La guerra del 5G e l’Europa

La guerra del 5G e l’Europa

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Articolo interessante, a condizione che si ignori l’ultima frase: non
si possono paragonare i contenuti delle trasmissioni della D’Urso col dibattito su fascismo ed antifascismo.

Di Roberto Pecchioli

Parlare di cose serie in Italia è pressoché vano. Diceva Ennio Flaiano che da noi la situazione è grave, ma non seria. In un paese di liti da
ballatoio, trasmissioni televisive insopportabili dominate da scrittori
etilici e “esperti” di nulla a cachet rissosi e supponenti, parlare di
ciò che accade nel mondo attorno all’enorme questione della tecnologia
5G assicura la fuga di molti lettori, lo sbadiglio di massa dei selvaggi
con telefonino che costituiscono la maggioranza. Eppure, il tema è
decisivo e da esso dipende molto del nostro futuro. Chi possiederà la
tecnologia 5G potrà dominare l’industria, quindi l’economia mondiale. Lo
sanno bene Cina e Stati Uniti, mentre l’Europa politica sembra non
rendersene conto. Nulla di nuovo sotto le nubi di Bruxelles.
Corre l’obbligo di spiegare di che si tratta. La tecnologia chiamata 5G,
acronimo di Quinta Generazione, nell’ambito delle connessioni
informatiche mobili e cellulari indica il sistema che permetterà
prestazioni e velocità enormemente superiori a quelle attuali. Saranno
possibili centinaia di migliaia di connessioni simultanee per reti di
sensori senza fili, una copertura territoriale totale, con l’efficienza
dei segnali potenziata e una grande diminuzione della cosiddetta
latenza, il tempo di risposta delle connessioni. Molti segnalano i
pericoli per la salute umana derivati dalla nuova tecnologia, ma in
questa sede ci limiteremo a descrivere la disputa che si è scatenata
attorno alla fondamentale innovazione che cambierà una volta ancora le
nostre vite.
Theresa May, primo ministro britannico, ha destituito lo scorso 1 maggio
il ministro della difesa per aver fatto filtrare dettagli di una
riunione del Consiglio di Sicurezza Nazionale in cui si discuteva la
partecipazione del gigante cinese Huawei nella realizzazione della rete
5G nel Regno Unito. Sullo sfondo, la complessa partita della Brexit e la
guerra tecnologica e commerciale tra Cina e Usa per il dominio
sull’economia planetaria nel XXI secolo. Un altro evento è passato
inosservato al provincialismo italiano, il discorso del vice presidente
americano Mike Pence del 4 ottobre scorso sulle relazioni con la Cina
tenuto all’istituto Hudson. Le sue parole furono sorprendentemente dure:
“attraverso il piano Made in China 2025, il partito comunista ha
l’intenzione di controllare il 90 per cento delle industrie più avanzate
del mondo, incuse la robotica, la biotecnologia e l’intelligenza
artificiale. Per poter dominare l’economia del secolo XXI, Pechino ha
chiesto ai propri funzionari e alle imprese di ottenere la proprietà
intellettuale statunitense – base della nostra supremazia economica –
con tutti i mezzi.” La tecnologia, i know-how industriali significano
potere e la Cina è ormai in aperta competizione per l’egemonia economica
e politica.
Lo stesso giorno – non certo una coincidenza temporale – l’agenzia di
stampa Bloomberg pubblicava un polemico articolo in cui affermava che i
subappaltatori cinesi dell’azienda di hardware californiana Super Micro
– fornitrice di Apple – aveva installato dei backdoors nelle schede di
sistema, ovvero dei codici e comandi conosciuti solo dal programmatore,
per trasferire informazioni al governo cinese. Il dominio degli standard
della tecnologia 5G costituisce la pietra angolare per lo sviluppo
futuro di innovazioni che segneranno i prossimi anni. Una è Internet
delle Cose (IOT), una rivoluzione della rete in cui gli oggetti si
rendono, per così dire, riconoscibili, “acquisiscono intelligenza grazie
al fatto di poter comunicare dati su stessi e accedere a informazioni
aggregate da parte di altri.” (fonte: Wikipedia) .
