Enigmi

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    Capitolo III

Devi credere

Devi credere quando ti dico, forse è stato meglio così
eri più magra dell’ombra di un dito
fredda e impaurita passavi di qui
ti guardai, anche tu mi hai guardato
come un fulmine meglio così
passa e sculetta sulla vita ingrata
porta il tuo affetto lontano da qui
trova una rada, ma senza pietà
tu forse nata per strada, in qualche città
eri piccola bionda e selvatica
i tuoi occhi dicevano che
quando ti avessi anche solo sfiorata
io mi sarei innamorato di te
ti chiamai fischiettando qualcosa
nel vederti sola così
dalla tua bocca ossuta e un po’ tesa
usciva un accenno, l’intesa di un sì
tu forse un regalo, scartato da chi,
solleticandoti il pelo t’illuse e mentì
trova un pasto trova un posto per dormire
come gioco non ti voglio immaginare
bella mia è la mano del padrone da cui devi fuggire
ha bisogno di pensare a cose serie
tipo tasse da pagare e poi le ferie
bella mia di te non sa più cosa fare
ora te ne devi andare
trova una rada, ma senza pietà prendi una strada vai lontana da qua
devi credere quando ti dico, forse è stato meglio così
se io ti avessi tenuta e nutrita infine tradita abbandonandoti lì
devi credermi io non ho colpe
se non ti ho fermata lo sai
corri e raggiungi la cugina volpe
vattene libera lontana dai guai
lontana lontana lontana dai guai

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Sentii degli aghetti che mi sforacchiavano le gambe, immerso com’ero in quel semidelirio fra sogno e realtà, credetti che Filippo mi stesse prelevando il sangue per qualche analisi. Poi un insistente miagolio mi svegliò del tutto e ripiombai nella più cruda realtà. Realizzai che Barbablù reclamava il suo cibo. Il malandrino accorgendosi che mi ero svegliato mi saltò sulla testa e iniziò a strusciarsi col suo motorino lanciato al massimo. Lo acciuffai per la coda e me lo misi sulla pancia, gli presi la testolina fra le mani e lui mi raspò le dita con la sua linguetta di spugna secca. Lo osservai per qualche istante e mi vergognai di aver dubitato del suo essere nero, che invece mi apparve stupendo. Per farmi perdonare lo inondai di tante carezze che gli risparmiai di farsi la toilette. Riprese coi suoi patetici miaomiao, non ebbi più scampo e mi alzai. Lo trovai pronto all’assalto davanti alle sue ciotole, tirate così bene a lucido che sembravano appena uscite dalla lavastoviglie. Gli servii il miglior latte che avevo, lo fulminò con la velocità della luce; gli diedi i soliti croccanti, li respinse protestando. Allora gli tirai fuori un bel arrosto di tacchino, sapendo di andare a colpo sicuro. Lo bruciò con una voracità che mi sentii sazio al posto suo. Sistemato Barbablù, di me non sapevo che fare. Avevo ancora la testa nel pallone, era come se avessi della bambagia al posto del cervello. Mi accorsi che il Mac, da bravo scolaro si era messo in riposo da solo. Di solito lo spengo, se non l’avevo fatto, voleva dire che qualcosa me l’aveva impedito. Pensai al giorno precedente e non ricordai nulla di particolare. I vuoti di memoria a volte li abbiamo tutti, ma non ricordarsi proprio nulla mi fece meravigliare di me. Mi venne in mente Filippo e non so perché, avvertivo la sua presenza, lo chiamai inutilmente. Per un po’ di compagnia sintonizzai la radio sul mio canale preferito, e mi misi al computer per finire un lavoro che dovevo consegnare al più presto, avevo già avuto una proroga e non potevo più sgarrare. Aprii il file e iniziai la mia galoppata sulla tastiera. Barbablù anche se è lontano un miglio mi sente sfrecciare sui tasti e arriva di gran carriera con la pretesa di fare a gara con le mie dita; ma non accettai la provocazione e gli diedi in pasto una serie di cianfrusaglie fatte di animaletti di gomma di tutti i tipi, gomitoli e girandole che lo fanno impazzire e un topolino fatto di un materiale che nessuno potrebbe dire che è finto. Gli diedi la carica e lo lanciai per la stanza. Non se lo fece dire due volte e subito gli fu addosso e dopo averlo spupazzato ben bene lo portò ai miei piedi, come