Enigmi! Capitolo V

Enigmi! Capitolo V

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    Non è uno stupido gioco

Come brilla questa luna sembra avorio colato
è una notte calda e scivola via
le cicale e il loro canto mi hanno appena parlato
e mi mancherà la tua allegria
amo il tuo universo libero mentre io continuo a vivere
perché credo sia importante in me
che io possa anche rinascere
cosa resta dei miei giorni se non sarà più estate
solo gli echi delle tue risate
quando a volte ti stupivi di canzoni un po’ strane
ma tutte con il filo e tutte senza trame
amo questo etereo modo mio di sentirmi più vicino a Dio
perché sia importante in me che io possa anche rinascere
allora! quanto ti amai forse non lo sai e non lo saprai mai
Ho bisogno di scoprirti l’anima
ma tu fuggi e ti sento lontano
e mi mancano le tue parole e la tua armonia
ma sono solo io con la mia follia
amo questo etereo modo mio
di sentirmi più vicino a Dio
perché credo sia importante in me
che io possa anche rinascere
amo il tuo universo libero
mentre io continuo a vivere
nel tuo mondo non c’è limite
ai tuoi sogni più incredibili.

Avevo dormito per terra tutta la notte!.. Al pensiero ebbi freddo e mi alzai. . Il micino era già in agguato dietro la cesta per farmi la posta. Il comportamento dei gatti segue una logica ineccepibile, le loro abitudini e i gesti del gioco, dell’affetto e della rabbia, sono identici in tutta la specie. Poi scomparve sotto i mobili inseguendo la sua ombra che il sole proiettava sul pavimento. Dovevo rimettermi in sesto, così lasciai che esplorasse l’ambiente. Mentre preparavo il caffè, lo sentivo gnaolare in lavanderia. Lì per lì non feci caso, ma quando incominciò a grattare andai a vedere. Si era infilato sotto il cassettone della biancheria sporca. Mi chinai per tirarlo fuori e mi sembrò che la sua voce venisse da dentro, aprii e mi ritrassi inorridito. Intravidi la testa di Barbablù fra le lenzuola che mi guardava in cagnesco. Mi coprii gli occhi, come per difesa da un’immagine fastidiosa. Il tipico trambusto di zuffa tra gatti mi riportò alla realtà. Barbablù era lì in carne e ossa che dava la caccia al micino con soffi e versacci minacciosi. Difendeva il suo territorio, di me non si curò affatto e ne fui un po’ offeso. In pochi secondi collegai tutta una serie di eventi. Barbablù si era nascosto nel cassettone la sera prima, era l’unico posto che non avevo esplorato, non sono ancora riuscito a spiegarmi come abbia fatto, visto che il cassetto si chiude da solo con un sistema a molla. Per me è rimasto un mistero. Mi venne in mente la gattara e la sua chiaroveggenza felina che prevedeva il ritrovamento di Barbablù e mi stupii anche di questo. Se non avessi portato in casa quel gattino, forse non avrei trovato Barbablù col rischio che poteva morire lì dentro, e in cuor mio ringraziai il micetto per la sua intraprendenza. Pensai al baccano che avevo fatto per cercarlo e alle burrasche con i vicini che non me l’avrebbero perdonata mai. Per evitare altri disastri, lo agguantai, mentre si dimenava come una furia, io per lui non esistevo, continuava a soffiare verso il punto dove il micetto si nascondeva. Volai via tenendolo per la collottola con lui che zampettava nell’aria, lo portai in terrazza e gli feci un bel predicozzo. Il furfante ascoltava ingobbito con le orecchie piegate sulla testa a mo’ di cappuccio, continuando a puntare la porta. Tentò qualche strano miagolio e poi per incanto si strusciò sulle mie gambe con delle poderose fusa. Lo presi in braccio e come se niente fosse, mi dava i bacetti strusciando il suo musino sulla mia barba sfilacciandomi i fili del maglione, il contatto fu ristabilito