Enigmi

Enigmi

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CAPITOLO I

– Un giorno di parole

Oggi è un giorno nuovo!
oggi piove oggi c’è il sole!
Sarà un giorno di parole o d’immobilità?
Quello che mi secca oggi è diventare un uomo

e costruirmi come un duomo la mia maturità.
Se dare retta se dare importanza
avere fretta o avere pazienza

non saprei scegliere troppi luoghi comuni
come è strano il cammino che non ci ha resi immuni.
Dimmi se vuoi lascia stare il sorriso
non farmi colpe se mi vedi indeciso
dimmi se puoi tu che sai la saggezza

se dovrò crescer posso farlo in altezza
c’è qualcosa ancora che mi tiene per la mano

Perché non vedere allora l’orizzonte più lontano?
Non saranno fiori non sono alberi o colori

ma di orizzonti stralunati non so che farmene
di virus della pelle, di tic nervosi e caramelle

sono già piene e dettagliate le mie giornate
perché avere fretta e farne tanta ai bambini

sono le nostre paure che li rendon cretini
se vedi un fiore dalla testa ingiallire

è che viene l’autunno mica vuole morire!
Dimmi se vuoi chi t’attraversa la vita

è di passaggio o è storia infinita?
Dimmi se puoi tu che sei la saggezza

se dovrò crescer posso farlo in altezza

c’è qualcosa ancora che ci tiene per la mano?!
perché non vedere insieme l’orizzonte più lontano?…
Ora che son grande e ho un lavoro importante
e prendo anche il gioco con serietà. Sento ogni tanto dentro un canto di bambino

che non si arrende ancora alla mia età.
sento cantare canzoni leggere

che raccontano favole che sembrano vere

e mi piace il ricordo di un inverno il più lieve

dei giochi per strada coi pupazzi di neve.

Il gatto mi vuole al suo circo, fa Nerone col pelo e la gobba che fanno scintille. ’Stasera caccia grossa con coda e farfalle notturne, lo lascio alle sue giravolte e vado in terrazza per carpire le intenzioni del tempo. “Mi sa che Barbablù fa l’incendiario perché l’aria è carica di elettricità.” Si sa che gli animali avvertono i lampi prima dei tuoni, il cane quando è in arrivo il temporale fa il fuso e va sotto il letto. Erano le tre di notte, in casa non c’era nessuno la famiglia era in montagna, restammo in città io e Barbablù che non ama viaggiare. Chiusi il file e andai sul divano dove lui mi aspettava tremando, gli offrii la pancia e riuscii a farlo calmare, Tutto tacque e ci assopimmo. Mentre entravo nel sonno una voce s’infilò nelle orecchie, era il gatto che mi parlava? “Distorsione della realtà.”
Mi alzai con la paura di allucinazioni: “Campo della distorsione della realtà…..”. Una scossa mi attraversò tutto il corpo e sudai freddo, tornai sul divano e mi tirai la coperta fin sopra i capelli. Mi rannicchiai e abbracciai Barbablù. Volevo la sua protezione e lui me la dava coi suoi “ronron, rassicurato mi riaddormentai. All’alba mi diede la sveglia, salutò con un deciso miaomiao e mi fu sulla testa a stiracchiarsi il corpicino magro come quello di un grillo. Prima di capire chi fossi e dove fossi, le ossessive parole della notte mi risuonarono di nuovo nel cervello, come certi refrain di certe canzoni, che non si sa perché, ti continuano a girare in testa appena ti svegli e per giorni sono un tormento:“
Campo della distorsione della realtà….. Campo della distorsione della realtà. Campo della…”
Provai a cercare queste parole nel mio lessico familiare, nebbia totale, le strafottenti non davano requie. Per distrarmi feci colazione, il rumore di cose consuete sembrò allontanarmi dalla persecuzione, ma appena accesi il microonde il disco rotto del campo della distorsione riprese a martellare più forte di prima. Allora mi decisi e chiamai il mio amico psichiatra. Filippo non fece in tempo a rispondere che gli scaricai nell’orecchio la mia ossessione. Lui con la maniera dei toscanacci: “Conosco le maledette che vanno soffocate sul nascere, altrimenti diventano assassine. Tieni duro venti minuti e le mandiamo al creatore.”
Intanto il gatto mi guardava allampanato con i suoi occhietti furbi diventati due fessurine. Si era rannicchiato in un angolo e aveva ripreso a tremare fissandomi con fare interrogativo. La mascherina blunotte gli disegnava intorno al musetto una barbetta alla D’Artagnan che gli dava un’aria da presa in giro. Per il resto è nero come la pece, l’ho trovato in un bidone dell’immondizia che aveva un paio di settimane di vita. Seppi da una gattara che l’avevano buttato via proprio perchè è nero come la notte più nera. La padrona che possedeva tanti gatti, i neri non li voleva neanche sentir nominare per le solite fandonie della iella e blà blà blà. Io avevo rifiutato sempre queste credenze, ma adesso che lo osservavo da ossessionato il dubbio mi venne. Lo guardai dritto negli occhi come per chiedergli una smentita. Rannicchiato in quell’angolo mi sembrava rimpicciolito, un mucchietto di ossicine che potevano stare in un pugno. Mi avvicinai per prenderlo in braccio, man mano che avanzavo lui s’ingrandiva a dismisura. Quando fui a qualche centimetro, ormai arrivava al soffitto. Mi sentii gelare e rimasi impietrito, non mi usciva dalla bocca neanche una sillaba, parlava lui con la mia voce scandendo le stramaledette, poi non ricordo più niente, so solo che caddi in una sorta di trance e che mi ritrovai sul letto con Filippo accanto che maneggiava degli elettromedicali con Barbablù che inseguiva i fili di quegli apparecchi.

–Continua–

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