Presentazione dell’autore

Presentazione dell’autore

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Iniziamo oggi questa nuova fase, o rubrica (chiamatela come meglio vi aggrada) di cosedelmondo.it presentando il primo autore che, a partire dai prossimi giorni ci regalerà un po della sua arte di scrittore e di raffinato musicista. Vediamo intanto cosa ci racconta di se.

“Potrei rifarmi ai miei autori preferiti per definire il perché si ama leggere e scrivere, e perché ci si fa irretire dal fascino della musica. Non lo farò e mi butto invece dentro qualche dettaglio biografico, partendo dall’adolescenza, momento in cui ci si segna il destino. Vengo da un piccolissimo paese al confine con la Basilicata, è l’ultimo della Calabria sull’alto Jonio, il modo di vivere della mia gente è quello descritto da Carlo Levi in Cristo si è fermato ad Eboli che ho letto a quindici anni rispecchiandomici appassionatamente. Lo lessi come compito estivo che mi assegnò un insegnante di Bologna che per coinvolgermi alla lettura c’infilò pure “Gente di Aspromonte” di Corrado Alvaro, e per completare la trilogia c’inserì anche il “Barone rampante” di Calvino che mi piacque da morire, tanto che poi lo rilessi più volte. Conoscendo la mentalità del sud i primi due non mi dicevano nulla di nuovo, ne apprezzai il valore anni dopo. Alle elementari e in parte alle medie che ho fatto da vedente al mio paese, di letture manco a parlarne. Sì i miei fratelli più grandi mi raccontarono Pinocchio, Cuore e Ciondolino, e non so perché, anche Gianburrasca, forse in quel periodo lo davano in t. v. con la Pavone come protagonista. Ricordo invece che alle medie mi piaceva Pascoli, le sue poesie mi commuovevano, soprattutto la Cavalla storna, dieci agosto San Lorenzo che imparai a memoria. Per il resto nella mia infanzia, la letteratura era un tabù. Però spesso ci aiutano le leggi di compensazione e rimediai senza sforzo, in modo naturale, mi piacevano le storie raccontate dai grandi e mettevo in croce mio nonno che era stato in America molti anni, e poi mio padre che si era fatta tutta la seconda guerra mondiale, andando dalla Grecia, all’africa e in parte in asia. Loro erano i miei libri, a loro piaceva raccontare e a me piaceva ascoltare, così imparai da un analfabeta, mio nonno, e da mio padre che aveva solo la quinta elementare, tantissime storie che ricordo ancora perfettamente e che ogni tanto riemergono dai miei ricordi permettendomi di scriverle adattandole alla circostanza. Ogni tanto andavo a trovare un personaggio originalissimo, chiamato Curizzo che riuscì a fuggire da un campo di concentramento in Germania tornandosene a casa a piedi. Curizzo era come Ippia minore, si costruiva tutto lui, si era cucito addosso una pelle di pecora girata all’incontrario con la lana all’esterno. Con pezzi di biciclette vecchie inventò un sidecar che usava come mulo, non possedendone uno, era povero in canna. Tutti lo additavano come persona poco raccomandabile, visto che aveva due mogli, una ufficiale in paese e l’altra in campagna. Sarà che i marginali mi calamitano, non davo retta a chi mi diceva di non frequentarlo, così vidi coi miei occhi che si fabbricò anche una casetta recintandola con rovi e siepi selvatiche. Curizzo si costruì pure la zampogna e quando sotto Natale la suonava rallegrava la festa con le sue melodie ancestrali. Dulcis in fundo, Curizzo suonava anche la chitarra che naturalmente si era lui stesso costruito. Io gli facevo da assistente nelle sue imprese, e quando aveva le lune buone, mi svelava qualche segretuccio, ma il bastardo era geloso della sua arte, però a dài e dài riuscii ad imparare gli accordi principali e qualche canzoncina popolare che solo lui sapeva. Poi venne il patatrac, persi la vista giocando e tutto cambiò. Se non fosse accaduto, avrei seguito le orme di mio padre e avrei fatto il muratore. Invece fui catapultato in vari ospedali, fino ad approdare a Milano dove c’erano dei parenti, i quali garantivano che lì mi avrebbero ridato la luce. Pia illusione, dall’ospedale mi mandarono all’istituto dei ciechi di via Vivaio. Lì imparai il braille e mi fecero rifare più classi in una, ma mio padre voleva farmi studiare a Bologna dove un mio cugino divenne avvocato per poi diventare sindaco comunista del mio paese per più mandati. Mi ammisero alla seconda media annessa al conservatorio. Così feci teoria musicale e un po’ di pianoforte che adesso suono da quasi autodidatta, ma io ero attratto dalla cosiddetta musica leggera e di classico feci poco, imparai comunque la “Marcia Turca” di Mozart, Per Elisa e altri