e pace fu fatta. Lo accarezzai e me lo strinsi al petto non so per quanto. Aveva smesso di piovere e il cielo era come quello di una giornata di agosto. Le strade e i tetti erano ancora bagnati, il cielo era un cristallo lucente senza una nuvola. Mi accostai al parapetto per vedere meglio in quell’azzurro che a novembre è una bella sorpresa da non perdere. Barbablù si era lanciato in corse sfrenate per la terrazza inseguendo delle piccole foglie da vaso, improvvisamente saltò sul parapetto come se volesse volare nel vuoto. Invece si era tranquillamente acquattato, indifferente che sotto c’erano almeno cinquanta metri di precipizio. Sbarrò gli occhi e rimase come in estasi per molti minuti. M’incuriosii e gli andai di fianco, guardando nella stessa direzione. Il cielo era così terso che si poteva affondare lo sguardo oltre l’orizzonte. In fondo in fondo a quell’immenso azzurro si vedeva uno stupendo arcobaleno che da quella terrazza non avevo mai visto prima. Per vederlo meglio corsi a prendere il mio vecchio cannocchiale. Quando tornai, Barbablù era ancora lì come una piccola sfinge che scrutava quel meraviglioso spettacolo. Puntai in profondità regolando le lenti più adatte e la conferma fu assoluta. Gli arcobaleni erano tre simmetricamente disposti che formavano tre archi distinti. Il terzo era rovesciato e completava il cerchio. I così detti primari proiettavano i loro fulminanti colori verso l’alto mescolandoli con quelli del secondo e del terzo e i colori si confondevano creandone altri. Sembravano cristalli con centinaia di piccole sfere simili a tante iridi. Rimanemmo lì fino a che i tre archi piano piano si persero in quel cielo mare cobalto. Ero estasiato col cuore in tempesta, senza riuscire a spiegarmi quell’eccezionale fenomeno in una città quasi sempre velata da fumi che la inquinano da molti anni. Stavo per riprendere in braccio il gatto per portarlo in casa, ma lui fece resistenza, era ancora attratto da qualcosa che io non vedevo. Riguardai col cannocchiale e, meraviglie delle meraviglie, c’era una mongolfiera che si perdeva all’orizzonte. Il pallone rosso fiammante aveva una scritta in giallo disegnata con l’aerografo, si leggeva soltanto una riga: “La faccia triste dell’america che voglia di piangere ho”.
Poi tutto diventò più azzurro di prima.Sedate tutte quelle emozioni che mi avevano riportato ai più bei ricordi dell’adolescenza, ma anche un pò turbato; mi diedi da fare per risolvere il conflitto fra gatti. Lasciai Barbablù lì fuori, lanciandogli il suo topolino meccanico, per guadagnare più tempo gli diedi delle leccornie che tenevo nascoste in terrazza. Corsi dall’altro pellegrino che si era infilato dietro la lavatrice. Mi dannai per tirarlo fuori, era talmente impaurito che aveva paura anche di me. Il cuoricino gli batteva come il polso di uno che ha la febbre a quaranta. Il telefono squillò e dall’altra parte Marta parlava concitata:
“Devi venire immediatamente da noi. Filippo non fa altro che dire il tuo nome. Non è andato nemmeno a lavorare, non vuole vedere nessun’altro. E’ rimasto a letto con una cuffia di lana tirata sugli occhi e impreca contro i suoi pazienti. Ripete sempre la stessa frase e se mi avvicino per chiedergli se vuole un caffè, o del tè, mi manda via con brutte parole. Ogni tanto manda al diavolo anche te, ma poi ti chiama come fossi qui nell’altra stanza. Credo che Filippo stia molto male. Credo che abbia fatto sua qualche patologia di un suo paziente, gli succedeva all’inizio della carriera, ma erano anni che non accadeva più.
“Cosa ripete in continuazione?”
“Non si capisce, cambia sempre l’ordine delle parole. Ho capito bene solo campo e realtà”.
