Cade o non cade? Sicuramente è in equilibrio precario.

Cade o non cade? Sicuramente è in equilibrio precario.

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Ecco la situazione in Parlamento così come la Racconta Fabrizio Roncone del Corriere. Abbiamo un Parlamento colpito dal panico delle elezioni. Dal PD ai grillini, un po tutti non vogliono le elezioni perché rischierebbero di non essere rieletti. Forse sarebbe la cosa migliore per per il popolo italiano poiché alcuni in Parlamento sono andati per votare senza sapere o capire e per ripetere come un mantra le parole del grande capo. ma agli italiani cosa converrebbe in realtà? In caso di elezioni anticipate, il rischio di finire nelle grinfie di un Salvini senza freni ed una Meloni ansiosa di conquistarsi un posto al sole sarebbe davvero grande e, stanti gli attuali atteggiamenti che non cambierebbero, pericoloso. Ma vediamo, tanto per capire meglio in quali mani siamo, cosa ci racconta il Corriere con Fabrizio Roncone.

Ecco il Transatlantico di Montecitorio, tra le 11 e mezzogiorno.
La voce al telefono diceva: «Nessuno sa quando il governo cadrà, però adesso tutti hanno capito che può davvero cadere.
Ci sono centinaia di parlamentari nel panico. Il posto merita una visita».
Di solito è inutile venirci, il martedì. Passano le Repubbliche, la prima, la seconda, la terza, ma il martedì i deputati se ne stanno ancora in vacanza.
Poi però arriva il martedì speciale. Quasi superfluo prendere appunti.
Atmosfera: da tregenda.
Discorsi: un campionario di opportunismo, vigliaccheria, miserie varie (per evitare querele, bisognerà ometterne qualcuna).
Facce: pallide (ma con gradazioni variabili).
Quelle tendenti al bianco latte sono dei grillini. L’ idea di andare a votare ne mina, nel corpo e nello spirito, a decine. Da un corridoio sbuca Marialucia Orefice, presidente della commissione Affari sociali. «È tutto terribile – dice a un collega – però dobbiamo cercare di non perdere la testa».
E anche la poltrona.
In caso di nuove elezioni, cinquantasei di loro, già al secondo mandato, secondo le regole del Movimento non potrebbero infatti ricandidarsi.
Nell’ elenco di quelli che dovrebbero tornare alle vecchie occupazioni, se ce l’ avevano, ci sono anche capi e capetti: da Luigi Di Maio al presidente della Camera Roberto Fico, dal ministro della Giustizia Alfonso Bonafede a quello per i Rapporti con il Parlamento, Riccardo Fraccaro; e poi Carla Ruocco, Giulia Sarti, il sottosegretario agli Esteri Manlio Di Stefano, quello agli Interni Carlo Sibilia, la ministra della Salute Giulia Grillo e la vice-ministra dell’ Economia Laura Castelli.

Quelli che potrebbero essere rieletti sono ugualmente mogi: hanno imparato a memoria gli ultimi sondaggi, diffusi da La7, con il Movimento che è dato ad un tragico 17,5%. Come direbbe la leggendaria Paola Taverna (lei rischia invece al Senato), « O’ capirebbe pure mi’ nonna »: almeno la metà dei presenti resterebbero a casa perché non più votati. Il che significherebbe: addio stipendione, addio privilegi, addio caffè alla buvette (una vera ciofeca: ma che, bevuto a questo bancone, ti fa lo stesso sentire tanto onorevole).
Federica Dieni – al secondo mandato – ha già un piano.
«Torno a Reggio Calabria e mi apro uno studio legale. Arrivai che avevo solo 26 anni e mi ero appena laureata. Certo, lasciare tutto sarebbe seccante. Ma è Salvini a decidere. Anzi, ecco: ci sono novità?».
Gentili, disponibili, quasi teneri.
Lei sa qualcosa?

No, perché a noi Giggino non dice niente.
Giggino deciderà tutto con Davide Casaleggio.
Noi siamo carne da battaglia.
Sono gli stessi che arrivarono con sguardi truci. La filastrocca del gran capo imparata a memoria: «Voi giornalisti siete delle larve, dei vermi, dei lombrichi che strisciano e che presto spariranno». Poi Grillo è tornato a fare il comico e loro sono rimasti qui, in attesa di sapere cosa decide Salvini.
«Appunto: se però pensa di rispettare il programma firmato, andiamo volentieri avanti», dice il sottosegretario grillino Di Stefano.
È dura, così.

