L’Anatocismo bancario

L’Anatocismo bancario

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In virtù dell’art. 1283 C.C. (“In mancanza di usi contrari, gli interessi  scaduti possono produrre interessi solo dal giorno della domanda giudiziale o per effetto di convenzione posteriore alla loro scadenza, e sempre che si tratti di interessi dovuti almeno per sei mesi”), l’anatocismo in Italia è vietato. Il testo della norma appena riportato nasce dall’esigenza di proteggere il debitore da comportamenti usurari ed in particolare, prevede che gli interessi possano maturare su altri interessi salvo usi contrari, solo dal giorno della domanda giudiziale o come conseguenza di un accordo successivo alla scadenza di tali interessi e purché si tratti di interessi dovuti per almeno sei mesi.
Se mancano l’accordo successivo al maturare degli interessi e la domanda, gli interessi possono essere conteggiati solo sul capitale scaduto, essendo appunto escluso l’anatocismo.
Oggetto di contenzioso fra banca e cliente, l’anatocismo bancario è quel fenomeno per il quale gli interessi, maturati sul conto corrente bancario, vengono addebitati sullo stesso conto divenendo così una somma sulla quale successivamente maturano ulteriori interessi. Ritenuto illegittimo dalla Corte Di Cassazione dagli ultimi anni 90, è stato successivamente autorizzato per legge a determinate condizioni con la delibera CICR 09/02/2000 con la quale si è fissato il principio per cui sono valide “le pattuizioni del contratto bancario che prevedano l’anatocismo purché vi sia la stessa periodicità nella capitalizzazione degli interessi attivi e passivi”. Tuttavia costituisce un problema che si è posto nei rapporti bancari e anzitutto nei conti correnti. Le banche e la giurisprudenza, almeno fino al 1999 ritenevano che in tali rapporti vi fosse un uso normativo che consentisse un’eccezione alla regola generale fissata dall’art. 1283
c.c. L’articolo più volte citato, infatti, vieta l’anatocismo salvi però gli usi contrari. Se si ritiene fondato in ambito bancario l’uso di capitalizzare gli interessi nei conti correnti o negli altri rapporti contrattuali, tale pratica è ammissibile. Il cambio di orientamento successivo al 1999 da parte della giurisprudenza, che ha ritenuto che il fatto che si continuasse a praticare tale capitalizzazione degli interessi non fosse un uso normativo, ha fatto emergere il problema: se quel comportamento
prima era ritenuto un uso che consentiva l’anatocismo bancario, da quel momento in poi è stata ritenuta una pratica scorretta in quanto posta in esser in violazione della regola generale fissata dall’art. 1283 c.c.. Da ciò consegue che i conti correnti, anche per i periodi precedenti a tale cambio di orientamento, contenevano una capitalizzazione che non si
poteva avere e dunque avevano un saldo che non era correttamente calcolato.
Il D.L.GS 342/1999 a normato l’anatocismo bancario. Ha sanato la situazione previgente alla delibera CICR 9 Febbraio 2000. L’art. 25 prevedeva infatti che “le  clausole  relative  alla  produzione  di  interessi  sugli interessi  maturati, contenute nei contratti stipulati anteriormente alla data di entrata in vigore della delibera di cui al comma 2, sono valide  ed  efficaci fino a tale data e, dopo di essa, debbono essere adeguate  al  disposto  della citata delibera,  che  stabilirà altresì le modalità e i tempi dell’adeguamento. In difetto di adeguamento,  le  clausole  divengono inefficaci e l’inefficacia può essere fatta valere solo dal cliente”. Sempre l’art. 25 (che ha innovato l’art. 120 del TUB) prevedeva la possibilità di un anatocismo da parte dei contratti futuri. Veniva delegato al CICR di stabilire “modalità e criteri per la produzione di interessi sugli interessi maturati nelle operazioni poste in essere nell’esercizio dell’attività bancaria, prevedendo in ogni caso che nelle operazioni in conto corrente sia assicurata nei confronti della clientela  la  stessa  periodicità nel conteggio degli interessi sia debitori sia creditori”. Per la consultazione della delibera 9 Febbraio 2000 si può andare a questo link:
http://www.mef.gov.it/ministero/comitati/CICR/documenti/21_05/2000-02-09_-_Delibera_n._2.pdf )
Il principio era quello per cui la capitalizzazione intervenuta prima della delibera CICR 9 febbraio 2000 veniva sanata, mentre per il futuro i contratti stipulati precedentemente
a tale intervento potessero continuare ad applicare l’anatocismo bancario purché ciò avvenisse conformemente alle condizioni fissate dalla delibera stessa. Su tale ultima parte dell’intervento normativo è però intervenuta la Corte Costituzionale (sentenza 17 ottobre 2000, n. 425) la quale ha dichiarato l’incostituzionalità per eccesso di delega di tale previsione di sanatoria.
Ciò che resta applicabile della modifica del 1999, è il principio per cui i contratti bancari stipulati successivamente all’entrata
in vigore della delibera CICR 9 febbraio 2000 possono legittimamente prevedere la capitalizzazione degli interessi e, dunque, l’anatocismo, purché tale
capitalizzazione avvenga per gli interessi attivi e passivi con la stessa periodicità.
Per i contratti precedenti, invece, il problema dell’anatocismo bancario continua a porsi in modo indiscutibile per gli interessi capitalizzati prima dell’intervento legislativo e della delibera CICR e in modo più problematico per quelli successivi, per i quali a certe condizioni è immaginabile in ogni caso una validità dell’anatocismo bancario.