Salutai, promettendo che in pochi minuti sarei stato da loro. Non mi soffermai più di tanto su quelle parole, capii però che la faccenda era seria e volevo soccorrere subito il mio più caro amico. Non sapevo come fare con quei gatti litigiosi per casa. Cercai in me il meglio del mio pragmatismo. Misi in ordine le priorità e decisi di portare con me Barbablù, alla faccia di tutti i condomini e di quelli che credono alle panzane sui gatti neri. Liberai per casa il micio con tutto il necessario, misi Barbablù sulla schiena e come un clown mi buttai in strada e già additavano il pagliaccio: “Ma guarda sto pazzo lavativo che vuole fare il circo con un gattaccio nero sulla testa”. Io li scansavo come in una corsa ad ostacoli, lasciandomi dietro una scia d’insulti. Con le ali ai piedi fui da Filippo prima del previsto con Barbablù sulle spalle e con gli arcobaleni ancora negli occhi e cantando allegramente “Messico e nuvole.” Marta ci accolse un po’ stupita, ma contenta che fossimo già lì, ci sorrise e ci portò subito da Filippo. Il mio amico era sul letto con le braccia aperte come un crocifisso. Gli spuntava appena il nasone da sotto una berretta di lana e borbottava fra le labbra qualcosa d’indecifrabile. Mi avvicinai con Barbablù sulle spalle, Filippo non si accorse di noi, o almeno così sembrava. Stetti lì davanti a lui non sapendo che fare. Non l’avevo mai visto così malconcio. Ci pensò il gatto a rompere il ghiaccio che spiccò un salto cadendogli vicino una mano e come se fosse a casa sua, incominciò a perlustrare il letto, annusando ogni cosa in cerca di odori familiari. Conosceva bene Filippo, perché fin da quando lo raccattai dal bidone dell’immondizia lui fu il suo primo veterinario. Barbablù gli si avvicinò alla testa e accese il motore facendosi le unghie sulla cuffia di lana. Filippo mosse un braccio senza scoprirsi gli occhi e lo accarezzò, mentre il gatto rincarava le dosi di fusa. Marta dalla porta osservava allibita, non le sembrava vero, Filippo con lei era stato intrattabile. Notai che in terra c’era il libro che stavo leggendo anch’io, aperto a pagina 333 che era accartocciata, l’occhio mi cadde su distorsione e quella parola mi disgustò, ma feci finta di niente. Pensai che i veri amici, a furia di condividere gli stessi interessi, prima o poi incominciano ad assomigliarsi, rubandosi anche i difetti. Sentii diffondersi per casa un fragrante profumo di caffè e me ne venne una voglia irresistibile. Noi facciamo la gara a chi lo fa più buono. Marta conosceva il segreto e si presentò con tre fumanti tazzine, le feci segno che ci pensavo io a darlo a Filippo, mi serviva un pretesto per fargli capire che ero lì. Chiesi una sigaretta in cerca di un’ispirazione per trovare la chiave per aprire un varco fra le parole di contrabbando che adesso ci provavano anche con Filippo. Intanto Pitagora faceva il verso a sigaretta e caffè, gli piaceva il suono di quelle parole, le ripeteva come un disco rotto. Pitagora è un singolare merlo indiano che ha la stessa età di Barbablù. Filippo l’aveva raccolto per strada che nevicava fitto fitto e stava per metterlo sotto i piedi. Fece appena in tempo a scansarlo attirato dai suoi eleganti saluti: “…Buona sera gentile signore, ho perso la strada del ritorno a casa mia, questa bambagia bianca e fredda mi ha inceppato la bussola e non so più dove sono. Ero uscito con un regolare permesso per tenere le ali allenate, ma vallo a capire questo tempo! A me da quando sono nato non è mai capitato di volare in mezzo a farfalle gelate.” Poi diceva di continuo: “Grande india India del mio cuore.” Filippo che fin dalle fasce conosceva quel tipo di pennuto, rispose in rima: “Per la grande india del tuo cuor, a me manca per il tuo amor, di portarti col vapor”. Così Pitagora un po’ disorientato, scelse su due zampe il nuovo compagno di avventure e si guadagnò il suo angolo di paradiso indiano in casa di Filippo. Lui da grande ornitologo è riuscito ad allargare il suo vocabolario fino a circa 300 parole. Pitagora riesce anche a dire frasi di senso compiuto, a volte s’inserisce nelle lunghe chiacchierate fra me e il suo padrone mettendoci in buca quando