Enigmi

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Capitolo II

Chissà com’era ieri!?
Guarda!! Le tortore fanno all’amore
sui cavi della luce mentre il tramonto le cambia di colore
e loro si dan voce fra l’odore delle acace
e dell’asfalto nuovo che attraversa boschi interi
chissà com’era ieri il cigolìo di ruote in legno
noi ne paghiamo il pegno col ronzìo del nostro tempo
che per vedere un campo di papaveri cerchiamo
fra strade di ricordi i nostri anni regaliamo
e confondiamo…
giorni nuovi e giorni vecchi
forme vere negli specchi
c’inventiamo grandi guerre
disegnando nuove terre.

Senti! Il rumore della pioggia
e del vento che viaggia fra l’oblìo di ciminiere
fra case tutte nere e di un comune amore sogna
un volo di cicogna o l’albero della cuccagna
e il mare che non bagna più
ma sporca le caviglie
frammenti di conchiglie che risuonano nel mondo
al fare furibondo dei giganti delle strade
metropoli e contrade in un grande girotondo
e un altro bimbo…
nasce fra il perpetuo moto
fra il biossido di azoto
fra le macchine ruttanti
nasce in ville o sotto i ponti.

Guarda! Ragazzi disegnano prati
su fogli colorati già pronti puliti e laccati
e lanciano aquiloni dentro un cielo digitale
con gli occhi incollati sopra un video ormai letale
ci allontaniamo!…
Questo è ghiaccio di cometa
questa è storia senza meta
noi che la teniamo in vita
siamo mani senza dita
ma c’è qualcosa che ci scalda il cuore
sono due tortore che fan l’amore
che fan l’amore che fan l’amore
due tortore che fan l’amore