se mi volesse regalaree il suo trofeo di caccia. Lo chiamai per fargli i complimenti, aveva il pelo tutto arruffato da reduce di battaglie gattesche. M’inginocchiai e lo presi fra le gambe per dargli una riassestatina, ma lui non accetta che siano altri a fargli la messa in piega e fa delle tragedie senza fine. Appena lo toccai fece degli smergoli così drammatici che le immagini sfuocate della notte si affacciarono come un flash nella mente, poi la nebbia più fitta e la memoria si rifiutò di andare oltre. Risi di me, perché non sono proprio il tipo che se la mena con queste fanfaluche, ma le associazioni d’idee vivono di vita propria e lanciano i loro segnali senza preavviso. Nel frattempo fui attratto da una canzone alla radio. Ascoltai con attenzione e e riconobbi la cover di un gruppo sconosciuto che avevo già sentito da qualche parte. La band credo si chiami “I figli di madre ignota”, già nel nome c’è la voglia di conoscerli. Mi misi in ascolto rispettoso, mi succede quando un pezzo musicale mi piace particolarmente. I suoni, l’orchestrazione e la voce erano fantastici, tant’è che mi misi a battere il piede per empatia: “…..Messico e nuvole la faccia triste dell’America e il vento suona la sua armonica che voglia di piangere ho”. La canzone finì e io continuai a canticchiarla. Mi rimisi a lavorare con Barbablù nella stanza che si dannava nel fare le sue catture strategiche ai suoi giocattoli di stoffa e di gomma. Mentre scrivevo continuai a fischiettare allegramente Messico e nuvole; mi tenne compagnia per tutta la mattina. Andai avanti fino a che lo stomaco mi ricordò che anche lui voleva la sua parte. Chiusi il file e andai a rovistare nel frigo alla ricerca di qualcosa di pronto. Il gattuccio, furbo come il diavolo, era bell’e pronto davanti al frigo col musetto puntato sull’apertura. Rivoleva il tacchino, il figlio di cagna. Per sua fortuna ce n’era ancora e glielo diedi tutto. mentre lui mi faceva delle polifoniche sviolinate che mi divertono un sacco e per allungare il gioco, glielo faccio annusare più volte. Vi vorrei far partecipi ai suoi salamelecchi, con tutte le sue modulazioni di cui è capace. E’ talmente persuasivo che alla fine, volente o no, bisogna cedere alle sue lusinghe. Io allora gli do una bella tiratina di orecchie e lui da gran ruffiano di corte se la fa dare volentieri, perché sa che dopo avrà l’agognata leccornia. Quando è sazio va a farsi la pennica, indovinate dove? Il mio divano è il suo giaciglio preferito, ha una cesta in cui ci dormirei io da quanto è confortevole, ma non c’è mai andato neanche per gioco. A me va bene così, mi piace stare con lui che mi fa mille smorfiucce e tante fusa che mi fanno star bene, mi piace sentirlo sognare; il golosone sogna spesso di papparsi anche il pastone del cane, si fa delle grandi abbuffate e poi si lecca immaginarie briciole sul mio cuscino. A volte l’ho visto che fa il sonnambulo, sono sicuro di questo, gli ho fatto i miei trabocchetti per capirlo bene. L’ho visto salire di notte sulla finestra del mio studio che lancia dei gridolini nel nulla, poi si riassetta i baffi con una zampettatina per farsi bello; si specchia sull’alluminio lucido credendo che lì ci sia la sua fidanzata, fa la ruota come il pavone, si strofina contro di lei e torna soddisfatto accanto a me. Se io in quei momenti mi azzardo a chiamarlo, lui non mi sente più, ecco perché è un gran sonnambulo. Ora si è messo nella sua posizione ideale, ha formato una ciambella perfetta con la testa sulle zampine che gli fanno da cuscino. L’osservai con attenzione per azzerare l’orribile pregiudizio della notte. Volevo convincermi che fosse stato solo un brutto sogno. Mi avvicinai, mentre se la dormiva della grossa, gli arrivai a pochi millimetri dalle orecchie che subito mosse come due ventaglietti, per il resto rimase immobile. E’ di una bellezza commovente con la sua mascherina da D’artagnan; è armoniosissimo e proporzionato, non ha un filo di grasso e quando gli faccio il solletico gli si contano le costoline, è una creatura perfetta. Come avevo potuto