il nostro discorso prende pieghe che non si sa dove vada a parare. Io ho sempre avuto la fortuna di amare ed essere riamato da cani e gatti, nella casa dove sono nato ne ho avuti diversi con i quali ne ho combinate da non dire, vi ho già presentato Fidone. A casa di Filippo amavano gli uccelli di tutte le specie, ma l’amico del cuore è sempre stato un pappagallo che stupiva tutti, perché era un grande matematico. Sapeva far di conto e lui dice che lo aiutava persino a fare i compiti. Ecco perché lui conosce la loro lingua e loro la sua. Il merlo si era andato a ficcare in cima ad un alto armadio e aveva il controllo di tutta la camera. Barbablù non ci aveva fatto caso, intento com’era a far le fusa al suo medico personale, ma quando sentì strillare dall’alto caffè e sigaretta fece il pallone e gli spedì un vigoroso miaomiao. Pitagora di rimando gli fece il verso con un inconfutabile miaomiao miaomiao. Filippo mosse leggermente le labbra, sollevò il nasone che è la sua caratteristica più simpatica, e vidi con sollievo che se la rideva sotto i baffi. Pitagora e Barbablù non si erano ancora conosciuti, perché da quando l’ho trovato non ha mai voluto varcare il portone di casa. Si rifiutava categoricamente per il tremendo trauma che aveva subìto quando lo buttarono via. Adesso si salutavano in modo provvidenziale, il primo passo con Filippo era riuscito alla grande, anche se lui non lo dava ad intendere. Mi feci coraggio, staccai la chitarra dal chiodo e suonai “Messico e nuvole”. Pitagora che aveva anche un buon orecchio e una memoria che avrebbe dato del filo da torcere a Pico della Mirandola, non aspettò neppure la fine del ritornello e con una voce da tenore cantò con maestria “Messico e nuvole/ la faccia triste dell’America/ il vento suona la sua armonica/ che voglia di piangere ho”. Alla fine imitò anche il suono dell’armonica e del vento. Filippo allora non si trattenne più ed esplose in una fragorosa risata. Marta dallo stipite ci spiava in lacrime che le scendevano fra risa e pianti. Era felice che il suo Filippo rispondesse alle nostre provocazioni, mentre da lei non aveva accettato neanche i pasticcini che gli piacciono tanto. Però era anche sconcertata da quattro mattacchioni che sembrava stessero recitando una commedia in un manicomio.
Filippo è un omaccione grande e grosso con un vocione profondo, la sua voce quando è calmo è una di quelle amabili voci che l’ascolteresti per ore. Ha quel dono rarissimo di mettere a proprio agio le persone. In mezzo alla gente parla poco. Gli piace più ascoltare e studiare la fauna umana, come a volte dice con autoironia ritenendosi più animalaccio degli altri. Difficilmente si sbaglia sulle persone, gli bastano pochi minuti e il quadro è completo. Non parla quasi mai male degli altri, se non per validi e fondati motivi. Ha l’indole mite, ma se ti deve dire qualcosa anche di sgradevole, non te la manda certo a dire. Sfodera il suo toscanaccio che gli dà maggiore autorevolezza, si liscia la barba, si schiarisce ben bene la voce e parte il sermone. Io non gli ho mai chiesto una consulenza psicoanalitica, primo perché fra amici non è deontologicamente corretto, secondo perché non ne avevo mai avuto bisogno. Però parliamo spesso del nostro lavoro; so che quelli che fanno la sua professione, dopo qualche tempo diventano un po’ cinici per autodifesa e per non correre il rischio di far proprie le angosce dei pazienti. Filippo no, lui in questo è speciale, non si tira mai indietro anche se qualcuno gli chiede un consulto notturno. Sarà perché da ragazzo ebbe qualche vocazione missionaria, stava per partire per non so quale paese dell’Africa con “Medici senza frontiere” o un’organizzazione non governativa del genere. Aveva un rapporto particolare con la nonna materna che gli ha trasmesso dei solidi valori cristiani. Per sfotterlo ogni tanto gli dico che lui è il mio modello ideale del buon cristiano, lui mi manda a fare un giro, simulando il gesto e poi mi corregge dicendo: “tutt’al più da uno come te posso accettare di essere solo un povero cristiano.” Anni fa abbiamo fatto il patto, che avremmo raccolto per strada gli animali abbandonati