Enigmi

Enigmi

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    Capitolo IV

    Domani

Siamo dieci miliardi di occhi
_
sotto un cielo bambino

chi si appresta alle ultime notti

o al suo primo mattino

siamo il plasma di questo concerto

dove il rigo prende il nome di vita

il granello di un immenso deserto

legno e pioli di una scala infinita

c’è nel fuoco qualcosa per cui

t’ipnotizza lo sguardo

forse perché fa parte di noi

o forse perché è bugiardo

ma quante sono nel mondo le cose

che si sono bruciate le mani

come spine attaccate alle rose

per difendere il loro domani

domani domani se qualcosa accadrà che cosa sarà di noi

domani domani qualche cosa accadrà ma cosa sarà di noi

quali albe radiose ci aspettano

stando all’ombra dei nostri pensieri

sotto un fuoco incrociato

sotto un vento tagliente

perché tutto poi sia storia di ieri

se il domani è un qualcosa che si consuma

e si getta giù al bordo di un rio

figlio mio siamo in tanti

siamo troppo distanti

siamo i colpi di tosse di Dio

domani domani se qualcosa accadrà

che cosa sarà di noi

domani domani quale tempo farà

che cosa sarà di noi

domani domani

Mi fasciai il cadeau di Barbablù, mi sistemai alla meglio su un divanetto in sala, mi coprii con una coperta di fortuna e provai a dormire. Più che stanchezza fisica, avevo una gran voglia di non pensare a niente, in attesa del sonno mi misi a leggere la prima rivista che mi venne a mano. Si chiama Quattro Zampe con in prima pagina una grande foto di un cane e di un gatto che sembra si stiano baciando, o per lo meno annusando. Il cane è un bulldog francese col muso schiacciato col naso all’insù. La coda sembra un mozzicone di sigaro che non si arrende alla voglia di vivere. Nella rivista con aspetto maestoso troneggia il corteggiatore del cane Bulldog. E’ un gatto di un nero splendente con sotto questa scritta: Guardate la tenerezza di Diablo che fa le fusa al feroce Pugaciov. L’articolo si spertica nel criticare le credenze sui gatti neri. Mi sembrò ben fatto e lo lessi tutto, ma alla fine della fiera, un ammasso di luoghi comuni per dirla con gentilezza. Da un lato fa la storia di tutte le specie di gatti sparsi sulla terra. Dall’altra fa tutta una tiritera sulle credenze sui gatti neri. Seguono delle interviste, su venti intervistati uno solo rifiuta con sdegno l’abominevole superstizione. L’articolo finisce così, senza neppure un commento, dando ad intendere che dev’essere il lettore a tirare le sue conclusioni. Presi il giornale e con tutta la forza che mi restava lo lanciai nella stanza. Rimasi lì a pensare a cose piacevoli che mi svuotassero la testa da brutti pensieri, quando sentii picchittare la pioggia sui vetri. Per me fu manna dal cielo, mi piace il frusciare della pioggia che mi concilia il sonno col suo tintinnare sui vetri e cose metalliche in cui si formano vere e proprie note. Siccome ho un discreto orecchio, provai a riconoscere i vari gradi della scala musicale, dei fraseggi mi ricordarono un brano conosciuto, feci un sussulto e mi alzai dandomi del masochista. La pioggia suonava il ritornello di “Messico e nuvole”. Mi avvicinai alla finestra convinto che fossi davvero un visionario o un audiofilo pazzo. Appoggiai l’orecchio sul vetro che fece da ventosa, tanto lo premetti sulla lastra gelata. La pioggia, oltre a ricamare la melodia di “Messico e nuvole”, con le gocce più grosse faceva bordone abbozzando l’armonia col suo ritmo perfetto. Me ne dissi di tutti i colori, mi diedi dell’autolesionista e dell’emerito coglione e che non sapevo volermi bene. Sapevo invece cacciarmi con gran maestria in braccio alla malasorte. Mi misi a pestare i piedi come un bimbetto prendendomela con le cose lì intorno. Tirai un portacenere contro la televisione che si afflosciò come cartavelina, facendo fuoriuscire il suo plasma. Subito del fuoco si mangiò la plastica, mi buttai con la coperta incianpando sulla rivista degli amici dell’uomo e quel passo falso fu la mia salvezza. Mentre la fiamma divorava la foto di tutti i gatti neri del mondo, si alzò un coro soave di miagolii in tutte le lingue. Io me ne andai più leggero dell’aria al settimo cielo.. Anche per me il rito si era compiuto e il feticcio si era bruciato. Mi rimisi a sedere col cuore in pace. La pioggia era cresciuta, ora picchiava sui vetri come le nocche di dita su una lamiera. La stanza fu illuminata a giorno, si preannuciava un gran temporale. La grancassa del cielo aumentò i suoi battiti con cannonate così poderose che le finestre e le porte aprirono le danze. Saltai in piedi dandomi del vigliacco: “se Barbablù sente queste bombardate d’artiglieria pesante e non ci sono io che lo proteggo, a quello gli scoppia il cuore”. Non si era più fatto sentire, il filippino capiva perfettamente che quando con me usava le sue armi improprie, doveva stare alla larga. Ma adesso c’erano i tuoni e gli sentivo già il cuoricino battergli a mille. Non potevo abbandonarlo proprio adesso, anche se