vento con un bisbiglio leggero leggero:
“Ma che bello il cavalluccio che mi porta in carrozzella per le vie della città. Io di notte non l’ho mai vista, perché il buio mi fa paura, ma al chiaro delle stelle le cose brutte mi sembran belle”. Arrivammo a casa mia che era notte fonda, accesi una candela per non dare nell’occhio e perlustrai la casa con Barbablù che annusava sospettoso tutto quello che trovava. Il micino stava beatamente dormendo nella cesta a cinque stelle rannicchiato nel mio vecchio maglione. Dicono che quando sono soli, i gatti si accontentano dell’odore del loro padrone. Barbablù per la prima volta si degnò di entrare in quella cesta e faceva delle smorfiucce al gattino come se niente fosse. Difficilmente i gatti cedono il loro territorio agli intrusi. Improvvisai un trasportino per il micino, lo sistemai in una scatola per scarpe con dei buchi per l’aria, presi per me l’indispensabile e volammo in strada dove Filippo e Pitagora erano di sentinella. La notte era avvolta da un misterioso silenzio rotto solo da risse di gatti in amore che sbucavano da sotto le macchine incuranti di noi. Mi strinsi forte al petto la scatola col gattino che sentivo agitarsi, mentre Barbablù rimaneva imperturbabile sulla mia schiena. Filippo ci seguiva con il merlo con la testa sempre sotto l’ala, non si sa se per paura o per il sonno. La luna come una gigantesca pila ci fece strada fin dalla gattara che trovammo infilata sotto il camion dove aveva steso una grande coperta che era il letto per i trovatelli feriti. Fischiettai qualcosa per farmi sentire e dopo qualche secondo fummo attorniati da un’ondata di gatti di ogni colore che ci annusavano le scarpe e le borse iniziando una sinfonia di miagolii che fecero accorrere la gattara, quella massa di pelo multiforme la sommerse e per uscire da dall’ingorgo felino la poverina si dimenava con gesti convulsi come se volesse scacciare un esercito di spiritelli. Io la salutai da lontano e presentai i miei compagni di viaggio; lei sorrise e mi disse che si aspettava quella visita e che l’aveva sognato, che le avrei portato anche il gatto nero che adesso accarezzava con gesti da intenditrice della psicologia felina. Barbablù si faceva accarezzare e tutta quella marmaglia di gatti non lo agitò per niente. Filippo si fece avanti e strinse la mano alla mamma dei gatti presentandole Pitagora che la salutò col suo solito garbo e la gattara gli rispose in tono con un puffetto sul becco. Per la donnina fu una gradita sorpresa e ci chiese subito se potevamo restare lì per tutta la notte. Io le diedi la scatola con il micino, lei con gli occhi che le scintillavano ci raccontò la sua storia:
“E’ un gattino che ho fatto prelevare dall’utero di una gatta che ne aveva dentro altri tre. La povera bestiola è morta di parto, ma io ho insistito col veterenario per far nascere i cuccioli e dopo tante insistenze l’ha aperta e il mio arcobalenino è il solo che si è salvato. Sapete che quelli che hanno il mantellino con più colori sono rari e i più affettuosi? In casa ne posso tenere uno solo, abito in una soffitta piccolissima e bassa che ci sto a malapena io. Il mio vecchio Ferdinando è morto l’anno scorso che aveva 23 anni e ho portato il lutto per dei mesi giurando che non avrei più preso gatti in casa. Ma poi ho trovato Castorino e mi sono innamorata, ho sempre desiderato un pezzatino col mantelletto come il suo. Me lo devo portare sempre dietro, a casa mi combina un sacco di malestri, così l’altra sera, mentre ero indaffarata, l’ho perso di vista, ma ero sicura che l’avevi preso tu, già mi è capitato che se lo trascuro un minuto lui segue chi ama i gatti. Quando sei andato via ero certa che era in buone mani e che ti avrebbe fatto compagnia fino a quando non avresti trovato il tuo nerino”. Sparì con la scatola e la marea di gatti si mosse come un cavallone di un’onda colorata che si perse sotto quel gigante della strada. Io e Filippo approfittammo per tirare fuori dalle nostre borse un sacco di piccole confezioni di cibo che Marta aveva preparato amorevolmente. Appena ne aprii una, quell’ondata di pelo ritornò indietro come fa la risacca del mare e ci perdemmo in mezzo a quel riflusso. Mi parve di sentire Pitagora che diceva al mio Barbablù: “Io conosco un posto abbandonato che sembra una reggia, ma io di notte non ci vedo un granché, vuoi venire con me che con la tua vista possiamo trovare qualche varco, così tutti questi gatti abbandonati potranno avere una casa come tutti gli altri?” Barbablù si stiracchiò, fece un paio di sì con la testa, mi strusciò la sua groppa sul collo, come per dirmi di stare tranquillo e spiccò un salto e sparirono nella notte. Filippo mi disse che aveva sentito il discorso e che quando Pitagora dice qualcosa bisogna prenderlo in parola, lui di giorno si gira tutti i giardini della città e certamente ha scoperto una di quelle ville stupende che sono disabitate da anni, vedrai che ci porterà in qualche posto meraviglioso, qui non possiamo operare i gatti bisognosi come si deve. Io rimasi di sasso a sentire Filippo così tranquillo e sicuro di quel che diceva il merlo, di lui mi fidavo e tornai a distribuire cibo mentre quella masnada felina mi saliva fin sulla schiena. La gattara intanto tirava fuori da sotto il bollide la coperta tenendola per i due capi più corti, come si fa con un telo quando