Cacciari: un all’eanza pd m5 stelle per arginare ilsalvinismo.

Cacciari: un all’eanza pd m5 stelle per arginare ilsalvinismo.

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Come al solito, Cacciari, a prescindere da come la si possa pensare, a mio avviso ha il dono della chiarezza, in quanto si esprime evitando il politichese di molti altri.

Tuttavia, se è vero che la politica è l’arte dell’impossibile, ora come
ora un’alleanza pd cinque stelle la vedo davvero dura.

Solo dopo l’eventuale uscita di scena di Dimaio da un lato e dei
Renziani dall’altro, forse potrebbero essere poste le basi per una
futura intesa, sempre che non si riduca ad un cartello elettorale in
funzione antisalviniana.

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Per il filosofo il populismo e il sovranismo sono gli effetti del venir
meno di un’ispirazione europeista e di una subalternità culturale al
neoliberismo: “Renzi è l’epigono di una sinistra che ha perso perché ha
abbracciato il blairismo”. Ora teme questa fase di post-democrazia e
auspica un’alleanza tra un Pd rinnovato e i pentastellati per arrestare
la peggior destra: “È il momento di scelte responsabili”. Infine esprime
dubbi su Calenda e Zingaretti il quale “ha molti scogli da superare,
sarà una lunga marcia e non ci sono scorciatoie né leader che cambiano
la storia”.

intervista a Massimo Cacciari di Giacomo Russo Spena

Dopo Abruzzo e Sardegna, scatta l’ora della Basilicata. Il copione è
sempre lo stesso, a trionfare è il centrodestra a trazione salviniana.
Intanto il Pd di Nicola Zingaretti certifica la prima battuta d’arresto.
“Sarà una lunga marcia, non ci sono scorciatoie né leader che ti
cambiano la storia” sentenzia il filosofo Massimo Cacciari che si lancia
in un parallelismo sportivo: “Il cambio di allenatore può servire per le
due o tre partite successive ma non fa vincere il campionato: per
vincerlo, si deve avere una squadra e una propria dimensione europea”.

L’Europa, però, è sempre più percepita come un’istituzione lontana, se
non nemica. Tra politiche di austerity e aumento delle disuguaglianze, è
passata da sogno spinelliano a gabbia. È questo il quadro che abbiamo
dinanzi?

Che il disegno dell’Unione Europea sia in grande difficoltà è
riconosciuto da tutti e le ragioni sono anche ben chiare e facili da
individuare.

Ce le dica.

L’UE – così come si configura – non è riuscita a dare una risposta alle
trasformazioni globali, a partire dalla Caduta del muro, e queste
difficoltà si sono acuite nel tempo evidenziando un’incapacità di
affrontare adeguatamente le crisi economiche del 2007 e 2009, crisi che
ci trasciniamo ancora. Nell’ultimo trentennio l’Europa ha smarrito
alcune ragioni fondamentali per le quali era stata pensata, ideata,
voluta e sperata. Doveva essere una comunità, i cui valori vertevano su
solidarietà e sussidiarietà. Dopo la Seconda guerra mondiale – nel
momento in cui si rafforzavano titani come Stati Uniti e Russia e ne
emergevano di nuovi come la Cina – l’europeismo era considerato non come
una rinuncia delle sovranità statali ma come l’unico modo per difenderle
in un sistema globalizzato in cui il potere politico e militare passava
nelle mani degli imperi e dei grandi Stati politici. Ma l’UE è venuta
meno alle aspettative.

Di chi sono le responsabilità? Sono queste politiche sbagliate che hanno
spianato la strada ai populismi?

Non c’è alcun dubbio, il populismo e il sovranismo sono gli effetti di
un venir meno di un’ispirazione europeista e contemporaneamente – perché
sono indistricabilmente connesse le due cose – di una subalternità
culturale al modello planetario neoliberista che s’era prepotentemente
affermato prima con Ronald Reagan e poi con Margaret Thatcher. Tutte le
scuole politiche europee uscite dalla guerra mondiale si sono trovate
subalterne a quel modello.

In Italia Renzi è stato subalterno a questa logica e i risultati si sono
visti alle politiche del 4 marzo?

Lui è soltanto l’epigono di una lunga storia che attraversa prima i
laburisti inglesi poi i socialdemocratici tedeschi e, infine, la
maggioranza dell’Ulivo.

Qual è la sua opinione sui gilet gialli? È un movimento che palesa una
propria legittima rabbia contro le politiche di Macron o rappresenta
soltanto una frangia di estremisti violenti?