pensare così male di lui? Sì, dev’essere stato davvero un terribile sogno. Tornai alle mie cose e riuscii a finire il lavoro e fui molto contento. Stavo ancora canticchiando Messico e nuvole, mi arrendevo ormai all’idea che l’avrei canticchiata per chissà quanti giorni ancora. Nel pomeriggio per cambiare aria feci una passeggiata nel parco vicino casa, poi mi sedetti su una panchina isolata e Mi misi a leggere una biografia di un personaggio famoso morto nel secolo scorso e che fa molto discutere di sé. Me l’ha consigliato Filippo, lui di questo personaggio è un grande ammiratore. Avevo appena aperto il libro, che una frotta di bambini mi portò un cagnolino forse abbandonato. Sapevano che avevo un debole per i trovatelli. Consigliai alle mamme di mettere qualche annucio in giro per il parco e di telefonare subito al canile per vedere se qualcuno l’aveva reclamato. Il cagnotto era una meraviglia, curatissimo e pulito, un bassottone con le orecchie che toccavano quasi terra; aveva solo una gran fame. Attorniato da quella piccola masnada, che non la smetteva un secondo di tormentarlo con carezze e tirotti di pelo. Andai alla baracchina lì vicino e comprai una focaccia salata. La bestiola me la strappò dalle mani con un atletico salto e la divorò in un lampo. Con gran gioia e grida di quei bambini, lo facemmo bere alla fontanella con le mani a coppetta e lui felice e scodinzolante come un frullino bevve a sazietà. Poi da dietro le mie gambe sbucò un cane nerissimo tenuto al guinzaglio da una vecchietta che voleva farlo bere; lo guardai incuriosito, e la padrona già abituata allo stupore di quelli che si fermano ad osservarlo mi anticipò soddisfatta:
_”Ma è un gattone! Sa! E’ una di quelle razze giganti che vengono dalla Persia. Pesa più di vemti chili e mi vuole l’intera pensione per farlo mangiare come si deve. Lo sa che è capace di mangiarsi un pollo intero?”
Mentre la signora tesseva le virtù di quel gatto che neanche nei bestiari medievali avevo mai visto, mi assalì una ridda di pensieri e sentimenti opposti. Avrei voluto dirle che la bestia mi faceva paura, ma nello stesso tempo mi piaceva un sacco. Ma che una bestia così io non l’avrei mai tenuta, perché avrebbe spaventato tutti. E poi! così nero? Le orecchie mi fischiarono e le parole killer della notte mi si ficcarono di nuovo nel cervello. Rividi Barbablù ingigantito e raggelai. Senza salutare nessuno fuggii verso casa. Mi tremavano le gambe e avevo il terribile presentimento che la notte che mi aspettava sarebbe stata peggio di quella passata. Non salii in casa per non vedere Barbablù, all’idea che mi ricordasse il brutto sogno mi vevina il vomito. Mi facevo schifo nel pensare quella meraviglia nei panni di Belzebù. Andai nel bar lì vicino e con la scusa di un caffè chiesi di fare una telefonata. Il telefono era in un angolo riparato e mi sentii rassicurato per questo. Con le mani che mi tremavano sbagliai due volte il numero di Filippo. La seconda volta rispose una voce di carta vetrata che mi mandò con una caterva d’insulti a quel paese e che mi prendesse il diavolo e che lei non aveva tempo da perdere. Stava aspettando una telefonata importante per farsi fare l’oroscopo dalla maga gattara che non ne sbaglia uno. Credeva che fosse lei. Tentai di chiedere il nome, non mi fece neanche fiatare: “Ma è quella che ha il gatto più grosso della città! E che lo consulta prima di farti l’oroscopo no?!? Quel Gattone nero è un portento”. La cornetta mi cascò dalle mani. Ma bastardo come sono, decisi di prendere la faccenda di petto. Filippo finalmente rispose, appena mi riconobbe si fece una risatina e mi aggredì:
“Non hai un cazzaccio, sei sanissimo, devi solo smetterla di friggerti il cervello nel mettere becco in campi che non sono i tuoi. Quello che hai tu succede a milioni di persone compreso me, la vuoi capire una volta per tutte che devi pascolare nel tuo seminato? Il campo della distorsione è un qualcosa in cui sguazzano i visionari, e tu non mi sembri affatto uno di quelli, lascia perdere. E’ perfettamente inutile approfondire l’argomento.”