ascolta

Chissà come era ieri

Il campanello suonò e il portiere venne a curiosare per carpire qualche pettegolezzo da dare in pasto ai condomini dei palazzi intorno. Filippo gli restituì le chiavi e lo liquidò con un “tutto bene! tutto bene,! non si preoccupi!”Poi, vedendo che mi toccavo la testa per accertarmi se esistevo, mi parlò così:
“Sei il solito ingordo: lo sai che le parole ti fanno male, ormai ne hai ingurgitate troppe, così ti fanno la guerra. Ti devi sbarazzare di quelle che non appartengono al tuo armamentario. Quelle che mi hai biascicato al telefono fanno parte del linguaggio degli strizza cervelli. Se vuoi rimuoverle, devi andare alla fonte. Trovare l’origine significa capire il perché della maniacale blaterazione. Questo facciamo noi artigiani della mente quando cerchiamo di dare la caccia alle parole sospette per trovare il nesso causale con le idee che le hanno generate, forse allora troviamo anche la soluzione. Quelle paroline che ti fanno la ninnananna si chiamano fissazioni. La patologia si annovera fra le ossessioni, la cui causa si nasconde in fatti del tutto casuali. Leggi una frase, ascolti una canzone, vedi un oggetto che hai visto mille volte e quando meno te l’aspetti ti si ficcano nella materia grigia e poi valli a cacciare gli abusivi! Un mio paziente era ossessionato dalle lamette, prima di scoprire la causa dell’ossessione ci abbiamo messo tre anni, come spesso succede la causa della patologia si annidava nel rapporto burrascoso con la moglie. Fortuna volle che nello spulciare alcuni diari della sua compagna, trovammo concetti e parole ricorrenti con diversi sinonimi di dolore, come malessere, mal di vivere, sofferenza, malattia ecc. Una sera, mentre annotavo il resoconto della seduta pomeridiana, mi soffermai su un paio di frasi dette una decina di volte dal mio paziente che le riferiva più o meno così: “Nobiltà del dolore, oppure il dolore è nobile e anche che dal dolore si può arrivare alla verità assoluta. All’incontro successivo gli chiesi spiegazioni, e lui mi disse che le diceva spesso la moglie. Seguì una lunga pausa, il paziente si mise le mani sugli occhi e mi confessò che la moglie frequentava un gruppo di buddisti e che lui non era d’accordo. Spesso litigavano sulle teorie del dolore. L’ultimo litigio avvenne in bagno e lui per stizza le tirò uno di quei rasoi con le lamette intercambiabili. Lei raccolse accuratamente il rasoio, lo ripose nel suo contenitore e si soffermò a contare le lamette facendo una battuta che gli suonò più o meno così: “Potrebbero bastare per scrivermelo sulla carne; solo così” capirà.”
Lì per lì lui non diede alcun peso, ma quelle parole gli si piantarono nel sub-conscio, tant’è che poi ne fece largo uso nel suo lessico quotidiano, anche quando non ci azzeccavano per niente, però il significato, quello sì che gli era entrato nel profondo. La mattina dopo il litigio la trovò trafitta da luccicanti ghirigori. Facemmo attente ricerche sui diari e trovammo a margine di una pagina la frase incriminata ripetuta tre volte: <> Allora risolvemmo finalmente il rebus.
l’enigmatica scritta era l’estremo tentativo di socializzare la sua visione del mondo. In quelle tre parolette un po’ ermetiche, c’è racchiuso in modo formidabile la sintesi della filosofia buddista. Tutti rifuggiamo il dolore, compresi gli animali che però hanno il vantaggio di non essere coscienti della morte e se la vivono meglio. Ma il dolore è il segnale perfetto che ci dice: “La vita è fondamentalmente sofferenza, data dalla malattia, dalla decadenza e vecchiaia e dalla morte.
” Grazie al dolore noi cogliamo l’essenza di questa eterna verità. Quindi dobbiamo essere riconoscenti al dolore che ce lo fa capire. Ecco il perchè della nobiltà del dolore. Un bel giorno il paziente si presentò con una lametta gigante, grande come un rastrello. Io ebbi una paura fottuta, credevo che volesse la restituzione del conto di tre anni di terapia e farmi fuori. Mi misi sulle difensive, ma lui pacifico come un bradipo piazzò al centro del tavolo il lamettone, s’inginocchiò davanti al feticcio e declamò solennemente: Mi hai perseguitato per tre lunghi anni, ma d’ora in poi sarai solo aria, ed io padrone di me stesso.“ Prese un accendino e lo bruciò, era fatto di cera. Quell’uomo non l’ho mai più risentito, scoperta la causa delle sue ossessioni credo sia ritornato a rivivere all’ombra della sua normalità. Quando anche tu t’inventerai il tuo rituale liberatorio, o bruciando, o sciogliendo, o nascondendo, ritornerai alle tue faccende quotidiane senza altri assilli. Ora puoi curarti da solo. Ti ho dato la canna da pesca e ti ho detto come fare a pescare. Ti ho misurato febbre e pressione, ti ho ascoltato il cuore e i polmoni, sei più sano di un pesce in acqua pulita. La medicina ce l’hai qui!”.