non lo meritava affatto, dimenticai le offese e misi una pietra sulle mie ferite. Sapevo dove trovarlo, conoscevo il mio pollo meglio di me e andai dritto al bersaglio. Il ripostiglio delle scope è la sua tana dove va a scontare il suo castigo, appena fa un malestro s’infila tra bottiglie e barattoli di detersivi. Un trucchetto per farlo cadere nella rete, è quello di fargli sentire il magico suono della scatola dei suoi croccantini preferiti, ma quelli li aveva finiti, allora buttai del tutto giù l’orgoglio e mi avviai sicuro nello sgabuzzino. Prima lo chiamai due o tre volte, silenzio assoluto, gli fischiettai qualcosa, più silenzio di prima. Presi le scope e le tirai tutte fuori e di Barbablù neanche l’odore. Svuotai l’intero stanzino, ma il mio Barbablù si era fatto di nebbia. La cosa non mi quadrava, chiamai e richiamai, neanche un miao. Setacciai palmo a palmo la casa, ma invano. Non c’era un angolo che non avessi perlustrato. Incominciavo a credere seriamente che fosse fuggito per dispetto, ma erav_amo al tredicesimo piano ed era impossibile perchè la porta d’ingresso era serrata come una cassaforte. Che si fosse infilato nella canna fumaria? O che l’avesse inghiottito lo scarico del water? Andai a vedere persino in lavatrice e nella lavastoviglie, il risultato era sempre lo stesso. Con stupore notai che una delle porte del balcone era leggermente socchiusa e un dubbio atroce mi strinse la gola: “Che il mio Barbablù si sia suicidato buttandosi dalla terrazza?” A costo di farmi arrestare lo chiamai a squarcia gola. Girai su tutti i lati delle balconate scandendo il suo nome nella notte. La mia voce rimbalzava da un palazzo all’altro e mi tornava indietro senza un barlume di miagolio. Solo un gran coro di voci imbufalite che dalle finestre mi stramaledicevano. Non sentendo più la voce del mio Barbablù convinto che l’avessi perso per sempre, urlai a quella gente che i gatti più belli e più intelligenti sono i gatti neri e che io avevo mandato in fumo tutti i dubbi su quelle orrende credenze che dicono che i gatti neri sono diavoli, che in loro rivivono gli spiriti degli assassini, che hanno sette vite e ogni becera fanfaluca sul loro conto. Gridai ancora più forte che la vecchia del gattone tutto nero, è la più grande truffaldina sulla faccia della terra e chi le crede è sua complice, così di tutte le maghe e fattucchiere che sono le vere papesse del male. Incurante dei vicini che intanto si erano radunati sotto il palazzo, come un fantoccio che non vede e non sente mi precipitai giù in strada per vedere se c’erano tracce del mio malandrino, dovevo tentarle tutte per trovarlo. Appena mi videro partirono sputi, cazzotti e insulti che avrebbero fatto tremare uno scaricatore di porto. Ma la mia preoccupazione più grande era che se il mio Barbablù fosse stato lì in giro, me l’avrebbero spaventato e fatto fuggire lontano. Io mi facevo angariare con la speranza che una volta sbollita la rabbia se ne sarebbero tornati in casa, ma vedendo la mia indifferenza rincaravano la dose. Finita la sarabanda di cazzotti e insulti, pensai di andare dalla gattara che raccoglie i gatti smarriti, solo una come lei mi poteva capire e sperai in cuor mio che qualche anima buona le avesse portato il mio Barbablù. La pioggia non si era stancata di frustare i vetri e le serrande, solo allora realizzai che ero in ciabatte e con una tuta leggera leggera inzuppata come uno strofinaccio. Trovai la gattara dietro un camion parcheggiato davanti casa sua. Era più fradicia di me, ma felice come una bambina che scopre la pioggia e ci vuole giocare.
Portava a tracolla un borsone zeppo di sacchetti di cose buone per i suoi figli, come li chiamava lei. Appena ne tirò fuori alcuni, un centinaio di gatti sbucarono da ogni dove e assalirono la povera donna che piccola com’era non la vedevo più. Era sommersa da una montagna di gatti di ogni tipo, colore, età, grandezza e conciati come se fossero allora allora tornati dalla guerra. Ne vidi uno con le orbite vuote che arrancava sulle groppe degli altri. Un’altro senza le orecchie e con uno spuncione di coda. Uno minuscolo come un topolino che gli altri mettevano da parte come si fa con una ciabatta vecchia. Un altro con tre zampe e spelacchiato con una ferita che gli attraversava la spina dorsale. Chi soffiava, chi ringhiava a difesa della sua preda. Due più sbirri degli altri si erano infilati nel borsone e si pappavano sul petto della donna il bottino conquistato con prepotenza. Osservai con attenzione tutta quella marmaglia multicolore, ma meravigliato non vidi neanche un gatto nero. Provai a salutare la donna che non si era ancora accorta di me, le voci dai timbri più disparati coprivano i miei vani tentativi di far sentire che ero lì. Man mano che tirava fuori i sacchetti di frattaglie, quei disperati aumentavano i miagolii ed era impossibile sovrastarli con la mia voce. Mi rassegnai e aspettai immobile come una statua con la speranza che mi assalisse il mio Barbablù