brani di Clementi e Shuman. Nel frattempo mi regalarono una buona chitarra che imparai a suonare dignitosamente, tanto che dopo le medie riuscii a farmi ammettere al conservatorio, dove feci due anni, imparai dei pezzi classici bellissimi, come Giochi proibiti e Asturias di Albeniz che purtroppo non riesco più a suonare, perché poi mi sono buttato sui Beatles e sui cantautori, incominciando a guadagnarmi qualche soldino suonando nelle osterie e in qualche locale dove si faceva musica d’intrattenimento. Avevo imparato anche molte canzoni di lotta di Paolo Pietrangeli, Paolo Ciarchi e Giovanna Marini che suonavo in piazza maggiore, accompagnando altri contestatori. Sapevo inoltre tutte le canzoni dei primi album di Guccini che una sera mi sentì suonare in piazza e m’invitò a suonare all’Ostaria delle Dame (si scrive proprio così, alla bolognese). Nel frattempo facevo le superiori, eravamo nel periodo infuocato della contestazione e io ci cascai dentro a pieno. Alle superiori leggevo molto, compatibilmente con i libri a disposizione, sia in braille che su nastro. riuscii a fare l’università con mille difficoltà, ma appena laureato entrai nel giro delle supplenze in varie scuole, fino al concorso a cattedra di lettere nei primi anni ottanta, Entrai in ruolo al primo colpo ed ho insegnato nel triennio italiano e storia per circa trent’anni e parallelamente coltivavo la musica.
Quando lessi “Cent’anni di solitudine, e “Il viaggio al termine della notte” Di Celine, ne fui letteralmente travolto e capii che la letteratura era il mio pane. Mi buttai a capofitto in letture matte e disperatissime. Lessi quasi tutti gli scrittori latino-americani, da Amado a Borges, quelli di derivazione Iberica come Saramago e Pessoa. Poi moltissimi francesi, i russi (quasi tutti i più importanti) che ancora leggo con interesse, ho appena riletto “oblomov di Conciarov che è un assoluto capolavoro. Ovviamente ho macinato anche la maggior parte dei classici italiani, da Dante ai contemporanei, Moravia, pavese e dei minori come Boine col suo peccato, Consolo, Bufalino, fino a Erri De Luca che da perfetto autodidatta si è inventato uno stile tutto suo con delle tematiche che mi piacciono (basti pensare a “Montedidio” dove affronta le problematiche adolescenziali con una delicatezza commovente).
La musica, se fatta bene mi piace tutta, ascolto anche la classica, amo Mozart di cui ho quasi tutte le opere, Come pure di Rossini che mi mette allegria, andando a ritroso so apprezzare Pergolesi, Paisiello e Cimarosa e diversi altri musicisti che sarebbe lungo nominare. La musica è un linguaggio che se lo si capisce, non puoi più farne a meno. Sarò presuntuoso, ma io non mi annoio mai, ho più di cinquemila dischi e un impianto stereo di tutto rispetto. Appena posso, a seconda dell’umore ascolto questo o quell’altro compositore, sia classico che leggero. Taluni riescono ancora a commuovermi, dopo anni che li ascolto. Se poi ci abbiniamo una buona forma di poesia per musica, il tutto diventa più magico, come sono alcuni cantautori. Mi piace molto Battiato, quando ho sentito la prima volta “la Cura” ho pianto, perfetta poesia dedicata alla madre. Guccini l’ho suonato e cantato troppo, ma alcuni sue canzoni mi catturano ancora. De Andrè lo ascolto volentieri, ma da quando l’hanno santificato mi è sceso un po’, perché santo non era affatto. Sento con piacere anche gli stranieri come Koen e Filox, invece Dilan mi ha stancato. Alcuni pezzi di Giammaria Testa mi piacciono molto, così di altri cantautori meno conosciuti. Ho adorato tanta poesia dei moderni, da Quasimodo, a Montale, fino a Pasolini e Sandro Penna. Ho sempre le antenne dritte nel cogliere le novità e sono particolarmente interessato a scoprire nuovi talenti, perché a rimanere in compagnia solo dei più affermati s’invecchia prima. Per me un racconto o romanzo deve avere una sua voce, come le nostre che sono diverse una dall’altra e tutte peculiari. Se uno scrittore ha uno stile originale, lo leggo subito, anche se il contenuto mi prende poco. Esempio si fa un gran parlare dell’Ulisses di Joyce, io ho provato a leggerlo più volte, ma non lo finivo mai, poi sono entrato nel suo linguaggio e in parecchie puntate sono riuscito a finirlo. Potrei concludere con una regola maestra di Manzoni che tutti coloro che scrivono dovrebbero conoscere, specie per quanto riguarda il romanzo storico, il quale deve avere il vero per soggetto, l’interessante e divertente per mezzo, e l’utile per scopo. Poi lo scrittore deve sfarinare solo farina del suo sacco e quelle 27 copie può sperare di venderle.”.