Si segnò la fronte e mi parve che con l’indice e il mignolo mi facesse anche le corna. Mi lasciò due o tre pilloloni dicendomi di farne uso solo se non fossi riuscito a farcela da solo.
Rimasi sul letto con la testa sgonfia come un pallone bucato nel più totale vuoto pneumatico. Fissai lungamente lo spazio bianco del soffitto in cui si animarono nuvole simili a onde del mare. Poi tutto sconparve, rimase solo una scritta che diceva: “le nuvole e gli arcobaleni ti vogliono parlare.”. Da ragazzo, quando il cielo diventava un vetro azzurrissimo, mi facevo ipnotizzare dalle nuvole con quei disegni sublimi dipinti da magiche mani di pittori invisibili. Ci tessevo le mie fantasie. Ci vedevo dei volti stupendi che a volte mi sorridevano, altre volte come se piangessero, specie col sole quando scendeva una pioggerellina simile a lacrime e io mi convincevo che in quelle nuvole abitassero uomini, donne e animali in carne ed ossa. Era il mio passatempo più divertente. Con le nuvole e gli arcobaleni io ci parlavo e per non farmi dare del pazzo, me ne andavo nelle campagne solitarie che circondano il paese, mi portavo quaderno e matite, qualche librino di scienze in cui si descrivono i pianeti, le stelle, gli astri, gli arcobaleni e le nuvole che io cercavo spasmodicamente col mio magico cannocchiale che mi aveva portato mio nonno dall’America. Con me c’era sempre il mio inseparabile Fido, un braccone nero che mio padre non portava più a caccia perché gli erano scesi due spessi veli sugli occhi. Quando parlavo con gli arcobaleni e le nuvole, lui alzava le orecchie, puntava il tartufone al cielo e annuiva con eloquenti guaiti. Quelle chiacchierate duravano fino allo spuntare della luna. Le nuvole illuminate di notte sono più misteriose e fantastiche, anche se mi facevano paura. Una volta ne ho vista una che assomigliava ad un gigantesco uccello che copriva metà della sua faccia. E gli arcobaleni? Non esiste fenomeno più arcano degli arcobaleni. Non esistono parole adatte per poterli descrivere, bisogna solo andarli a vedere in giorni stregati, quando miracolosamente, specie verso il tramonto vicino a una cascatina in cui si forma una nebbiolina ubriacata dai raggi del sole, tutti i colori del prisma sono lì dentro, ogni secondo diventano cangianti. Ci sono moltissimi tipi di arcobaleni, quelli più semplici che chiamano primari, coi secondari che gli si sovrappongono con i sette colori di base, allora lo spettacolo è un incanto. Li puoi trovare sul mare, sui fiumi, a ridosso delle fontanelle; si possono formare in ogni ora del giorno e della notte, quando la luna è piena e splendente. I miei compagni di giochi mi chiamavano cacciatore di arcobaleni, era il mio cinema. Io al cinema non ci potevo andare, nel mio paesino non ce n’era uno. Ogni tanto arrivava un baraccone ambulante pieno di macchinari manovrati da uomini maghi. Anche lì ci ho lasciato gli occhi, ma mai come con gli arcobaleni. A volte erano così sublimi che ne avevo paura. Credevo che m’inseguissero e ovunque fuggissi, me li ritrovavo davanti con colori rinnovati che dalla bellezza mi facevano star male. La mia prima sindrome di Stendhal la scoprii in estasi circondato da un arcobaleno. Quando lessi la Bibbia capii il motivo per cui Dio faceva le sue alleanze con l’uomo attraverso l’arcobaleno. Un fatidico giorno piovoso, mentre mi annoiavo terribilmente sui libri di scuola, mi comparve a pagina 33 del manualetto di scienze una bellissima mongolfiera. Oltre alle notizie di chi l’aveva inventata, si spiegavano molto bene i principi per cui poteva volare e cosa occorreva per costruire un modellino funzionante. Senza dire niente a nessuno, mi procurai tutto l’occorrente e ne costruii diversi modelli, fino a fabbricarne una abbastanza grande da farci stare dentro me e il mio cane. Quando la finii ero emozionatissimo e non vedevo l’ora di andare a vedere dall’alto cose uomini e animali, ma soprattutto per andare fra nuvole e arcobaleni. Mi studiai attentamente tutti i pro e i contro e un quindici