o feriti. Ecco perché io mi sono preso Barbablù con tutte le sue croci e delizie, e Filippo Pitagora con le delizie e le sue croci. Senza volerlo misi un piede sul libro rimasto in terra, lo raccolsi e misi a posto la pagina sciupata. Non seppi resistere e lessi ad alta voce la frase sottolineata: “Campo della distorsione della realtà.” Rabbrividii e il libro mi cascò dalle mani che mi tremavano visibilmente, per un attimo ebbi il terrore di nuove allucinazioni, ma vedendo Filippo in quello stato mi ripresi subito. Io ero lì per bruciare o per sciogliere o per nascondere come mi aveva insegnato lui. Quel gesto mi tradì perché Pitagora aveva certamente sentito dal suo padrone la frase assassina, ed esibizionista com’è, si sentì invitato a nozze. Appena sentì la mia voce che leggeva sparò a raffica: ——————————————————————————————“Campo della distorsione della realtà! Campo della distorsione della realtà.”- Marta si mise le mani nei capelli e tentò con un gesto da domatrice del circo di fermare quel mariuolo di merlaccio. Ma forse per un arcano destino doveva andare proprio così, perché Pitagora col suo intervento trasferiva su di sè l’ossessione del padrone, tanto è vero che il rito si compì magicamente. Sentimmo una voce cavernosa che diceva: “libro libro libro ffffscccc”! L’avevo detto che gli amici finiscono per assomigliarsi nella buona come nella cattiva sorte! Afferrai il libro incriminato, dichiarai per sommi capi le imputazioni principali, gli accostai la sigaretta e davanti al mio amico si alzò un enigmatico fuoco. Marta accorse per pulire il mucchietto di cenere con acqua purificatrice, asperse la stanza con un buon deodorante, rimboccò per bene le coperte a Filippo e lo lasciammo in compagnia dei due amiconi e andammo a preparare qualche manicaretto per tutta la combriccola.
Marta fisicamente è all’opposto del suo compagno, è una bellissima bambolina, garbata signora sui cinquanta, riccia riccia come un riccio di castagne coi capelli dello stesso colore. Ha una lievissima riga che le corre sugli occhi che sono del colore del mare di certe mattine d’estate. Occhi vispi come scintille di un fuoco scoppiettante che si rincorrono senza fermarsi mai. Ha il nasetto sproporzionato rispetto al viso che è marccato nei lineamenti. A volte lei e Filippo si scontrano col naso, specie quando sono in vena di effusioni, prima di separarsi se lo strofinano per bene e poi se la sghignazzano dicendo che Dio li fa e Dio li accompagna. E’ minuta minuta e si muove più leggera dell’aria. Filippo le fa pesare spesso il suo iperattivismo. La chiama in decine di modi per farla arrabbiare: argento vivo,palla da tennis, mercurio fuso, trottola di gomma, ecc. Quando sono una vicina all’altro sembrano il fratellone maggiore e la sorellina più piccola. Coltiva un giardino che fa invidia a quello di Versailles. E’ patita delle ginestre e delle felci che spandono nell’aria un profumo che ricorda quello di certe mamme che esagerano con un famoso borotalco. Ama come noi gli animali, ma sostiene che non bisognerebbe tenerne in casa più di uno, per poterlo accudire meglio e per non farli soffrire di gelosia come succede al fratello più grande quando è in arrivo quello più piccolo. Ecco perché hanno solo Pitagora che è curatissimo, sempre profumato e quando svolazza emana lo stesso profumo della padrona. Ogni mattina lo pettina e gli fa le abluzioni. E’ il re del giardino, certe volte si mette in sentina e quando un passante distratto passa di lì, lui lo saluta con il suo modo da gentleman, il passante sbalordito non capisce mai da dove arrivino gli educati saluti. Marta l’ha fatto diventare vegetariano come lei, perché dice che i vermetti che prima adorava sono esseri viventi come gli altri e che soffrono alla stessa maniera. Pitagora conosce a menadito il galateo; ha il suo bel posticino a tavola, non inizia a mangiare se non dà il buon appetito e pretende che gli altri ricambino, altrimenti fa il muso per tutto il pranzo. Insomma è un vero figlio che ha preso il posto di un bambino che lei ha perso in gravidanza. Poi non ne ha potuti avere altri, così Pitagora è stato per loro un dono del cielo.