I movimenti di protesta ci saranno sempre. In alcuni casi finiscono con
l’essere organizzati e dar vita a forze politiche come Syriza in Grecia,
Podemos in Spagna o il M5S in Italia. Vedremo, già alle prossime
Europee, se in Francia i gilet gialli riusciranno a darsi, o meno, una
forma istituzionale. Di certo, assistiamo ad un momento di sfiducia
radicale nei confronti dei ceti politici: per la prima volta, in tutta
Europa, chiunque governi è in difficoltà e deve gestire il malessere
sociale e proteste continue, può darsi che ad un certo punto ci sia
spazio per soluzioni post-democratiche.

Mi scusi, cosa intende per soluzioni post-democratiche?

Anche questo è un processo che deriva da lontano: mi riferisco a
semplificazioni radicali dei processi decisionali che possono giungere
all’esautoramento di ogni effettivo potere dei Parlamenti. Da quanto
tempo il Parlamento italiano non legifera e si limita a convertire i
decreti legge? Se non affrontiamo seriamente alla radice il problema
della crisi della democrazia rappresentativa, rischiamo di trovarci di
fronte a soluzioni persino autocratiche.

Beh, nell’era del populismo non si cerca proprio l’uomo solo al comando?

Scommetto che il novanta per cento delle persone ritiene efficace il
sistema di governo russo di Vladimir Putin. Siamo, ormai, alla totale
personalizzazione della politica.

Qui oltre a Putin, ci sono anche Donald Trump, Jair Bolsonaro, Viktor
Orban, Matteo Salvini. È il modello che si sta affermando?

La dice lunga sulla forza del disegno populista che non va assolutamente
sottodimensionato né trattato come un fenomeno folkloristico. Abbiamo a
che fare con una destra che ha abbandonato – più di alcuni settori di
centrosinistra – ogni ideologia neoliberista. La stessa Lega non ha
nulla in comune con la destra tradizionale ma ha sposato in toto una
prospettiva di destra nazionale e sociale.

Un passo alla volta Salvini si sta mangiando il Paese, cresce nei
sondaggi e sfonda anche nel meridione. Come si spiega questa
inarrestabile ascesa?

La Lega non ha più alcuna connotazione nordista ma – come accennavo
prima – rappresenta una destra sociale che cavalca in Europa la peggior
ondata sovranista. Ritiene che all’interno dei confini nazionali sia più
agevole risolvere problematiche sociali, in primis, il tema della
sicurezza. E laddove non c’è un pericolo, lo inventano. In un Paese con
il 20 per cento di disoccupazione generale – e il 50 quella giovanile –
con i redditi in calo e il potere di acquisto precipitato è normale si
viva una situazione di radicale incertezza e precarietà. La destra –
come ha sempre fatto – utilizza questa insicurezza per andare a caccia
del responsabile ed individuare il capro espiatorio: prima erano gli
avversari politici, ora è il turno degli stranieri.

Quali sono gli antidoti per arginare il salvinismo imperante? Qual è
l’alternativa alla destra sovranista?

Non abbiamo altra strada che la ragionevolezza e sperare che, oltre alle
passioni e le pulsioni, ci sia anche la mente a determinare l’azione
degli uomini. Dobbiamo raccontare la verità.

Mi scusi Cacciari, qual è la verità che tanto andrebbe detta?

Andrebbe fatto un discorso onesto sugli errori del passato. Una cosa del
tipo: “Amici, guardate che l’unico modo per salvare lo stato nazionale e
la propria sovranità nel mondo contemporaneo, se non vogliamo ridurci a
servi dei grandi imperi, passa per il costruire un’unione europea sui
valori di solidarietà e sussidiarietà”. E si spiega razionalmente ciò
che va cambiato. Prima è indispensabile un’autocritica sulle politiche
attuate in questi anni e va dimostrato di aver capito finalmente le
ragioni della sconfitta, una sconfitta dovuta per difetti culturali di
grande portata e non per pecche sulla comunicazione come qualcuno
vorrebbe farci credere.

Quindi si devono riscoprire le ragioni della sinistra, archiviare la
stagione del blairismo e rompere quella subalternità all’ideologia
neoliberista?

Certo, sarà un lungo cammino perché i guasti prodotti sono
profondissimi. E non mi stupirei affatto se dovessimo a breve affrontare
pericoli sulla tenuta democratica dell’Europa. Sinceramente, a
differenza di altri dementi del centrosinistra, non mi compiaccio per
niente del collasso preventivato del M5S.

Mi sta dicendo che è ancora convinto che il M5S rappresenti un argine
alla peggior destra?