agosto, di primo mattino, quando l’aria è ancora fredda nel rispetto delle regole per gli aerostati, mentre festeggiavano San Rocco, io me ne andai in campagna sicuro che tutti i contadini erano alla festa. A San Rocco si faceva volare una mongolfiera, ma era piccola piccola e dentro ci mettevano un’immaginetta del santo. Chi l’avrebbe trovata, avrebbe vinto un premio offerto dagli organizzatori della riffa. Io una volta la trovai, del premio non me ne importava niente, tanto che non l’ho mai ritirato. A me interessava imparare i trucchi del mestiere, volevo scoprire i segreti dell’arte dello stregone che le costruiva e qualche giorno prima della festa lo andavo a spiare da una fessura della sua bottega. Finalmente potevo andare a conoscere da vicino le nuvole e gli arcobaleni. Avevo trasportato tutte le parti della mongolfiera nel luogo prescelto, un pianoro senza alberi. Tirai fuori da un nascondiglio le corde da marinaio, la bombola di elio, la gondola, il bruciatore e il pallone fatto di un tessuto sintetico. Ero fuori di me, non avevo mai provato emozioni così forti. Avevo sempre sognato di volare. Tutti gli uomini l’hanno desiderato, Dicono che una specie di mongolfiera l’abbiano inventata i cinesi più di tremila anni fa. Aspettai che l’aria calda riempisse il pallone, fissai le due corde ai picchetti, ancorandoli con dei moschettoni che potevo sganciare anche dall’alto. Installai la gondola con me e il mio cagnone sopra che scodinzolava come mai aveva fatto prima. Fissai il bruciatore sotto la gola dell’aerostato, che in pochi minuti incominciò a sollevarsi. Attesi il momento propizio di una corrente verticale e staccai le corde dal suolo. Erano le cinque del mattino e faceva un bel freddo pungente, cosa che aiuta il contrasto con l’aria calda dentro il pallone. Più freddo è fuori e più la salita in cielo è garantita, in base al principio di Archimede. Se dentro un sacco sostenuto da stecchi si accende un fuoco, in una giornata fredda, il sacco si alza in un battibaleno. Archimede aveva ragione, anche il mio pallone andava a gonfie vele pieno di aria riscaldata. Ormai si era alzato con una spinta tale che temevo di non fermarlo più. Forse il cane avvertiva qualche pericolo e mi si strinse alle gambe in cerca di protezione. Io ero piuttosto tranquillo, perché prima di spiccare il volo, avevo fatto decine di prove con prototipi di palloni un po’ più ridotti di quello definitivo, Non ne è andata una male. La corrente ascensionale che ci stava facendo innalzare faceva un vortice perfetto, ma stavamo andando troppo in alto. Le mongolfiere si possono pilotare solo sfruttando le correnti d’aria, orizzontali o verticali. L’abilità del pilota consiste nel saper individuare queste correnti e sfruttare il momento favorevole per prendere la direzione desiderata. Ero attentissimo per cogliere i movimenti orizzontali di qualche corrente, il pallone si spostò solo di qualche metro, ma continuava a salire. Ormai le cose sulla terra apparivano sempre più piccole. Gli alberi sembravano dei bonsai, le case come quelle delle costruzioni dei lego. Il mio paesello assomigliava ad un piccolo presepe arroccato su una collina pietrosa. Il castello col suo maestoso orologio aveva la grandezza di un sassolino. Mi resi conto che bisognava assolutamente riscendere. Ridussi il fuoco del bruciatore al minimo, fino a che l’aria dentro il pallone s’intiepidì, ma noi continuavamo a salire, sia pur più lentamente. La corrente che ci spingeva in alto era molto vigorosa, bastava da sola a tenere il pallone ben teso e gonfio. Era una giornata afosa, il sole faceva capolino avvolto dalla foschia. Di nuvole se ne vedevano in lontananza delle piccolissime simili a montagnete di panna. Il mio Fidone si era fatta la tana sotto il sedile, lo chiamai un paio di volte, ma non volle saperne di uscirsene da lì. Pensai che il vuoto non lo rassicurasse e provai a fargli una carezza, ma lui si rinserrò ancora di più. Che ci fosse qualche pericolo in agguato? Le informazioni che avevo sul caso, non prevedevano particolari problemi. Se i tempi di salita erano troppo rapidi, bisognava rallentare, cosa che avevo fatto d’istinto. Stetti attento per cogliere qualche refolo d’aria che soffiava trasversalmente a noi, poi senza che io facessi manovre di alcun genere, la mongolfiera s’impennò, le corde oscillarono fortemente e ci dirigemmo verso le montagne chiamate Serra