con uno dei suoi soliti aguati. Finito il banchetto, erano rimasti lì a rovistare nei cartocci sbrindellati i più imbranati ancora affamati. Solo allora la gattara si accorse di me. Io l’abbracciai, ero commosso da quello che avevo visto fare per quei figli di nessuno. Mentre la stringevo, sentii che odorava come i suoi trovatelli, fu felice di vedermi, sapeva già tutto, aveva sentito le mie grida nella notte, era accorsa al mio s.o.s, ma non aveva voluto farsi vedere, perché quella gentaglia altre volte l’aveva scacciata con maleparole. Mi disse che era da un pezzo che non vedeva gatti neri in quelle vie e che bisognava aspettare fiduciosi, a lei era capitato che il suo ultimo gatto era tornato a casa dopo un mese impallinato da più di cento pallini da cacciatori. Non so se voleva consolarmi, ma qualcosa mi diceva che le dovevo credere. Mi chiese se potevo aiutarla a curare i gatti feriti. Non me lo feci ripetere e ci mettemmo subito all’opera. Io li tenevo stretti e lei come un chirurgo tagliava cuciva e bendava. Aveva una mano ferma e rassicurante, i gatti feriti, come se capissero che era per il loro bene, stavano immobili e si facevano martoriare da forbici aghi e fili. Se sotto i ferri ci fossi stato io, avrei strillato come un ossesso. Li chiamava con dei suoi nomignoli e loro come se fossero in fila davanti ad un ambulatorio, rispettavano in religioso silenzio il loro turno, offrendo alla gattara le loro piaghe, come un’offerta votiva alla santa patrona dei gatti. Finiti gli interventi chirurgici, la donnina s’infilò quatta quatta sotto il camion, e raggiante come se avesse trovato un tesoro, mi mostrò una decina di gabbiette e mi apparve uno spettacolo da infermeria da campo di battaglia. Tirò fuori una gatta con la spina dorsale schiacciata come una salsiccetta arrostita che allattava quattro stupendi cucciolotti di pochissimi giorni con gli _occhietti ancora chiusi. La mamma si disperava per farli poppare, ma immobilizzata com’era si faceva sopraffare da quei topini. La gattara se li prese in grembo e li mise a poppare dai suoi seni. Io non sapevo se piangere o ridere dalla commozione. C’era pochissima luce di un lampione striminzito della strada e non riuscivo a vedere bene. Mi avvicinai di più e vidi che fra i suoi seni flosci si era costruito un poppatoio di gomma con tante piccole mammelle a cui si potevano attaccare una dozzina di gattini. Mentre lei faceva la balia, mi disse di accudire due vecchi gattoni che non riuscivano più a muoversi a cui aveva costruito due rudimentali carrozzine. Li accarezzai ben bene e accesero i motori. Li feci abbuffare a più non posso, mi ringraziarono con due smorfione con la testa che muovevano appena e si rimisero a dormire placidamente. La gattara li chiamava gli inseparabili, da quando li aveva raccolti fra ferraglie arrugginite volevano stare sempre insieme. M’ingegnai a fare anche l’ortopedico; mi fece controllare le stecche di tre gattoni con le zampe fratturate. Mi mise di corvèe e pulii tutte le gabbiette, spazzolai e pettinai i più arruffati che sculettavano con la coda rinnovata. La mamma dei gatti mi ringraziò con fare felino e mi assicurò con assoluta certezza che Barbablù sarebbe tornato:
“Io leggo nel loro pensiero, mi dirai che sono un po’ matta, ma ho sentito il tuo gatto che sta bene al calduccio e che ti aspetta.”
Io le sorrisi con affetto e diedi un abbraccio ideale a tutta la ciurma che rovistava fra i rimasugli e me ne andai rincuorato dalle sue parole. Mentre tornavo a casa e pensavo come arrivare all’alba, senza Barbablù non avrei sicuramente chiuso occhio, fui attratto di nuovo dalla pioggia che suonava le sue melodie sulle inferriate dei giardini e sulle grondaie. In tutto quel parapiglia mi ero dimenticato di “Messico e nuvole” che la pioggia stava ancora suonando nel silenzio della notte. Come un pappagallo mi rimisi a fischettarla e fu una buona compagnia in quelle strade buie e deserte, mi aiutò a tenere lontani i fantasmi notturni. Alcune finestre del mio palazzo erano ancora illuminate, temetti che i vicini mi stessero aspettando per continuarmi la festa. Con fare gattesco, perlustrai tutte le stradine lì intorno. Volevo illudermi che Barbablù mi stesse aspettando in qualche anfratto, dove altri gatti randagi si fanno la tana.
Lanciai i miei segnali di fumo e mi venne subito fra i piedi un micino grande come un criceto infreddolito con una vocetta implorante. me lo misi subito in tasca per non insospettire i condomini. Attesi qualche minuto col cuore in gola per il mio Barbablù, mi parve di vederlo che sbucava da sotto le macchine, ma m’ingannavo con le macchie nere di catrame che punteggiavano la strada. Rassegnato, col nuovo compagnuccio infilai il portone e con la velocità di una lepre fui in casa mia. Accesi una piccola lampada per non dare nell’occhio e feci un’accurata diagnosi al nuovo ospite che era zeppo di pulci, graffi e ferite che curai pazientemente come avevo imparato dalla gattara.