“Ma che piffero dici, non mi sono mai sognato di invadere il campo dei frulla cervello, quelle parole me le sono ritrovate in testa senza una ragione, e poi credo di averle sognate con tanti altri episodi che non ti sto a dire. L’unica cosa che ti chiedo è di rispondermi a questi fatti precisi, per il resto me la sfangherò da solo.”
Così gli raccontai l’episodio del gattone nero, della telefonata accidentale con la donna dell’oroscopo e del sogno in cui Barbablù era un gatto gigante. Lui categorico:
“Pure coincidenze, nulla di scientifico, tutte panzane popolari che sono dure a morire. Lascia perdere, altrimenti diventi come loro.”
Mi salutò sbrigativamente e riattaccò. Rividi Filippo alle superiori che annaspava in italiano. Chissà quante volte gli ho passato i compiti! Ho creduto che si stesse prendendo la rivincita per quell’antica rivalità culturale, ma poi a mente fredda mi ricredetti, pensando che il figlio di buona mamma ne sa a iosa di schegge impazzite che ti s’infilano nel capoccione e di parole stronze che non sanno stare al loro posto. Feci un’accurata analisi di tutti gli episodi che mi aveva raccontato sulla pericolosità delle parole dispettose che ti possono rovinare l’esistenza. Decisi di seguire alla lettera i suoi consigli e mi misi all’opera per metterli in pratica. Rientrai con la ferma intenzione di affrontare il problema delle coincidenze sui gatti neri e su quei perversi sogni. Appena aprii la porta, il furfante mi si avventò sui piedi attaccandosi alle stringhe. Lo acciuffai per la collottola, me lo portai all’altezza degli occhi e glieli piantai nei suoi. Lui li strabuzzò girandoli come due palline di vetro e li serrò impaurito, vidi che si stava innervosendo e lo lasciai su una vecchia cassapanca. Rimase lì ingobbito con l’aria offesa, ma non mi diede alcun turbamento, lo accarezzai e facemmo la pace. Gli diedi del prosciutto cotto, non avevo altro. Lui era a nozze, se lo sbafò in un microsecondo ed era già lì che ne voleva ancora, glielo diedi tutto, per ingozzarlo al massimo per farlo dormire fino al giorno dopo. Il mio amore per gli animali questa volta era del tutto interessato, volevo chiudere il discorso delle incursioni notturne di parole, cose, e bestie che mi stavano scombussolando la vita. Evitai lo studio, decisi di mettermi a pensare in cucina che è un’ambiente più familiare. Mi feci prima un giro per le librerie sparse sui muri della casa in cerca di qualche spunto. Fui attratto da un libretto che illustra i giochi di gruppo e come trovare le parole chiave e le associazioni di idee collegati da termini che come una catena portano a un preciso risultato finale. Lessi ad alta voce come se le parole mi dovessero convincere maggiormente, ne trovai due o tre che facevano al caso mio e chiusi subito il libro. Immagini ricorrenti e parole chiave, il segreto è tutto qui. Filippo è davvero un bravo professionista pensai, e fui contento di averlo per amico. Quali erano le immagini e le parole chiavi negli ultimi due giorni? La padrona del gattone nero poteva benissimo approfittare della credenza popolare sui gatti neri e far leva sulla creduloneria della gente, e cioè che il gatto nero per antonomasia rappresenta il diavolo. So bene che questa è una fottutissima superstizione. L’ho sempre combattuta. Solo gli ignoranti possono credere a queste orribili e purtroppo radicatissime convinzioni. A questa superstizione sono stati immolati milioni di gatti neri, visto che almeno fin dagli antichi romani ci si crede fortemente; fra gli egiziani invece, i gatti neri erano sacri, perché avendo molti granai i topi l’avrebbero fatta da padrone. In certi paesi anglofoni invece, se in una casa c’è un gatto nero, là ci sarà l’amore. Già solo queste differenti visioni