Questo ci racconta Pasquale Bonamassa di se. Ma Pasquale Bona massa è anche altro:
Nel 1974, accompagnandosi con chitarra o pianoforte, presenta in più serate le sue canzoni all’Ostaria delle Dame gestita da Francesco Guccini.
Nel 1977 incide otto brani alla Fonoprint, allora diretta da Carlo Loiodice.
Nel 1980, con due amici musicisti apre uno studio di registrazione professionale con omonima etichetta discografica: L’Harmony Sound distribuita da Sony Music. Lo studio ha lavorato con molti artisti che in seguito diventeranno famosi. Fra questi: Gli Skiantos, gli Stadio, Biagio Antonacci e Vasco Rossi.
Nel 1984 Bonamassa Produce L.P. “Metropolitana” per Franco Dammicco, vincitore in quell’anno del festival di Monte Carlo con il brano “Vecchia Europa, la notte finirà” edita da Lupus.
Nel 1991 realizza L.P. “Il bianco, Il Nero E Tutti I Colori di Gauguin” con The Band una formazione gezzistica.
Poi segue la produzione della Fanbdango band col cd album “Il leone e il suo mercoledì”. Il lider del gruppo, Gaetano Pellino è il fratello di Neffa che ha inciso presso l’Harmony studios due album.
Nel 1992 produce per la rivista musicale Blu, la collezione “Pezzi da legare” con dodici suoi brani composti assieme ai migliori artisti dell’Harmony.
Nel 1993 il cd album “Baracca e Burattini” per Carlo Melandri in arte Melo, coautore di alcuni brani del disco di Marcello Pieri “Se fai l’amore come cammini.
Nel 1994, in memoria delle vittime della strage alla stazione di Bologna, realizza la compilation “Per non dimenticare” con artisti come Francesco Guccini, Lucio Dalla, Luca Carboni, Andrea Mingardi, Gli Stadio, Vinicio Caposela, Paolo Belli, gli Skiantos, Massimo Riva, Gaudì, Melo,, the fandango Band e Paolo Nanni.
Nel 1998 il cd album “Il triangolo nei Bermuda” per i Gem Boy.
Infine altri tredici album per artisti minori e un centinaio di canzoni. Bonamassa è anche insegnante di lettere e per diletto scrive racconti, l’ultimo s’intitola Enigmi legato ad un progetto musicale di dieci brani da lui composti e interpretati, di cui tre già editi. Per visionare la produzione musicale nel suo complesso basta andare qui: https://www.discogs.com/it/artist/1379819-Pasquale-Bonamassa
Invece per sentire i brani inseriti all’inizio di ogni capitolo di #Enigmi, che pubblicheremo su cosedelmondo.it, basterà cliccare l’apposita sezione di questo sito. Ogni brano, rappresenterà un capitolo di #Enigmi che il lettore potrà ovviamente ascoltare.

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