«Noi vogliamo». È dura. «Senta: per noi sarà pure dura, però lei non ha idea di cosa stanno facendo, in queste ore, quelli del Pd».
Che fanno?
«Ma no, lasciamo stare».
Proprio per niente. Che fanno?
«Ci implorano di non staccare la spina al governo. Dicono: non ci portate, vi scongiuriamo, alle elezioni».
Del resto, le altre facce molto pallide e angosciate sono proprio quelle dei deputati del Partito democratico.
La situazione è questa: alla vigilia delle scorse elezioni, Matteo Renzi formò i gruppi parlamentari di Camera e Senato a sua immagine e, diciamo così, somiglianza (a decidere le liste, barricati in una stanza: lui, la Boschi, Lotti e Bonifazi, che però entrava e usciva). Inevitabile perciò che, quando si andrà a votare, Nicola Zingaretti raddrizzi un po’ gli equilibri.

Risultato: i renziani più miti, che sperano in una riconferma – quelli di Base riformista: Malpezzi, Fiano e via dicendo – si riuniscono preoccupati con i loro leaderini, Guerini e Lotti, anche se Lotti ha i suoi problemi con la vicenda Csm; la vera guardia d’ onore del renzismo (Giachetti, Scalfarotto, Ascani, Nobili) certa di essere tagliata, s’ attacca invece al telefono con il capo e lo tormenta, dicendogli più o meno: Matteo, qui il rischio di andare a votare dopo l’ estate è concreto, e allora se davvero vogliamo farlo, un nuovo partito, forse bisogna accelerare, o no?

Poi, va bene: Giachetti è furbissimo, ci è cresciuto in questo Transatlantico, e così la butta sul ridere, molto radical-piacione, molto «è tutto sotto controllo».
«Sotto controllo, scusi, in che senso?», chiede ironica Giorgia Meloni, che viene avanti con lo stesso passo dei suoi fortissimi sondaggi.
«Io direi che, andando a votare, il 70% degli attuali parlamentari, qui, non tornerebbe».
Continui.
«Penso che votare, prima o poi, si rivelerà l’ unica soluzione: in modo da poter varare un bel governo Lega-Fratelli d’ Italia». Avreste i numeri? «Guardi: la Lega, quello che doveva prendere, ha preso.
Mentre io ho la fila di quelli di Forza Italia che mi chiedono di salire a bordo».
La fila?

«Non posso farle i nomi. Ma è roba grossa».
( Pensieri maliziosi, sospetti.
Tra una faccia bianca e l’ altra, si sono fatte le cinque del pomeriggio ).

Credo che ogni ulteriore commento sia superfluo. Allo stesso tempo è utile riflettere sulla situazione italiana che non sembra essere delle migliori. La risposta alla lettera inviata dal nostro governo Venerdì scorso è arrivata. Una procedura di infrazione per debito eccessivo era più che sicura ed oggi è diventata certa. E’ da capire solo quali saranno i suoi costi e quali saranno le iniziative della maggioranza di governo che non ha mai cercato un confronto con l’Europa. Ha cercato lo scontro continuo. Lo richiedeva la perenne campagna elettorale che sembra non essersi ancora conclusa. Fino a ieri infatti il ministro degli interni era a Ferrara per motivi elettorali. Intanto l’Italia è sola perché l’intransigenza dei paesi che richiedono il rispetto delle regole si fa sempre più forte, quindi, prepariamoci a sacreificarci ancora una volta perché abbiamo motivi per preoccuparci e tanti debiti da pagare. Si prospetta una manovra per il 2020 pari a 60 miliardi e una manovrina da 3 o 4 miliardi da concordare con la UE. La procedura per debito poi è stata aperta per la prima volta nella storia dalla UE contro uno Stato membro. Possiamo perciò complimentarci con il governo che non riuscirà a rispettare i parametri imposti dai trattati nel 2019 e nel 2020.
Ci occuperemo però di questo in un articolo apposito.

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