Pensiamo ad esempio al flusso di dati che dovranno processare le
automobili senza guidatore, alle case intelligenti (domotica), e alle
altre infinite altre utilizzazioni di una tecnologia davvero
“disruptiva”, il nuovo vocabolo tratto dal linguaggio dei fenomeni
elettrici che identifica le innovazioni in grado di stravolgere
l’economia e la stessa percezione della realtà. L’Italia, come il
Portogallo e il Regno Unito, ha annunciato accordi per la realizzazione
delle proprie reti 5G con personale, produzioni e conoscenze della
Huawei, il che porterà all’adozione massiccia degli standard tecnologici
cinesi.
Due le sfide fondamentali. La prima riguarda l’estrema complessità della
materia, per cui sono pochissime le imprese capaci di produrre i sistemi
necessari per gli operatori della telefonia mobile. Allo stato, solo
cinque: le cinesi ZTE e Huawei, la coreana Samsung, oltre alla svedese
Ericsson e alla finlandese Nokia. Sorprende l’assenza dei giganti di
SiliconValley. L’altra sfida è l’installazione delle infrastrutture
relative, che impone l’estensione totale – costosissima- della fibra
ottica, con quello che significa per le finanze di molti paesi. A questo
punto entra in gioco la Cina e il suo gigante, Huawei, una
multinazionale che vende tanti telefoni quanto Apple e genera ricavi
analoghi a quelli di Microsoft. Poiché molte nazioni intendono dotarsi
di sistemi di prova 5G già a partire dal 2020, Huawei si offre di
costruire e installare le reti a prezzi imbattibili. Tra i clienti già
raggiunti, Messico, Filippine, Arabia Saudita. Il problema è immenso,
poiché il controllo delle reti di telecomunicazione è un decisivo
esercizio di sovranità. Praticamente l’intero flusso di informazioni
industriali, economiche, politiche e strategiche passeranno attraverso
una rete controllata “da remoto” posseduta da stranieri.
Huawei è un’impresa privata, ma sono evidenti i vincoli con i vertici
militari e di intelligence della Cina, per quanto negati accanitamente.
Le preoccupazioni americane sono fondate, anche se le relazioni tra gli
apparati riservati Usa e il sistema industriale e tecnologico del paese
non sono certo diverse. Il problema è che a tutt’oggi negli Stati Uniti
non ci sono aziende in grado di fornire “chiavi in mano” la tecnologia
5G: Qualcomm, la più forte, è in grave ritardo e deve ricorrere a
massicce importazioni. Il rischio è che Huawei e ZTE passino
regolarmente informazioni al loro governo e comunque, potrebbero o
vorrebbero negargliele? La risposta americana è ovvia, tanto è vero che
per evitare rischi, è stato proibito l’usodi tecnologie riconducibili a
Huawei nei sistemi di telefonia sul territorio Usa, e il governo fa
pressioni di vario genere su alleati e vassalli perché facciano altrettanto.
Per ora l’America è concentrata sui paesi la cui alleanza strategica
nelle informazioni di spionaggio e controspionaggio (ricordate il
sistema di intercettazione Echelon?) è detta FiveEyes, cinque occhi,
Australia, Nuova Zelanda, Canada,Gran Bretagna. Nessun problema con i
primi tre, che hanno bandito Huawei, ma la Gran Bretagna sembra
camminare per suo conto. Le indiscrezioni del ministro della Difesa sono
state significative dell’intenzione inglese di autorizzare lo sviluppo
della rete 5G attraverso i cinesi, per quanto con limitazioni ufficiali
a componenti definite non strategiche e non essenziali (non-core),
contravvenendo alle “raccomandazioni” dei tradizionali alleati. Il
motivo è probabilmente nella necessità di accordi commerciali di lungo
periodo con la Cina in previsione della Brexit. Sembra che le
rivelazioni del ministro destituito abbiano bloccato le trattative, per
cui non è da escludere che siano filtrate di proposito.
Gli americani fanno sul serio, come dimostra l’arresto in Canada,
satellite Usa, di Meng Wanzhou, vicepresidente ed erede dell’impero
Huawei, di cui è stata chiesta l’estradizione in America con l’accusa di
aver violato le sanzioni contro l’Iran. L’arresto dell’imprenditrice