L’art. 120 TUB (Testo Unico Bancario) è stato ancora una volta modificato con l’art. 1, comma 629 della legge n 147 del Dicembre 2013, che ha eliminato l’anatocismo bancario mettendo fine ad ogni disputa giurisprudenziale. Dall’1 Gennaio 2014 il CICR è tenuto a prevedere che “gli interessi periodicamente capitalizzati non possano produrre interessi ulteriori che, nelle successive operazioni di capitalizzazione, sono calcolati esclusivamente sulla sorte capitale”.
Due problemi:
1)si pone il dubbio di quali possano essere le conseguenze di tale regola concernente l’anatocismo bancario sui contratti in corso. Possiamo pacificamente asserire che può valere il
principio tempus regit actum, per cui chiaramente il contratto che preveda l’anatocismo e che sia stato stipulato nel vigore della delibera CICR 9 febbraio 2000 dovrà considerarsi valido e producente  effetti fino al 31 dicembre 2013. Per il periodo successivo potrebbe invece applicarsi la regola dell’invalidità sopravvenuta (analogamente a ciò che fa la Cassazione per l’usura sopravvenuta  dei contratti stipulati prima della riforma del 1996), vale a dire una invalidità diretta a rendere inefficaci gli effetti del contratto solo per il periodo successivo alla modifica legislativa. Il significato dell’anatocismo bancario oggi è appunto che dal 1 gennaio 2014 non potrebbero più calcolarsi gli interessi
anche sui precedenti interessi capitalizzati pur in un rapporto che legittimamente avesse una clausola che prevedeva l’anatocismo bancario.
2) Non è molto chiaro quale sia il significato di tale disposizione che non esito a definire un po schizzofrenica: se si indica che gli interessi si capitalizzano poi quella somma diventa capitale e pertanto di regola dovrebbe produrre a propria volta interessi. Dalla previsione pare però emergere in modo chiaro la volontà del legislatore di vietare l’anatocismo, vale a dire che gli interessi che si calcolano in un dato momento tengano conto di precedenti interessi che sono maturati. Per i contratti conclusi successivamente all’entrata in vigore di tale disposizione dovrebbe valere nuovamente l’indicazione della giurisprudenza per la quale la previsione contrattuale di anatocismo bancario è illegittima. Si tratterebbe infatti di una clausola contraria all’art. 1283 c.c. e anche all’art.
120 TUB come modificato con legge n. 147/2013.
Non si può non citare in conclusione la storica sentenza della Corte di Cassazione (6 Maggio 2015 n. 9127) con la quale la suprema Corte dichiara illegittima ogni forma di anatocismo. La Suprema Corte di Cassazione ha definitivamente sentenziato che l’anatocismo è vietato tout court, indipendentemente dall’arco temporale in cui sia applicata la pratica scorretta.
E’ una pratica vietata indipendentemente dal periodo in cui vengono capitalizzati gli interessi a debito, che siano essi annuali o trimestrali.
Dopo la capitalizzazione trimestrale anche quella annuale deve, quindi, ritenersi illegittima, in quanto è irrilevante l’arco temporale entro cui la banca applica una pratica scorretta che non trova riscontro in norme ed usi che possano legittimarla.
Nel caso di specie, la Suprema Corte ha dato ragione ad un correntista che aveva aperto un contratto di apertura di credito con garanzia ipotecaria ed, in seguito, si era visto recapitare una ingiunzione di pagamento da parte della banca con sorte capitale di un milione di euro.
A nulla sono valse le obiezioni della banca secondo la quale, per parte della giurisprudenza, pur essendo dichiarata illegittima la capitalizzazione trimestrale degli interessi, debba ritenersi implicita la sussistenza di usi normativi che legittimano la capitalizzazione annuale.
Per la Suprema Corte, invece, tale giurisprudenza va smentita in quanto, non solo mancano regole apposite ma – si legge in sentenza – in tutti i cinquant’anni che hanno preceduto gli interventi legislativi in materia adottati negli anni novanta del secolo scorso, non si rileva alcuna consuetudine alla capitalizzazione annuale degli interessi debitori, né di necessario bilanciamento con quelli creditori. Insomma: trarre quella conseguenza da parte di una certa giurisprudenza è “assolutamente arbitrario”.
Bella botta per le banche è un poco d’ossigeno per i correntisti che potranno far valere quanto la corte ha statuito con l’appena citata sentenza che potete leggere andando a questo link:

http://ariannaweb.edilab.it/doc_pdf/9127.pdf.
 

Relativamente ai calcoli anatocistici, nel caso in cui si voglia aprire una controversia nei confronti del proprio istituto utile al recupero di interessi non dovuti, o ove l’istituto ci chieda qualsiasi pagamento per via giudiziale che abbia ad oggetto la richiesta di interessi non dovuti e quindi anatocistici, è consigliabile rivolgersi ad un legale ed avere tutta la documentazione relativa al proprio conto corrente (contratto, estratti conti e scalari) da mettere a disposizione di un tecnico contabile in grado di effettuare le opportune verifiche. E’ sconsigliabile iniziare una controversia senza possedere la documentazione necessaria. Si rischia che il ricorso venga infatti rigettato.

By administrator – 3 Agosto 2016           

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