Forse il destino me lo appioppava per rimpiazzare Barbablù, ma l’idea non corrispondeva alle mie aspettative, perché Barbablù è unico e insostituibile, anche se il micino era di una bellezza infinita con il mantellino a strisce di vari colori che mi ricordava un arcobaleno in miniatura. Lo sistemai nella cesta che Barbablù non si degnava nemmeno di guardare, lo coprii con un vecchio maglione e andai a cercargli qualcosa di buono che tenevo per le grandi occasioni. Dalla dispensa udii un debole miagolio come se venisse da sottoterra. Tornai con una scatoletta di lusso dal micetto pensando che mi avesse chiamato lui, ma se la dormiva alla grande. Il miagolio sotterraneo tornò a farsi sentire e non era quello del micio che mi dormiva accanto. Mi sdraiai per terra vicino alla cesta e come un Indiano appoggiai l’orecchio sul pavimento. mi concentrai con tutto l’udito possibile, ma sentivo solo quella strana voce del silenzio che da piccolo ascoltavo nelle conchiglie marine. Ebbi di nuovo paura dei brutti sogni:
“Ti parlo dal regno dei gatti, noi qui siamo tutti felici senza desideri. Qui non abbiamo bisogno di nessuno, non vogliamo padroni, ognuno è padrone di sè stesso. Qui siamo liberi come le farfalle e abbiamo distese di prati sempre in fiore, dove giochiamo tutto il giorno e la notte. Non dobbiamo dipendere da nessuno, non ci sono gatti buoni e cattivi e nemmeno gatti ricchi e gatti mendicanti. Qui è proibito che qualcuno comandi sugli altri e nessuno si sogna di abbandonare il proprio simile, buttandolo nelle strade quando non gli serve più. Noi qui possiamo sceglierci il nome e il colore del nostro mantello. Qui c’è armonia e gioia perenne, non conosciamo il dolore. Sono felice di aver lasciato la terra, perché il vostro mondo è pieno di sofferenza, di malattie e di violenza. Qui siamo tutti sani. Da voi s’invecchia e si muore. Noi siamo eternamente giovani. Qui ci vogliamo tutti bene, voi dite di amare il prossimo, ma da quando esiste la terra vi uccidete nei modi più atroci giocando alla guerra. Uccidete anche miliardi di animali e piante, alcuni di voi credono di essere i padroni del mondo, invece la terra è una immensa casa in affitto. Uccidete quelli che hanno la pelle e il mantello di un altro colore, credendo che la bontà o la cattiveria dipenda dal nero, dal giallo o dal bianco. Non rimpiangermi, perché io sono più felice di prima. Ho vagato nel nulla, sono stato albero, pietra e pesce e adesso sono tutti gli animali in una sola grande anima. Il mio tempo è scaduto. Dimentica!, dimentica,! dimentica!!… Il ricordo ti farà soltanto soffrire.”

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