cinese è avvenuto – altra casualità sospetta – lo stesso giorno in cui
Trump cenava con XiJinping a Buenos Aires a margine dei lavori del G20.
Analoghe accuse sono state mosse nei confronti della ZTE. E’ difficile
sapere con certezza se la tecnologia di Huawei sia un rischio
strategico. E’tuttavia pericolosissimo che le chiavi tecnologiche, i
codici di accesso delle comunicazioni non siano nelle mani del potere
pubblico di uno Stato, ma la complessità della rete 5G esige
aggiornamenti settimanali di sicurezza del software, il che ne rende
impossibile la verifica prima dell’implementazione. Evitare l’influenza
cinese è comunque difficile: oltre un terzo dei brevetti relativi sono
nelle loro mani,solo Huawei ne detiene oltre 1.500, seguito da Nokia,
Samsung, LG (Corea), Ericsson, Zte, tutte con più di mille brevetti. La
prima impresa americana, Qualcomm, ne ha 856, tallonata da Ericsson.
Molto indietro tutti gli altri, compresi Intel e la giapponese Sharp.
L’Unione europea sembra all’angolo. La guerra contro Huawei può far
riprendere fiato a Nokia ed Ericsson dopo anni di declino, come
dimostrano i numerosi memoranda d’intesa firmati con operatori Usa.
Peraltro, Vodafone ha da poco rivelato l’esistenza di backdoors nel
software in possesso degli scienziati di Huawei destinati in Italia.
Come sempre in Europa, manca una strategia comune dinanzi ai rischi
della tecnologia altrui. Per il momento, non possediamo un’autonoma
capacità tecno-scientifica per allestire e gestire reti 5G; al
contrario, Nokia ed Ericsson competono tra loro di fronte al gigante
asiatico il cui volume d’affari è doppio della loro somma. Più in
generale, tutti i dati relativi a piattaforme tecnologiche, start up,
brevetti, investimenti nell’intelligenza artificiale e nella robotica
mostrano una distanza enorme dell’Europa rispetto a Usa e Cina. Le
lezioni sono diverse; innanzitutto, occorre evitare che l’opportunità di
avere due aziende europee con elevate competenze nel sistema 5G si
trasformi in una lotta intestina a beneficio di terzi, cinesi o
americani. Serve l’intervento della politica al più alto livello (Unione
Europea e governi degli Stati chiave) affinché Huawei – ma domani anche
altri attori tecnologici globali – non acquisisca una posizione di
dominio incompatibile con un bene pubblico strategico come la sicurezza
delle telecomunicazioni.
Un secondo elemento riguardala necessità di stabilire un ruolo degli
Stati nel controllo e sviluppo delle telecomunicazioni. Dinanzi ai
colossali costi delle infrastrutture e delle ricerche, si finisce con la
posizione dominante di uno o due giganti. L’esempio viene dagli Usa: il
ritardo nell’alta velocità di Internet (una loro creazione, non
dimentichiamolo) deriva dal fatto che operano due grandi imprese che si
dividono il mercato in regime di duopolio. Oltre tre quarti dei grandi
clienti americani hanno a disposizione un unico fornitore per velocità
superiori a 25 Mbps (megabit al secondo, l’unità di misura della
velocità di trasmissione dati su una rete informatica).
Infine, il dato più importante in chiave europea: la guerra del 5G
dimostra che il futuro economico e politicosi gioca su un terreno in cui
i paesi dell’UE hanno accumulato un forte ritardo e rispetto al quale
manca una politica di sviluppo tecnologico chiara e unitaria. Le cifre
degli investimenti e la realtà dei settori più avanzati dimostrano
l’assenza di strategie comuni, disegni forti, progetti a lungo termine.
Non è un fatto di preferenze o alleanze, ma una questione di
sopravvivenza come attori minimamente rilevanti nei prossimi decenni. Si
avvicinano le elezioni europee, ma il silenzio sui temi davvero
importanti, almeno in Italia, è assordante. Situazione grave, ma non
seria. Meglio Barbara D’ Urso, le risse televisive, le grottesche
dispute su fascismo e antifascismo e la battaglia per il consenso su
temi futili o fuorvianti. Suona l’orchestra, affonda il Titanic.

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