si raccolgono le foglie secche. Io e Filippo ci mettemmo le mani nei capelli; Sopra quella coperta aveva allineato gatti di ogni grandezza e colore che formavano un grande puzzle di pelo malconcio: “Sono tutti finiti sotto le macchine, la maggior parte credo abbia la spina dorsale rotta, non si muovono per niente. Alcuni li ho raccolti nelle mie ispezioni notturne, di giorno quando la gente li vede schiacciati li butta nell’immondizia. Li ho tirati fuori dai bidoni, ormai sono un’esperta, mi basta appoggiare l’orecchio su un cassonetto e riesco a sentire anche il più lieve respiro di questi dannati. Quando li sento tiro fuori l’immondizia fino a qche non li metto in salvo. Adesso non so più come fare, sono davvero troppi e io sono da sola, da ieri ne sono morti già nove e io sono disperata, forse a voi vi ha mandato qualche santo protettore, non ho fatto che pregare. Sono entrata di nascosto nella chiesa qui vicino con i più gravi in grembo e adesso sono convinta che le mie preghiere sono state accolte, perché voi siete venuti nel momento più difficile per me, stavo per lasciarmi morire dalla disperazione assieme a tutti questi disgraziati. Ho cercato di curarli come potevo, li ho sfamati e poi mi sono sdraiata sotto il camion in mezzo a loro, desiderando che ce ne andassimo al creatore. Fortunatamente questo camion è fermo qui da quattro giorni, perché è stata festa dei santi e dei morti col ponte di sabato e domenica. Domani partirà e io sarei rimasta con tutte queste anime perse per strada.” Io ero frastornato, ascoltavo la gattara, ma il pensiero mi vagava da tutte le parti. Pensai che davvero il mondo è pieno zeppo di sofferenza che spesso rimane nascosta, mi sentii un privilegiato per averla scoperta. Chiesi a mamma felina che ora era quando lei era andata a pregare in chiesa: “Ci sono stata tutto il pomeriggio, conosco il sagrestano che ogni tanto in cambio degli avanzi della casa di riposo che gestisce il prete, lo aiuto a pulire la chiesa. Se non facessi così non saprei proprio come fare a sfamare tutta questa marmaglia”. Mi sentii pulsare le tempie e mi parve di risentire la sua voce più o meno in quelle ore del pomeriggio, mi ero convinto che l’avessi sognata a occhi aperti, non capivo se fosse un sogno reale o una sorta di telepatia. Ma adesso non c’era tempo per questi pensieri. Filippo era velocissimo a lanciare la razione di cibo a quelli che non l’avevano avuta. Si sbracciava come un giocatore di pallavolo, e ogni tiro mi sembrava bene assestato. Io soccorsi la gattara che mentre Filippo distraeva i più vivaci, si era messa ad imboccare gli infermi che aspettavano a bocca aperta, come fanno gli uccellini implumi nei nidi. Mentre ognuno di noi era concentrato al massimo a sfamare quanti più gatti poteva, una dozzina di estranei si buttò a capofitto fra quelli che stava accuddendo Filippo. Iniziò una lite furibonda che non avevo mai sentito, con soffi, versacci e miagolii che ci assordavano. Filippo era visibilmente impaurito. Io avevo già sentito quei versacci da Barbablù quando mi aveva graffiato da sotto la tenda, ma adesso erano centinaia e gli urlacci facevano un po’ paura anche a me. Mi accorsi che fra gli intrusi c’erano dei bellissimi gattoni rossi, che sono i più ambiti dai cultori dei gatti. Ho conosciuto un ricco signore che ne aveva una cinquantina che teneva in camera da letto. Era odiatissimo per questo dalla famiglia che lo riteneva un matto. Quando gli morì il capobranco che era il suo preferito, lo congelò nel freezer e lì lo tenne per degli anni e ogni gionro lo andava a trovare come se fosse ancora vivo, gli parlava e lo coccolava. Diceva che per non essere ingiusto con i gatti di strada, li faceva raccogliere da un suo dipendente che li portava in una ricca tenuta dove aveva fatto costruire un gattile con tutti i confort. Ogni tanto andava a prendersi i più belli che dovevano essere rigorosamente rossi e se li portava a casa in città. Prima di morire andò dal notaio e intestò tutti i suoi beni che erano davvero tanti ai gatti della Provincia. Nella tenuta di campagna fondò una scuola per l’addestramento di personale specializzato per l’accudimento dei gatti con una postilla che i rossi dovevano avere u’attenzione particolare. La scuola la intittolò al suo preferito, quello che teneva nel frigo che si chiamava Ringo. I rossi sono i gatti nobili, adesso erano lì disperati e affamati come gli altri, forse scappati nel periodo degli amori. Quella rissa furibonda non finiva più e si azzannavano ferocemente per conquistarsi qualche femmina o qualche residuo di cibo. La gattara che era più esperta di noi, provò a farli fuggire, ma ogni tentativo di allontanarli faceva aumentare la loro aggressività. A un certo punto si buttarono inferociti anche sui feriti. Allora la gattara divenne più feroce di loro; si mise a gattoni e fra soffi e strilli riuscì a farne fuggire una parte. Ma un gruppetto fra i più accaniti dava del filo da torcere a Filippo che proprio non riusciva ad avere la meglio. Finalmente tornarono il mio gatto e Pitagora che a quella vista cercarono di dare il loro aiuto. Barbablù sfoderò un vocione e con dei soffi da uragano ne fece scappare qualcuno, ma i più tenaci resistevano, allora sentimmo Pitagora che intonava una canzoncina molto suadente e come d’incanto tutti si misero in rispettoso silenzio:

    Il sirtaki del ghiottone

Ahi ahi ahi che male la pancia ahi ahi

ahi ahi che male che mi fai

ahi ahi così saranno guai

ahi ahi ma io non ci penso mai

questo è il ballo del ghiottone un astuto golosone

ruba sempre la nutella ai suoi compagni e alla sorella

a merenda e a colazione si fa fuori un panettone

marmellata cioccolata è una vera scorpacciata

alla sera non contento non resiste ai maccheroni

due gelati e un bombolone

ma fa sempre indigestione

ahi ahi certi bimbi non mangian mai

ahi ahi dall’india al paraguay

ahi ahi scommnetto non ci crederai

ahi ahi perché non vuoi pensarci mai

questo è il ballo del ghiottone detto anche l’abbuffino

mangia anche quando non ha fame

per lui il cibo è un gran bottino

con un piatto di spaghetti ora fa l’esibizione

come fan quelli del circo

danzerà sul suo pancione

l’hanno visto che ingoiava anche un chilo di banane

pianger come un coccodrillo gridar forte che sta male

questo è il ballo del ghiottone un pentito golosone

mangia solo quando ha fame come fa un bimbo normale

ha promesso ai suoi compagni agli amici ai genitori

che di tanti cibi buoni sentirà solo gli odori

ha deciso lui da solo con totale convinzione

che farà una bella dieta e finisce la canzone.

    --Continua--

Chiama Adesso!