BREXIT: un bene o un male?

BREXIT: un bene o un male?

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L’uscita del Regno Unito dall’Europa è ormai realtà. Il referendum consultivo (il Parlamento inglese potrebbe scegliere di non tenere conto della consultazione) indetto dal governo inglese (forse più per motivi interni che esterni) ha sancito la volontà popolare di tornare, dopo 44 anni ad essere extra comunitari. Per il no (rimanere), ha votato il 48,1% (16.141.241) mentre per il sì (lasciare) ha votato il 51.9% (17.410.742). The Indipendent parla però già di una petizione per la ripetizione del voto. Per la legislazione britannica, se la petizione supererà 100,000 firme, il Parlamento dovrà discutere la petizione. I firmatari richiedono la promulgazione di una legge che prescriva la ripetizione del referendum nel caso in cui il vantaggio del sì all’uscita sia inferiore al 60% e che abbia almeno una affluenza alle urne del 75%. Ma quali sono le procedure per l’uscita di uno stato membro dall’Europa? Viene in soccorso l’articolo 50 del trattato di Lisbona che recita: “Ogni Stato membro può decidere di recedere dall’Unione conformemente alle proprie norme costituzionali”. Ciò vuol dire che lo Stato membro che vuole recedere dovrà fare il primo passo. Il Regno Unito, o quello che eventualmente ne resterà se i movimenti indipendentisti scozzesi (si è registrato un intervento del primo ministro scozzese che ha lanciato la proposta di un nuovo referendum per l’indipendenza da Londra) e irlandesi riprenderanno vigore, dovrà notificare all’Unione la richiesta di aprire il procedimento ex articolo 50. Le tempistiche per la separazione non saranno brevi. Ci vorranno almeno 2 anni. In questo frangente i 27 Stati rimasti dovranno negoziare la fine della contribuzione britannica al bilancio UE e del versamento a favore degli stessi britannici. Sono, dicono le fonti, 12 miliardi di € i versamenti che i britannici dovrebbero effettuare nelle casse della UE e 5 quelli che la UE ha destinato a Londra.
La Brexit ha provocato diverse reazioni in Italia. Il presidente del Consiglio ha definito – e come non essere d’accordo – l’Europa come la casa di tutti, che ha però la necessità di essere “ristrutturata” o rinfrescata”.
Il Movimento 5 Stelle attraverso il blog di Beppe Grillo ci ricorda che «L’Unione Europea deve cambiare, altrimenti muore». Viene ribadito che sono state raccolte firme «per il referendum sull’euro per far decidere gli italiani sulla sovranità monetaria”. Quanto costerebbe un ritorno alla lira? Nel migliore dei casi, per i meno ricchi sarebbe un disastro. I problemi del nostro Paese sono altri e la voglia di uscire dall’Euro distoglie l’attenzione degli italiani diminuendo, di conseguenza, la responsabilità dei politici che non li risolvono. Far credere alla gente che tutti i mali vivono con l’Euro e moriranno eventualmente con essa è molto più semplice. A proposito di populismo, Salvini ci dice che “ora l’Europa ha davanti a sé l’occasione di liberarsi dell’Unione Europea. È un gran peccato che la nostra Costituzione, che è antidemocratica, non consenta agli italiani di votare tramite referendum su trattati internazionali”. Definire la nostra Costituzione antidemocratica è molto indicativo di quanto il populismo imperi nel nostro paese.
Per gli italiani residenti nel Regno Unito cambia poco. Chi vi risiede da 5 anni potrà richiedere un permesso di residenza o la cittadinanza ufficiale. In alternativa, si dovrà richiedere un “visto di lavoro” da rinnovarsi nei modi e tempi stabiliti dalla legge. Problemi, invece, vi saranno per chi decide di emigrare nel Regno Unito. Chi partirà dovrà avere il contratto di lavoro in tasca. Problemi anche per i prestiti agli studenti. Mentre nessun problema vi sarà per i visti di studio. Fino ad oggi, gli studenti europei potevano ottenere un prestito da restituirsi a rate dopo la laurea, con la Brexit tutto ciò non sarà più possibile.
E’ successo ciò che non doveva accadere. Il rischio che altri Paesi (Francia Italia ed Olanda) cerchino di percorrere la stessa strada del Regno Unito è forte. “Allora adesso Frexit”. Così ha sentenziato Marine Le Pen, leader del partito di destra francese. Riporto quanto la destra transalpina va dicendo: «Vittoria della libertà. Come chiedo da molti anni, bisogna adesso fare lo stesso referendum in Francia ed in altri Paesi europei». Le fa eco la nipote, Marion Le Pen, che su Twitter ha voluto esprimere al meglio la questione, ripresa poi anche da alcuni leader filo-lepenisti come Salvini in Italia o Wilders in Olanda: «vittoria, dalla Brexit alla Frexit, è tempo ormai di portare la democrazia nel nostro Paese, i francesi devono avere il diritto di scegliere”. Manca solo il protagonista della Brexit: è il leader dell’Ukip, Nigel Farage, che aveva in un primo tempo rilasciato dichiarazioni ascrivibili ad una sconfitta, sia pure onorevole, è tornato in barricata dopo che i sondaggi sono stati smentiti dalle urne. L’euroscetticismo c’è e bisogna farci i conti. “Sappiate – ha detto Farage – che è un’Unione che non ha futuro, qualsiasi sia il risultato noi abbiamo motivo di festeggiare perché il panorama politico è cambiato”.