di Vitale. Eravamo entrati in una corsia d’aria diversa e non salivamo più. Mi rilassai e incominciai a prepararmi ai tanto attesi incontri. Vidi una nuvola lunga e arricciata che chiamano cirro, il pallone veleggiava verso di lei, pochi minuti e potevo toccarla. Ci accolse facendoci entrare nel suo pancione. La luce del sole scomparve, ci trovammo in una strana penombra, si vedeva solo il fuoco della bombola che svolazzava. Mi sentii un po’ deluso da quella scura accoglienza. Rimanemmo così per lunghi istanti, senza vedere e sentire nulla. Accesi un occhio di bue e proiettai il fascio di luce per squarciare quella penombra che non era nè del giorno e nè della notte. Ebbi subito l’impressione di aver scatenato un fulmine, la pila non poteva produrre quel chiarore così abbagliante. Sentii il Braccone che guaiva debolmente, poi a farlo come quando punta il naso verso la luna in certe notti d’estate. Quegli ululati mi avevano sempre dato l’idea di suppliche animali alla luna, ma in quel momento erano così strazianti che una paura ancestrale entrò anche dentro di me. Annaspando per la gondoletta afferrai Fido e me lo misi in braccio, lui continuò a ruminare con rumori simili a ringhiate. Se il pallone va in balìa del vento, non lo si può fermare, fino a che il vento stesso non cessa. Ma se ciò non avviene, per evitare di essere sballottato e proiettati nel vuoto, bucando il telone si può sperare di atterrare senza lasciarci la cotenna. Mentre ero in preda a questi pensieri, il buio fu illuminato in modo inequivocabile da un altro fulmine che colpì la parte metallica della nostra povera mongolfiera. Il bruciatore si spense e ripiombammo nell’oscurità più profonda. Poi scoppiò un tuono sulla nostra testa, il busso fu così violento che il pallone sobbalzò e credo che in quel momento mi mancasse l’udito. Il cane si divincolava più terrorizzato di me. Temetti che mi volasse via, lo strinsi con tutta la forza che mi restava facendogli sentire la mia predominanza. Dio volle che si calmasse, così misi immediatamente in pratica l’estremo rimedio. Mi ero portato un bastone a stilo con in punta una lama. Feci roteare l’arnese per capire se si toccava il punto più alto della tela per poterla bucare. Giravo il bastone sempre a vuoto, per riuscire a tagliare il pallone dovevo alzarmi in piedi e mollare il bracco. Terribile dilemma, perché sarebbe volato negli abissi. Lo presi con violenza e lo ricacciai sotto il sedile, impedendogli con le mie gambe ogni movimento. In un batter d’occhio riuscii a forare il pallone, ma non cambiò nulla. Il buco era insufficiente, allora come uno schermitore iniziai a roteare il bastone in tutte le direzioni, ad ogni colpo assestato sentivo cedere la tela e il pallone cedeva a sua volta l’aria calda fuori. Poi arrivarono grandini che parevano sassi di grossa taglia che ci colpivano in ogni dove. Arrivò una scarica talmente furiosa che mi prese in pieno la testa che mi rintronò così forte che svenni per alcuni secondi. Ormai il pallone si era sfasciato quasi del tutto e a completamento dell’opera fummo travolti da cascate violentissime di acqua gelata. Barcollai nel vuoto non trovando alcun appiglio a cui attaccarmi, ebbi la netta sensazione di essere già nel baratro. Intanto altri fulmini non cessavano di squassare gli ultimi residui metallici, sentii furibonde scosse elettriche nelle ossa e sperai fortemente che ci riducessero in cenere. Stremato e sicuro che fosse finita per sempre, mi rassegnai al mio destino. L’ultimo pensiero andò al mio cagnone che si lasciò afferrare come un agnellino che va al macello. Lo portai al petto, lo riempii di baci e carezze, poi con la morte sicura nel cuore ci lasciammo trasportare dagli ultimi scampoli del pallone. Ci trovarono ancora abbracciati su una distesa di grano turco a parecchi chilometri da ciò che era rimasto della nostra misera mongolfiera. Io ero ammaccato come una lamiera vecchia, ma stranamente vivo. Ci vollero mesi per riprendermi, il Braccone invece sembrava più sano di prima, anzi dicevano che ci vedesse meglio. Forse San Rocco che è il suo protettore, gli ha fatto la grazia, io che gli avevo lanciato la sfida con la mia sventurata mongolfiera contro la sua, ebbi la mia punizione. La mongolfiera di San Rocco quell’anno non la trovò nessuno e per la gente del luogo non fu un buon auspicio.

–Continua–

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