I 5stelle devono semplicemente capire che devono rompere l’alleanza con
la Lega. Così i democratici dovrebbero interloquire, dal punto di vista
strategico, con l’area grillina e non godere delle loro sciagure.
Bisogna aprire gli occhi agli uni e agli altri perché possano assumersi
una responsabilità politica: non si può rimanere impotenti di fronte
all’affermazione di questa destra, una destra cattiva e pericolosa.

Auspica una futura alleanza progressista tra il Pd e il M5S?

Me lo auguravo già il giorno dopo il 4 marzo, avevo fiutato come sarebbe
finita la storia. Salvini, a differenza del M5S, ha una strategia,
un’ideologia, un partito, un’organizzazione. Scherziamo? Era ovvio che
il M5S sarebbe finito cannibalizzato.

Non pensa, come dichiarato per ultimo da Walter Veltroni, che presto si
possa tornare allo schema centrodestra-centrosinistra, Salvini versus
Zingaretti, con il M5S che rischia di esser ricordato soltanto come una
stortura del bipolarismo?

Non credo, il M5S rappresenta un’area in qualche modo rappresentativa di
tanti settori – i giovani, in primis – che per il momento non vengono
intercettati dal Pd. Il travaso di voti verso i democratici sarebbe
possibile se il Pd si rivelasse un partito veramente di sinistra e
radicato sui territori, a quel punto catturerebbe i consensi
progressisti finiti al M5S. Mi pare un’utopia, il Pd deve fare parecchia
strada…

Non mi sembra che abbia molte aspettative su Zingaretti, o sbaglio? Non
crede nel nuovo Pd?

Zingaretti può costituire l’inizio ma non certo la soluzione, è
evidente. Ci sono ancora molti scogli da superare. La soluzione potrebbe
avvenire laddove Zingaretti riuscirà a modificare radicalmente lo
statuto del partito e costituire un gruppo dirigente che sia davvero
competente e autorevole e sia capace di lanciare grandi sfide
programmatiche su temi come l’economia, la cultura, la scuola, la città
etc… Poi c’è la questione di Renzi: i gruppi parlamentari del Pd, ad
esempio, sono ancora in maggioranza renziani.

Il nuovo Pd già non è più il partito dei ricchi?

È un discorso lungo. Il centrosinistra comincia a perdere voti nelle
periferie e nei settori popolari da quel dì. Mi ricordo le discussioni
con i D’Alema: ci interrogavamo sui voti che la Lega prendeva tra gli
operai di Vicenza. Questi sono i segnali che sono stati ignorati, era
scritto che sarebbe finita così.

Dopo le europee, se la Lega dovesse prendere il 34-35 per cento Salvini
stacca la spina al governo e si va al voto anticipato per le Politiche?

Potrebbe esserne tentato se avesse la certezza della maggioranza
assoluta grazie al sostegno di Berlusconi. Detto questo, il mio dubbio è
su come faranno a fare la prossima finanziaria dato che vanno trovati 40
miliardi per evitare l’aumento dell’Iva. Non so se a Salvini conviene
rischiare o gli conviene continuare a governare col M5S.

Massimo Cacciari sarà candidato alle europee con il Pd?

Non c’è nessun segnale che possa andare in questa direzione.

Zingaretti non le ha fatto questa proposta?

Una persona come me non può accettare oggi, alla mia età, una situazione
che non sia corrispondente al disegno che ho indicato. Poi, certo, si
tratterà di vedere come si muove Zingaretti in questo mese e mezzo…

Insomma, se ci fossero le condizioni non lo esclude del tutto.

Un “se” enorme perché riguarda l’organizzazione del partito, le prime
mosse programmatiche, la composizione delle liste…
Diciamo che c’è una possibilità su un milione di vedermi candidato.

Chi sarà sicuramente candidato è Carlo Calenda. Di lui, invece, cosa mi
dice? Non è un po’ troppo renziano e subalterno al blairismo?

Avevo dato dei consigli, ovviamente non li hanno ascoltati. Calenda
doveva fare con Emma Bonino una lista liberale ed europeista mentre
Zingaretti doveva assumere decisamente una posizione alla Tsipras, più
radicale e di cambiamento. Sarebbe stata la tattica giusta: una lista Pd
sinistra sinistra e una lista, invece, liberale e moderata. Due liste
naturalmente alleate, in vista di una successiva intesa col M5S.

Sì, mi pare evidente che non l’abbiano ascoltata.

Ma si figuri! C’è la prima donna da un lato – Bonino – e Calenda
dall’altro che sa di non contare niente elettoralmente e tremava
all’idea di non superare la soglia di sbarramento. Intanto i renziani
che restano dentro il Pd sperando che Zingaretti perda… insomma, siamo
alle solite.

(26 marzo 2019)

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