Mi domando: l’Europa non l’abbiamo scelta noi? Quando altri Paesi minacceranno l’uscita dall’Europa per ottenere concessioni particolari, cosa accadrà? Siamo di fronte ad un pericoloso precedente. Pensiamo alla Turchia, ad esempio.
«I cittadini turchi potrebbero esprimersi sulla continuazione del lungo percorso di adesione della Turchia all’Unione Europea in un referendum in stile Brexit». Queste sono le parole di Recepì Erdogan, il presidente della Turchia che prova la mossa nello stesso giorno di Brexit. Perché la Gran Bretagna può fare un referendum su uscire o rimanere in Europa e “noi invece non possiamo farne uno sull’entrata nell’Ue?”. Erdogan di fondo continua a criticare l’atteggiamento di Bruxelles – riporta l’agenzia Askanews – sulle lungaggini nell’apertura dei nuovi capitoli di negoziazioni sulla facilitazione dei visti europei e simili. «Possiamo interpellare i cittadini come stanno facendo in Gran Bretagna. Potremmo chiedere: ‘Dovremmo proseguire i negoziati con l’Unione europea, o dovremmo chiuderli?’ Se le persone dovessero dire ‘continuiamo’, allora proseguiremmo». Il presidente turco ha denunciato l’Unione Europea di non voler accettare la Turchia come stato membro perché musulmano.
Non possiamo dimenticare i mercati: la moneta inglese è andata giù come non accadeva da un trentennio e le borse sono andate a picco. Milano è andata a perdere il 12.5%. A mia memoria una perdita del genere non vi è mai stata. Nemmeno per l’11 Settembre Milano aveva segnato numeri del genere. Ci dobbiamo spaventare? Con la fragilità che regna oggi, nemmeno gli economisti più affermati sanno quali sono gli effetti che vivremo nei prossimi mesi o addirittura anni. Riuscire a capire se la crisi economica si aggraverà è difficile e soprattutto è ancora troppo presto per poter fare le opportune valutazioni. Il Presidente del Consiglio nella sua conferenza stampa di venerdì ha rassicurato tutti asserendo che il governo e le istituzioni europee sono in grado di garantire la stabilità finanziaria e la sicurezza dei consumatori. In ogni caso, una fase di instabilità ed incertezza dovremo affrontarla. Ma chi ha deciso tutto questo? Chi, contro un mondo globalizzato ed i cui interessi non sono più nazionali ma sovranazionali, ha decretato la Brexit? Uno degli slogan della campagna per il leave recitava: “riprendiamo il controllo dei nostri confini”. Questo modo di fare e di pensare ha attecchito dove la presenza degli immigrati è minore (22%). Paradossalmente, il leave ha avuto meno presa dove la presenza degli stranieri è maggiore. Nel Brent, dove più di un residente su due è nato al di fuori dei confini britannici, oltre il 60% dei votanti ha scelto di rimanere nell’Unione Europea. Ora, è possibile che in questi risultati abbia influito proprio il voto degli stranieri: Nso censisce il numero di persone nate al di fuori del Regno Unito e nulla vieta che abbiano preso la cittadinanza britannica acquisendo così anche il diritto del voto. Ma questo non toglie che tanto più la società è multietnica tanto meno è forte la tendenza all’isolazionismo che invece ha portato al trionfo del leave.
Continuando l’analisi del voto, si nota come l’Inghilterra sia un paese spaccato in due e come vi sia una contrapposizione generazionale. Giovani contro vecchi, persone maggiormente istruite contro persone appartenenti alla classe operaia. Nei giorni immediatamente precedenti all’apertura delle urne, YouGov aveva pubblicato un grafico che mostrava come la propensione al leave crescesse con l’età degli elettori. Fatta eccezione per l’Ukip molto compatto e per il leave, si può notare dalle statistiche come tra gli under 30 la prevalenza fosse per il remain. È solo tra i conservatori e, in parte, tra i sostenitori dello Scottish national party che l’aumento dell’età ha portato a scegliere di abbandonare l’Unione Europea. Altro aspetto censito da YouGov, l’opinione sulla Brexit in relazione al titolo di studio: anche in questo caso, l’Ukip fa eccezione. Ma se si guarda agli elettori degli altri partiti, si vede bene come più è alto il titolo di studio, più è forte la tendenza verso il remain. La quale, però, è stata sconfitta a livello nazionale.
Da domani cosa accadrà? Questa è la domanda che impera oggi in Europa e nella mente dei più. C’è una sola certezza: vivremo nell’assoluta incertezza. Questa è la sensazione di chi scrive. Si legge in rete che il primo ministro inglese non chiederà l’uscita dalla UE quantomeno al prossimo consiglio europeo. A riferirlo sono fonti del Consiglio europeo. L’Italia potrebbe essere la prossima ad uscire? Il Financial Times pensa di sì. In un articolo del giornale si legge che l’Italia potrebbe essere il prossimo Paese ad uscire per il cosiddetto effetto domino.

BY Administrator 26 Giugno 2016   

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