sul gatto nero, sarebbero sufficienti per demolire l’assurdo pregiudizio. Poi se il gatto nero è anche impressionantemente grande avvalora ancora di più l’orripilante credenza. Filippo abita nello stesso mio quartiere e i numeri di telefono si assomigliano un po’ tutti, quindi aver sbagliato a comporre il suo numero, era semplicemente possibile, sia perché ero agitato, e sia perché la credulona degli oroscopi potrebbe abitare nello stesso quartiere, come la vecchietta del gattone nero. Tutto tornava, ma che c’entravano queste coincidenze col mio Barbablù ingigantito e parlante? Poteva certamente esser possibile che la mia presunta allucinazione fosse una forte autosuggestione dovuta proprio alle parole corsare che mi erano entrate in zucca. E il famoso inconscio collettivo? Noi possiamo benissimo trascinarci da secoli nell’inconscio le credenze di un popolo che le ha coltivate da migliaia di anni. Anche se razionalmente alcuni di noi le rimuovono, quelle credenze però nel subconscio continuano a tessere le loro trame. Se poi ci aggiungiamo il contributo negativo che hanno dato alcuni scrittori di fama, allora il cerchio si chiude definitivamente. Mi venne in mente il racconto di Poe, che quando lo lessi, accadde in una paurosa notte d’inverno. Mi trovavo isolato in campagna con una neve che arrivava alle finestre, tanta che ne era caduta. Finito il racconto vedevo un gatto nero in ogni angolo della casa. La Strizza arrivò a mille e non riuscivo a convincermi che avevo letto un semplice racconto. Anche se semplici racconti di fantasia, in chi legge possono aprire crepe di creduloneria di ritorno che per scrollarsele di dosso dove sono in agguato latente, alcuni devono ricorrere allo psicoanalista. Per non dire di Behemot de “Il Maestro e Margherita”, lì il confine fra la realtà e l’immaginazione non si riesce a cogliere mai. Capii meglio quando ritrovai il mostro nella Bibbia, come molte paure traggono origine proprio da questi esseri abominevoli. Di lì partono nel bene e nel male gli archetipi e gli stereotipi della nostra civiltà. Ero assorto in queste belle riflessioni, mentre Barbablù me ne faceva di tutti i colori. Mi tirava i fili del maglione di lana, è una cosa che lo diverte in modo esagerato. Svolazzava da una sedia all’altra, passando sopra le spalliere come un equilibrista. A un certo punto rimase impigliato con le unghiette alle tende del balcone. Gli sentii emettere degli imploranti miagolii, chiedeva aiuto, ma io cattivello volevo che se la sbrogliasse da solo. Vedendo che non mi muovevo, si è messo a tirare con furia, staccando il palo orizzontale che regge la tenda. Barbablù ne fu travolto e non riusciva a trovare la via d’uscita. La tenda fu trascinata da tutte le parti, facendo increspature come gobbe di dromedario, ma del gatto manco l’ombra. Temetti che fosse morto soffocato. Mi precipitai per soccorrerlo, ma non c’era più. Tastai ovunque e quando stavo per rassegnarmi dell’irreparabile, spuntarono le sue zampacce che mi assestarono un fendente sul dorso della mano destra. Quattro linee rette buttarono fuori rivoli di sangue come piccoli fiumiciattoli carsici sbucati dalle budelle della terra. Ma non potevo lasciarlo lì sotto, ritentai il salvataggio e me ne assestò un altro sull’altra mano in cui zampillarono caldi fiotti di sangue rossissimo. Allora mi misi ad urlare con tutta la voce che avevo in gola, stramaledicendo Barbablù e tutti i gatti neri del pianeta. Lui soffiò come una tempesta di sabbia nel deserto, ringhiò come un molosso di cento chili e sputò lapilli di rabbiosa bava. Mi si gelò il sangue e me ne fuggii in un’altra stanza in cui eressi una barricata con una pesante libreria.

    --Continua --

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