Barbablù zitto zitto stava studiando il suo piano strategico per saltare sull’armadio. Puntò le zampe di dietro e come un saltatore con l’asta si agganciò sul bordo, ma quell’appiglio era liscio e ripiombò a terra come un sacco di patate. Pitagora gli fischiettò “Messico e nuvole” prolungando più di prima il soffio del vento. A Barbablù che quel suono gli dava fastidio, buttò fuori tutto il fiato che aveva in corpo che pareva un compressore industriale. Il merlone dall’alto della sua rocca non accettò la sfida e gli disse: “Gentile mio signor gatto, non vorrei far la fine di un mio parente che si era messo in testa di essere il più grande predatore della foresta, ma non aveva le armi adatte, i suoi artigli potevano al massimo far fuori una biscia, si volle misurare con una lince una vostra lontana parente, quella fece finta di non vederlo e si girò dall’altra parte, ma quel merlo di mio cugino, inesperto e imprudente gli volò sulla schiena, non riuscì a farle neanche un graffio, così la lince con uno scatto felino lo fece sparire come fa un prestigiatore. Noi merli che stavamo a guardare non riuscimmo a capire se nostro cugino fosse volato via o fosse già stato digerito. Siccome non l’abbiamo mai più visto, decidemmo per nostra sicurezza di stare a debita distanza dai vostri antenati. Io getto la spugna, perché qui ci sono cose ben più importanti da fare, devo vegliare il mio padroncino e devo cantargli una ninnananna che ho imparato quando ero ancora nell’uovo. Vi prego quindi di lasciarci in pace da soli.” Barbablù appena sentì che il merlo doveva fare la ninnananna al suo padrone, sgattaiolò in cucina e mi salì sulla spalla con delle fusa che così non mi faceva da un pezzo.
Io raccontai a Marta tutte le disavventure che avevamo vissuto, fino a quando lei chiamò al telefono. Tirò un paio di profondi sospiri e si mise a raccontare quello che era successo a loro la stessa notte dei miei incubi. Era dotata di un buon senso pratico e andò subito al sodo.
“Io credevo che Filippo avesse introiettato l’ossessione di un suo paziente, ma siccome ho capito che anche tu sei cascato nella rete di quella frase criminale, adesso sono convinta che vi ha dato l’assalto uscendo dal libraccio che stavate leggendo contemporaneamente. . Io che l’avevo già capito da un pezzo, annuivo con la testa, ma c’erano ancora molte cose che non mi erano chiare e non vedevo l’ora di finire di leggere quel libro, c’erano ancora troppe coincidenze che bisognava collegare. Mentre noi stavamo chiacchierando in attesa di accontentare i denti, ci arrivò una delicata arietta che Pitagora stava diffondendo nell’aria. La melodia aveva qualche contaminazione con la scala pentatonica orientale adattissima a farti dormire. Aveva lo stesso effetto di quelle carezze che ti sfiorano appena appena i capelli, e già faceva il suo effetto su Barbablù che si era addormentato sulla mia spalla. Anche il testo mi sembrò molto poetico e mi pare che dicesse così:
“Dormo non dormo dormo non so e il mio segreto te lo dirò. Volano in alto i pensieri che ho e son bambino se vicino ti sto. Dammi la mano più stretta se vuoi,, e sogna forte più forte che puoi. Dormi e non dormi non dormi mai Così domani saranno guai. Dormi e non dormi non dormirai finché la fiaba non sentirai. Volano in alto i sogni che fai e una stellina diventerai. Ma torna presto più presto che puoi,, ti aspetterò se tu mi vuoi. Gira e rigira la ruota va sei piccolino che male fa. Gira e rigira il tempo va resta piccino, così mi va. Perché aver fretta alla tua età e poi da grande, ma chi lo sa. Io vorrei essere come te con tante domande e tanti perché.

    --Continua--

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